Autore Giulietto Chiesa
CoautoreVauro
Titolo Afghanistan anno zero
EdizioneGuerini e Associati, Milano, 2001 , pag. 172, dim. 140x210x13 mm , Isbn 978-88-8335-242-3
PrefazioneGino Strada
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe viaggi , paesi: Afghanistan , storia contemporanea , politica , paesi: Pakistan












 

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Indice


DECRETO DELLA PRESIDENZA GENERALE           III

INTRODUZIONE di Gino Strada                  11
EMERGENCY - REPORT 1994-2001                 11


TALIBAN di Giulietto Chiesa                  23
CRONOLOGIA AFGHANA 1973-2001                 23

Nascita di una leggenda                      25
L'etnia pushtun                              27
Cambio dei vettori strategici                34
La partita globale                           39
    La Russia e l'Asia centrale ex sovietica 39
    Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita       44
    Il Pakistan e l'oppio                    45
    Le vie del petrolio                      48
    Schieramenti inediti                     54
    Chi sono i taliban?                      55
    L'Afghanistan affonda                    60
    Un regime in agonia                      63


2001: RACCONTI DI UN VIAGGIO IN AFGHANISTAN
      di Giulietto Chiesa e Vauro

Il coraggio sotto il burqa, di Vauro         69

KABUL

Arrivo a Kabul, di Giulietto Chiesa          77
Una città invisibile, di Vauro               85
Il turbante e il kalashnikov, di Vauro       92
Cadranno presto?, di Giulietto Chiesa        96
Hanno spento la luce, di Giulietto Chiesa   101
L'ospedale Karte-se di Kabul, di Vauro      109
L'isola bianca di Emergency, di Vauro       114
Un catino di guai, di Vauro                 121

NELLA VALLE DEL PANSHIR

L'Afghanistan spezzato, di Vauro            127
Da Kabul alla valle del Panjshir,
    di Giulietto Chiesa                     136
Bambini profughi nella terra di nessuno,
    di Vauro                                143
Anabah, dí Giulietto Chiesa                 150
La cittadella di Anabah.
    Incontro con Gino Strada,
    di Vauro                                158
Quell'unico made in Italy che ci piace,
    di Vauro                                165

PICCOLA STORIA AFGANA, di Vauro          CLXVII

 

 

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Pagina 11

INTRODUZIONE
di Gino Strada



Non è facile scrivere una introduzione a un libro, almeno per me. Se poi il libro riguarda l'Afghanistan, credo allora diventi molto difficile per tutti. Perché l'Afghanistan resta uno dei Paesi (ma è davvero un Paese?) più misteriosi del pianeta e più difficili da capire. Ci ho trascorso quattro anni, e ancora mi stupisco della mia ignoranza e della inestricabde difficoltà nel mettere insieme qualche idea che vada oltre la sensazione e abbia una parvenza di razionalità.

Racconta un'antica storia afghana che quando Dio creò la Terra decise anche dove piazzare i diversi Paesi: qui l'Italia, più su la Germania, per poi infilarci l'Austria e la Svizzera, o qualcosa di simile. Una volta iniziato questa specie di gioco, dopo aver posato i primi pezzi del puzzle, Dio fu costretto, si racconta, ad adattare un po' i confini, limando e tagliando, in modo da incastrare tutti i Paesi del pianeta. Alla fine si trovò con tanti ritagli, striscioline, spigoli, coriandoli, roba di scarto insomma.

Allora prese il tutto e lo gettò nel buco che, sul mappamondo, era rimasto vuoto tra il Medio Oriente, l'Asia centrale e il subcontinente indiano. E disse: «Questo è l'Afghanistan!»

Ho dubbi seri che sia andata davvero così, ma sta di fatto che nel «buco» - grande poco più di due volte l'Italia - sono finiti cinquantacinque gruppi etnici che parlano oltre una ventina di lingue. Noi, in modo molto semplificato, li chiamiamo «afghani». Ma se chiediamo loro, la risposta sarà diversa, nessuno si autodefinirà afghano ma piuttosto pustbun, tagiko, hazarà, uzbeko... Non solo, incontreremmo chi si definisce khandahari o panjchiri dal nome della città o della valle da cui proviene.

Una simile babele etnico-linguistica non avrebbe, probabilmente, potuto perpetuarsi senza l'aiuto fornito dalle caratteristiche geografiche della «terra degli afghani», una terra inaccessibile e inospitale. Verso est, strette valli annidate tra le montagne dell'Hindukush - l'estensione occidentale delle catene del Karakorum e dell'Himalaya - chiuse da metri di neve la più parte dell'anno; a ovest, verso l'altopiano iraniano, il pietroso Dasht-i-Margo, il «deserto della morte», e il deserto di sabbia del Registan. Questo è l'Afghanístan, molto più di Kabul o Herat o Mazar-i-Sharif, città di immensa storia e cultura: un Paese dove spostarsi, ancora oggi, è una avventura continua, dove si parte senza mai sapere se e quando si arriverà a destinazione.

Ce ne siamo resi conto ogni volta che abbiamo dovuto fare arrivare camion di medicine e apparecchiatura per gli ospedali di EMERGENCY: percorrere i trecento chilometri che separano il Tagikistan dalla valle del Panshir ha richiesto ventidue giorni di viaggio.

Sembrerebbe che la terra, in questa parte del mondo, così come le tribù che la popolano, facciano di tutto per mantenersi inviolabili al resto del mondo. Eppure...

Da sempre l'Afghanistan è stato un crocevia fondamentale tra la Cína, l'India, l'Asia centrale e l'Europa. Attraverso la «Via della Seta» e le sue diramazioni sono passati oro e argento, tessuti e lapislazzuli, cotone e spezie, ambre e coralli, lana e pellicce. E, fin da allora, anche armi e droghe.

Un passaggio obbligato, insomma, dove gli abitanti hanno pagato e pagano un prezzo inimmaginabile per il solo fatto di trovarsi in un'«area strategica» o in uno «Stato cuscinetto». Negli ultimi due secoli ci hanno provato in molti a domare le valli e i deserti, e soprattutto le tribù dell'Afghanistan.

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Pagina 20

E l'Afghanistan, in tutto questo? E gli afghani? Che cosa è successo a quel popolo di poco meno di venti milioni di persone?

1.500.000 morti, 1.000.000 di mutilati, 4.000.000 di profughi.

E un Paese distrutto, Kabul che assomiglia a Coventry dopo i bombardamenti, 8.000.000 di mine antiuomo ancora lì, pronte a uccidere nei prossimi decenni.

Gli afghani, avvolti nei loro mantelli o nei loro burqa, al freddo e al buio, senza acqua potabile né elettricità, né scuole né ospedali, in una società disgregata e frammentata forse in modo irrecuperabile, continuano a camminare per i propri sentieri costellati di rottami di carri armati e di razzi inesplosi, aspettando.

Aspettando che la guerra finisca, che la fame finisca, che si possa studiare, che arrivi un po' di libertà, che si intraveda qualche bagliore di diritti umani.

Tra spie e terroristi, fanatici e fondamentalisti di ogni specie, trafficanti di droga e di armi. Aspettano, aspettano, «Fardo, Inch'Allah!», domani, se Dio lo vorrà.

Che finisca il Great Game.

Il gioco nazionale è la buzkashi. La si pratica ancora, nei villaggi, di solito il venerdì. Due squadre di dodici cavalieri che si contendono, senza regole, una capra morta buttata in mezzo a un prato. La afferrano in corsa, la perdono e la riconquistano, la strappano dalle mani degli avversari. A volte la capra finisce a brandelli.

L'Unione Sovietica, gli Stati Uniti e tutti gli altri, ciascuno per i propri interessi strategici, militari, di danaro, hanno giocato alla buzkashi con l'Afghanistan.

E siamo solo nell'intervallo, il secondo tempo è appena cominciato.

Un'unica cosa è certa: che in questo gioco a far da capra ci sono gli uomini, le, donne e i bambini dell'Afghanistan.

3 settembre 2001

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Pagina 11

EMERGENCY
Report 1994-2001



Nei conflitti di oggi, più del 90% delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi sono uccisi ogni anno nel mondo. Molti di più sono i feriti e i mutilati.

Emergency nasce nel 1994 a Milano per portare soccorso a queste vittime. Personale medico e tecnici, con maturata esperienza di lavoro in situazioni di emergenza si sono uniti per garantire assrstenza medica, chirurgica e riabilitazione nelle zone di guerra.

Che cosa è Emergency

Emergency è una associazione umanitaria senza scopo di lucro, il cui obiettivo è di fornire assistenza atte vittime civili dei conflitti, ai feriti e a tutti coloro che soffrono altre conseguenze delle guerre quali fame, malnutrizione o assenza di cure mediche. Tra gli obiettivi di Emergency è anche la promozione e la diffusione di una cultura di pace e di solidarietà.

Emergency è una organizzazione italiana privata, indipendente dalla politica dei differenti Stati e Governi. È aperta senza alcuna discriminazione politica, ideologica o religiosa a tutti coloro che ne condividono i principi e gli obiettivi e ne sostengono le attivi umanitarie.

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Pagina 24

TALIBAN
di Giulietto Chiesa



Nascita di una leggenda

Mentre scrivo queste righe sono trascorsi quattro anni e mezzo dal momento in cui, nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1996, i taliban presero possesso di Kabul. Dal momento della loro apparizione sulla scena politica afghana - come movimento e come formazione armata - sono passati meno di sette anni.

Le prime notizie che li riguardano risalgono al novembre 1994, quando un convoglio di trenta autocarri pakistani, carichi di prodotti alimentari, medicine, generi di abbigliamento, destinato verso le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, venne intercettato nei pressi di Kandahar da banditi locali.

Secondo questa storia, o leggenda (tutti i particolari della quale, come vedremo, sono importanti al fine di individuare i suoi compilatori e i loro scopi), i taliban intervennero, sconfiggendo i banditi con un'azione fulminea, e riconsegnarono il convoglio ai suoi legittimi proprietari nel corso di appena quarantott'ore. Misteriosi e provvidi Robin Hood afghani che riportavano legge e ordine dopo decenni di massacri, violenze e guerra. A chi appartenesse il convoglio, dove esattamente fosse diretto, chi fossero i sequestratori, non è mai stato chiarito. Ma colpisce l'attenzione il fatto che esso venga rappresentato come un convoglio di merci inoffensivo, come abiti, generi alimentari, manufatti di varia provenienza e importazione e medicine. Così com'è interessante tenere a mente l'ambientazione della storia, in quel di Kandahar, luogo natale, tra l'altro, del maulvi Mohammad Omar. È comunque da quel momento che le formazioni armate dei taliban cominciano ad apparire sempre più frequentemente nelle cronache militari del sud dell'Afghanistan, nuovi arrivati nel panorama frastagliatissimo delle fazioni dei mujaheddin che si stavano dilaniando tra di loro e, tutte insieme, stavano dilaniando il Paese.

I taliban si distinguono presto, comunque, per la loro disciplina e apparente efficacia militare. In poche settimane prendono il controllo di una parte considerevole della provincia di Kandahar. Va detto subito che questa e altre storie, o leggende, attorno ai taliban hanno tutte la stessa origine: furono i media pakistani a riferirle, in qualche caso a crearle, ad alimentarle, giovandosi del mistero che circondava il sorgere di questa nuova entità, di cui era difficile definire i contorni, la provenienza religiosa, i connotati sociologici, quelli etnici, gli eventuali finanziatori, gli organizzatori interni e internazionali. Fino a che si trattò di piccole formazioni armate, la questione del loro finanziamento non parve diversa da quella degli altri gruppi armati, frange e spezzoni dei mujaheddin che avevano combattuto la Jihad (guerra santa) contro l'invasore sovietico. Si sapeva - lo sapevano tutti coloro che avevano occhi aperti e non ottenebrati dall'ideologia - che il principale protettore dei mujaheddin, finanziatore e «armatore», era il servizio segreto pakistano, a sua volta intermediario dei servizi segreti americani, arabo-sauditi, cinesi e israeliani, per conto dei quali svolgeva la funzione di fitro e coordinamento. Ma i capi mujaheddin, i rinomati «sette partiti» con sede a Peshawar, avevano anche fonti per così dire proprie di finanziamento. Insieme a potenti lobby pakistane (anch'esse legate a triplo filo con l'esercito e i servizi segreti di Islamabad) gestivano il traffico della droga, lasciando passare i convogli, in cambio di denaro, perfino scortandoli a destinazione. Un nuovo gruppo - appunto i taliban - comparve sulla scena e sembrò inizialmente aggiungersi alle bande già esistenti. Tuttavia, quando i nuovi arrivati giunsero alla conquista di Kandahar, e fu evidente che si trattava di un vero e proprio esercito, il problema assunse altri contorni.

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Prova clamorosa del volgere degli eventi, nel giugno 2001 Mosca riesce a convincere i cinesi a convocare a Shanghai l'incontro di sei Paesi centroasiatici, Cina ovviamente inclusa, per discutere a fondo le forme per contrastare il fondamentalismo islamico nell'area. Nessun dubbio che la situazione afghana sia stata al centro dei colloqui. Novità importantissima la presenza di Islam Karimov dell'Uzbekistan, che negli anni precedenti aveva scelto una linea defilata e molto autonoma. L'Uzbekistan - premuto da una guerriglia guidata dal Movimento Islamico - si trova in evidente difficoltà e cerca aiuto a Mosca e Pechino. A sua volta la Cina ha buone ragioni per temere che gli elementi radicali islamici della minoranza uighur trovino sostegno e alimento, militare e ideologico, in terra afghana e pakistana. L'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai - questo il nome conferito ufficialmente alla conferenza - annuncia il costituirsi di un'alleanza formale anti-taliban sotto l'egida congiunta russo-cinese.

Inoltre, questione lasciata per ultima ma che va assumendo, nell'approssimarsi del prossimo inverno, proporzioni da tragedia biblica, è l'emergenza umanitaria. Un Paese allo sfacelo e senza governo è alle prese con milioni di persone in fuga dalla fame e dalla guerra. Già l'inverno 2000-2001 ha visto morire di freddo e di stenti migliaia di donne, vecchi e bambini accampati nelle tendopoli in Pakistan, in Iran, negli stessi territori afghani dove non c'è guerra, ma dove non ci sono neanche pane, acqua e medicine. La comunità internazionale, rimasta passiva nel suo complesso, non potrà ignorare a lungo questa catastrofe. Tutto ciò induce a ritenere non solo che l'Afghanistan tornerà - seppure in forme parzialmente ipocrite - sotto i riflettori dei media mondiali, ma che il regime di Kabul incontrerà difficoltà crescenti, assieme ai suoi protettori di Islamabad, gli unici rimasti a sostenerlo.

Tutto ciò non significa necessariamente un suo crollo imminente. Molte restano le variabili in gioco e i tempi delle crisi orientali sono lunghi per antonomasia. Ma la distruzione dei Buddha di Bamiyan non sembra essere stata soltanto un'ulteriore manifestazione di oscurantismo fanatico. Fosse stata solo questo non si vede perché attendere cinque anni per fare ciò che Maometto, in fondo, avrebbe imposto di fare subito, fin dal momento in cui i taliban presero il potere, nel settembre 1996. A molti osservatori quella decisione è apparsa per quello che è: un gesto scomposto, rivelatore di una profonda crisi politica. Ma i tempi di questa crisi possono non essere compatibili con l'esigenza di tenere assieme uno stato. Sarebbe utile se la comunità internazionale, preso atto di questo stato di cose, aviasse un'energica iniziativa politico-diplomatica, capace di anticipare e scongiurare esiti ancor più tragici e sanguinosi e atta a creare le premesse per una reale normalizzazione. Roma, giugno 2001

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Pagina 69

IL CORAGGIO SOTTO IL BURQA
di Vauro



Islamabad, venerdì 2 febbraio 2001. Marían ha 27 anni, i suoi gesti sono sicuri e pacati. Zoia invece è vivace come lo sguardo mobilissimo dei suoi occhi neri. Eppure il marchio invisibile sui loro volti è impresso indelebilmente nelle loro storie, come una cronologia della tragedia dell'Afghanistan: il padre di Marian ucciso dai russi vicino a Kabul al tempo dell'invasione sovietica, il padre e la madre di Zoia morti entrambi nel 1993, vittime di uno scontro a fuoco tra opposte fazioni di mujaheddin «liberatori» nella Kabul «liberata».

Zoia e Marian fanno parte del RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan). Zoia racconta: «Il RAWA è nato in Afghanistan nel 1977 come movimento di donne che lottavano per la loro emancipazione in una società dominata dagli uomini, ma anche come movimento politico per una rivoluzione socialista». Quale rivoluzione? Quella importata dai carri armati sovietici? Quella dei taliban? Zoia ha un moto di irrigidimento: «La nostra rivoluzione, da noi stesse, per noi stesse». Eppure con il governo di Najibullah e addirittura sotto l'invasione russa le donne afghane potevano studiare, uscire a viso scoperto...

«Najibullah era solo un pupazzo dei russi», interrompe dura Marian. Poi ritrovando un sorriso riprende: «Se a Mosca pioveva lui apriva l'ombrello a Kabul». Zoia è ancora più drastica e non sorride affatto: «Se permettevano alle donne di frequentare l'università era per trasformarle in spie al loro servizio e anche in puttane, i russi offendevano profondamente il sentimento religioso della mia gente».

Sentimento religioso? Ma se proprio quelli che si sono nominati custodi di quel sentimento religioso, i taliban, hanno imposto una delle più feroci oppressioni delle donne che la storia abbia mai visto? Zoia ripropone le sue certezze: «I fondamentalisti sono falsi religiosi, se li sono inventati gli americani e il Pakistan ha inventato i taliban che servono solo interessi stranieri». E l'alleanza del nord, i mujaheddin di Massud? «Uguali ai taliban, criminali come loro, l'unica differenza è che hanno padroni diversi».

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Pagina 77

ARRIVO A KABUL
di Giulietto Chiesa



L'immensa conca, un cratere lunare di 100 chilometri di diametro, a 1800 metri d'altezza, è coperta di neve. Attorno, vette ripide innevate s'innalzano oltre i 3000 metri. Le loro lunghissime ombre sono adagiate come spade nere sulla pianura color ocra chiazzata di bianco. L'aereo delle Nazioni Unite, un piccolo bimotore, scende veloce sulla pista nera scavata tra due onde bianche di ghiaccio. Ricordo altri atterraggi su questa pista, a bordo di Tupolev e Ilyushin partiti da Dushanbé o Tashkent.

Gli aerei sovietici arrivavano allora altissimi sulla conca - lontane, all'orizzonte, le vette dell'Indukush e quelle dell'Himalaya - e poi scendevano, velocissimi da togliere il fiato, in cerchi verticali stretti per tenersi lontani dai fianchi delle montagne, da dove poteva partire ad ogni istante uno Stinger made in USA, lanciato da uno qualunque dei gruppi di mujaheddin allora onnipresenti, incombenti come vindici inesorabili di un tremendo errore politico e storico. Era la guerra contro gli shuravy, i sovietici senza Dio.

Il cielo, dietro e sotto le ali, era una fantasmagoria di coriandoli caldi e luminosi. Traiettorie preziose: per stornare i missili, per attirarli con i loro fuochi lontano dalle fusoliere degli aerei; fuochi d'artificio dettati dalla paura che attanagliava tutti, equipaggi e passeggeri. Adesso tutto è diverso e irriconoscibile. Niente cerchi concentrici, niente razzi termici. La guerra sembra lontana, assente. Eppure prima ancora di toccare terra sentiamo che essa c'è e non è lontana. Un'altra guerra. Ma i giornali di Islamabad, da cui siamo appena partiti, descrivono anzi qualcosa di peggio d'una guerra: una catastrofe umanitaria cosi enorme da rendere inevitabile chiedersi com'è possibile che non ne sapessimo nulla, o quasi nulla, perfino noi che, per professione, dovremmo almeno saperne qualcosa. Ma che razza di villaggio globale è quello in cui viviamo?

«Ehi, buongiorno cari passeggeri! Ma, in confidenza, che ci andate a fare in quell'inferno?». Lo spiritoso pilota danese del bimotore dell'ONU aveva salutato così gli otto passeggeri, tra cui due giornalisti e gli altri tutti membri di organizzazioni umanitarie e funzionari di agenzie delle Nazioni Unite. Domanda tanto legittima da apparie sarcastica.

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Pagina 82

Faccio un giro per le vie di Kabul, dal centro fino al palazzo reale di Darulaman, poi lungo la via Maiwand, un tempo perla dei ricchi commerci di tutta l'Asia centrale, fino al Forte di Bala Hissar. Sono tutti ex luoghi, che conservano soltanto il loro nome. Paesaggi lunari di una città distrutta. Dall'ottobre 1996, quando vi giunsi, meno d'un mese dopo la vittoria dei taliban sul dilaniato governo di Burhanuddin Rabbani, non è cambiato nulla, non una casa è stata ricostruita, non una strada asfaltata. Eppure nel frattempo, almeno a Kabul, non si è combattuto.

Tutto è immobile. Anche l'andirivieni caotico e rumoroso della Maiwand, ora divenuta grande posteggio per autobus e camion, tra le macerie dei negozi di tappeti, dei caffè di un tempo, appare piuttosto come un regresso ai traffici medievali di scambio tra merci. Nemmeno esistono più (o forse sono rintanati altrove) i ricchi cambiavalute, simili agli antichi banchieri genovesi, dove si poteva spendere - perfino ai tempi sovietici - un assegno cartaceo, in lire, di una banca italiana.

Ricostruire è difficile anche per chi volesse provarci. Non c'è più una fabbrica di cemento, né esistono materiali per l'edilizia diversi da quelli importati. Non c'è più nemmeno la grande fabbrica del pane, costruita da Daud prima che arrivassero i sovietici. Le uniche divise che ancora si vedono sono quelle, irrimediabilmente stinte, dei rari vigili urbani agli incroci principali ormai orfani di semafori. Qualcuno lo riconosco ancora: vecchi questuanti ormai barbuti, come tutti gli altri, con i loro fischietti afoni, in attesa di qualche mancia.

Le altre divise sono quelle del tristissimo esercito dei burqa: cappuccio che nasconde le donne da capo a piedi, per legge. Allo stadio, quasi ogni venerdì, si mozzano mani e dita e si frustano in pubblico i violatori delle leggi coraniche nell'interpretazione taliban. Qualche volta i giornali occidentali se ne ricordano e s'indignano. Mentre non si ricordano mai che le stesse cose, o quasi, accadono da sempre anche a Rijad. Due pesi e due misure, perché l'Arabia Saudita gode di ampie e ottime relazioni con tutto il nostro Occidente, così attento ai diritti umani. Lo ricordo non per regalare attenuanti ai taliban: solo per toglierne qualcuna a noi.

Gli «studenti pii» sono il nuovo esercito, con i loro turbanti bianchi o neri. Sono tanti, gli unici cui è permesso portare armi. Stazionano dappertutto, silenziosi e spavaldi, come solo i provinciali che arrivano nella capitale possono essere. Ma i loro sguardi curiosi rivelano il complesso d'inferiorità, mescolato all'odio per la miserabile modernità che ancora Kabul riesce, suo malgrado, a offrire. Pattugliano le strade dentro macchine civili senza contrassegni, le punte dei kalashnikov che emergono dai finestrini. A pranzo, in uno dei pochissimi ristoranti ancora degni di questo nome, dopo essere transitati tra due ali di bambini e di burqa questuanti, il proprietario ci ricorda - e scongiura - di uscire in fretta prima dell'ora della preghiera. Prima cioè dell'arrivo della speciale milizia del Ministero della Virtù, a verificare che l'esercizio sia chiuso.

I taliban non hanno letto Orwell e non gliene importerebbe nulla anche se sapessero che è esistito. Ma credo di capire, da questi piccoli dettagli, perché i profughi aumentino invece che diminuire, anche in assenza di operazioni belliche di grande portata. E non solo perché vanno in cerca di maggiori libertà. In queste condizioni l'Afghanistan non potrà risollevarsi, nemmeno mangiare.

Il pilota aveva ragione: questo è un inferno. Creato da un destino infelice che ha messo l'Afghanistan in un crocevia dove s'intersecano troppi interessi. Da Karmal, creato dai sovietici, fino a Omar, creato da americani, sauditi e pakistani, continua l'antico gioco che da queste parti ricordano come buzkashi. Lo si gioca fin dai tempi di Genghiz Khan, non c'è limite al numero dei giocatori e si può entrare in gioco in qualsiasi momento. Un tempo si puntavano gli schiavi e i giocatori erano guerrieri a cavallo che potevano ucciderli sotto i loro zoccoli. Quelli che restavano vivi erano la posta. Ora l'Afghanistan è la posta, non importa se vivo o morto, in questo buzkashi a cavallo tra due secoli.

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Pagina 96

CADRANNO PRESTO?
di Giulietto Chiesa



Sono al potere da quattro anni e non hanno ricostruito nulla. Colpisce. Eppure non sono i denari che mancano. È come se l'antica Kabul, capitale di un regno orgoglioso che sconfisse gli inglesi, non li interessasse. Tant'è vero che il loro capo supremo, il maulvi Mohammad Omar, non si degna neppure di lasciare la sua nativa Kandahar, terra di pushtun, terra di sunniti. Non c'è segno di un qualunque progetto. Dove vogliono andare? Anche questo è un mistero, come il loro arrivo improvviso apparve misterioso. Apparve ma non lo era. Venivano, vengono tutt'ora, dalle madrassas, le scuole coraniche nate in Pakistan, finanziate da chi aveva interessi e denaro: i mercanti della droga.

E anche chi ha armato i taliban non è affatto misterioso: sono i servizi segreti pakístani, e settori dell'esercito di Islamabad, che non è detto perseguano gli stessi obiettivi del governo di Islamabad. È stato così fin dall'intervento sovietico, ma allora quei circoli pakistani finanziarono, armarono, istruirono, protessero i mujaheddin, i sette partiti di Peshawar, chi più, chi meno. Poi i sovietici se ne andarono, restò Najibullah, sempre più solo, finché nella primavera del 1992 i mujaheddin entrarono a Kabul, sotto la guida formale di Abdul Haq e sotto quella sostanziale di Ahmad Shah Massud e di Gulbuddin Hekmatjar.

È a quel punto che cominciò la nuova, inattesa tragedia. I vincitori cominciarono a scannarsi. E, mentre prima si combatteva nelle campagne, da quel momento si combatté dentro le città conquistate, casa per casa. Kabul fu distrutta dai mujaheddin. E, poiché essi non avevano saputo corrispondere ai voleri dei loro burattinai, ecco la ricerca di una soluzione inedita, che garantisse i corridoi della droga, quelli degli altri commerci minori, e quelli del petrolio che, dal Caspio, dovrebbe fluire agli utilizzatori occidentali, attraverso un Afghanistan pacificato, «a tutti i costi», e il Pakistan meridionale, fino al Golfo Persico. Con il doppio risultato (utile per Washington, per Rijad e ovviamente per Islamabad) di tagliare fuori in un colpo solo la Russia e l'Iran.

Qualcuno li ha chiamati - appropriatamente - i «khmer verdi». Qualcuno, certo una acuta mente postcoloniale, deve aver pensato che solo un esercito di lanzichenecchi fanatici poteva ricominciare il discorso in un Afghanistan distrutto. E la parola d'ordine, l'unica, che ha consentito loro la vittoria, è stata questa: «Con noi arriva la pace». Hanno potuto mantenerla solo in parte. A Kabul non si combatte più, a Kandahar, Jalalabad, Herat, Mazar-i-Sharif neppure. I mujaheddin sono stati sgominati, Rabbani sta in Pakistan, Hekmatjar sta in Iran, Abdul Haq fa affari negli Emirati del Golfo. Ma Ahmad Massud non è stato sloggiato dal Panshir e nel nord ancora si combatte. E non passano oleodotti - esattamente come in Cecenia - dove chiunque può faro saltare ogni notte.

Si dice che combattano male, i taliban. Raccontano che vanno all'assalto senza rispettare le minime cautele tecniche. Muoiono come le mosche. L'addestramento attorno alle madrassas non deve andare troppo per il sottile. Imparano a usare il kalashnikov e poco più. Poco importa. Se ne muoiono mille, dopo qualche giorno aerei senza insegne sbarcano altre schiere cenciose. Combattono «quasi» gratis, non come ai tempi dei mujaheddin, quando i dollari correvano facili. Adesso è il Corano che tiene bassi i prezzi. Se perdono una battaglia ricompaiono moltiplicati, come se sorgessero dalla terra. Nei campi profughi pakistani la forza lavoro disoccupata è più che sufficiente alla bisogna.

Idea geniale e tragicamente democratica. Anche i loro leader sono della stessa pasta, hanno la stessa provenienza. «Chi non ha mai mangiato due volte al giorno scopre adesso, salendo sulla Mercedes nera che lo porta nel suo ministero, che tre pasti di riso e carne sono un paradiso. S'inebria della prospettiva di tornare a casa, la sera, dalle sue due o tre mogli. Non provi a dire loro che, nel mondo, esistono altri paradisi, ben più suggestivi di questo appena conquistato: non la capiranno, non gli interessa, non possono fare un balzo più lungo della loro gamba. E sono abbastanza astuti da pensare che cedere alle tentazioni potrebbe portarli a perdere ciò che hanno».

Chi ragiona così è un giovane imprenditore di Kabul di cui è bene tacere il nome. Ha 32 anni, chiamiamolo Hadij. Ha la barba e vorrebbe non averla: «È pericoloso». Ha dei soldi, ma sa che, con questi governanti, non potrà farne di più. «È gente - continua - che non ha mai usato aerei e non intende usarne; che non ha mai bevuto vino e non intende berne. Bevevano tè in case di fango o in tende di profughi. Se vietano la televisione è anche perché non l'hanno mai vista. I loro mullah recitano litanie semplici come quelle dei loro credenti. E sono l'unica fonte d'informazione che essi abbiano mai avuto».

Coincide con quello che ho visto e sentito raccontare. All'aeroporto di Kabul, il commissario politico dei taliban è appena sceso da una Toyota bianca quasi nuova. Ha l'aria di uno che si è appena alzato, e sono le undici. La barba è pettinata, la camicia è pulita. Porge una mano molle e neghittosa allo straniero. Gli occhi sfuggenti pensano ad altro. Poi tira fuori una biro inesorabilmente occidentale e se la infila in un orecchio, perlustrandolo a fondo. Quello che ne esce viene nettato con un lembo del turbante nero a righe gialle e sottili, quasi elegante.

Il ministero degli esteri è il più pulito dei dicasteri della capitale. Ma è deserto. Non c'è una politica estera da fare. E come potrebbe farla quel giovane poco più che trentenne che ci ha convocato semplicemente per vederci in faccia e magari prendere una tazza di tè con questi stranieri incomprensibili che vengono da un Paese incomprensibile, vestiti come dei buffoni? Se si passa dal ministero per gli affari sociali si percorrono scale maleodoranti, stamberghe con i pavimenti luridi, ancora ricoperti di pezzi di moquette dell'era sovietica. Sbirciando tra le porte si vede gente seduta per terra. Un alto funzionario riceve i visitatori togliendosi le scarpe e pulendosi le unghie delle dita dei piedi, accovacciato nella poltrona.

Adesso vogliono fare anche loro tabula rasa, proprio come i khmer. Non sono loro che hanno distrutto l'Afghanistan, ma stanno diventando, ogni giorno che passa, coloro che impediranno all'Afghanistan di rinascere. Vietato di guardare ogni tipo d'immagini. Vietato tutto, obbligatorio il resto. Echi di lontananze bibliche, come se il mondo - che erroneamente ci appare contemporaneo - sprofondasse all'indietro nel tempo. «Dio è uno - proclama da Kandahar il maulvi Mohammad Omar, capo e guida unica dei taliban - ma le statue sono state costruite per essere adorate. E questo è male. Affinché esse non siano adorate è necessario distruggerle». Non è un'esagerazione. È notizia ufficiale dell'agenzia Bakhtar, unico strumento d'informazione e di comunicazione con il mondo esterno del governo di questo «emirato» islamico. Governo di un Paese che si avvia a diventare analfabeta al cento per cento e che non ha scuole, né università degne di questo nome, e che si accontenta di scuole coraniche dove non s'impara a scrivere, né a leggere, ma solo a ripetere a memoria un catechismo elementare e brutale non meno lontano dal messaggio di Maometto di quanto lo siano le peggiori eresie degli «infedeli». Non sarà facile, ai miliziani del ministero della virtù, trovare statue e simulacri di qualche sorta - dopo avere abbattuto le statue di Bamiyan - da distruggere in un Paese già distrutto, dove non esistono più musei, né raccolte private d'arte, né immagini di sorta.

Non ha salvato i Buddha di Bamiyan né il fatto che essi risalissero ai secoli dal terzo al settimo dopo Cristo, né che essi fossero antecedenti a Maometto. L'UNESCO li aveva proclamati patrimonio della cultura mondiale. Niente da fare. «Le statue - aveva rincarato la dose il portavoce del maulvi supremo, Abdul Hai Momait - quale che sia l'anno di costruzione, sono un insulto ad Allah». Insulti, anche se postdatati; bestemmie di granito degne soltanto dei più acerrimi nemici e denigratori dell'Islam.

Solo fanatismo? Se si trattasse soltanto di mullah ignoranti, lo si potrebbe anche pensare. Ma si ha ragione di sospettare che essi abbiano suggeritori meno sprovveduti, e che dunque vi siano motivazioni politiche nascoste sotto decisioni che appaiono fatte apposta per isolare e screditare il regime. Forse si tratta di decisioni ben meditate, per rispondere alle sanzioni decise dall'ONU contro i taliban. Una ripicca elementare, oppure moneta di scambio per qualche segreta trattativa che sta molto a cuore ai taliban e ai loro amici pakistani. Quanto reggeranno i taliban? Difficile dirlo. Ma se cadranno non sarà per tutto questo, né per le donne col burqa (che non sono diverse, in questo, da quelle che stanno dalla parte di Massud). Cadranno, forse, perché non sono più utili a nessuno. Residuati dei secoli, riportati alla superficie da calcoli maldestri comunque più grandi di loro.

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