Copertina
Autore AA. VV.
Titolo Talmùd
SottotitoloIl trattato delle benedizioni (Berakhot)
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2009 [1968], Classici delle religioni , pag. 470, cop.fle., dim. 12x19x2,5 cm , Isbn 978-88-02-08122-9
CuratoreSofia Cavalletti
TraduttoreEugenio Zolli
LettoreElisabetta Cavalli, 2010
Classe religione , classici ebraici
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Indice


VII Premessa

  1 Introduzione alla letteratura talmudica
  3 Le correnti religiose nel giudaismo
 11 La Legge e la tradizione
 18 Notizie storiche sugli Ebrei dal 70 d.C.
    alla chiusura del periodo talmudico
 24 La Mishnàh
 29 Gli «ordini» della Mishnàh
 32 Il Talmùd
 38 Le regole ermeneutiche
 45 I Commenti al Talmùd
 48 La storia del Talmùd
 59 Nota bibliografica
 63 Nota storica

 65    I Da quando
149   II Stava leggendo
181  III Uno il cui morto
223   IV La preghiera mattutina
249    V Non si sta in atteggiamento di preghiera
283   VI Che benedizione si dice
311  VII Tre che hanno mangiato assieme
335 VIII Queste sono le cose
349   IX Chi vede


PREGHIERE

437 «Colui che crea la luce»
438 «Con amore eterno»
439 «Ascolta»
440 «Vero e stabile»
442 «Verità e veracità»
443 «Facci riposare»
443 «Le diciotto benezioni»
448 Qaddish
449 La benedizione sacerdotale
450 La santificazione del Sabato
450 La separazione del giorno festivo
451 La benedizione per il pasto
455 «Regni, ricordati, trombe»

459 Indice analitico
467 Indice dei nomi


 

 

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Pagina 3

LE CORRENTI RELIGIOSE NEL GIUDAISMO



Vita e sostanza del giudaismo rabbinico è il Talmùd; esso è il prodotto di quell'unica corrente religiosa che sopravvisse, fra molte, alla distruzione del Tempio : la corrente dei farisei.

Θ noto che all'epoca di Gesù i gruppi religiosi di tendenze diverse erano numerosi; accanto ai farisei, anzi in opposizione ad essi, troviamo innanzi tutto i sadducei: corrente a carattere aristocratico quanto i farisei tendevano invece a mescolarsi al popolo e ad agire su di esso; legati al sacerdozio levitico e quindi al Tempio, mentre la pietà farisaica trovava invece piuttosto il suo centro nella Sinagoga, dove l'esercizio del culto era aperto a tutti; meno pronti ad accettare quelle innovazioni che la vita stessa imponeva e che i farisei si sforzeranno di giustificare ricercandone la base nella Scrittura stessa; più chiusi quindi di fronte a ogni cambiamento interno e nello stesso tempo più legati all'ambiente ellenistico, mentre i farisei si sforzeranno di fare della Toràh una «siepe» che circoscrivesse Israele, preservandone i caratteri particolari. Sadducei e farisei si oppongono anche su punti dottrinali importanti, quali ad esempio la risurrezione dei morti e la vita futura.

Accanto a questi due gruppi principali ne troviamo altri, fra i quali gli esseni, che gli studiosi in questi ultimi anni hanno avuto la fortuna, possiamo dire, di «incontrare» tra le rovine del «monastero» di Qumran e le grotte a strapiombo sulle rive del Mar Morto, dove vivevano, e dove ora dormono nella morte che li ha sorpresi nell'attesa del messia.

Ci sono gli zeloti, la cui fede si trova sulla punta della spada; ci sono gli erodiani.

Il giudaismo all'epoca di Cristo era tutto un fermento di tendenze religiose diverse, che si aprivano facilmente all'attesa e alla speranza messianica.

Di tutte queste correnti l'unica che abbia dimostrato di essere vitale è stata quella farisaica, che aveva imperniato — come vedremo — la sua vita sulla Toràh, mettendo così quei presupposti che le hanno permesso di sopravvivere, quando si poteva pensare che il giudaismo sarebbe caduto insieme con il Tempio. Corrente religiosa che — contrariamente alla stilizzazione che se ne è fatta, assimilandola all'ipocrisia religiosa — contiene in sé stessa autentici valori spirituali; essa non presenta un volto solo, ma in essa sussistono tendenze diverse, che vanno dal nomismo religioso alla mistica e che ha lasciato una letteratura ampia e diversificata.

Si usa dividere la letteratura giudaica del periodo post-biblico in due grandi rami, quello «halachico» (da halakhah, «norma») e quello «haggadico» (da haggadah narrazione). La prima tende a dare al pio israelita norme esatte da seguire, ed è rappresentata in massima parte dal Talmùd; la seconda tende ad edificare e a consolare, ed è rappresentata da quel genere letterario che prende il nome di midrash, cioè «indagine» del testo biblico. I più antichi testi midrashici vanno ricercati nelle traduzioni aramaiche della Bibbia (Targum) fatte ad uso liturgico.

Questa divisione bipartita a cui abbiamo accennato non tiene conto dell'abbondante letteratura apocalittica, che nel momento della grande rovina nel 70 ha avuto il compito di consolare Israele, spingendolo ad affisare lo sguardo, oltre il lutto presente, verso un tempo escatologico di ricostruzione e di redenzione. L'apocalittica tuttavia si esaurisce presto; non così la mistica, la cui presenza è viva ancor oggi in seno a Israele.

Nostro compito è qui tracciare una breve introduzione alla letteratura halachica, anzi più esattamente alla letteratura talmudica, perché le più antiche raccolte di midrash che hanno anch'esse carattere normativo, non formeranno qui oggetto di studio.

Per lo scopo che ci proponiamo, facciamo precedere a una più particolare introduzione, qualche notizia riguardante il fariseismo, le sue origini e i suoi sviluppi.


I farisei, gli scribi e la Legge.

I testi evangelici ci hanno abituato a veder menzionati accanto ai farisei anche gli scribi. Di fatto si tratta di due categorie di persone distinte, e che pur s'incontrano in un punto d'interesse comune e di fondamentale importanza : la Legge. Se gli scribi sono i teorici in materia di Legge, i farisei ne osservano scrupolosamente le applicazioni pratiche, senza con questo escludere che molti scribi potessero essere nello stesso tempo anche farisei, cioè cultori della Legge in qualità di studiosi, ed esecutori delle sue norme, come devoti.

Per conoscere l'origine degli scribi, bisogna risalire ai lontani tempi dell'esilio di Babilonia (586-539 a.C.). Quel periodo ebbe un'importanza fondamentale per Israele e ne improntò in modo duraturo lo spirito. Gli ebrei deportati in Babilonia — qualche decina di migliaia — rappresentavano la parte eletta della nazione (cfr. I Re, 24, 14-16; 25, 11-12). Essi, distrutto il Tempio, in terra straniera e perciò impura, cercano ognor più di sostituire il culto ufficiale di Gerusalemme con i soli mezzi rimasti a loro disposizione : la scrupolosa osservanza del sabato e lo studio della Legge. Si vengono così ognor più organizzando in una forma che assomiglia a quella di una comunità religiosa. Questa fu la forma che assunse lo Stato ebraico, che si ricostituì in Palestina, dopo che Ciro ebbe permesso il rimpatrio (539 a.C.).

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Pagina 11

LA LEGGE E LA TRADIZIONE



La Legge, parola di Dio. Lo sviluppo della Legge.

Con la parole Legge (Toràh) s'intende nella Bibbia il responso che davano i sacerdoti, dopo aver consultato l'oracolo divino, in questioni controverse, sia particolari che generali. La Legge è quindi la parola di Dio, che i sacerdoti trasmettono al popolo; e come tale è normativa, ma il vocabolo non presenta quell'accezione giuridica che ha assunto nelle lingue occidentali.

La Toràh è la manifestazione della volontà di Dio e quindi è il massimo dono che Dio ha fatto al Suo popolo; in essa Israele trova il suo ubi consistam, ed essa costituisce per così dire quel tessuto connettivo che fa di Israele un popolo e il popolo di Dio. La tradizione giudaica affermerà che tutte le generazioni d'Israele erano presenti al Sinai, al momento del dono della Legge; essere stati assenti in quella circostanza avrebbe significato essere scorporati dal proprio popolo, avrebbe significato non essere israelita. D'altra parte è gran merito d'Israele averla accettata, perché — secondo la tradizione — essa era stata offerta anche ai popoli, ma questi l'avevano respinta, perché condannava i vizi in mezzo ai quali essi vivevano.

Ben presto la speculazione giudaica identificò la Legge con la sapienza, lo strumento con cui Dio aveva creato il mondo; creata essa stessa da Dio, la Legge preesiste al mondo; tuttavia la sua «storia» vera e propria comincia sul Sinai, quando «le dieci parole» vengono incise sulle tavole.

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Pagina 51

I «marrani».

Anche le condizioni storiche (persecuzioni, espulsioni ecc.), che avevano portato al sorgere del fenomeno dei «marrani» (ebrei battezzati, che restavano segretamente ebrei) erano contrarie a un'affermazione del Talmùd : si tende infatti per quanto possibile a ridurre la mole delle prescrizioni esteriori, per renderne possibile l'osservanza anche da parte dei marrani.


La corrente mistica.

Intanto un'altra corrente antitalmudica prendeva corpo. I movimenti mistici sono restati in un primo momento entro i confini dell'ortodossia rabbinica, ma arrivano poi a una svalutazione del Talmùd. Ad esso non si vuole più sostituire un compendio razionale e chiaro, ma gli si oppone piuttosto l'inesauribile vitalità della Legge, nella quale ogni parola, anzi ogni lettera si può prestare a «settanta» interpretazioni, contiene cioè un numero infinito di significati riposti. Solo la mistica (cabbalàh) è capace di penetrarli, e quindi si afferma che la cabbalàh è la padrona e la Mishnàh è la serva, che nel tempo dell'esilio ha cercato di sostituirsi alla padrona (Zohar).

Gli attacchi crebbero di violenza, e nel XV secolo Qanah Abigdor mette in evidenza le assurdità contenute nel Talmùd, e addita nella sola cabbalàh il rimedio ad esse (Sepher ha-qanah, sepher ha-peliah).


Il sabbatianesimo.

La corrente mistica giudaica dopo l'esplusione degli ebrei dalla Spagna (1492) Si incanalò verso la Terra d'Israele e trovò un grande maestro in Isacco Luria (1534-72) e il suo centro a Safed in alta Galilea. Il cabbalismo rimane anche in questa fase nei limiti dell'ortodossia: al gruppo di Safed appartiene anche il talmudista Joseph Caro, che abbiamo già nominato; tuttavia, nella Terra dei padri, il cabbalismo si carica di un tale potenziale messianico che avrebbe poi portato a conseguenze che i mistici di Safed sarebbero stati gli ultimi ad attendersi. Esso sarebbe scoppiato in antinomismo assoluto. La miccia scoppiò nell'Europa orientale, dal 1665 al 1666, quando Sabbathaj Zebhj si proclamò messia e, in quanto tale, si arrogò il diritto di non osservare la Legge e quindi di peccare, perché il male doveva essere vinto con le sue stesse armi. Nel mondo rinnovato dalla presenza del messia, peccatore era chi si atteneva all'osservanza di una Legge sorpassata. Il passaggio di Sabbathaj Zebhj all'islamismo non era che la conseguenza di simili affermazioni. Le basi stesse dell'ebraismo minacciarono di essere scardinate, quando la posizione dei marrani fu eretta in ideale e Michele (Abramo) Cardoso, di famiglia portoghese marrana, che esplicò funzioni di apostolo del falso messia, poteva dire con fierezza : «Il messia è marrano come me».

Calmatasi nel giro di un anno (1665-1666) la tempesta sabbatiana, le acque non refluirono tanto presto; da essa nacquero tre correnti, vive ancora oggi, di natura diversa, ma in ciascuna di esse ritroviamo una vena di opposizione al Talmùd, opposizione tuttavia che non può dimenticare del tutto gli ultimi avvenimenti ed è portata quindi a non limitarsi soltanto alla tradizione, ma tende a coinvolgere in tale atteggiamento la Legge stessa.


Lo hassidismo.

Alla fine del XVIII secolo si sviluppa in Europa orientale un nuovo movimento mistico, lo hassidismo, che si presenta allo stesso tempo come la continuazione e l'antidoto del sabbatianesimo. Il fondatore del movimento, Rabbi Israel ben Eliezer, detto Baal Shem Tobh, oppone allo studioso del Talmùd il pio a cui, al di fuori e al di sopra di ogni studio, Dio stesso ha illuminato la mente e toccato il cuore. Si arriva a dire che è satana che induce gli uomini a dedicarsi al Talmùd, solleticando la loro superbia. Rabbi Israel diventa così il campione delle masse popolari, incapaci di studio, alle quali i talmudisti superbi arrivavano a negare la speranza della partecipazione alla vita futura. Inoltre lo hassidismo non mette più la conoscenza della Toràh al sommo della scala dei valori, ma sostituisce ad essa piuttosto il carisma, la conoscenza intuitiva di Dio, la comunicazione con Lui attraverso la preghiera.


L'illuminismo.

All'altro estremo della barricata, il movimento illuminista (haskalah) che si sviluppa in seno all'ebraismo alla fine del XVIII secolo, porta alla revisione razionalista del patrimonio tradizionale, che viene in gran parte considerato superato. Lo storicismo afferma che il Talmùd è il prodotto dei tempi e lo priva quindi di qualsiasi valore assoluto; molti precetti vengono sostituiti dalle leggi locali dei vari paesi. Si osserva (Geiger) che se perfino alcune leggi bibliche sono cadute in disuso, ciò è tanto più vero e necessario per i precetti talmudici. Sorge così il giudaismo riformato; la rinuncia da parte dei riformisti a qualsiasi pretesa sulla Palestina e a qualsiasi attesa messianica, legata a un ritorno nella terra dei padri, è rinuncia all'osservanza piena della Legge, che non può darsi fuori della Terra promessa. Già nel 1796 la comunità di Amsterdam aveva respinto il Talmùd come base dell'ebraismo; nel 1843 la «Dichiarazione dei principi» della Società riformista di Francoforte sul Meno (Verein der Reformfreunde) afferma lo sviluppo illimitato della religione ebraica, negando al Talmùd qualsiasi autorità dogmatica e normativa.

Le lotte furono violente; tuttavia il giudaismo riformista si diffuse in Europa e negli Stati Uniti, dove nel 1824 si apre il primo Tempio riformista.


Il sionismo.

Se nel movimento riformista è la rinuncia al messianesimo e all'attesa del ritorno che porta a una svalutazione del nomismo, la situazione non si presenta sostanzialmente diversa in quella terza corrente in cui si incanalò il fermento messianico, suscitato dal sabbatianesimo, e nella quale fruttificarono i germi nazionalistici che esso conteneva: il sionismo. Anche qui ritroviamo una vena antitalmudica, prova ne sia l'opposizione che esso incontra tuttora da parte di gruppi di oltranzisti, come i Neturé Qarta, fieramente avversi allo Stato d'Israele, perché — a loro avviso — in esso la vita urta quotidianamente contro le prescrizioni talmudiche, e soprattutto perché la ricostruzione di uno Stato ebraico doveva avvenire, secondo la tradizione più genuina d'Israele, al momento voluto da Dio e per opera del messia; quanto è invece avvenuto è un aver voluto forzare i tempi, degradando il risorgere d'Israele a un fatto puramente umano.

Tutte le tre correnti, le cui lontane origini vanno ricercate nel sabbatianesimo, sono vive ancor oggi e mantengono in armi — più o meno aggressive — quel fronte che si oppone al Talmùd, in modo che quel Talmùd, che si presenta sempre come l'espressione più pura del giudaismo, non regna in esso incontrastato.


NEL MONDO CRISTIANO.

Giustiniano e il Talmùd. Le dispute. L'interessamento di Clemente V.

La storia del Talmùd riflette quella del popolo ebreo.

La prima condanna al Talmùd risale a Giustiniano, che nel 553 proibì l'uso della deuterosis, o esposizione tradizionale della Scrittura (Novella 146). Ma fu solo nel Medio Evo, quando lo studio di esso si propagò in occidente, che il Talmùd fu fatto oggetto di violente polemiche e di severe condanne. Nella disputa che si tenne a Parigi nel 1240 fra Rab Jehjèl da Parigi, rappresentante degli ebrei, e Nicola Donin, ebreo battezzato rappresentante dei cristiani, la discussione verté sul Talmùd, che avrebbe contenuto enunciazioni ingiuriose contro Gesù e la Madonna e altri capi d'accusa. Malgrado la difesa, il Talmùd fu condannato ad esser bruciato. Lo stesso argomento ebbe la disputa tenuta a Barcellona nel 1263, fra Moshèh ben Nahmàn e Pablo Cristiani. Si ordinò in tale occasione la cancellazione di alcune pagine. Nella disputa di Tortosa del 1413, Geronimo da Santa Fé sostenne che le accuse che il Talmùd contiene nei riguardi degli apostati sono dirette contro i cristiani. Nel 1415 fu proibito agli ebrei lo studio del Talmùd.

Resta isolato il tentativo di Clemente V, che nel 1307, invece di condannare il libro — come lo si sollecitava a fare — istituì quattro cattedre universitarie, a Parigi, Salamanca, Bologna e Oxford, per l'insegnamento dell'ebraico, del caldeo e dell'arabo, lingue affini al talmudico, nell'intento di ottenere una traduzione dell'opera incriminata.

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Pagina 65

Capitolo Primo
DA QUANDO
(Me-κmathaj)



L'ora dello « Ascolta » di sera.

Da quando in poi si recita lo «Ascolta» (shema) di sera? Da quando i sacerdoti entrano per mangiare delle prelevazioni loro spettanti fino alla fine della prima vigilia della notte. Queste sono le parole di R.(abbi) Eliezer, mentre i dottori dicono: Fino alla mezzanotte. Rabbàn Gamlièl dice: Sino allo spuntare dell'alba. Avvenne che i suoi figli ritornarono da un banchetto e gli dissero: Non abbiamo recitato lo «Ascolta». Egli rispose loro: Se non è spuntata l'alba, siete in dovere di recitarlo. Ciò non vale soltanto per il caso nostro, ma in ogni caso in cui i dottori dissero: «Fino a mezzanotte» il precetto resta in vigore fino allo spuntare dell'alba.

L'abbruciamento del grasso (Lev., 3, 17) e delle parti (avanzate dai sacrifici presentati nel corso della giornata) può compiersi legalmente fino allo spuntare dell'alba, e tutto quanto (dei sacrifici) che deve esser mangiato entro lo stesso giorno (dell'oferta) resta legalmente permesso fino allo spuntare dell'alba. Ma se è così, allora perché dissero i dottori: «Fino alla mezzanotte»? Per allontanare l'uomo dalla trasgressione.


A che cosa si riferisce il tannaita quando insegna (al principio del nostro testo): Da quando? Inoltre: perché insegna prima: Di sera? Egli dovrebbe insegnare prima quanto riguarda il mattino! Il tannaita si riferisce al testo biblico ove si dice: «Al tuo coricarti e al tuo alzarti» (Deut., 6, 7).

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Pagina 86

Lo studio della Legge e il dolore umano. Dolore per amore di Dio. Il dolore mezzo di liberazione.

Disse Rabbà, e secondo altri Rab Hisdà: Se un uomo vede che gli capitano delle sofferenze, esamini il suo operato, secondo quanto fu detto : «Vogliamo esaminare la nostra condotta e indagare, e vogliamo tornare al Signore» (Lam., 3, 40). Se ha esaminato e non ha trovato (nulla), egli deve attribuire (le sofferenze) all'aver trascurato la Legge, secondo quanto fu detto: «Beato l'uomo che tu ammonisci, oh Signore, e lo ammaestri per mezzo della Tua Legge » (Sal., 94, 12). Se poi ha attribuito (le sofferenze all'aver trascurato la Legge), e non ha trovato (che ciò corrispondesse alla realtà), allora si tratta di sicuro di sofferenze per amore, secondo quanto fu detto : «Colui che il Signore ama, Egli lo castiga» (Pr., 3, 12).

Disse Rabbà a nome di Rab Sehoràh a nome di Rab Hunà : Ognuno in cui il Santo, Egli sia benedetto, si compiace, Egli lo colpisce a mezzo di sofferenze, come è detto: «E il Signore si compiacque in lui e lo colpì a mezzo di malattie» (Is., 53, 10). Si potrebbe supporre (che fossero sofferenze per amore) anche nel caso che non fossero state accettate come tali, ed è perciò che s'insegna: «Se egli rende sé stesso come un sacrificio per una colpa commessa» (Is., 53, 10); come il sacrificio per la colpa viene offerto volontariamente, così anche le sofferenze (possono essere considerate come espressione d'amore da parte di Dio) se volontariamente (accettate). E se le accetta (con amore), quale sarà la sua ricompensa? «Egli vedrà discendenza e vivrà a lungo» (Is., 53, 10). E non solo questo, ma quanto ha appreso diventa un possesso stabile, secondo quanto fu detto: «Le cose di cui il Signore si compiace prosperano nella sua mano» (Is., 53, 10).

A questo proposito, c'è divergenza di opinione tra R. Jaaqòb bar Idà e R. Ahà bar Haninà. Uno dice che sofferenze d'amore sono quelle che non portano con sé il trascurare lo studio della Legge, come è detto: «Beato l'uomo che Tu ammonisci, oh Signore, e lo ammaestri con la Tua Legge» (Sal., 94, 12). L'altro dice che sofferenze per amore sono quelle che non portano con sé il trascurare la preghiera, come è detto: «Benedetto Iddio che non fece cessare la mia preghiera, né la Sua carità da me» (Sal., 60, 20). Disse loro R. Abbà, figlio di R. Hijjà bar Abbà: Così disse R. Hijjà bar Abbà in nome di R. Johanàn: Le une e le altre sono sofferenze d'amore, come fu detto: «Colui che il Signore ama, lo castiga». E allora che cosa sta a indicare: «Lo ammaestri secondo la Tua Legge»? Non leggere: «Lo ammaestri», ma «Ammaestraci»; cioè: Tu ci insegni questa cosa con la Tua Legge, attraverso una deduzione a minori ad maius dalla legge concernente il dente e l'occhio: il dente e l'occhio sono parti singole del corpo umano, eppure lo schiavo riacquista la libertà a mezzo di esse, tanto più a mezzo delle sofferenze, che disfanno tutto il corpo dell'uomo (si acquista la libertà). Il che corrisponde a quanto aveva detto R. Shimòn ben Laqìsh perché fu R. Shimòn ben Laqìsh a dire: Fu detta la parola: «patto» riguardo al sale, e la stessa parola: «patto» ricorre ove si tratta di sofferenza. La parola: «patto» fu detta a proposito del sale, come sta scritto: «E non farai cessare il sale del patto del tuo Dio» (Lev., 2, 13); la stessa parola: «patto» ricorre a proposito delle sofferenze, come è scritto: «Queste sono le parole del patto » (Deut., 28, 69).

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Pagina 196

L'impaziente... paga. Le donne... tanta oche!

Così Rab Adà bar Ahabàh vide un giorno una donna samaritana che camminava per strada, avendo la testa coperta da un turbante; lui, credendo che fosse una israelita, si alzò e le portò via il turbante. Quando si seppe che si trattava di una samaritana, gli imposero una multa di 400 zuz. Egli le disse: Come ti chiami? Essa rispose: Matòn. Ed egli disse: Matòn, Matòn corrisponde a 400 zuz!

Rab Giddè: soleva andare a sedersi alle porte dell'edificio adibito ai bagni rituali e diceva loro (alle donne): L'immersione va compiuta così e così. I rabbini gli dissero: Non teme il signore l'istinto cattivo? Ed egli rispose loro: A me danno l'impressione di tante oche!


Il malocchio.

R. Johanàn usava andare a sedersi alle porte dell'edificio adibito ai bagni rituali, dicendo: Quando le figlie d'Israele risalgono e ritornano dal bagno rituale mi guardano e così hanno dei bambini belli quanto me. Allora i nostri maestri gli dissero: Non teme il signore il malocchio? Egli rispose loro: Io sono della discendenza di Giuseppe (figlio del patriarca Giacobbe), il quale non va soggetto al malocchio, secondo quanto è scritto: «Un ramo d'albero fruttifero è Giuseppe, un ramo d'albero fruttifero vicino a una sorgente» (Gen., 49, 22); a questo proposito disse R. Abbahu: Non leggere alè ajin (= «sopra una sorgente»), bensì alè ajin (= che vanno oltre al [mal]occhio). R. Josè di Haninà dedusse (il superamento del malocchio) da questo testo: «E si moltiplichino (i discendenti di Giuseppe) copiosamente sulla terra» (Gen., 48, 16); come i pesci nel mare sono coperti dall'acqua e non sono esposti al malocchio, così la discendenza di Giuseppe non è esposta al malocchio. Ma se tu preferisci potrei dire: Un occhio che non ha voluto godere di quanto non era suo non è esposto al malocchio.

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Pagina 212

Non si prega in un luogo immondo.

R. Meìr dice: Chi ha avuto una polluzione, non deve leggere nella Legge più di tre versetti. Fu insegnato inoltre: Chi sta pregando e ha visto dirimpetto a sé escrementi, deve camminare avanti fino a lasciarli dietro le spalle alla distanza di quattro cubiti. Eppure fu insegnato: Ai lati! Questa non è una difficoltà: il primo caso contempla la possibilità di procedere avanti, il secondo presuppone che ciò non sia possibile.

A proposito di chi sta pregando e nello stesso posto in cui prega trova degli escrementi, Rabbàh disse: Anche se ha mancato, la sua preghiera è valida. Rabbà gli obiettò: Eppure «Il sacrificio degli empi è di abominio!» (Pr., 21, 27). Piuttosto, così disse Rabbàh: Siccome ha peccato (ossia è empio), anche se ha pregato, la sua preghiera è abominevole.


Non si prega in stato di impurità fisica.

Insegnarono i nostri dottori: Se uno sta recitando la preghiera delle Diciotto Benedizioni ed è costretto a orinare, deve interrompere fino ad aver finito e poi torna a recitare la preghiera. Da che punto deve ricominciare? Rab Hisdà e Rab Hamnunà (discutevano); uno diceva : Deve riprendere dal principio; e l'altro diceva: Deve ricominciare dal punto in cui si è fermato. Si potrebbe dire che questa diversità di opinioni dipende da un fatto: Uno è dell'opinione che se l'interruzione è durata tanto che nel frattempo avrebbe potuto terminare tutta quanta la preghiera, deve ricominciare, mentre l'altro è dell'avviso che basta che riprenda al punto in cui ha interrotto. Rab Ashì (dice): Quanto fu detto riguarda forse la questione se si è interrotto o meno? Ma tutti son d'accordo che se si è fermato per un periodo tale che avrebbe potuto terminare tutta quanta la preghiera, deve riprendere dal principio; la divergenza di opinioni riguarda il caso che non vi sia stata interruzione. Però uno è dell'opinione che si tratta di un uomo impossibilitato e non degno di pregare in questo momento e perciò la sua preghiera non vale; l'altro è dell'opinione che era idoneo alla preghiera e la sua preghiera è valida.

Insegnarono i nostri dottori: Uno che sente il bisogno di evacuare, non deve pregare, e se ha pregato, la sua preghiera è abominevole... Disse R. Shemuèl bar Nahmanì, a nome di R. Jonatàn: Chi ha bisogno di evacuare, non deve pregare, perché sta scritto: «Disponiti per andare incontro al tuo Dio, o Israele» (Am., 4, 12).

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Pagina 262

Parabole: la ricchezza porta danno.

Disse R. Oshajà: Una parabola. Un uomo aveva una mucca magra, di cui si vedevano le ossa. Egli le fece mangiare un'erba odorosa, per cui l'animale cominciò a menare calci. Egli disse allora rivolgendosi all'animale: A che cosa è dovuto il fatto per cui tiri calci? Certamente all'erba profumata che ti ho fatto mangiare. Disse R. Hijjà bar Abbà, a nome di R. Johanàn: Una parabola: Un tale aveva un figlio, egli lo lavò, lo unse, gli diede da mangiare e da bere, gli appese al collo una borsa (di denaro) e lo fece stare all'ingresso di una casa di meretrici. Potrebbe questo figlio non peccare? Disse R. Ahà, figlio di R. Hunà di Rab Sheshet: Ecco quanto la gente soleva dire: Chi ha il ventre pieno ha una cattiva condotta, come fu detto: «Essi pascolarono, si saziarono; come si saziarono divenne superba la loro mente, perciò mi dimenticarono» (Os., 13, 6). R. Nahmàn disse: (Quanto fu detto si rileva da qui:) «Quando la tua mente s'innalza, tu dimentichi il Signore» (Deut., 8, 14). I nostri dottori dissero (che ciò) si rileva da qui: «Egli mangia, si sazia, s'ingrassa e si rivolta» (ivi, 31, 20). Se vuoi, si può rilevare da qui: «E Jeshurùn s'ingrassò e si ribellò» (ivi, 32, 15).

R. Shemuèl bar Nahmanì disse, a nome di R. Jonatàn: Da dove risulta che il Santo, Egli sia benedetto, ci ripensò e diede ragione a Mosè? Da quanto fu detto: «E io diedi loro molto argento e oro e loro l'adoperarono per Baal» (Os., 2, 10).

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Pagina 291

Regole dietetiche.

Inoltre disse Rabbà bar Shemuèl, a nome di R. Hijjà: Dopo ogni tuo pasto, mangia sale e ogni qualvolta hai bevuto, bevi acqua e così non soffrirai mai alcun danno. Fu insegnato anche da altri: Dopo ogni tuo pasto, mangia sale e, dopo aver bevuto, bevi acqua e non soffrirai alcun danno. Fu insegnato inoltre: Se uno ha mangiato qualsiasi cibo e non ha consumato sale, se uno ha bevuto una bevanda senza bere acqua, si preoccupi di giorno per il cattivo odore che gli viene dalla bocca, e di notte si preoccupi per il riscaldo.

Insegnarono i nostri dottori: Chi immerge il suo cibo nell'acqua non arriva a soffrire di male intestinale. E quanta acqua? Disse Rab Hisdà: Una coppa per un pane.

Disse R. Mari, a nome di R. Johanàn: Chi usa mangiare lenticchie una volta in trenta giorni sfugge al riscaldo, però non deve mangiarne ogni giorno. Per quale ragione? Perché ciò danneggia l'odore della bocca. Inoltre disse R. Mari, a nome di R. Johanàn : Chi usa mangiare senape una volta in trenta giorni, tiene lontano le malattie dalla sua casa, ma non deve mangiarne ogni giorno. Per quale ragione? Perché produce debolezza di cuore.

Disse Rab Hijjà bar Ashi, a nome di Rab: Chi usa mangiare piccoli pesci, evita mali intestinali, e vi è di più : piccoli pesci accrescono la sua facoltà di procreare e risanano tutto il corpo dell'uomo.

Disse R. Hamà, figlio di R. Haninà : Chi usa mangiare comino nero evita debolezza di cuore... La madre di R. Jirmejàh cuoceva per lui del pane e metteva sopra del comino, però dopo lo toglieva.


La benedizione per le erbe.

R. Jehudàh disse: (Si dica la benedizione:) «Colui che creò varie specie di erbe».

Disse R. Zerà, e c'è chi sostiene che fu a dirlo R. Hinenà bar Papà: La norma pratica non segue l'opinione di R. Jehudàh; inoltre disse R. Zerà e c'è chi sostiene che fu a dirlo R. Hinenà bar Papà: Quale fu la ragione del detto di R. Jehudàh? Dice il verso (biblico): «Lodato sia il Signore giorno per giorno» (Sal., 68, 20). Ma si loda forse il Signore solo di giorno e non pure di notte? Piuttosto ciò vuol dire: Ogni giorno rendigli le lodi che si addicono a quel dato giorno. Qualche cosa di simile vale per il caso nostro (quello concernente la benedizione per le erbe): Per ogni specie di erbe di la benedizione che conviene.

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