Copertina
Autore Fulvia Bandoli
CoautoreP. Di Siena, A. Tortorella, P. Ciofi, C. Ravaioli, G. Ferrara
Titolo Sinistra nuova Nuovo socialismo
SottotitoloIl Manifesto di Orvieto
EdizioneDedalo, Bari, 2007, Nuova Biblioteca 300 , pag. 158, cop.fle., dim. 14x21x1 cm , Isbn 978-88-220-6300-7
LettoreRiccardo Terzi, 2007
Classe politica , lavoro
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Indice

Piero Di Siena, Introduzione                                        7

I. IL SEMINARIO DI ORVIETO

Aldo Tortorella, Sui princìpi e sui valori di una nuova sinistra   21
Paolo Ciofi, Lavoro, crisi, rappresentanza                         35
Carla Ravaioli, La grande trasformazione ignorata                  45
Gianni Ferrara, La sinistra e il futuro della democrazia           55

II. IL DOCUMENTO DELLE ASSOCIAZIONI

Una sinistra nuova per un nuovo socialismo                         71

III. IL DIBATTITO

Franco Giordano, Il coraggio di un nuovo «revisionismo»            99
Fabio Mussi, Le idee non negoziabili della sinistra               105
Carla Ravaioli, Gli obiettivi di una politica nuova               113
Cesare Salvi, Un partito per il lavoro                            121
Giuseppe Chiarante, Nuovo socialismo e nuova egemonia             127
Fulvia Bandoli, Le nuove contraddizioni e la crisi della politica 133
Giovanni Russo Spena, L'innovazione della tradizione              139

IV. DISCUSSIONI

Paolo Ciofi, Socialismo e capitalismo. Risposta a Scalfari        145

 

 

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Introduzione

Piero Di Siena


Con il seminario tenutosi nel luglio del 2006 a Orvieto, promosso dall'Associazione per il rinnovamento della sinistra, da Uniti a sinistra e dall'Associazione Rossoverde, affermammo che la costituzione di un nuovo soggetto politico unitario della sinistra italiana, insomma di un partito nuovo, fosse ormai all'ordine del giorno. E che lo fosse ormai anche indipendentemente dal processo che avrebbe portato alla formazione del Partito democratico. E abbiamo lavorato perché questa prospettiva non fosse vissuta come residuale o frutto di una mera reazione alla costruzione del Partito democratico da parte di tanti che, nei Ds e fuori di essi, non si rassegnavano all'idea che fosse cancellata la principale forza di ispirazione socialista presente in Italia. Abbiamo, immediatamente e in modo fecondo, incrociato la nostra elaborazione con quella di quanti sono impegnati, insieme a Rifondazione comunista, nella costruzione della Sezione italiana della sinistra europea. Abbiamo convenuto con essi che potevano sorgere le condizioni di una forza d'ispirazione socialista dal respiro più ampio, e innovativa rispetto alle tradizioni politiche ereditate dai vecchi partiti di massa. Il documento e il dibatrito che qui proponiamo costituiscono solo una parte dei materiali - quelli già pubblicati su Critica marxista - della discussione che si è sviluppata nel corso di un anno attorno a questo lavoro.

Ora ci troviamo in una fase nuova rispetto a quella nella quale questa nostra impresa ha avuto inizio. In seguito allo sviluppo di questa discussione è nato un Forum di associazioni politiche e culturali della sinistra che intende proseguire lungo la strada che il dibattito che siamo stati in grado di suscitare ha tracciato. E il fatto che tante personalità – da Occhetto a Tortorella, da Macaluso a Cossutta, da Chiarante a Ingrao –, che negli ultimi venti anni si sono trovati fieramente contrapposti nel lungo travaglio che ha investito la sinistra italiana a partire dalla fine del Pci e dall'implosione del Psi, ora sembrano convergere su progetti di unità a sinistra, se non identici comunque simili, dimostra come veramente ci troviamo di fronte a un capitolo nuovo che deve essere scritto, più che sulla base dell'eredità del passato, su quella delle risposte da dare alle contraddizioni del tempo presente.

Ma la principale novità di questa fase è costituita soprattutto dal fatto che quello che sembrava un obiettivo di pochi è diventato nel corso di questi mesi un tema che attraversa tutte le forze della sinistra italiana. Con il compimento del processo che porta alla nascita di sinistra europea, lo spirito unitario che contraddistingue la discussione all'interno dei Comunisti italiani e dei Verdi, la formazione da parte della sinistra Ds del movimento politico Sinistra democratica, un capitolo inedito potrebbe aprirsi per tutta la sinistra italiana. La stessa Costituente socialista lanciata dallo Sdi e da quanti si richiamano alle tradizioni del Psi, pur muovendosi in una prospettiva diversa, è resa essa stessa possibile da questa aria nuova che si respira a sinistra.

Ciò non vuol dire, naturalmente, che l'obiettivo di dare vita a un nuovo partito della sinistra italiana capace insieme di unire e superare le forze politiche attualmente esistenti sia a portata di mano. È sempre più evidente infatti che, se non si realizza un rinnovamento profondo delle culture politiche e dell'agire politico, l'impresa potrebbe rivelarsi molto ardua o addirittura impossibile. Tornerebbe a prevalere uno spirito di scissione, tra sinistra radicale e sinistra moderata, tra comunisti e socialisti, frutto di contese che hanno lo sguardo rivolto al passato. Ritornerebbe a manifestarsi l'ossessione delle «due sinistre» che sta all'origine delle divisioni degli anni Novanta e che costituisce una delle cause della deriva dei Ds verso il Partito democratico. Sarebbe questa veramente la fine per la sinistra in Italia. E sarebbe, non è eccessivo affermarlo, anche un colpo durissimo per la sinistra in Europa.

Nel Vecchio Continente sia la sinistra radicale che il socialismo europeo hanno di fronte a sé nodi irrisolti e soffrono di acute incertezze sulla strada da imboccare di fronte alle sfide del nuovo secolo. A rischio è la stessa missione di civilizzazione che l'Europa dovrebbe e potrebbe svolgere di fronte all'assedio di fondamentalismi di diversa origine e natura che soffocano il mondo e di fronte al sentimento di insicurezza che la globalizzazione capitalistica produce. Sono queste tendenze che danno vita a quel razzismo e a quel populismo diffusi che costituiscono il terreno che rende possibile un forte radicamento popolare della destra europea, come viene confermato per certi aspetti dai recenti risultati delle presidenziali francesi, dalla crisi di consenso che rischia di travolgere il centrosinistra in Italia, dalle incertezze in cui Blair lascia la sinistra inglese, dall'esito problematico per la socialdemocrazia tedesca dell'esperienza di «grande coalizione». C'è comunque un ritardo che riguarda tutta la sinistra in Europa sul problema della costruzione di un centrosinistra europeo. Del resto, il fatto che questo non sia mai stato esplicitamente tematizzato a sinistra in Europa, a differenza che in Italia, dà adito a soluzioni che contribuiscono a mettere in discussione ruolo e funzione autonomi della sinistra e fanno leva sulla sua divisione. Infatti, in alcune organizzazioni di ispirazione socialista l'esigenza di un rapporto con il centro si è trasformato nel fatto che la sinistra stessa diventi una forza di centro. Il caso estremo è quello italiano della costruzione del Partito democratico, ma sia l'esperienza del New Labour di Tony Blair che della Neue Mitte di Schroeder sono state, a cavallo del passaggio di secolo, sostanziali anticipazioni di quello che sta accadendo in Italia. In Francia hanno pesato come piombo nelle ali alla corsa di Segolène Royal verso la Presidenza della Repubblica sia le divisioni a sinistra che l'improvvisazione con cui è stata avanzata l'ipotesi di una possibile intesa con il Centro di Bayrou. La «grande coalizione» in Germania soffre del fatto che essa nasce da una divisione a sinistra, per volontà sia della socialdemocrazia che della Linke, che già oggi avrebbero i numeri per governare insieme. Cosa che invece da una parte e dall'altra si esclude nettamente.

Ma questa situazione è il frutto anche del fatto che quello che resta a sinistra in Europa, rispetto alle tentazioni neocentriste di alcuni settori della socialdemocrazia, stenta a elaborare una sua autonoma strategia nella costruzione di una moderna sinistra di governo. Perché questo sia possibile è necessario che si superino antiche e nuove divisioni e ci si sottragga alle facili tentazioni del radicalismo, che ci si presenti uniti all'appuntamento con il Centro democratico. Ma serve, innanzi tutto, che il tema di un centrosinistra europeo venga posto a tutto tondo al di fuori delle alchimie della politica e delle logiche di schieramento per riferirsi a quel compromesso tra capitale e lavoro capace di ispirare un modello di sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile. Va da sé, naturalmente, che un compromesso tra capitale e lavoro è possibile solo se quest'ultimo ha una sua autonoma, unitaria, forte rappresentanza. È a ben vedere dalla rottura, inevitabile, del vecchio rapporto tra lavoro e sua rappresentanza politica e dalla difficoltà a trovarne uno nuovo che nasce l'incapacità per la sinistra di impostare a livello europeo una strategia di centrosinistra e di sfuggire al duplice pericolo di involuzione, quello rappresentato dalla deriva neocentrista e quello costituito dal rifugio nel radicalismo o nel movimentismo.

A maggior ragione quindi pensiamo che, anche in Italia, per costruire una sinistra nuova bisogna lavorare a un rinnovamento delle sue idee fondative. È a questo che ambisce contribuire la discussione che abbiamo cercato di suscitare in questi mesi. Non dimentichiamo tuttavia che c'è un'esigenza di unità politica a sinistra tra le forze attualmente esistenti che appare particolarmente urgente Se del resto essa non dovesse realizzarsi in tempi brevi, anche la possibilità di costruire una sinistra nuova potrebbe esserne compromessa. Rafforzare l'alleanza politica a sinistra è necessario soprattutto per tentare di dare equilibrio e stabilità all'azione del governo Prodi e alla coalizione di centrosinistra. Da questo punto di vista, non c'è tempo da perdere. Come dimostrano l'offensiva della Chiesa cattolica sui temi della famiglia e quella della Confindustria sulla legittimità della politica democratica, vi è una vasta azione tesa a penetrare negli strati profondi della società italiana per modellarne lo spirito pubblico. La coalizione che guida il Paese si dimostra invece ancora una volta incerta e divisa. Lo scontro che attraversa la maggioranza – dalle convivenze di fatto ai temi della laicità dello Stato e della politica, dalle pensioni ai contratti (a partire dal pubblico impiego), dalla scuola, fino all'utilizzo delle risorse provenienti dalle maggiori entrate fiscali –, dimostra che non bastano più i richiami al programma dell'Unione, o all'esito in verità evanescente dell'incontro di gennaio a Caserta, o ai dodici punti illustrati da Prodi all'indomani della crisi di governo di marzo. Sarebbe necessario un chiarimento che rinvii a un accordo di maggiore spessore politico e programmatico e faccia i conti con realismo con i rapporti di forza esistenti in Parlamento e nel Paese. In politica estera, per mesi fiore all'occhiello del governo dell'Unione, è giunto ormai il momento di verificare l'effettiva praticabilità, soprattutto per quel che riguarda l'Afghanistan, della politica di pace che il governo italiano intende perseguire e che costituisce l'unica giustificazione della presenza delle nostre truppe fuori dai confini nazionali.

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Sappiamo bene che la sinistra nel mondo non è tutta socialista, che quasi solo in Europa si è affermato quel legame tra sinistra e movimento operaio che abbiamo conosciuto nel secolo scorso e che costituisce il fondamento stesso delle idealità socialiste. E aggiungiamo che se oggi il mondo rischia di essere preda di contrapposti fondamentalismi ciò è anche il frutto del fallimento, e del deserto di valori che ne è derivato, dell'unico tentativo di universalizzazione del socialismo, quello praticato dal movimento comunista internazionale spesso attraverso scorciatoie dall'esito tragico. Anche se non bisogna dimenticare il contributo che dal suo seno, attraverso esperienze come quella del Pci, è arrivato allo sviluppo della democrazia, alla lotta al fascismo e alla liquidazione degli imperi coloniali. Ma sarebbe singolare che ora, nel momento in cui il lavoro sottoposto al dominio capitalistico ha un'estensione senza precedenti su scala mondiale, proprio in Europa, cioè nell'unico posto al mondo in cui – rinnovato nelle forme e nei contenuti – il legame tra sinistra e lavoro può essere riaffermato sul terreno dell'evoluzione di un'esperienza storica consolidata, qui esso venga reciso. Come avviene con la formazione del Partito democratico, come per qualche aspetto sin dagli anni Novanta sono stati tentati di fare importanti partiti socialisti europei. Gli stessi temi relativi alla sessualità, alla differenza di genere, al rapporto tra la vita e la morte, a quello tra sentimento religioso e senso del limite affidato a un sapere critico laicamente costruito, al superamento dei conflitti e dei pregiudizi razziali, che costituiscono le frontiere nuove dell'agire politico entro le quali costruire una nuova attribuzione di senso al rapporto tra politica e vita che appare ormai logoro e compromesso agli occhi dei più, potranno essere affrontati solo in una società resa più generosa e accogliente sul terreno della giustizia sociale, nella quale si possa evitare che uomini e donne insicuri della loro condizione materiale siano per istinto di difesa travolti da culture e sentimenti regressivi. Insomma, a un'analisi approfondita appare un'illusione concepire un socialismo dei diritti civili e umani separato da quello dei diritti sociali e della liberazione del lavoro. Per queste ragioni abbiamo concentrato la nostra attenzione, operando un rovesciamento del rapporto tra libertà e uguaglianza quale era stato concepito dai socialismi del Novecento, sulle nuove frontiere della lotta per la libertà del lavoro nell'età del capitalismo globalizzato: dal rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro all'obiettivo di un'inedita alleanza tra scienza e lavoro, alla costruzione di un nuovo modello di democrazia economica nel rapporto tra lavoro, impresa e sviluppo dei mercati finanziari. Per questo costruire una sinistra nuova è soprattutto dare rappresentanza politica al lavoro. Questa è la principale sfida per il «nuovo socialismo» che vogliamo.

Una sinistra nuova in Italia, tuttavia, non può nascere se non in rapporto a ciò che è e diventerà la sinistra in Europa. La dimensione europea, quella della sua unità politica, rappresenta del resto sia il terreno costitutivo del progetto della Sinistra europea a suo tempo lanciato da Rifondazione comunista, sia la ragione di fondo del riferimento tenuto vivo dalla Sinistra democratica al Partito del socialismo europeo. Nessuna sinistra nuova e unitaria può nascere nel nostro Paese al di fuori di un rapporto e un confronto con le grandi forze organizzate del socialismo europeo. Ma si è visto che queste non costituiscono un porto tranquillo a cui approdare o rimanere ancorati, ma un campo in cui convivono tendenze diverse e spesso attraversate dagli stessi dilemmi che sul piano dei contenuti in Italia hanno prodotto le scelte che hanno portato la maggioranza del più grande partito della sinistra al Partito democratico. Misurarsi con le forze fondamentali del socialismo europeo significa quindi partecipare al confronto e spesso alla lotta che riguarda il suo approdo. Se vogliamo far vivere le idee che abbiamo sottoposto alla discussione di questi mesi è necessario che esse si incontrino con le aspirazioni e i bisogni di tanti uomini e donne comuni, con i loro timori e i loro sogni. Perciò, mettere in rete le energie, pensare a un soggetto politico nuovo della sinistra italiana, vuol dire contribuire a costruire una grande forza di ispirazione popolare a partire da tanti nodi irrisolti nella società italiana.

Ci sono i temi relativi all'ambiente, alla pace, alla rappresentanza del lavoro. Ma come anche le difficoltà elettorali del centrosinistra dimostrano, vi è anche la necessità di conoscere a fondo le dinamiche di un Paese cambiato. Una sinistra nuova non può ad esempio continuare a ignorare il rapporto lacerato o mai stabilito tra classe operaia e sinistra politica al Nord; o che cosa sia oggi la rete dei poteri locali dell'Italia centrale, storico patrimonio della sinistra italiana, ma della cui funzione di progresso si stanno smarrendo le tracce; o in che condizioni si trova il centrosinistra nel Mezzogiorno, sul cui declino si accumulano tanti segnali inquietanti. Vi è dunque la necessità di ripensare nell'insieme alle tendenze del capitalismo italiano, come fece in un certo senso il Pci negli anni Sessanta, riflettendo in questo ambito su quale debba essere per la sinistra il rapporto tra pubblico e privato nel nostro Paese dopo un decennio di privatizzazioni, rapporto entro cui far crescere una strategia dei «beni comuni» che riguardi le risorse naturali, dall'acqua alle materie prime, ma che si estenda alle reti e alle infrastrutture, e comprenda istruzione e sanità.

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Sui princìpi e sui valori di una nuova sinistra

Aldo Tortorella


Sappiamo bene che l'oggetto di questo seminario ha un tema tanto vasto da poter apparire ingenuo. Un nuovo soggetto politico a sinistra segnato da parole generalissime e solenni come Pace, Lavoro e Libertà (la cui scelta, però, è gia un indizio) è certamente auspicato da molti ma può apparire del tutto velleitario dopo i diversi tentativi falliti degli anni trascorsi.

Due precisazioni, perciò, vanno subito fatte. La prima è che non sono stati senza risultato la volontà unitaria e i molti sforzi unitari cui abbiamo sempre partecipato. È vero che il cemento fondamentale dell'Unione è stata l'esigenza di liberare il Paese dalla deriva di destra del berlusconismo. Ma anche questa necessità avrebbe potuto essere elusa se i movimenti di massa e l'opera di tanti – tra cui anche coloro qui rappresentati – non avessero creato e argomentato una spinta unitaria.

La seconda precisazione è che non si tratta di ripetere esperienze già compiute per chiedere ad altri che si unifichino. E non si tratta neppure di dar vita ad un qualche esperimento di piccolo cabotaggio politicistico. Si riuniscono qui associazioni politico-culturali diverse per origini e per motivazioni nello sforzo di coordinare e radunare se stesse e tutte le altre associazioni o singoli che possono essere interessati da un'opera comune e organizzata per una sinistra autonoma e unitaria, forte di pensiero alternativo e di capacità di governo. È inutile dire che non c'è, in questo, alcuna volontà di primazìa, ma solo il desiderio di corrispondere come possiamo a quello che a noi sembra un compito urgente, per il quale nei partiti e fuori dei partiti già molti sembrano adoperarsi.

Per cercare di assolvere a questi compiti noi abbiamo voluto porre qui il problema dei fondamenti, delle ragioni stesse, cioè, per cui una nuova e grande sinistra ci sembra necessaria. Su questo tema molti di noi, qui e fuori di qui, cercano di lavorare da tempo. Quando proponemmo il tema, anni fa, parve un'opera superflua e ritardatrice. Parevano già pronte le opposte strade di una piena adesione al sistema economico-sociale esistente oppure la ripresa acritica delle esperienze passate. Il prezzo pagato dal Paese con l'avvento del berlusconismo dimostra che non erano le strade giuste. Il fatto stesso che le destre abbiano conquistato e mantenuto tanti voti operai e popolari rende conto di una caduta politica e culturale. Non è la stessa cosa del voto alla Dc: quello era un partito costruttore della Costituzione, con una dottrina sociale, un insediamento sindacale, un riferimento alla Resistenza. Qui, invece, c'è subalternità all'ideologia del primato del capitale e della ricchezza.

[...]

Motivazioni morali

La comprensione della forza reale del capitale e della improponibilità di posizioni novecentesche ancora in voga non solo non attenua ma rafforza una critica consapevole del modello economico-sociale capitalistico come forma di civiltà. I dati sono troppo noti per essere presentati qui. È impossibile la prosecuzione dello sviluppo così com'è ora con l'ingresso di miliardi d'individui nella medesima spirale di consumi che ha già portato al collasso della natura considerata mero oggetto. In più la contrapposizione estrema tra ricchezza e povertà, il bestiale sfruttamento del lavoro a livello globale, le frustrazioni nazionali dovute al dominio imperiale sulle risorse hanno creato una situazione insostenibile che ha avuto come unica risposta la proclamazione della guerra preventiva e infinita da parte della maggiore potenza mondiale, una guerra che, proclamata contro il terrorismo, ha avuto come esito, peraltro scontato, la sua moltiplicazione. L'idea in se stessa contraddittoria, prima che inaccettabile, dell'esportazione della democrazia con la forza si è trasformata in un bagno di sangue e serve solo a coprire il deficit di democrazia e la crisi di rappresentanza particolarmente evidente negli Stati Uniti. Non ci sarà scampo senza un nuovo ordine mondiale.

Battersi per valori alternativi a quelli delle ideologie conservatrici non significa immaginare di poterli imporre attraverso l'opera di un qualsiasi governo, e non solo perché quello attuale è a maggioranza moderata. La laicità dello Stato è innanzi tutto un valore della sinistra. La funzione di una sinistra politica dovrebbe essere quella di promuovere nella società i valori in cui crede, e di raccogliere e far propri gli impulsi che vengono dai movimenti di volta in volta impegnati autonomamente sui temi della trasformazione sociale. Non è vero che discutere del rapporto tra etica e politica è un discutere di aria fritta, dato che la politica è il regno dei rapporti di forza se non altro perché i convincimenti sono la più grande delle forze immaginabili. Noi vediamo ora che cosa abbia significato e significhi il rovesciamento di cultura rappresentato dal culto della ricchezza come valore supremo. La pace è una necessità per il genere umano, ma è anche una scelta. Il rifiuto della violenza come metodo dell'azione politica è un bisogno della convivenza ma è anche un'opzione morale. Il diritto alla resistenza contro l'aggressore ha un fondamento etico e perciò deve escludere il terrorismo, le stragi dei civili, e cioè l'adozione del metodo stesso dell'aggressore. Il terrorismo non può avere alcuna giustificazione morale proprio perché esso, ancor prima che politicamente, è eticamente un aiuto all'aggressore, al sopraffattore, all'oppressore.

Al fondo di ogni scelta di sinistra c'è una motivazione morale, un bisogno di giustizia e di libertà il cui strumento è l'uguaglianza: un bisogno che viene da una lunga storia di cultura, di cui il messaggio cristiano è certo stato un passaggio essenziale, ma non unico e non esaustivo, poiché c'è voluta l'affermazione della ragione come strumento di liberazione, l'analisi della materialità del processo storico e le idealità socialiste per dare concretezza a quelle istanze morali. La prova ultima è nell'interrogativo di Ratzinger a Mauthausen sul silenzio di Dio, interrogativo che è senz'altro l'espressione dell'angoscia di un credente ma ignora la domanda sul silenzio degli uomini, compresa tanta parte della Chiesa e compresi i professori del seminarista Ratzinger – ma non dei maestri della Rosa Bianca.

Una forza di sinistra si costruisce su un programma politico, ma questo stesso ha dietro e dentro di sé un ragionamento sulla società, sullo Stato, sulla persona umana. Lo smarrimento a sinistra sui temi della bioetica – provato anche in occasione del referendum sulla fecondazione assistita – è l'indizio di un vuoto che viene da lontano. È giusto sostenere che la legislazione ha da essere laica, non dominata da una o altra morale. Ma non può bastare. Ormai viene riproposto il tema della libertà della donna e della proprietà del suo proprio corpo. Una politica quasi tutta al maschile – anche a sinistra – spesso non sa neppure di che si parla. Non sa che c'è una reazione – o vi partecipa, senza saperlo – contro l'unica rivoluzione – quella femminile – che è venuta avanti per via di cultura, e non di obiettivi. Si ignora la scoperta che gli universali più che neutri sono espressione del sesso dominante, che bisogna fare i conti con una doppia soggettività, che l'idea stessa di eguaglianza va rielaborata come idea di eguaglianza nella differenza.

Una sinistra nuova, forte nei principi e nei valori, può agire con più consapevolezza anche negli obblighi imposti dall'immediatezza della politica. La scelta della pace, il primato sociale del lavoro, l'obiettivo della libertà pongono necessariamente l'allargamento dell'orizzonte all'Europa. Una sinistra nuova deve partecipare alla costruzione di questa entità, finora essenzialmente economica, poiché da essa potrebbe venire un contributo essenziale di fronte alla crisi attuale. Le stesse priorità interne in una scala di bisogni tutti urgenti si stabiliscono per scelte che presuppongono un'analisi di valore: sono prioritari o no i temi del precariato, della condizione lavorativa delle giovani generazioni, della scuola pubblica? Il rapporto tra politica e amministrazione, il ruolo e il funzionamento delle regioni e delle autonomie, i temi dello Stato sociale: tutti e ognuno di essi hanno bisogno di essere vissuti da sinistra con il proposito di misurarsi con i silenzi, le coperture, quando non le omertà di una politica malata. Ne ho accennato all'inizio, concludo con questo tema. Ogni proposito può essere sterile, ed è sterile, se nella pratica politica c'è l'omologazione universale. Il penoso esempio della formazione del governo, la furibonda gara per i posti in tutti i partiti è un esempio scostante.

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La grande trasformazione ignorata

Carla Ravaioli


Negli ultimi decenni la storia è andata assumendo un passo molto più veloce che in tutto il nostro passato, quello noto quanto meno. Karl Polanyi ha chiamato «la grande trasformazione» l'avvento del capitalismo industriale, sconvolgimento epocale non solo dell'economia ma di tutti i rapporti sociali e delle realtà più diverse, antefatto decisivo degli stessi accadimenti attuali, che però inizialmente toccava solo alcuni paesi europei. Oggi il mutamento, in ogni sua forma, riguarda immediatamente il mondo intero.

Leggo in questi giorni titoli come Economia sempre più globalizzata, Il mondo è davvero globale!, e simili, relativi a fusioni tra grandi soggetti economici situati gli antipodi. Ma non si tratta solo di eventi di questo rilievo. Tutti, magari senza avvedercene (come Ulrich Beck minuziosamente analizza), siamo in qualche modo globalizzati. L'automobile giapponese, la badante filippina, le fragole cilene, la maglietta cinese, il cameriere marocchino, il cantante sudafricano, le vacanze alle Bermuda, appartengono ormai alla normalità di tutti. Molti però sono colpiti da questi mutamenti in maniera meno innocua. Accade ad esempio agli addetti a settori ormai orientati all'esclusivo utilizzo di immigrati, e ai dipendenti di imprese che scelgono la «delocalizzazione» (cioe il trasferimento verso paesi che consentono una forte riduzione dei costi) o che si inseriscono nella diffusa pratica del «made in the world» (la produzione divisa in segmenti, affidati a paesi diversi e spesso lontanissimi tra loro), ovviamente con drastici tagli o totale liquidazione del personale. E così via.

[...]

Questa tra le «grandi trasformazioni» della storia presente è forse la più pericolosa ma anche potenzialmente la più rivoluzionaria. Perché lo squilibrio dell'ambiente, denunciando la pericolosità fisica del sistema socioeconomico oggi dovunque vittorioso e attivo, evidenzia l'insostenibilità del suo stesso impianto non solo operativo ma concettuale, l'assoluta illogicità dell'accumulazione, di una crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è. Aporia insanabile, di cui già scontiamo le conseguenze non solo sul piano fisico, tra devastazioni e scarsità, ma anche sul piano del vivere civile e sociale: inquinato dalla pianificata fabbricazione di una qualità umana omogenea alla stessa illogicità che fonda il sistema economico, mediante l'aumento forzoso e insensato di produzione e consumo sempre più separati dall'utile, sostenuti dall'induzione sistematica e onnipervasiva di valori funzionali appunto ai processi di accumulazione. Valori univocamente orientati ad acquisizione, possesso, reddito, centrati sull'individualismo più cinico e spregiudicato, sulla mercificazione di ogni cosa e di ogni rapporto, sulla corruzione generalizzata. L'economia della truffa intitolava il suo ultimo libro Galbraith, grande vecchio che vedeva lontano.


Il patto scaduto

Ma la valenza rivoluzionaria cui accennavo sta soprattutto nel fatto che non solo con la sua pericolosità ecologica, ma anche su un altro versante, per certi aspetti ancor più decisivo, il capitalismo vittorioso smentisce oggi la sua proclamata positività sociale. Perché, se è vero che per un lungo periodo la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica ha determinato nei paesi industrializzati un progressivo miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici, è altrettanto vero che oggi il processo sembra funzionare sempre peggio e sempre meno. Già lo accennavo: mentre il Pil poco o tanto continua ad aumentare, aumentano disoccupazione, precarietà, sempre più brutale sfruttamento del lavoro, i ricchi si fanno più ricchi, i poveri più poveri. Il tacito patto che per gran tempo ha fondato lo sviluppo, affidando al capitale la produzione della ricchezza e alle organizzazioni del lavoro una sua in qualche misura meno iniqua distribuzione, appare ormai scaduto. L'accumulazione, perno e motore della grande macchina capitalistica, oggi produce solo danni.

Ma ciò che davvero stupisce in questo ampio molteplice e contraddittorio panorama di grandi e continue trasformazioni (sulle quali esiste d'altronde una vasta letteratura, firmata da studiosi di tutto rispetto e largamente nota) è il sostanziale silenzio della politica. La quale in pratica continua a muoversi secondo regole e obiettivi immutati, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Le destre, si può obiettare, fanno il loro mestiere di difendere l'ordine dato, e di occultarne le difficoltà. Ma per le sinistre, specie quelle su posizioni radicali, il mutamento dovrebbe oggi imporsi come oggetto obbligato di analisi e di domande cruciali: sul perché il capitalismo neoliberistico ha conquistato il mondo, ciò che non basta l'implosione dell'Urss a spiegare; e sul reale stato di salute del sistema, che molti ( Chomsky, Gorz, Wallerstein, Severino, Shiva, Bello, Foster, per fare soltanto qualche nome) non danno affatto per eccellente; e sulla possibilità di muovere proprio dal complesso mutamento in corso, e dalle tante contraddizioni, crescenti disuguaglianze, insostenibilità e rischi ad esso connessi, per farne punto di partenza verso un possibile percorso alla ricerca dell'auspicato «mondo diverso».

Nulla del genere è alle viste, e non solo in Italia. Le grandi trasformazioni oggi in atto e le domande che ne derivano non trovano rappresentazione alcuna nella politica. Gran parte delle forze che si dicono di sinistra appaiono addirittura prigioniere delle idee della destra: crescita, pil, produttività, competitività, sono le parole d'ordine da ogni parte ossessivamente ripetute, fino a imporsi come verità di fede; ma anche tra le sinistre antagoniste non pochi continuano a invocare sviluppo, vale a dire, oggi, crescita, non importa quale e perché. Il rischio ambientale, questa sempre più temibile minaccia incombente sull'umanità, viene di fatto ignorato dalla grande maggioranza del mondo politico, non solo di destra, o al massimo identificato con la necessità di reperire energie sostitutive del petrolio, non già al fine di inquinare meno, ma – come in tutte lettere ha dichiarato Bush – di garantire la continuità dell'attuale produzione in crescita esponenziale. E anche dove l'attenzione va oltre il piccolo riformismo ecologico (rifiuti, depuratori, domeniche a piedi, e simili), e ci si impegna in battaglie su temi indubbiamente importanti, come beni comuni o energie rinnovabili, raramente si coglie la consapevolezza che solo un cambiamento radicale, una rottura di paradigma, una netta discontinuità storica e culturale, a cominciare dalla rimessa in causa dell'accumulazione, possono tentare di arrestare lo sconvolgimento dell'ecosfera.

Poi, certo, le sinistre – quale più, quale meno – si battono per minore iniquità, meno precarietà, pensioni e salari più decenti, più Stato sociale, ecc. Trascurando però il fatto che precarietà, crescenti disuguaglianze e sfruttamento sempre più esoso del lavoro, sono proprio gli strumenti vincenti nella grande guerra dei mercati internazionali; che la solidarietà, principio base dello Stato sociale, si colloca in netta e insuperabile contraddizione con l'auspicata (da tutti) competitività; che oggi ogni impresa nazionale è inserita nel mercato mondiale, e con le sue regole di trova obbligatoriamente a fare i conti; che non è (non sempre, non solo) per malvagità che il padrone trasferisce la sua fabbrica in Romania o in Thailandia.


Problemi sovranazionali

La globalizzazione è una realtà, riguarda tutti, e non la si può ignorare. Tanto più che non pochi dei più importanti problemi d'oggi – la crisi ecologica, il terrorismo, le migrazioni, la guerra, le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo – sono per loro stessa natura sovranazionali, e solo a livello sovranazionale potranno, forse, trovare soluzione. Ma anche tutti gli altri problemi difficilmente possono essere affrontati trascurando il confronto sia con situazioni analoghe presenti in paesi stranieri, sia con i grandi fenomeni sovranazionali, ognuno dei quali ha una sua ricaduta all'interno dei singoli paesi. È vero, certo, che un'amministrazione corretta, lucidamente impegnata a difendere gli strati sociali più deboli, può in qualche misura controllare la situazione nazionale e correggerne le storture peggiori, ma sempre meno temo sia possibile trovare a questo livello soluzioni decisive.

A volte mi domando come possa la politica, non solo di sinistra, ignorare questa enorme massa di problemi che preme. E mi vien fatto di pensare che sia proprio la tremenda magnitudine del mutamento a sgomentare ogni tentativo di risposta. Soprattutto in una situazione di preminenza mondiale di una sola potenza, gli Stati Uniti d'America, impegnati non a risolvere, ma a sfruttare per fini propri contraddizioni e iniquità. Questa considerazione comunque non assolve nessuno, e non elimina, anzi accentua, la necessità di guardare in faccia, per tremende che siano, le questioni incombenti. A partire però dalla presa d'atto di una realtà di fronte alla quale (innanzi tutto per via della qualità sovranazionale di gran parte dei problemi in questione, ma non soltanto) i singoli paesi sono di fatto impotenti.

Forse solo l'Europa sarebbe in grado di farsi carico di un compito come questo. L'Europa, certo colpevole di tremendi misfatti, dal colonialismo alla Shoah, ma anche culla di una delle più raffinate culture umane; l'Europa patria dell'illuminismo e dei diritti di cittadinanza; l'Europa che ha dato vita al capitalismo, ma l'ha poi data anche al socialismo, allo Stato sociale, al pacifismo. L'Europa che è anche una grande potenza, la sola in condizioni non già di contrapporsi agli Usa (che sarebbe insensato quanto inutile) ma di prendere le distanze dal loro modello prepotentemente imposto al mondo, per tentare di mettere a fuoco un impianto socioeconomico diverso da quello oggi imperante, per mille versi sempre più rovinoso. È vero che l'Europa attuale, ancora gravata da gretti nazionalismi, soffocata da una gigantesca macchina burocratica, supinamente adagiata sul modello neoliberista, appare, ahimé, lontanissima da prospettive di questo respiro. Ed è proprio muovendo dalla critica di questa situazione, e dalla speranza di superarla, che un significativo gruppo di sinistre europee è confluito di recente in un organismo unico, la Sinistra europea (Se).

Si vuole dare vita a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana. Io credo che per essere davvero un soggetto nuovo, cioè diverso dai tanti che affollano più o meno inutilmente la nostra scena pubblica, si dovrebbe cominciare appunto a confrontarsi con le tante grandi questioni di cui (necessariamente solo per brevi cenni) mi sono occupata, e tentare di imporli all'attenzione e all'impegno dell'intera Europa, anche in collaborazione con la Se. Secondo me sarebbe un buon inizio.

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Una sinistra nuova per un nuovo socialismo

Documento dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra, dell'Associazione Rossoverde e di Uniti a sinistra


1. La necessità del cambiamento

Il sorgere del nuovo millennio ha visto la piena affermazione su scala mondiale del modello capitalistico che ha dimostrato, così come aveva previsto 150 anni fa il Manifesto di Marx ed Engels, le profonde radici della sua forza e il carattere espansivo della propria concezione dei rapporti umani. Ma nel momento stesso del suo trionfo emergono i suoi limiti intrinseci, e dunque la sua incapacità a dominare le contraddizioni che esso stesso genera. Da ciò vengono i rischi gravi che incombono oggi sull'umanità.

1a. Superamento d'ogni limite nella rottura dell'equilibrio ambientale e spreco insensato di risorse si accompagnano alle disuguaglianze paurose tra le diverse aree del pianeta, tra le classi, tra i sessi, tra le generazioni. Si moltiplicano drammatiche frustrazioni nazionali e sociali. Rinascono contrapposti fondamentalismi, si minaccia lo scontro tra le civiltà, una guerra senza fine è stata proclamata, crescono le spese per gli armamenti, gli arsenali nucleari sono pieni, in molti continenti si combattono dimenticate e feroci guerre locali, nasce un nuovo terrorismo globale. La democrazia, già limitata dal peso del denaro, conosce una sempre più grave crisi della rappresentanza, a partire dalla rappresentanza del lavoro, restrizioni e minacce sempre più estese. Ma tali rischi sono anche sfide, grandi problemi da affrontare e da risolvere.

1b. Il capitale dell'età della globalizzazione assoggetta a sé tutte le attività, tutti gli spazi e tutti i beni una volta considerati comuni in un gigantesco processo di subordinazione e svalorizzazione del lavoro. È il massimo dello sfruttamento e dell'alienazione. A una delle più grandi ondate di innovazione scientifica e tecnologica della storia, che potrebbe consentire di dare soluzione ai principali problemi dell'umanità e che invece è sospinta dai grandi poteri finanziari verso obiettivi di massimizzazione del proprio profitto, corrisponde la persistenza di un assetto sociale che ci costringe a convivere con la povertà e la fame, con la paura e l'insicurezza, con la distruzione sistematica della natura. L'estensione a vaste aree del pianeta del modello industriale neoliberista ha portato a un drammatico squilibrio ambientale mai conosciuto prima. All'arbitrio del capitale corrisponde la mancanza di libertà per miliardi di persone nel mondo.

1c. Si è diffusa e si diffonde la consapevolezza che così non si può andare avanti. Non può esistere una crescita infinita in un mondo finito. Una tale concezione dello sviluppo mostra di essere insostenibile, e dunque da respingere e da superare. Nascono movimenti animati dalla speranza e dalla volontà di cambiare il mondo mentre la maggior parte della vecchia sinistra vi ha rinunciato considerando la critica all'attuale sistema economico-sociale un errore e un impaccio alle possibilità di governo, ritenuto l'unico scopo della politica. Si completa così il destino della sinistra novecentesca che pure ha compiuto tra mille scontri e lotte intestine, e tra tanti terribili errori, una grande opera per il progresso civile e sociale del genere umano.

1d. È perciò che nasce la necessità di una sinistra nuova nei fondamenti analitici, nei princìpi ispiratori, nella pratica politica. Una sinistra capace di influenzare l'evoluzione dello spirito pubblico e di parlare a vasti settori della società, e insieme dotata di pensiero critico e alternativo capace di proporsi e di affrontare i temi del governo, inteso come uno degli strumenti del suo progetto di trasformazione dei rapporti sociali e delle più generali relazioni umane.


2. Un nuovo principio di libertà

La sinistra del XXI secolo deve essere radicata nel principio della libertà come fondamento delle scelte di giustizia e solidarietà umana. La sinistra è nata nella lotta contro lo schiavismo, contro l'oppressione, contro lo sfruttamento, per libertà di ciascuno e di tutti. L'attuazione dell'uguaglianza, quella giuridica che quella di fatto, doveva essere la base di un processo di liberazione e di libertà. Dalla mancata realizzazione di questo principio sono venuti i drammi e infine il crollo delle esperienze iniziate con la rivoluzione russa dominata dall'idea dell'onnipotenza della politica e del potere, nata nel nome della democrazia diretta ma minata dal rifiuto del pluralismo e della rappresentanza plurale.

2a. Il fine della libertà di ognuna e di ognuno dà senso alla lotta per la giustizia sociale e per una nuova concezione della uguaglianza, fondata sul riconoscimento della differenza tra i sessi. L'uguaglianza nella diversità respinge ogni discriminazione e promuove il rispetto reciproco tra le culture. Solo su queste basi diventa coerente la lotta per l'inveramento della democrazia oltre i confini attuali. Solo con la realizzazione sempre più ampia della libertà di donne e uomini è possibile trovare le risorse per affrontare le sfide del tempo presente.


3. La libertà solidale e l'uguaglianza

La idea della piena libertà di ogni individuo è l'esatto contrario dell'individualismo esaltato dal neoliberismo che sfocia nel contrario della libertà: la tendenza alla massificazione, la riduzione al minimo della libertà dei più deboli, l'arbitrio dei più forti, la violenza morale e materiale. La riduzione delle persone – delle lavoratrici e dei lavoratori – a merce è il coronamento di questa concezione.

3a. Il neoliberismo concepisce l'individuo come un essere in lotta contro tutti gli altri e lo forma dentro tale ideologia, che è profondamente maschilista e violenta. Vi è in tutto questo l'origine della vittoria del modello dominante perché seleziona i più aggressivi e perché anche l'illusione della libertà è meglio della certezza della tirannide. Ma vi è qui anche la causa della contraddittorietà del sistema, poiché la via della competizione e della sopraffazione ha al suo termine i peggiori disastri.

3b. C'è un'altra via per la libertà in cui l'individuo è parte della società e centro di relazioni fin dal suo venire al mondo. La sua libertà è tanto più grande, quanto più si allontana dalla tendenza alla sopraffazione dell'altro. Libertà e uguaglianza non vivono senza il principio della fraternità, cioè senza una concezione che sostenga e promuova la consapevolezza della comune appartenenza alla natura e la solidarietà tra tutti gli umani, al di sopra di ogni barriera etnica, religiosa, ideologica con l'unica discriminante verso chi pratica il principio dell'assoggettamento. In questo senso è essenziale l'affermazione della non-violenza come criterio dell'agire politico.

3c. Determinante per costituire una nuova idea di libertà è il pensiero femminile, che ha svelato i princìpi patriarcali e maschili con i quali si è costruito un modello d'incivilimento e ha messo a nudo una concezione di libertà che nega l'autonoma soggettività della donna. L'affermazione della duplicità del soggetto reca con sé un'altra immagine del mondo, dalle profonde conseguenze in ogni campo. La reazione più o meno irrazionale contro il nuovo protagonismo femminile, è assai spesso esasperata e ripropone forme antiche di violenza. Una sinistra nuova ha il dovere di avvertire come propri fondamenti i temi posti dalla rivoluzione femminile.

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12. Il nuovo socialismo

È tutto questo che chiamiamo «nuovo socialismo». Nuovo perché muove non dagli orientamenti tracciati nel secolo scorso pur traendo insegnamento dai loro successi, dalla loro crisi e dalle loro sconfitte, ma muove dai problemi di fondo dell'epoca attuale, dagli interrogativi inediti che stanno di fronte all'umanità. Socialismo perché il suo radicamento sta nel mondo del lavoro e nelle sue trasformazioni, perché l'aspirazione che l'alimenta sta nella sua liberazione. Nuovo perché sua è la scoperta che è la libertà a essere fondamento dell'uguaglianza e della giustizia, e che libertà e uguaglianza o si inverano a vicenda o non hanno ragione di esistere.

«Nuovo socialismo» significa anche, quindi, tornare a pensare come possibile la transizione da un ordine sociale a un altro. In gran parte della sinistra attuale, che si dice riformista e si muove dentro i confini segnati dalla rivoluzione neoconservatrice, abita la convinzione che un cambiamento dell'ordine sociale esistente è ormai non solo fuori dall'orizzonte storico del tempo presente ma non è nemmeno pensabile in astratto. Se la sinistra vuole darsi un futuro e un fondamento per il presente deve rompere questo pregiudizio e rielaborare dalle fondamenta l'idea stessa della transizione.

12a. A tale scopo non servono le idee di riforma e rivoluzione praticate nel secolo scorso. Si tratta di pensare al cambiamento non come a una necessità inscritta nel corso delle cose ma come a una possibilità presente nel processo storico, liberamente scelta da uomini e donne associati tra di loro. E di pensare a una funzione delle idee di giustizia e uguaglianza nate dal socialismo che sia fonte di comportamenti pubblici qui e ora, a uno sviluppo inedito in estensione e in profondità della democrazia, all'assunzione del principio della non-violenza quale via maestra di un possibile superamento delle paurose contraddizioni dovute all'assetto capitalistico. Nella concezione di un nuovo socialismo questo superamento non significa il rifiuto del mercato, il diniego della proprietà, il passaggio alla statizzazione del sistema di produzione e di scambio, ma, al contrario, promozione delle imprese sociali, pieno spazio alla creatività di ciascuna e ciascuno, lotta contro il potere burocratico nelle grandi imprese a proprietà diffusa, centralità della persona, cioè del lavoro, nell'organizzazione economica e dunque programmazione democratica degli investimenti per l'orientamento del mercato a fini ecologici e di promozione umana, pieno riconoscimento dei meriti ma lotta contro lo sfruttamento e contro le abissali disparità di reddito.

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Le idee non negoziabili della sinistra

Fabio Mussi


Ho accolto volentieri l'invito a partecipare alla discussione sul documento delle tre associazioni perché esso mi sembra concordare in molte scelte di fondo con quello che la sinistra Ds ha posto alla base del suo recente incontro nazionale e della sua attuale attività. La ricerca attorno a un socialismo futuro incomincia ormai a creare opinioni comuni e a entrare nel circolo delle idee diffuse: non si tratta più del pullulare di posizioni da parte di piccole forze, magari generose, ma che si considerano vocate alla minorità. Avanza, cioè, la ricerca di una piattaforma consistente ideale e politica intorno al socialismo futuro perché avanza il bisogno di cambiamento sociale. Si avverte che l'ideologia divenuta dominante sul finire del secolo scorso non fornisce risposte capaci di affrontare gli interrogativi e i drammi proposti dalla condizione attuale del mondo. L'immagine di uno scontato e tranquillo dominio del capitale finanziario non trova riscontro nella realtà, anzi appare oramai sempre più appannata e insostenibile.


Specie a rischio

Quando Marx lanciava il suo appello all'unità di tutti i proletari, il proletariato industriale era piccola minoranza nel mondo, limitato com'era ai pochi paesi economicamente più sviluppati di quella seconda metà dell'Ottocento. Oggi l'estensione del lavoro salariato, inteso senza l'antica contrapposizione tra lavoro manuale e intellettuale, ha acquistato una dimensione enorme, mai vista prima. Mai come ora il capitale ha ridotto alla condizione di pura merce questo insieme del lavoro salariato manuale e intellettuale divenuto di proporzioni gigantesche. Idee come queste non sono più classificabili come suggestioni stravaganti di qualche studioso e di qualche gruppo minore, animato da spirito estremistico. Esse hanno costituito la trama di molti discorsi al recente congresso del partito socialista europeo. Jacques Delors in quel congresso ha detto: «Le stesse conquiste del modello sociale europeo sono rimesse in discussione e sfidate da una parte dalla globalizzazione e dalla innovazione tecnologica, e dall'altra dallo squilibrio che si è creato a favore delle forze del capitale e a spese delle forze del lavoro essendo divenuti i salariati la variabile di aggiustamento della mondializzazione». In italiano avremmo detto «variabile dipendente»: ma il concetto è lo stesso. Ero in quel congresso, e posso testimoniare che concetti come questo venivano applauditi con il più grande entusiasmo. Se si hanno in testa concetti come questi non si resta stupiti dai fischi a Mirafiori e forse li si previene.

D'altronde è sotto i nostri occhi la realtà di un mondo in cui ci sono miliardi di affamati, un affollamento urbano macroscopico con città sterminate sempre meno vivibili per i più, il progressivo esaurimento delle fonti di energia non rinnovabile, la modificazione del clima che fa temere il peggio. Si dice che la natura è a rischio. Ma il pianeta continuerà a girare indifferentemente se lo abita l'una o l'altra specie vivente o se non ve ne è nessuna. È a rischio l'umanità se non pensa all'ambiente naturale che è il solo in cui può vivere. Il problema di oggi è se garantiamo o no un futuro alla nostra specie. C'è una straordinaria opportunità nella globalizzazione. Ma noi dobbiamo ricordarci che molte civiltà si sono estinte perché non hanno saputo governare i problemi che esse stesse avevano creato. È perciò che nasce il bisogno di cambiamento.

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