Copertina
Autore Davide Conti
Titolo Criminali di guerra italiani
SottotitoloAccuse, processi e impunità nel secondo dopoguerra
EdizioneOdradek, Roma, 2011 , pag. 342, ill., cop.fle., dim. 14,5x21x2 cm , Isbn 978-88-96487-14-3
LettoreGiangiacomo Pisa, 2013
Classe storia criminale , guerra-pace , storia contemporanea d'Italia , paesi: Italia: 1940 , paesi: Grecia , paesi: Russia
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Indice


CAPITOLO 1 — LA QUESTIONE DEI CRIMINI DI GUERRA TRA ITALIA E GRECIA

1.1. L'antefatto: i delitti italiani in Grecia                                    5
1.2. La redazione della controdocumentazione italiana nella logica della difesa   7
1.3. I primi processi ai criminali di guerra italiani in Grecia                  11
1.4. La legislazione greca per la punizione dei criminali di guerra
     e dei collaborazionisti                                                     22
1.5. Relazioni politiche e procedimenti giudiziari:
     il doppio binario italo-greco sulla questione dei criminali di guerra       24
1.6. Richieste di estradizioni, condanne dei Tribunali Speciali e mediazioni
     diplomatiche: i primi processi ai criminali di guerra italiani in Grecia    41
1.7. Richieste di aiuto, minacce e ricatti: le tensioni tra detenuti
     in Grecia e Rappresentanza Diplomatica italiana                             51
1.8. Tra guerra fredda, guerra civile e continuità dello Stato:
     il caso di Cuomo e D'Agostino                                               60
1.9. Giudicare, condannare.... scarcerare:
     la via italo-greca alla "diplomazia giudiziaria"                            63
1.10. Dal caso Ravalli allo scambio di prigionieri: verso la conclusione
      della vicenda dei criminali di guerra italiani in Grecia                   86
      NOTE                                                                       97

CAPITOLO 2 — ITALIA E ALBANIA ALLA FINE DEL CONFLITTO MONDIALE

2.1. Dalla costante geografica alla lista dei criminali di guerra               109
2.2. Il viaggio di Mario Palermo in Albania e l'istituzione della Missione
     Turcato                                                                    111
2.3. Dalla richiesta dei criminali di guerra ai primi processi contro gli
     italiani in Albania                                                        119
2.4. Dalle "missioni ufficiose" alla questione delle riparazioni di guerra:
     le relazioni italo-albanesi nel contesto internazionale post-bellico       125
2.5. Le complicazioni internazionali nelle relazioni bilaterali italo-albanesi  133
2.6. Tra appartenenza al blocco occidentale e necessità dell'interlocutore
     sovietico: l'Italia e i Balcani nel dopoguerra.                            138
2.7. Dai tentativi diplomatici alla lista dei 142 della Commissione di Stato
     albanese: accusa e difesa dei criminali di guerra italiani                 145
     NOTE                                                                       152
     Lista dei criminali di guerra presentata
     dallo Stato albanese alle Nazioni Nnite                                    159

CAPITOLO 3 — L'ITALIA E I CRIMINI DI GUERRA IN URSS

3.1. Guerra Fredda, diplomazia e questione comunista                            165
3.2. Le argomentazioni difensive italiane di fronte alle commissioni sovietiche 172
3.3. Criminali, prigionieri, dispersi: gli italiani in Urss e la linea politica
     dell'ambasciatore Quaroni                                                  176
     NOTE                                                                       191

CAPITOLO 4 — L'ITALIA E GLI ALLEATI

4.1. Tra fine della guerra mondiale e inizio della Guerra Fredda:
     gli Alleati e la questione dei criminali italiani                          195
4.2. Dalle sentenze di condanne a morte alla protezione internazionale:
     la transizione degli Alleati verso l'impunità italiana                     196
4.3. Tra condanne a morte e impunità, la politica del "doppio binario"
     degli Alleati: dalla strage di Quota al caso Beanks, dallo scontro
     con la Jugoslavia alla fucilazione di Musetti                              202
4.4. La "linea Facchinetti" al Ministero della Guerra e l'affermazione
     del paradigma dell'impunità                                                209
4.5. Usa, Gran Bretagna e Vaticano: il fronte anticomunista e la questione
     dei criminali di guerra italiani                                           215
4.6. Dall'assenso anglo-americano all'amnistia: la soluzione Alleata alla
     questione dei criminali di guerra italiani                                 220
4.7. Dal caso Barranco ai detenuti di Procida: la definitiva consacrazione
     del paradigma dell'impunità                                                224
     NOTE                                                                       233

CAPITOLO 5 — ITALIA E JUGOSLAVIA: CRIMINI E DIPLOMAZIA AL CONFINE ORIENTALE

5.1. L'azione congiunta di Alessandro Casati e Giovanni Messe contro
     le denunce jugoslave                                                       241
5.2. Crimini di guerra e Resistenza partigiana: il Giano bifronte
     dell'Italia post-bellica                                                   245
5.3. Condanne a morte, commutazioni di pena ed amnistie: le sentenze dei
     tribunali jugoslavi                                                        251
5.4. Dal Trattato di Pace al Decreto Presidenziale del 1948:
     il rifiuto italiano di consegna dei criminali ustascia e cetnici
     e le condanne a morte degli jugoslavi                                      255
5.5. Dalla "Missione Palermo" alla questione dei rimpatri: il Pci il Psiup
     e la "diplomazia parallela" in Jugoslavia al tempo della Guerra Fredda     264
5.6. Il sostegno Alleato all'Italia e lo scontro con la Jugoslavia              277
5.7. Il crocevia del 1948: dalle nuove tensioni italo-jugoslave allo sguardo
     degli Alleati sulla rottura tra Stalin e Tito                              283
5.8. Senza reciprocità nessun processo. La via giudiziaria all'impunità
     nell'Italia repubblicana                                                   293
     NOTE                                                                       295

CONCLUSIONI

1.   I crimini di guerra italiani nel contesto internazionale                   305
2.   I crimini di guerra italiani nel contesto nazionale                        306
3.   I crimini di guerra italiani dopo la caduta del Muro di Berlino:
     dalle censure alle scuse                                                   309
     NOTE                                                                       310


INTERVISTA
     al Procuratore Militare di Roma Antonino Intelisano                        313
     NOTE                                                                       325

INDICE DEI NOMI                                                                 327


 

 

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Capitolo 1
La questione dei crimini di guerra tra Italia e Grecia



1.1. L'antefatto: i delitti italiani in Grecia


Il bilancio finale dell'aggressione italiana alla Grecia, completata dal decisivo intervento militare tedesco, registrò un costo altissimo in termini di vite umane, di danni a infrastrutture e settori strategici dell'economia nazionale e di distruzione di villaggi e cittadine sottoposte a bombardamenti, rastrellamenti, incendi e rappresaglie dalle truppe nazifasciste.

Nel 1946 venne presentata la relazione «Les sacrificies de la Grèce pendant la guèrre 1940-1945» che esponeva i dati ufficiali, verificati e certificati dalla United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA) delle Nazioni Unite e dalla Croce Rossa, delle perdite greche durante l'occupazione. Il documento sottolineò gli aspetti più importanti e tragici dell'occupazione dalla programmata riduzione alla fame della popolazione alla diffusione di malattie, dalla distruzione di abitati civili che coinvolse 1.200.000 greci agli incendi dei villaggi, dai bombardamenti e le rappresaglie ai rastrellamenti ed alle deportazioni.

La relazione realizzò, oltre al calcolo statistico generale delle perdite dei danni e dei morti provocati dagli occupanti in Grecia, anche una divisione in categorie e classi.

I morti durante l'occupazione della Grecia sarebbero stati in totale 620.000 di cui:

    360.000 a causa della fame;
     30.000 a causa della guerra;
      7.000 vittime dei bombardamenti;
     43.000 per esecuzioni operate da tedeschi (35.000) ed italiani (8.000);
     25.000 per esecuzioni operate dai bulgari;
     60.000 tra la popolazione giovanile;
     45.000 morti tra gli ostaggi ed i prigionieri dei nazifascisti;
     50.000 morti tra le file della resistenza greca.

190.000 persone risultarono perseguitate ed imprigionate dalle truppe occupanti (100.000 da parte tedesca, 35.000 da parte italiana, 50.000 da parte bulgara e 5.000 da parte delle milizie albanesi inquadrate, addestrate e comandate dall'esercito italiano).

88.000 prigionieri furono deportati, 40.000 dei quali dai tedeschi, 18.000 dagli italiani, 30.000 dai bulgari.

Le stime calcolate quantificarono le perdite di guerra in £ 1.230.000.000 e divisero in percentuale per ciascuno degli eserciti la responsabilità dei danni assegnandone il 51% all'esercito tedesco, il 27% a quello italiano ed il 22% a quello bulgaro.

L'Ufficio Nazionale greco per i Criminali di Guerra al termine del conflitto fornì alla United Nation War Crimes Commission un lungo elenco di crimini di guerra associando alle ricostruzioni degli avvenimenti le accuse penali, le date, luoghi ed i nomi dei presunti responsabili:


Il colonnello (più tardi generale) DEL GIUDICE, della divisione "Pinerolo", manda negli anni 1942-1943, 120 greci davanti alla corte marziale: 39 vengono fucilati, gli altri deportati. Egli è direttamente responsabile inoltre delle torture atroci praticate sui resistenti, alcuni dei quali vengono appesi per le braccia fino a che le articolazioni si strappano; ad altri viene immessa con una pompa da bicicletta aria nell'ano fino a che l'intestino scoppia. (Atto di Accusa 206/44). Il colonnello VENIERI [...] è personalmente responsabile di violenza carnale su ragazze e donne ad Argos Orestikon nonché del bombardamento dei villaggi della regione e di un centinaio di esecuzioni (fra cui quella di 46 ostaggi). (Atto di Accusa 206/44). Un altro ufficiale della divisione "Pinerolo" il comandante DI PRIMA CASTERGIO fa seviziare i prigionieri con il sistema della pompa di bicicletta e fa personalmente violenza ad alcune ragazze del villaggio di Dendrochori, dopo averle addormentate con la cocaina (Atto di Accusa 206/47). Il sottotenente SPATALO fa uccidere 10 allevatori di bestiame a Grammos e commette violenza su alcune donne di Grammos e di Yannochoria (Atta di Accusa 206/50). Il sottotenente GIONA incendia Argos Orestikon. Il sottotenente ONORATO e il suo aiutante ALTANTONE uccidono alcuni prigionieri dopo averli sadicamente torturati, costringendoli ad esempio, a sedersi sui carboni ardenti. La tortura cui viene sottoposto il partigiano Sinanoglou vale d'esempio: egli viene picchiato fino a che la sua faccia non si trasforma in una maschera irriconoscibile; gli vengono strappati i denti con la tenaglia; dopodiché egli viene attaccato alla coda di un cavallo che gli italiani punzecchiano con la baionetta per farlo galoppare e seguono in motocicletta. Quando alla fine viene staccato subisce altre sevizie: gli viene versato dell'olio bollente sulle piaghe, gli vengono fustigate le piante dei piedi, gli vengono aperte delle ferite in cui si cosparge del sale. Al settimo giorno, il partigiano è costretto a scavarsi la fossa (cosa che fa in ginocchio, dato che non si regge in piedi) e finalmente viene ucciso (Atto di Accusa 206/52).

Gli italiani accusati di crimini in Grecia ed inclusi nella lista della Commissione delle Nazioni Unite furono in totale 111, mentre quelli richiesti, in aggiunta, al Ministero degli Esteri italiano raggiunsero la cifra di 74. Nessuno di questi venne mai processato in patria, estradato in Grecia o giudicato da un tribunale internazionale.

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Il 26 maggio 1945 venne trasmessa dall'Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore del Regio Esercito una prima serie di documenti denuncianti le presunte illegalità commesse dai greci in danno degli italiani. Le carte furono introdotte da una premessa iniziale volta a delineare il quadro generale entro cui le vicende si erano sviluppate:

Le relazioni dei militari italiani rimpatriati dalla Grecia sono unanimi nel porre in luce il pessimo trattamento ricevuto, malgrado il continuo interessamento delle missioni militari alleate, dai partigiani greci e dalla popolazione greca dopo che gli avvenimenti del settembre 1943 li costrinsero, per sfuggire ai tedeschi, o a passare nelle fila dei partigiani stessi o a chiedere l'ospitalità alla popolazione. [...] è certo che la gran massa dei militari italiani [...] ebbe a soffrire [...] sofferenze fisiche e morali che un maggior senso di comprensione e di umanità da parte dei greci avrebbe facilmente potuto evitare. Non sono mancati poi ai nostri danni inutili atti di barbarie che sono costati la vita a centinaia di militari di null'altro colpevoli che di essere italiani e di non aver voluto arrendersi ai tedeschi o da questi farsi deportare [...].

Il documento denunciava come illegale il disarmo operato dalle formazioni partigiane nei confronti della divisione "Pinerolo", che aveva combattuto contro i tedeschi al loro fianco, le sofferenze patite dai militari italiani internati nel campo di Neraide, le spoliazioni subite dai soldati sbandati e le uccisioni eseguite da partigiani greci (Andartes) determinate da "futili motivi". Tutto ciò, concludeva la premessa, non poteva "non generare un vivo senso di pietà per coloro che di tali efferatezze furono oggetto e un vivo senso di sdegno per coloro che ne furono autori".

L'impostazione dell'argomentazione italiana contenuta nel promemoria introduttivo presentò una caratteristica che nel corso degli anni assumerà la forma di una vera e propria narrazione egemonica, resa possibile dalle particolari condizioni della Guerra Fredda, che sarà utilizzata sia sul piano della difesa politica dei militari sia su quello della propaganda interna presso l'opinione pubblica nazionale. La rappresentazione espressa riconfigurava la presenza italiana in Grecia svincolando le truppe del regio esercito dalla funzione di soggetto operante in qualità di aggressore, trasformandolo al tempo stesso in un oggetto, ovvero in una vittima, della dinamica bellica. Privata di qualsiasi vincolo o addentellato spazio-temporale, ovvero l'alleanza con la Germania hitleriana, l'aggressione militare del 28 ottobre 1940 e l'occupazione completata con il decisivo supporto tedesco, la presenza in territorio greco dei militari del regio esercito sbandati dopo l'8 settembre diveniva in questo modo una delle tante drammatiche vicende della seconda guerra mondiale e non la risultante finale di una, peraltro fallimentare, politica imperiale volta a fare del Mediterraneo il "mare nostrum" evocato dal regime fascista. I militari divenivano in questo modo colpevoli solo di "essere italiani" e di non essersi voluti arrendere ai tedeschi, mai citati come ex alleati, o farsi deportare in Germania. Nessuna menzione veniva formulata circa i crimini commessi dalle truppe del regio esercito in Grecia e tantomeno si trovano tracce delle responsabilità dei vertici politici, istituzionali e militari che avevano organizzato, avallato e condotto le campagne belliche e la seconda guerra mondiale.

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Capitolo 2
Italia e Albania alla fine del conflitto mondiale



2.1. Dalla costante geografica alla lista di criminali di guerra


Il 17 novembre 1944 le formazioni partigiane albanesi del Fronte di Liberazione Nazionale erano entrate a Tirana. L'11 febbraio 1945 l'Albania veniva proclamata libera e trasformava la sua forma istituzionale in una Repubblica con a capo Enver Hoxha.

I danni arrecati dall'occupante italiano al piccolo paese balcanico, che Mussolini aveva definito "una costante geografica dell'Italia" ed il cui controllo permetteva di "allargare le sbarre del Mediterraneo", furono riprodotti all'interno dell'ex caserma-prigione di via Regina Elena utilizzata dai militari italiani come luogo di interrogatorio e tortura.

Il 22 gennaio 1945 iniziò presso l'Alta Corte di Giustizia di Roma il processo "contro la politica estera del fascismo" a carico di 14 imputati fra i quali figuravano Mario Roatta, Fulvio Suvich, Sottosegretario alle Finanze e agli Esteri durante il regime fascista, Filippo Anfuso, ambasciatore a Berlino durante la repubblica sociale italiana e Francesco Jacomoni, Luogotenente italiano in Albania. Proprio la presenza di quest'ultimo sul banco degli imputati attirò l'attenzione delle autorità di Tirana che consideravano Jacomoni il maggiore responsabile, in loco, dell'invasione e delle distruzioni subite dall'Albania durante l'occupazione italiana:

Viene riferito a questo Ufficio che gli albanesi seguono molto attentamente le vicende del processo Jacomoni, Benini ecc.. In particolare è stato notato come assiduo a tutte le sedute l'esponente del F.N.C. e agente ufficioso del governo provvisorio albanese in Roma Dr. Kiço Karajanni. Si dice che egli avrebbe il compito di raccogliere elementi per precisare la colpa di cittadini albanesi nei vari avvenimenti, nonché per sostenere la tesi albanese diretta a reclamare indennità allo Stato italiano per i danni subiti dall'Albania a causa dell'aggressione, della guerra di Grecia e del malgoverno fascista.

Pochi giorni dopo il più importante giornale nazionale pubblicava un articolo dai toni molto decisi, nel quale si rivendicava all'Albania il diritto di estradizione dei criminali di guerra albanesi e stranieri e della istruzione di processi a loro carico da celebrarsi in patria:

Il quotidiano «Bashkimi», organo centrale del Fronte di Liberazione Nazionale, n. 57 in data 27 febbraio 1945, reca il seguente articolo di fondo di Ymer Dishnica: "I criminali di guerra, i traditori del popolo albanese debbono essere giudicati in Tirana. Jacomoni e compagni, Abas Kupi e Midhat Frasheri, debbono essere giudicati nel luogo ove hanno commesso i crimini. Lo stretto legame che esisteva tra i traditori del paese ed i criminali di guerra italiani e tedeschi è testimoniato dai mostruosi crimini commessi a danno del popolo albanese. Migliaia di uccisi, migliaia di feriti, migliaia di emigrati ed esiliati, nei campi del fascismo, 2.000 case bruciate ed una gran parte della nostra economia sfasciata, sono la tangibile prova di questi gravi crimini. [...]".

L'articolo nominava ed indicava come criminali di guerra e traditori della patria i vertici del collaborazionismo albanese: Medi Frasheri, Regjep Mitrovica, Xhafer Deva, il "Balli Kombetor" di Midhat Frasheri ed i "Legaliteti" di Abas Kupi.

Tuttavia le maggiori responsabilità dell'aggressione e del terrore contro la popolazione civile prima ed i partigiani poi ricadevano sull'Italia:

Qui in Albania regnava[no] Vittorio Emanuele III, Mussolini, il Luogotenente Francesco Jacomoni ed i traditori del paese con Mustafà Kruja e Shefquet Verlaci in testa. Il terrore ed i crimini cominciarono a funzionare sistematicamente dal giorno dell'aggressione dell'Albania dal fascismo italiano. [...] Le isole d'Italia e le prigioni di Bari testimoniano tutto ciò. [...] ai tempi del Luogotenente regnava in Albania il terrore di Mustafà Kruja e Agostinucci. Il terrore della milizia, della Questura, dei carabinieri [...].

L'organo del Fronte di Liberazione Nazionale accusava l'Italia di indulgenza e copertura nei confronti di Jacomoni e, rivendicando il ruolo della lotta antifascista della Resistenza albanese, richiamava la possibilità di estradare e processare i responsabili di crimini di guerra sulla base degli accordi internazionali stipulati in materia dalle potenze Alleate:

[...] con quale coraggio cercano oggi a Roma di far apparire innocente Francesco Jacomoni? [...] tutto ciò non è in armonia né con lo spirito di Teheran né con le deliberazioni di Crimea [...] noi oggi non chiediamo, per diritto, i criminali di guerra come Jacomoni [...] come Midhat Frasheri e Abas Kupi, ma li vogliamo.

Li vogliamo perché così vuole il diritto internazionale per il quale hanno combattuto con tanto eroismo e abnegazione i grandi Alleati ed i popoli oppressi [...].

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Capitolo 4
L'Italia e gli Alleati



4.1. Tra fine della guerra mondiale e inizio della Guerra Fredda: gli Alleati e la questione dei criminali italiani


Le relazioni tra Italia, Usa e Gran Bretagna sulla questione della consegna e dell'istruzione di procedimenti giudiziari a carico di criminali di guerra del regio esercito rappresentarono un terreno non sempre lineare di confronto tra le forze anglo-americane, uscite vincitrici dal conflitto mondiale, ed un paese che aveva progressivamente modificato il suo status passando da nemico a cobelligerante durante la guerra e infine ad alleato nella nuova contrapposizione post-bellica tra est-ovest. In questo contesto la linea di condotta seguita dagli Alleati fu, almeno inizialmente, improntata ad un bilanciamento tra la necessità dell'azione punitiva nei confronti dei militari italiani, rei di crimini in danno di appartenenti alle truppe anglo-americane, e le nascenti esigenze geo-politiche che suggerivano l'adottamento di caute misure sanzionatorie onde evitare l'avvio di processi epurativi che avrebbero indebolito la struttura militare e istituzionale di un paese ormai centrale della nuova frontiera politica che separava l'occidente dall'oriente comunista.

Così una prima indicazione sull'intenzione anglo-americana di non celebrare una "Norimberga italiana" si ebbe a poco più di due mesi dalla fine della guerra allorché la stampa nazionale poteva pubblicare la notizia che i criminali di guerra italiani non sarebbero stati processati dalla Corte Militare Internazionale ma semmai da corti nazionali o da tribunali di Stati esteri che ne avessero chiesto l'estradizione:

Nei circoli competenti della capitale britannica la Corte militare internazionale che verrà istituita a Londra per giudicare i criminali di guerra non prenderà in esame nessuno dei criminali fascisti italiani quantunque molti sopravvissuti del governo fantoccio di Mussolini siano inseriti nelle liste dei criminali di guerra da varie Nazioni Unite. La Commissione delle quattro maggiori potenze che si trova attualmente a Londra per decidere circa l'inizio e la procedura dei processi davanti alla istituenda Corte interalleata non ritiene che gli scherani di Mussolini [...] abbiano titoli sufficienti per essere annoverati tra i principali membri della cospirazione dell'Asse contro la pace mondiale.

Tale scelta se da un lato forniva al governo di Roma garanzie sul piano politico internazionale, ovvero che l'Italia non avrebbe subìto nemmeno simbolicamente il trattamento riservato ai vertici del III Reich tedesco, manteneva in discussione la prospettiva di estradizione degli italiani accusati di crimini da parte di paesi ex occupati come Jugoslavia, Albania, Urss e Grecia.

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Pagina 206

Terribile esempio fu in questo senso il caso del sergente inglese Arthur Beanks, catturato, torturato ed infine ucciso dalla brigata nera di Ariano di stanza nella provincia di Rovigo:

[...] comunicasi circa il crimine consumato nella persona di Arturo Beanks quanto segue:

Nel mese di dicembre 1944 la brigata nera di Mesola, che agiva in stretta collaborazione con quella di Ariano Polesine, trasse in arresto il sergente pilota inglese Arturo Beanks [...] Prelevato dal tenente Rinaldi (già giustiziato per crimini fascisti) dalle carceri della brigata nera di Mesola, il Beanks fu condotto nella sede del Comando della brigata nera di Ariano per essere interrogato circa la sua appartenenza alla banda [partigiana, ndr] Boccato che agiva nel territorio del Basso Polesine. Poiché rispondeva negativamente alle continue e insistenti domande della brigata nera, il Beanks venne legato dal milite Pavin Aldo (pure giustiziato) ed il Rinaldi diede ordine che gli fossero spalmate di sostanze grasse le parti inferiori del corpo perché il cane del Pavanini Federico (il Pavanini fu condannato ad anni 30 di reclusione) leccandolo si eccitasse e lo coprisse. Non essendo riuscito l'esperimento, il Beanks fu successivamente spalmato nelle stesse parti inferiori con benzina alla quale Rinaldi diede fuoco. Nello stato comatoso in cui si trovava il Beanks venne portato in riva al Po; qui alcuni militi della brigata nera, tra cui un certo maresciallo Marzucchi ed il Bordon Luigi, legarono ai piedi del prigioniero inglese un grosso sasso e lo gettarono nel fiume allontanandosi subito dopo per rientrare in caserma. Sennonché il Beanks riusciva a liberarsi ed a riaffiorare a galla. Se ne accorsero il maresciallo Marzucchi ed il milite Pavin e il Beanks fu nuovamente tratto a riva e ricondotto al Comando della brigata nera ove, in una cantina, fu ucciso con tre colpi di pistola sparatigli a bruciapelo nella testa dal Rinaldi. Il giorno successivo il maresciallo Marzucchi provvide a seppellire, senza bara, il cadavere del prigioniero nel cimitero di Ariano Polesine. Alle torture inflitte al Beanks parteciparono il maresciallo della brigata nera Santacroce Francesco (già giustiziato) i militi Maccapani Dino, mentre Bordon, come sopra detto, avrebbe aiutato il maresciallo Marzucchi nel legare il Beanks prima che questi fosse buttato nel Po.

La linea del "doppio binario", definita a partire dal settembre 1946 si basò, dunque, sulla generale tolleranza e collaborazione da parte Alleata rispetto alla vicenda dei criminali di guerra italiani, fatti salvi i reati più gravi commessi contro soldati anglo-americani.

Tale impostazione spiega la differenza di trattamento riservata ad alcuni gruppi di militari del regio esercito, rilasciati dai comandi inglesi e americani, rispetto ad altri singoli casi, nei quali le condanne a morte furono comminate ed eseguite nelle carceri italiane dagli stessi Alleati.

Una distinzione netta intervenne a separare il destino dei militari italiani accusati di crimini di guerra da paesi esteri, specie se comunisti come la Jugoslavia o l'Albania, da quello dei responsabili di reati contro soldati anglo-americani. Ai primi le ragioni geo-politiche conferirono la possibilità di godere di protezione e difesa giuridico-politica da parte non soltanto del governo di Roma ma anche delle potenze occidentali interessate alla permanenza ed alla "continuità" del personale di vertice dell'esercito, in chiave anticomunista, ed a una rapida riorganizzazione militare dell'Italia finalizzata al suo inserimento all'interno della costituenda alleanza atlantica. La consegna di un numero elevato di alti gradi dell'esercito italiano ai paesi esteri richiedenti avrebbe, infatti, finito per rendere inevitabile un ricambio ai vertici militari, favorendo i processi di epurazione interna e consegnando inoltre a Stati alleati dell'Urss, come la Jugoslavia e l'Albania, la possibilità di incidere sulla stabilità degli equilibri interni di un paese collocato strategicamente sulla "frontiera" est-ovest all'interno del quale già operava un forte partito comunista che peraltro nel 1946 faceva organicamente parte del governo nazionale:

[...]

La strategia perseguita dagli anglo-americani fu interamente incentrata sull' obiettivo di ribaltamento e fuoriuscita da una situazione emergenziale e potenzialmente distruttiva per l'alleato italiano, quale sarebbe stata l'incriminazione e la condanna dei suoi alti quadri militari a livello internazionale e la conseguente spinta esogena all'epurazione interna, nella prospettiva di riorganizzare rapidamente un fronte politico-militare anticomunista nel cuore dell'Europa e in un paese "di frontiera" come l'Italia. In questo quadro si collocò l'azione di inserimento di organismi come l'Armata Italiana per la Libertà (A.I.L.), che rappresenterà un primo nucleo originale dell' organizzazione nota come "Gladio", all'interno dei piani strategici degli eserciti Alleati:

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In conclusione, dunque, l'enorme peso politico della scelta del governo americano diveniva tanto più evidente in quanto definiva una prospettiva nella quale non soltanto la questione dei criminali di guerra ma l'intero complesso della riflessione sull'eredità della dittatura mussoliniana nella storia nazionale italiana veniva ricollocato su un piano in cui la necessità politica, istituzionale, sociale e civile dei conti col passato fascista assumeva un'importanza relativa se non secondaria. Appare chiaro, in questo senso, il nesso intercorrente tra equilibri della Guerra Fredda, impunità dei criminali di guerra, "continuità dello Stato" e la lunga amnesia dell'Italia repubblicana sulle responsabilità storiche del fascismo, su quelle della classe dirigente nazionale e sul consenso dell'opinione pubblica al regime di Mussolini.

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Capitolo 5
Italia e Jugoslavia:
crimini e diplomazia al confine orientale



5.1. L'azione congiunta di Alessandro Casati e Giovanni Messe contro le denunce jugoslave


I danni complessivi denunciati dalla Jugoslavia alla Conferenza per le riparazioni di Parigi vennero calcolati in 9 miliardi e 145 milioni di dollari di danni materiali e 1.706.000 morti, pari al 10,8% della popolazione totale. Di questi, la stragrande maggioranza era rappresentata da vittime civili non combattenti, poiché, secondo le stime ufficiali jugoslave, le perdite tra i partigiani inquadrati nelle formazioni dell'Esercito Popolare di Liberazione ammontarono complessivamente a 306.000 uomini. A queste cifre furono poi aggiunti i dati dei reduci dei campi di concentramento in Jugoslavia e Italia, della distruzione del 25% degli abitati e dei danni arrecati dagli occupanti ai rami dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti e delle materie prime.

L'Italia a conclusione dei trattati di Parigi venne condannata a pagare alla Jugoslavia, a titolo di riparazione, 125 milioni di dollari.

La complessità del contesto politico interno ed internazionale lungo il confine italo-jugoslavo conferì alla vicenda dei criminali di guerra un particolare grado di tensione tra i governi di Roma e Belgrado. Il 1945 e la fine della seconda guerra mondiale obbligavano innanzitutto ad una generale riflessione sulla vicenda del confine orientale dei trenta anni precedenti.

Sul piano dei rapporti bilaterali era certamente la politica estera dei governi italiani, dapprima nell'ultima fase dello Stato liberale e poi durante il regime fascista fino all'aggressione militare del 1941, a rappresentare l'elemento centrale della frattura intervenuta tra i due paesi.

Sul piano internazionale, invece, l'appartenenza di Italia e Jugoslavia ai due blocchi contrapposti, a guida americana e sovietica, finiva per proiettare le dinamiche conflittuali della Guerra Fredda su un'area già storicamente attraversata da tensioni di carattere politico, sociale ed etnico.

In questo quadro lo scontro sulla questione dei crimini di guerra, dei risarcimenti, del rimpatrio dei prigionieri e della punizione penale dei responsabili dei reati contro le popolazioni civili divenne un terreno di aperto scontro politico-diplomatico intorno al quale i governi di Roma e Belgrado non esitarono a mobilitare le rispettive opinioni pubbliche nell'ottica dell'acquisizione del consenso interno. La sollecitazione delle sensibilità nazionali e nazionalistiche, pur configurandosi come elemento di contesa sul piano della politica estera, rispondeva in verità a precise esigenze interne.

In Jugoslavia era finalizzata al consolidamento della base del nuovo Stato socialista, che si era strutturato e legittimato proprio all'interno dell'esperienza della guerra di liberazione contro gli occupatori nazifascisti e che dall'epopea resistenziale aveva tratto un nuovo elemento unitario.

In Italia era funzionale alla politica di stampo anticomunista volta ad indicare il Pci come alleato internazionale di Tito e dunque "nemico interno" del cosiddetto "interesse nazionale" rispetto a questioni come quelle di Trieste, quella dei profughi istriano-dalmati o del ritorno dei prigionieri italiani catturati durante la guerra dall'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo (EPLJ).

A questi elementi si aggiungeva, per parte italiana, la delicata questione della transizione dai governi post-fascisti, composti nel quadro dell'ordinamento istituzionale monarchico, a quelli della repubblica democratica. In particolare sul piano militare la questione dei processi che avrebbero dovuto coinvolgere i criminali di guerra italiani si inseriva direttamente all'interno della controversa questione della "continuità dello Stato" e dell'epurazione dei quadri e dei vertici dell'ex regio esercito. Proprio dagli ambienti militari, immediatamente a ridosso della fine della guerra, emersero pressioni sul III governo Bonomi, attraverso una lettera del Ministro della Guerra Alessandro Casati, il quale chiedeva che di fronte alle richieste di estradizione jugoslave il Presidente del Consiglio opponesse un fermo rifiuto alla consegna dei militari accusati dal governo di Belgrado:

Eccellenza,

ho appreso dai giornali che il Governo del Maresciallo Tito ha richiesto alla Commissione delle Nazioni Unite per la punizione dei criminali di guerra, con sede a Londra, la consegna di taluni ufficiali italiani qualificati "criminali di guerra". Desidero farmi interprete [...] della profonda e penosa impressione che la notizia ha prodotto nell'ambiente dell'Esercito. Una simile richiesta lede gli essenziali diritti della sovranità italiana che si concretano, tra l'altro, nell'essere l'autorità italiana l'unica competente a giudicare del comportamento dei suoi cittadini e dei suoi soldati nell'adempimento dei loro doveri [...].

La lettera di Casati a Bonomi eludeva completamente gli elementi essenziali del ragionamento ovvero sia la responsabilità dell'aggressione militare del governo fascista italiano sia la condotta bellica del regio esercito, dei battaglioni "M" e delle milizie collaborazioniste largamente incentrata sulle tecniche della controguerriglia e del coinvolgimento dei civili nelle rappresaglie.

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La particolare vicenda italiana nella seconda guerra mondiale, paese occupante all'estero e alleato della Germania hitleriana e poi paese occupato dagli stessi tedeschi nel quadro del cambio di fronte operato con la cobelligeranza insieme agli Alleati, configurava gli aspetti estremamente contraddittori delle indicazioni dello Stato Maggiore che risiedevano da un lato nella logica del disconoscimento della legittimità delle azioni partigiane e dall'altro nel tentativo di giustificare i crimini commessi dalle truppe italiane attraverso il principio dell'obbligatorietà di esecuzione di ordini superiori.

La criticità dei due aspetti era particolarmente acuta per il caso italiano in quanto il nuovo Stato, la nuova collocazione internazionale e la rivendicazione di un destino diverso rispetto a quello dell'ex alleato nazista in sede di firma del trattato di pace traevano origine proprio dalla rivendicazione della legittimità della Resistenza italiana come fenomeno militare e di riscatto del paese dal ventennio fascista. Una tale argomentazione difensiva minava, inoltre, alla base anche la possibilità di celebrare processi contro criminali tedeschi responsabili delle stragi perpetrate in Italia dopo l'8 settembre 1943. Infatti secondo la logica che lo Stato Maggiore pretendeva di applicare per la Jugoslavia ogni azione criminale dell'esercito tedesco presentata come rappresaglia sarebbe stata giustificata dalla presenza e dall'attività militare delle formazioni armate dei resistenti non riconoscibili come legittimi belligeranti e dall'obbligatorietà di esecuzione degli ordini superiori.

Il tema della contestazione della legittimità della guerra partigiana ricorse peraltro più volte anche rispetto ad organi di repressione giudiziaria come il Tribunale Speciale fascista che il regime aveva utilizzato per condannare a morte o all'ergastolo gli oppositori politici ed i resistenti.

Quando Lavo Cermelj redasse una pubblicazione sull'azione giuridica criminale del Tribunale Speciale italiano l'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo lavorò ad una serie di "considerazioni" sul testo di Cermelj in modo da fornire una linea difensiva alle autorità italiane di fronte alle accuse che il governo di Belgrado aveva già presentato alle nazioni alleate nella conferenza di Londra.

Le considerazioni dell'Alto Commissariato anche se non giustificavano apertamente l'operato del Tribunale fascista, pur escludendo del tutto ad esempio che gli imputati potessero essere stati soggetti a torture finalizzate all'estorsione di confessioni, sottolineava come le attività contestate agli jugoslavi processati non potessero essere all'epoca considerate atti di guerra mossi da un movente politico quanto piuttosto reati comuni:

Gli episodi narrati sono esatti nel loro quadro generale, parzialmente inesatti se si esaminano singolarmente in profondità; esattissime le pene di morte; le condanne riportate dai singoli individui; le date dei processi; i nomi dei giudici. I temi fondamentali su cui si sviluppa la narrazione degli episodi sono i seguenti: [...] la legge fascista 25-XI-1926 n. 2008 creata per gli antifascisti italiani fu applicata soprattutto contro le minoranze slave; comunque le pene restrittive e le condanne a morte furono erogate verso slavi;

la prima affermazione viene smentita [...] la seconda è esatta ma trova parziale giustificazione quando si consideri che gli antifascisti slavi, a differenza della quasi totalità degli italiani, non limitavano la loro attività al campo organizzativo ideologico di stampa, propaganda ecc.., ma passavano sul terreno concreto dell'azione giungendo spessissimo a compiere delitti che, per quanto inspirati da movente politico, erano pur sempre gravissimi delitti comuni (incendi di scuole, sabotaggi, esplosioni, numerosi omicidi di militi, ufficiali della milizia, confidenti di polizia ecc.) [...] deve escludersi che [...] l'imputato potesse essere ancora esposto a sevizie o torture [...] Effettivamente i giudici del Tribunale Speciale ebbero il torto (fra tanti altri) di voler [...] negare il movente politico irridentistico dei delitti compiuti dagli slavi; per essi si trattava soltanto di gravi reati comuni commessi da volgari banditi e delinquenti al soldo di potenze straniere [...].

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