Copertina
Autore Roland Barthes
Titolo Variazioni sulla scrittura seguite da Il piacere del testo
EdizioneEinaudi, Torino, 1999, Biblioteca 57 , Isbn 978-88-06-13268-2
OriginaleVariations sur l'écriture [1994], Le plaisir du texte [1973]
CuratoreCarlo Ossola
TraduttoreCarlo Ossola, Lidia Lonzi
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe scienze sociali , linguistica , semiotica , libri , scrittura-lettura
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Indice


p. IX  Lo strumento sottile
       di Carlo Ossola
XXVII  Elenco dellle illustrazioni


       Variazioni sulla scrittura
       seguite da
       Il piacere del testo


       Variazioni sulla scrittura


   6      Riferimenti

       I. Illusioni

  10      Nascondere
  12      Ordinamento
  13      Comunicazione
  14      Controtempo
  16      Funzioni
  17      Indizio
  19      Mutazioni
  19      Orale/scritto
  22      Origine
  24      Persona
  24      Saperi
  26      Trascrizioni

      II. Sistema

  27      Alfabeti
  29      Illeggibile
  30      Invenzione
  30      Lettere
  32      Maiuscola
  32      Mapping
  33      Memoria
  34      Nastro
  35      Sistematica
  37      Tesi
  38      Tipologia

     III. Punto di mira

  40      Astronomia
  40      Economia
  42      Scrittura
  43      Macchina da scrivere
  44      Potere
  46      Prezzo
  47      Professione
  47      Firma
  48      Sociale
  49      Tachigrafia

     IV.  Diletto

  51      Copia
  52      Corpo
  55      Colore
  56      Corsività
  56      Ductus
  58      Infinito
  59      Inscrizione
  60      Lettura
  61      Legature
  62      Mano
  64      Materia
  66      Muro
  66      Protocolli
  67      Ritmo
  67      Semiografia
  68      Supporto
  69      Vettorialità
  70      Vocale

  71      Bibliografia
  72      Indice tematico

       Illustrazioni


       Il piacere del testo


  75      Affermazione
  75      Babele
  76      Balbettio
  77      Bordi
  83      Brio
  83      Scissione
  84      Comunità
  85      Corpo
  86      Commento
  87      Deriva
  88      Dire
  90      Destra
  91      Scambio
  92      Ascolto
  92      Emozione
  93      Noia
  93      Rovescio
  93      Esattezza
  94      Feticcio
  95      Guerra
  99      Immaginari
 101      Inter-testo
 102      Isotropo
 102      Lingua
 103      Lettura
 I03      Mandarinato
 104      Moderno
 108      Nichilismo
 108      Nominazione
 110      Oscurantismo
 110      Edipo
 111      Paura
 112      Frase
 114      Piacere
 115      Politico
 115      Quotidiano
 116      Ricupero
 117      Rappresentazione
 119      Resistenze
 121      Sogno
 121      Scienza
 122      Significanza
 122      Soggetto
 124      Teoria
 125      Valore
 126      Voce
 128      Indice tematico

 129   Indice sinottico

       Repertorio
 135      Biografia di Roland Bartbes
 139      Bibliografia 1942-1980
 141      Traduzioni italiane


 

 

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Pagina 3

Variazioni sulla scrittura


Il primo oggetto che ho incontrato nel mio lavoro passato è stata la scrittura; ma intendevo allora il termine in senso metaforico: era per me una varietà dello stile letterario, la sua versione in certo modo collettiva, l'insieme dei tratti di linguaggio attraverso i quali uno scrittore assume la responsabilità storica della propria forma e si collega con il suo lavoro sulla parola a una determinata ideologia del linguaggio. Oggi, vent'anni più tardi, per una sorta di risalita al corporeo, è verso l'aspetto «manuale» del termine che vorrei avviarmi, è l'impennatura [« scription »] (l'atto muscolare d'articolare scrittura, di tracciare delle lettere) che mi interessa: quel gesto con il quale la mano impugna uno strumento - punzone, calamo, penna -, l'appoggia su una superficie, vi avanza premendo o carezzando, e traccia forme regolari, ricorrenti, ritmate (non occorre dir di piú: non si parla necessariamente di «segni»). Del gesto dunque si tratterà qui, e non delle accezioni metaforiche del termine «scrittura»; e non si parlerà che della scrittura manoscritta, quella che implica il tracciato della mano.

[...]

Il corpo di questi nodi di domande non ha dunque valore dimostrativo, ma è pur tuttavia impregnato di un qualche senso: esso indica che la scrittura, storicamente, è un'attività continuamente contradditoria, articolata su una duplice istanza: per una parte è un oggetto strettamente mercantile, uno strumento di potere e di segregazione, intinto nel fondo piú crudo delle società; e dall'altra, è una pratica di godimento, legata alle profondità pulsionali del corpo e alle produzioni piú sottili, e piú felicemente riuscite dell'arte. Ecco la trama del testo scrittorio. Non ho fatto qui che disporre, dispiegare le fila. A ciascuno ora il proprio ordito.

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Pagina 6

Riferimenti.

Ecco intanto le articolazioni sommarie di una storia della scrittura: l'allinearsi cronologico di alcuni momenti di apparizione o di mutazione, senza dimenticare tuttavia che ogni cronologia essendo classificatoria (insieme selezione e ordinamento), essa comporta ab ovo un certo effetto mitologico: nello specifico (poiché si tratta del nostro sapere, quello di noi uomini del moderno Occidente) il ricorso a uno schema lineare, stemmatico, che fa «discendere» le «scritture» le une dalle altre, secondo il modulo della filiazione e dell'evoluzione.

1) Grafismi, incisioni ritmate sulle pareti di caverne preistoriche, sono attestati alla fine del Musteriano e si manifestano con abbondanza intorno a 35000 anni prima della nostra era.

2) La scrittura propriamente detta (scrittura lineare) è attestata in Mesopotamia 35000 anni a.C., vale a dire 2500 anni dopo l'apparizione dei primi villaggi nella società umana. Questa scrittura (cuneiforme), praticata dai Sumeri, poi dagli Accadi (Assiri e Babilonesi) è stata in vigore sino all'era cristiana.

3) I piú antichi monumenti della scrittura egizia (geroglifica) risalgono all'inizio del secondo millennio precedente la nostra era.

4) Nel corso di quello stesso millennio (verso il 1700 a.C.) è attestata una scrittura cinese (testi divinatori tracciati su scaglie di tartaruga).

5) Il primo alfabeto (di tipo consonantico) è fenicio (scribi di Ugarit, XIV secolo a.C.). Da quell'alfabeto discende una cospicua serie di alfabeti posteriori, tra i quali: l'aramaico (e da esso l'ebraico, il nabateo, l'arabo, il sanscrito) e il greco (e da esso l'etrusco, il latino, il cirillico).

6) L'alfabeto greco è stato attinto da quello fenicio, intorno all'VIII secolo a.C. La sua originalità consiste nell'inclusione regolare delle vocali nell'alfabeto.

7) All'altezza del IV secolo a.C., in Cina e in Grecia appaiono due fenomeni concomitanti: da una parte si assiste alla unificazione delle scritture regionali (in Cina si ha unificazione imperiale, centralizzazione politica, progresso dello Stato; in Grecia, a Atene, si ha unificazione della scrittura a partire dall'alfabeto di Mileto, detto ionico); dall'altra compare, in Cina e in Grecia, una scrittura corsiva.

8) Al volgere del I secolo d.C. appare in Cina la carta e la pergamena in Asia Minore.

9) Nel III secolo d.C. una grande rivoluzione modifica il supporto di scrittura: si passa dal rotolo di papiro (rotulus, volumen) al fascicolo di fogli (codex).

10) In Occidente, dal VI secolo, la riproduzione manoscritta dei testi è assicurata da vere e proprie officine di copisti (scriptoria).

11) Nel X secolo, le prime cifre arabe sono introdotte in Occidente (si diffonderanno nel XIII secolo e trionferanno nel XV); alla stessa epoca arriva, dalla Cina, la carta.

12) La penna (d'uccello) era apparsa nel VII secolo d.C.; l'uso del calamo (punta di canna) dispare verso il XII secolo.

13) Lo zero comincia ad essere usato nella numerazione nel XII secolo.

14) Nel XIV secolo ogni parola è tracciata senza piú levar la penna.

15) Le principali scritture latine (per l'antichità e il Medioevo) sono state le seguenti:

- "la maiuscola" (I-II secolo) dalle forme massicce;

- "la scrittura comune classica" (corsiva) (I-II secolo);

- "l'onciale" (III secolo), nella quale le linee curve predominano;

- la minuscola carolina (VIII secolo), elegante e chiara;

- "la scrittura spezzata o gotica", scrittura della Rinascita del XII secolo, scrittura delle Università, in vigore in tutta la Cristianità;

- "la scrittura umanistica", scrittura italiana del XV secolo (è una scrittura rotonda e inclinata); essa è all'origine del nostro corsivo a stampa.

16) In Cina, alla fine del VII secolo, già si provò l'impressione di caratteri su carta fine. In Europa le prime impressioni xilografiche datano del 1420 circa; l'olandese Coster fa uso di caratteri mobili, a rilievo inchiostrato. L'officina di Gutenberg entrerà in funzione a Magonza e a Strasburgo alla metà del XV secolo. I caratteri, dapprima gotici, sono romanizzati da Nicolas Jensen, stabilitosi a Venezia verso il 1470. Nel XVI secolo, verso il 1540, Claude Garamond crea i caratteri Romani dell'Università e i Greci del Re.

17) Puntuazione e accenti si affermano nel XVI secolo.

18) Nel Cinquecento, la scrittura manoscritta è lassa: rapida e personale. All'inizio del Seicento, in Francia, ad imitazione del modello della tipografia e seguendo la moda italiana (scrittura umanistica), il ductus manoscritto è regolarizzato e mira a un certo universalismo. La Compagnia dei Maestri scrivani esercita una scrittura ufficiale; Colbert accorda la sua protezione ai calligrafi [alle «belles mains»].

19) Viene creata in Francia, nel XVIII secolo, un'Accademia di scrittura, che sparirà poi, assieme alle corporazioni di artigiani, con l'avvento della Rivoluzione.

20) La penna metallica fa la sua apparizione nel XIX secolo.

21) La macchina da scrivere, inventata nel 1714, e perfezionata nel XIX secolo, è entrata nell'uso corrente dal 1875.

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Pagina 10

I.
Illusioni

Nascondere.

Ci sono dei linguisti che s'attengono con aggressività alla sola funzione comunicativa del linguaggio: il linguaggio serve appunto a comunicare. Stesso pregiudizio alligna presso gli archeologi, e gli storici della scrittura: la scrittura, ecco, serve a trasmettere. Eppure costoro sono costretti ad ammettere che, con assoluta certezza, la scrittura è sovente (o sempre?) servita a nascondere ciò che le era affidato. Se la pittografia è un sistema semplice, e particolarmente chiaro, quando poi si passa a un sistema difficile, complesso, astratto, distribuito su numerosi registri di grafismi, sovente al limite del decifrabile, l'ideogramma cuneiforme allora è davvero proprio la leggibilità che gli scribi sumeri hanno sacrificato, a vantaggio di una certa opacità grafica. La crittografia sarebbe dunque la vocazione stessa della scrittura. L'illeggibilità, lungi dall'essere lo stadio difettivo, o mostruoso, del sistema scrittorio, ne sarebbe al contrario la verità propria (l'essenza di una pratica al suo limite estremo forse, non al suo centro). Le ragioni di tale occultamento possono essere molteplici, diverse a seconda dei luoghi e delle epoche: ragioni religiose se si tratta di un rapporto iniziatico, gelosamente sottratto a ogni contatto profano, di una comunicazione con gli dei soggetta a tabú; ragioni sociali, se si tratta di assicurare alla casta degli scribi, rappresentante a sua volta di una certa classe sociale (quella al potere), la custodia di ben definiti segreti, di informazioni riservate, di speciali proprietà.

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Pagina 13

Comunicazione.

La storia della scrittura cinese è, su questo punto, esemplare: questa scrittura è stata all'inizio estetica e/o rituale (adoprandosi per rivolgersi agli dei) e in seguito funzionale (servendo a comunicare, a registrare); la funzione di comunicazione, della quale i linguisti odierni menano vanti e primati, è posteriore, derivata, secondaria. La scrittura cinese non è stata dunque all'origine un ricalco della parola, e i nostri teorici della funzione transcrittiva (quelli che vedono nella scrittura una semplice trascrizione del linguaggio) ne fanno qui le spese. No, non va da sé che la scrittura serva a comunicare; è solo per un abuso del nostro etnocentrismo che noi attribuiamo alla scrittura delle funzioni puramente pratiche di contabilità, di comunicazione, di registrazione, censurando il simbolismo che anima il segno scritto.

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Pagina 17

Indizio.

[...] Il calcolo indiziario della scrittura (la scrittura come indizio di altra cosa) è dunque propriamente ideologico, strettamente legato a un'ideologia moderna della persona e della scienza: ci sono degli studiosi che hanno sostenuto che la scrittura medievale era «pesante e spigolosa» in Germania, «stretta e acuta» in Inghilterra - tali tratti apparenti essendo facilmente riconducibili al carattere «ben noto» dei tedeschi e degli inglesi; ci sono degli educatori ben intenzionati che hanno voluto rispettare nella scrittura le tracce della «personalità». E vi è una scienza quale pretende essere la grafologia, scienza piattamente analogica: essa gioca semplicemente sulle parole: una scrittura «rilasciata» rinvia a un carattere «fiacco»; e questi giochi di parole, di una penosa leggerezza, fondano un sistema repressivo: si condanna e si arruola d'un tratto. Veramente la scrittura non è oggi che l'indizio di questo: la realtà di classe. Sono i livelli di cultura - e dunque le distinzioni sociali - che si leggono nella scrittura, non già di ciascuno, ma del gruppo al quale ciascuno appartiene.

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Pagina 19

Orale/scritto.

[...] Quando il segno grafico ha fatto la sua apparizione, si è prodotto un nuovo equilibrio tra la mano e la faccia (esse si erano liberate nel medesimo tempo, l'una con l'ausilio dell'altra): la faccia ha avuto il suo linguaggio (quello dell'udito e della loquela), la mano ha avuto il proprio (quello della cattura della visione in tracciato gestuale).

E' necessario ricordare, il piú possibile, la disparità e, per cosí dire, l'indipendenza, in molti casi, di questi due linguaggi: il secondo (scrittura) non deriva puramente e semplicemente dal primo; il crederlo, il dirlo, o il lasciarlo intendere come cosa che va da sé, è un effetto di quella che si potrebbe chiamare l' illusione alfabetica, la nostra, poiché l'alfabeto - ma non l'ideogramma, ricordiamolo ancora - traduce in lettere i suoni del linguaggio.

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Pagina 24

Saperi.

Che cosa sappiamo della scrittura? Molti saperi vi sono coinvolti, e quanto meno:

1) la storia, che ci dice quando e come sono nate le scritture, come e quando esse si sono differenziate, estese, uniformate, quali rapporti esse hanno intrattenuto con certe forme di civiltà;

2) la fisiologia, che denomina e misura scientificamente tutti i gesti, muscolari, e numerosi, che compongono l'atto di scrivere;

3) la psicologia che, con il titolo di grafologia, considera la lettera scritta come l'indizio di un tratto del carattere;

4) la scienza penale, che cerca di periziare le scritture, di accertare le copie, le alterazioni, i falsi;

5) la simbolica, che recensisce i significati religiosi, di metafisica o di sovrasensi, con cui gli uomini in ogni tempo, da quando hanno iniziato a scrivere, hanno sovraccaricato i codici di scrittura.

Questo sapere è eteroclito, e inoltre raramente connesso: il sapere storico, che di gran lunga è il piú copioso, è di ispirazione positivista: governato da archeologi e da paleografi, s'incontra sull'apparizione degli alfabeti e dei tipi di lettere, e raramente s'avventura a suggerire i legami che intercorrono tra scrittura e civiltà (risolti allora in termini di psicologia corrente); il sapere fisiologico, puramente descrittivo, è quasi del tutto tautologico («la flessione consiste nel flettere il dito», ecc.), il sapere penale sarebbe puramente tecnico se per fortuna esso non gettasse, di tanto in tanto, una luce indiscreta sulle trasformazioni della proprietà e dunque dei regimi sociali; il sapere psicologico e il sapere simbolico - non c'è ragione di separarli nettamente - sono squisitamente presuppositivi, esibendo come prova sufficiente ogni analogia tra un significante (la scrittura) e un significato (questo o quel carattere, quella credenza). In sostanza, bisogna ammettere, il sapere sulla scrittura oscilla tra uno scientismo stretto e una metafisica debole.

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Pagina 26

Trascrizioni.

Ha credito, presso i linguisti, quello che si deve propriamente definire un mito della scrittura: vale a dire ch'essa non è che un procedimento adottato per «catturare, fissare il linguaggio articolato, fuggitivo nella sua essenza»; forti di questo pregiudizio trascrizionista, i linguisti possono poi affermare che «il codice scritto è secondario per rapporto al codice orale che è la lingua»; in altri termini, la scrittura cade fuori della linguistica.

Ma si circoscrive cosí, in modo inammissibile, il fenomeno: la scrittura oltrepassa largamente e, per cosi dire, statutariamente, non solo il linguaggio orale, ma il linguaggio in quanto tale (se questo - come insistono, per la maggior parte, i linguisti - viene ristretto a una pura funzione di comunicazione): innanzi tutto perché il suo rapporto originario con il linguaggio orale è in piú punti oscuro (l'ideogramma, per esempio, trascrive un gesto, a sua volta segno d'un'azione); e inoltre perché è evidente che la scrittura ha avuto ben altre funzioni che quelle comunicative; infine perché, legata alla mano, la scrittura resta in certa misura fisiologicamente distinta dall'apparato facciale della fonazione e dunque il corpo non s'impegna in essa allo stesso modo che nella parola; da ultimo perché c'è - e c'è sempre stata - una frattura sociale tra la parola e la scrittura.

La posizione della linguistica nei confronti della scrittura dipende da quel pregiudizio etnico che si può definire alfabeto-centrista.

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Pagina 34

Nastro.

L'umanità ha esperito tutte le direzioni possibili di scrittura: verticale, orizzontale, da sinistra a destra, da destra a sinistra, avanti e indietro, ecc. E tuttavia, in ogni caso, la scrittura si dipana come un filo piú o meno largo, piú o meno compatto: è un nastro grafico. Questo nastro, esprime lo statuto fondamentalmente narrativo della scrittura. E che cos'è il racconto? Nel modo piú elementare, è il susseguirsi di un prima e di un poi, un misto inestricabile di temporalità e di causalità. La scrittura, per il suo stesso introdursi nello spazio del supporto (pietra o foglio), assume a titolo proprio la natura di sequenza: leggere è accettare, sin dall'avvio, il racconto.

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Pagina 38

Tipologia.

[...] In generale - ed è il problema qui affrontato - si tende spesso e volentieri a designare o a commentare i tipi di scrittura secondo l' ethos che loro si attribuisce: l'onciale, ove trionfa la curva e si legge lo scorrere euforico della penna sulla pergamena, riceve l'appellativo di «giovane», quasi fosse testimone di una «gioia di scrivere»; la textura, scrittura gotica del XV secolo, è dichiarata solenne, densa e spigolosa come i popoli, si sottintende, che se ne sono prevalentemente serviti: inglesi e tedeschi. La gotica stessa, nel suo complesso, è ricondotta allo spirito architettonico del tempo. Per concludere, la scrittura, come qualsiasi fenomeno culturale, è sovradeterminata: sembra sottoposta, ad un tempo, a cause materiali (la scrittura si restringe se bisogna risparmiare spazio, allorché il supporto costi caro) e a motivazioni spirituali (la scrittura si rastrema per avvicinarsi allo stile di un'epoca e, se mi è concesso, per «provare» che c'è una filosofia della Storia: cioè che la Storia è una e unica).

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Pagina 42

«Scrittura».

La parola scrittura è ambigua: per semplificare, essa rinvia per un verso al gesto fisico, corporale, della scrizione, di cui la scrittura, secondo l'etimologia, non è che il prodotto fattizío («avere una bella scrittura»); e per un altro, sulla sponda opposta, «al di là della carta», essa rinvia a un complesso inestricabile di valori estetici, linguistici, sociali, metafisici. E' dunque tutt'insieme un modo di comunicazione e di reticenza che s'oppone alla parola, una forma nobile d'espressione (apparentata allo «stile»), un obbligo legale, contabile (le « scritture » di una banca, di una nave), o religioso (la Scrittura), una pratica significante di enunciazione nella quale il soggetto «si pone» in una modalità particolare (quest'ultimo senso è recentissimo, e ancora poco accolto). Diciamo per semplificare (e con tutti i rischi che una simile schematicità comporta), che la scrittura implica tre determinazioni semantiche principali:

1) è un gesto manuale, opposto al gesto vocale (si potrebbe definire quella scrittura con il termine di scrizione e il suo risultato scrittura);

2) è un registro legale di contrassegni indelebili, destinati a trionfare sul tempo, sull'oblio, sull'errore, sulla menzogna;

3) è una pratica infinita, nella quale tutto il soggetto è coinvolto, e quest'attività si oppone di conseguenza alla semplice trascrizione dei messaggi. In tal modo Scrittura entra in opposizione ora con Parola (nei due primi casi), ora con Scrivimento (nel terzo). Insomma è, secondo gli usi e le filosofie: un gesto, una Legge, un diletto.

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Pagina 52

Corpo.

[...]

In Occidente, a seguito forse delle esigenze della tradizione giudeo-cristiana, il valore supremo resta sempre la libertà: la scrittura felice è la scrittura liberata. In Oriente, si sa, di ben altro si tratta (o si trattò). La scrittura è stata, sin dall'origine, connessa al disegno: e ciò è conforme alla filogenesi, per quanto si può arguire dai graffiti preistorici, e all'ontogenesi poiché, secondo Pestalozzi, il bambino è in grado di disegnare ben due anni prima di saper scrivere: uno stesso gesto accomuna l'artista e lo scriba. La scrittura orientale è dunque logicamente calligrafica; era un'arte nobile (da porre accanto al tiro con l'arco, alla musica, alla scienza divinatoria dei numeri, al corso dell'auriga), fors'anche magica, che implicava un controllo psicosomatico. In Occidente si mirava a domare il corpo (per poi emanciparlo); in Oriente a governarlo (per poi affinarne il godimento). Lo sviluppo della scrittura orientale è dunque la pittura nella sua immensità.

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Pagina 58

Infinito.

Ho davanti a me una pagina di manoscritto; qualcosa, che partecipa ad un tempo della percezione, dell'intellezione, dei poteri associativi (ma altresi della memoria e del diletto) - e che si chiama la lettura - si mette in moto. E dove posso, dove andrò a fermare mai questa lettura? Vedo bene, certo, da quale spazio il mio occhio s'avvia; ma verso dove? Su quale altro spazio si focalizza? Penetra oltre la carta? (ma dietro la carta, c'è il tavolo). Quali sono i piani che ogni lettura scopre? Come è costruita la cosmogonia che questo semplice sguardo postula? Singolare cosmonauta, eccomi attraversare mondi e mondi, senza fermarmi a nessuno d'essi: il candore della carta, la forma dei segni, la figura delle parole, le regole della lingua, le esigenze del messaggio, la profusione dei sensi che si connettono. E uno stesso infinito viaggio nell'altra direzione, dalla parte di chi scrive: dalla parola scritta potrei risalire alla mano, alla nervatura, al sangue, alla pulsione, alla cultura del corpo, al suo godimento. Da una parte e dall'altra, la scrittura-lettura si dilata all'infinito, impegna l'uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che non potrà fermarsi da nessuna parte.

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Pagina 60

Lettura.

Per rianimare le opere del passato, nulla è piú sorprendente che il ricollocarle nella pratica di lettura che fu quella del loro tempo. La tragedia di Sofocle che si presenta ora in tascabile e che leggiamo scorrendola con rapide occhiate (saltando i passi che ci annoiano) non è in definitiva che un testo del tutto astratto, che non ha alcun rapporto, nell'atto della sua fruizione, con il nostro corpo. Fino al IV secolo, all'epoca di sant'Agostino, era tutto molto diverso: gli Antichi, si suppone, non leggevano che ad alta voce - o almeno a voce piú o meno alta, a mezza voce o sottovoce, ma sempre, ed è l'essenziale, articolata: il testo passava allora necessariamente per la gola, il muscolo laringeo, i denti, la lingua, il corpo insomma nella sua densità muscolare, sanguigna, nervosa. Riportiamo ancora piú indietro il problema: come scrivevano, gli Antichi? Vi immaginate Euripide scrivere le sue tragedie? E' possibile (Aristofane lo rappresenta, in quest'attività, in posture inverisimili), ma la scrittura era certo assai meno solipsistica di oggi: Plinio il Vecchio aveva un lettore (greco) e uno scriba (latino); circondato da questi due sostituti (si potrebbe persino parlare di protesi), egli scriveva e leggeva durante i pasti: nulla si può pensare di meno interiorizzato, nulla di minore sacertà. Lo stesso dicasi per Cicerone: egli scriveva molto rapidamente (su tavolette che teneva in mano), ma era lo scriba a ricopiare il libro: il testo era destinato, sin dall'inizio, a una esteriorità senza disagio, si vorrebbe poter dire: impudica. In effetti la nostra scrittura attuale, prodotto di solitudine, ha qualcosa d'interiore, di segreto, di perverso o di domestico, a seconda dei casi. Nulla di piú indiscreto, per la mia sensibilità, che veder qualcuno mentre scrive; a maggior ragione se lo vedo leggere, dolcemente, a fior di labbra. Sade si è lasciato sfuggire questa scena (troppo tenera, per il suo gusto): captare, sulla bocca di chi legge sottovoce, il testo nell'istante dell'articolarsi, di esplodere. Nulla di quell'erotica del passato è oggi piú possibile: la scrittura e la lettura sono delle pratiche clandestine.

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Pagina 64

Materia.

[...]

Inventato dagli abitanti di Pergamo, in Asia Minore, il pergamenum (pergamena) era tratto dalla pelle di montone o di capra, poi, piú tardi e in forma piú preziosa, da tenero vitello (velino); la piú antica pergamena risale alla fine del I secolo d.C.; sarà di uso corrente nel IV secolo e si affermerà come uso generalizzato verso il XII secolo; ma è (e diviene) materia costosa, si è costretti e reimpiegare qualche pergamena: si cancella il testo precedente, la materia soggettiva torna vergine e si verga un nuovo testo: è il palinsesto, emblema di ogni scrittura (nel senso ormai letterale del termine), poiché il testo, come i Moderni lo concepiscono, è costuito da un accumulo di tracce (di forme, di echi, di citazioni, di censure).

Quanto alla carta, che è la nostra materia, ci è giunta dalla Cina per il tramite degli Arabi; lungo l'alto Medioevo è possibile trovar carta a Samarcanda; il primo manoscritto europeo su carta risale al secolo XI: è il messale di Silos presso Burgos. Nel XIV secolo si segnalano dei mulini per carta nella regione renana e, poco prima che l'arte della stampa cominci, la carta si è già imposta. Si cominciano a copiare manoscritti su carta, incontrando tuttavia resistenze: Gerson, nel 1402, proibisce ai suoi studenti l'uso della carta e raccomanda la pergamena, sola materia soggettiva che sia in accordo con la perenne durata dei testi. E' senza dubbio l'inizio di tutta una mitologia che, attraverso proverbi e luoghi comuni, finirà per identificare la vanità dello scritto, la sua futilità, alla precarietà, alla fragilità della carta. La carta scritta ha ormai un destino di residuo, di scarto, di rifiuto, sebbene sia costata molto cara all'origine.

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Pagina 68

Supporto.

Va sottolineato, pur senza poterlo approfondire, il fatto decisivo in tutta la storia dei supporti di scrittura: il passaggio (probabilmente compiutosi nel III secolo d.C.) dal rotolo (di papiro) al quaderno (di pergamena). Ne discendono conseguenze multiple, indisgiungibili, che si propagano come onde sin nel piú profondo delle mentalità; con il rotulus, lo scritto si svolge, la mano discende solcando la rotta tracciata, essa non può scegliere la propria lettura se non partendo dall'inizio del rotolo, la scrittura difficilmente può sovrapporsi alla scrittura. Con il codex, al contrario, quaderno o libro che sia, lo scritto si sfoglia, la mano sceglie la pagina, divenuta surrettiziamente un'unità di pensiero, la base di una stratificazione di glosse e commenti.

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Pagina 69

Vettorialità.

Quali direzioni possono prendere le scritture? Tutte. Nella tabella sinottica delle scritture del mondo e della Storia, sono presenti tutte le vettorialità: dall'alto in basso (cinese), dal basso in alto (libico), da destra a sinistra (etrusco), da sinistra a destra (la nostra scrittura), alternanti (bustrofedico, ittita). Tutte le forme di mobilità e di intreccio sono attestate: il greco fu successivamente scritto da destra a sinistra, bustrofedico, e da sinistra a destra; la scrittura dell'isola di Pasqua è - o cosí sembra - arrovesciata (a ogni linea, bisogna capovolgere il supporto, metterlo a testa in giú). Tutti i montaggi sono possibili: il greco conosceva il montaggio plinthédon (sulla costa del mattone), speirédon (a spirale), kionédon (in colonna), stoichédon (in linea).

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Pagina 70

Vocale.

Chi saprà davvero esplorare l'incredibile sviluppo e promozione che i Greci hanno assicurato alla vocale? Tutte le scritture del Medio Oriente sono consonantiche: esse implicano un'architettura della lingua fondata quasi anatomicamente sull'ossatura dei suoni, un semantismo «radicale» che permetta di «presagire» la parola attraverso la semplice proiezione della sua essenza familiare. Con i Greci, sembra, si passa a un altro corpo; non è piú il corpo osseo, basico, e, se si può dire, il corpo «frusciato» (le consonanti non sono che dei «fruscii»), ma è il corpo carnoso, mucoso, liquido, il corpo musicale. Quando i Greci traggono l'alfabeto dai Fenici (che parlano una lingua semitica), convertono le gutturali - che risultavano loro inutili - in vocali, di cui essi prendono nota, per la prima volta nella storia dell'umanità, in modo rigoroso e pieno. Adattamento «ragionevole»? Esso comportava, quanto meno, un pensiero dell' eccesso: ad Atene, nel III secolo, si immagina un sistema tachigrafico. I segni delle consonanti venivano soppressi e sostituiti da piccole appendici graffate alle vocali: la vocale è dunque considerata come l'elemento essenziale della sillaba; si concepisce, si desidera - oserei dire: si favoleggia - una sorta di scrittura vocalica. Il «miracolo» greco (e questo soltanto per denotare la specificità storica e culturale dalla quale proveniamo) è, di fronte al mondo ideografíco o consonantico, il trionfo della Vocale, dunque della Voce, dunque della Parola. Il tratto distintivo della nostra civiltà è quello di essere vocalica.

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Pagina 75

Il piacere del testo


Il piacere del testo: pari al simulatore di Bacone, può dire: non scusarsi mai, non spiegarsi mai. Non nega mai nulla: «Distoglierò il mio sguardo, sarà ormai la mia sola negazione».

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Pagina 83

Testo di piacere: quello che soddisfa, appaga, dà euforia; quello che viene dalla cultura, non rompe con essa, è legato a una pratica confortevole della lettura. Testo di godimento: quello che mette in stato di perdita, quello che sconforta (forse fino a un certo stato di noia), fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche, del lettore, la consistenza dei suoi gusti, dei suoi valori e dei suoi ricordi, mette in crisi il suo rapporto col linguaggio.

Ora, è un soggetto anacronistico colui che tiene tutti e due i testi nel suo campo e nella mano le redini del piacere e del godimento, perché partecipa nello stesso tempo e contraddittoriamente all'edonismo profondo di ogni cultura (che entra pacatamente in lui sotto la veste di un'arte del vivere di cui partecipano i libri antichi) e alla distruzione di questa cultura: gode della consistenza del suo io (è il suo piacere) e cerca la sua perdita (è il suo godimento). E' un soggetto doppiamente scisso, doppiamente perverso.

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Pagina 88

Piacere del testo, testo di piacere: queste espressioni sono ambigue perché non abbiamo una parola che ricopra nel contempo il piacere (l'appagamento) e il godimento (il mancamento). Il «piacere» quindi è qui (e senza poterne dare preavviso) ora estensivo al godimento, ora contrapposto ad esso. Ma con questa ambiguità mi devo conciliare; perché da un lato ho bisogno di un «piacere» generale, ogni qual volta devo riferirmi a un eccesso del testo, a ciò che, in esso, eccede ogni funzione (sociale) e ogni funzionamento (strutturale); e dall'altro ho bisogno di un «piacere» particolare, semplice parte del Tutto-piacere, ogni qual volta mi occorre distinguere l'euforia, la soddisfazione, l'agio (senso di pienezza in cui la cultura penetra liberamente), dalla scossa, lo sconvolgimento, la perdita, propria del godimento. Sono costretto a questa ambiguità perché non posso epurare la parola «piacere» sottraendole i sensi che non gradisco in un dato momento: non posso impedire che «piacere» rimandi a una generalità («principio di piacere») e a una miniaturizzazione (« Gli sciocchi sono qui per i nostri minuti piaceri»). Sono quindi obbligato ad abbandonare l'enunciato del mio testo alla contraddizione.

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Pagina 100

Sul piacere del testo non è possibile nessuna «tesi»; appena un'ispezione (una introspezione), che taglia corto. Eppure si gaude! [In italiano nel testo]. Eppure, a dispetto di tutto, io godo del testo.

Almeno degli esempi? Si potrebbe pensare a un'immensa mietitura collettiva: si raccoglierebbero tutti i testi a cui è toccato di far piacere a qualcuno (da qualunque parte questi testi vengano) e si manifesterebbe questo corpo testuale (corpus: è la parola giusta), un po' come la psicanalisi ha esposto il corpo erotico dell'uomo. Un simile lavoro, però, c'è da temere che arriverebbe solo a spiegare i testi scelti; ci sarebbe una biforcazione inevitabile del progetto: non potendosi dire, il piacere si metterebbe sulla via generale delle motivazioni, di cui nessuna riuscirebbe a essere definitiva (se adduco qui certi piaceri del testo lo faccio sempre di sfuggita, in modo molto precario, nient'affatto regolare). In una parola, un lavoro del genere non potrebbe scriversi. Non posso che girare intorno a un soggetto simile - e allora meglio farlo brevemente e solitariamente che non collettivamente e interminabilmente; meglio rinunciare a passare dal valore, fondamento dell'affermazione, ai valori, che sono effetti di cultura.

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Pagina 101

[...] Capisco che l'opera di Proust è, almeno per me, l'opera di riferimento, la mathesis generale, il mandala di tutta la cosmogonia letteraria - come lo erano le Lettere di Mme de Sévigné per la nonna del narratore, i romanzi di cavalleria per don Chisciotte, ecc., questo non significa che sono uno «specialista» di Proust: Proust è quello che mi viene, non quello che chiamo; non è un'«autorità»; semplicemente un ricordo circolare. Ed è questo l'intertesto: l'impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito - sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita.

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Pagina 102

Se piantate un chiodo nel legno, il legno resiste in maniera diversa secondo dove viene attaccato: si dice che il legno non è isotropo. Nemmeno il testo è isotropo: i bordi, la crepa, sono imprevedibili. Come la fisica (attuale) deve adattarsi al carattere non-isotropo di certi ambienti, di certi universi, cosí bisognerà pure che l'analisi strutturale (la semiologia) riconosca le minime resistenze del testo, il disegno irregolare delle sue vene.

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Pagina 114

Piacere del testo. Classici. Cultura (piú ci sarà cultura piú sarà grande, diverso, il piacere). Intelligenza. Ironia. Delicatezza. Euforia. Padronanza. Sicurezza: arte del vivere. Il piacere del testo si può definire con una pratica (senza alcun rischio di repressione): luogo e tempo di lettura: casa, provincia, pasto vicino, lampada, la famiglia dove dev'essere, cioè lontana e non lontana (Proust nel gabinetto dagli odori d'iris), ecc. Straordinario rafforzamento dell'io (tramite il fantasma); inconscio ovattato. Questo piacere può essere detto: donde la critica.

Testi di godimento. Il piacere a pezzi; la lingua a pezzi; la cultura a pezzi. Sono perversi in quanto sono fuori di ogni immaginabile finalità - ancbe quella del piacere (il godimento non obbliga al piacere; può anzi patentemente annoiare). Non regge nessun alibi, non si ricostituisce niente, non si ricupera niente. Il testo di godimento è assolutamente intransitivo. Pure, la perversione non basta a definire il godimento; è l'estremo della perversione a definirlo: estremo sempre spostato, estremo vuoto, mobile, imprevedibile. Questo estremo garantisce il godimento: una perversione media si carica ben presto di un gioco di finalità subalterne: prestigio, ostentazione, rivalità, discorso, parata, ecc.

Tutti possono attestare che il piacere del testo non è certo: niente dice che questo stesso testo ci piacerà una seconda volta; è un piacere friabile, echeggiato dall'umore, l'abitudine, la circostanza, è un piacere precario (ottenuto con una preghiera silenziosa al Desiderio di sentirsi bene, e che questo Desiderio può revocare); donde l'impossibilità di parlare di questo testo dal punto di vista della scienza positiva (la sua giurisdizione è quella della scienza critica: il piacere come principio critico).

Il godimento del testo non è precario, assai peggio: è precoce; non arriva al momerito giusto, non dipende da alcuna maturazione. Tutto si scatena in una sola volta. Questa foga è evidente nella pittura, quella che si fa oggi: dal momento che è capito, il principio della perdita diviene inefficace, bisogna passare a qualcos'altro. Tutto è giocato, tutto è goduto nella prima occhiata.

 

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Riferimenti

Bibliografia
Ambito francese Le Cabinet des poinçons de l'Imprimerie nationale, Imprimerie nazionale, Paris 1963. L'Écriture et la psychologie des peuples, Colin, Paris 1963. Cohen, M.S.R., La Grande Invention de l'Écriture et son évolution, 3 voll. Imprimerie nationale, Paris 1958. Février, James G., Histoire de l'écriture Payot, Paris 1959. Gray, William S., L'Enseignement de la lecture et de l'écriture, Unesco, Paris 1956. Higounet, Ch., L'Ecriture, Puf, Paris 1955. Leroi-Gourhan, A., Le Geste et la parole, 2 voll., Albin Michel, Paris 1964. Massin, A., La Lettre et l'image, Gallimard, Paris 1970 Périot, M., e Brosson P., Morpho-psychologie de l'écriture, Payot, Paris 1957. Ambito italiano D'Angelo, P., Storia della scrittura, 2 voll., Ausonia, Roma 1953. Cencetti, G., Lineamenti di storia della scrittura latina, Patron, Bologna 1954. Ducati, B., La scrittura, Padova 1931. Ambito inglese Diringer, D., The Alpbabet, Hutchinson, London 1948. Gelb, I.J., A Study of Writing, University of Chicago Press, Chicago 1952.  

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