Copertina
Autore Julio Cortázar
Titolo Divertimento
EdizioneVoland, Roma, 2007, Libri piccoli 18 , pag. 138, cop.fle., dim. 12x16,5x1 cm , Isbn 978-88-88700-82-3
OriginaleDivertimento [1986]
LettoreGiorgia Pezzali, 2007
Classe narrativa argentina
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Pagina 7

1



Parlo di un tempo distante e ormai cinerario, quando eravamo in tanti e vivevamo come racconto qui, poco per gli altri e quasi tutto per i miei giorni festivi che riempio instancabilmente di parole. L'arancia si apre in spicchi traslucidi che alzo al sole di una lampada per vedere tra la linfa il globulo scuro dei semi. Da uno degli spicchi escono i Vigil, ora sto con loro e con gli altri nella casa di Villa del Parque dove giocavamo a vivere.


Jorge si dedicava all'introspezione, recitava poesie automatiche di inconfutabile bellezza. Allungato sul tavolo da disegno, i capelli tra fogli canson e carboncino, mormorava tra sé le melopee preliminari che lo facevano cadere in trance.

— Sta oliando la bicicletta — mi disse Marta che allora prediligeva le immagini forti. — Vieni a vedere questa meraviglia.

Mi avvicinai alla vetrata che dava a ovest. Dietro una tenda da sole a righe arancione e blu c'era il paesaggio agreste, ma qualcuno aveva fatto un buco rettangolare da dove entrava il sole delle quattro mescolato a brandelli di figure e di nubi.

— Guarda qui, è un Poussin favoloso.

Non era affatto un Poussin, piuttosto un Rousseau, però la luce del pomeriggio, il caldo, qualcosa in quel frammento d'esterno che si stagliava attraverso la tenda, gli davano un'importanza a cui non si poteva sfuggire. Chinandomi verso l'angolo dove Marta mi esortava a guardare, capii la ragione della sua meraviglia. In un prato non troppo distante, proprio accanto alla facoltà di agraria, una gran quantità di mucche pascolava in pieno sole, bianche e nere, in perfetta simmetria. Avevano qualcosa del mosaico e del quadro vivente, un balletto idiota di figure lentissime e ostinate; la distanza impediva di distinguerne i movimenti, ma osservando con attenzione si vedeva cambiare a poco a poco la forma dell'insieme, la costellazione bovina.

– È fantastico che sedici mucche riescano a stare in questo buchetto – disse Marta. – Conosco già la storia della prospettiva, ecc. Con un dito si copre il sole, e bla bla bla. Ma se ti fidi soltanto dei tuoi occhi, per un attimo soltanto dei tuoi occhi, e vedi quella decalcomania purissima laggiù, tutto è perfetto: il prato verde le mucche nere e bianche, due vicine, altre più in là, tre in fila e ritagliate; la cosa fantastica è l'irrealtà di queste figure che sembrano tanto una cartolina illustrata.

– La cornice del buco permette l'illusione – dissi. – Quando torna Renato possiamo chiedergli di dipingerlo. Realismo magico, sedici mucche che celebrano la nascita di Venere in un torrido pomeriggio.

– Il titolo va bene, senza contare che sarebbe l'unico modo per convincere Renato a dipingere qualcosa che vediamo anche noi. Anche se il quadro che sta facendo adesso è piuttosto fotografico.

– Be', sì. Ma fotografato da un marziano o visto attraverso l'occhio sfaccettato di una mosca. Immàginati come deve essere fotografare la realtà attraverso l'occhio di una mosca.

– Preferisco le mie mucchette. Guardale ancora, Insetto, guardale ancora. Peccato che Jorge stia dormendo, sarebbe bello fargliele vedere.

Sapevo quello che sarebbe successo. Jorge mosse un braccio con uno scatto nervoso, sollevandosi a metà dal tavolo di Renato. Era un po' pallido, guardava fisso sua sorella.

– Ascolta, sciocca, ce l'ho già. Ascoltate tutti e due, ora comincia. La parola è menta, tutto nasce da lì, lo vedo ma non so cosa diventerà. Adesso aspettate, l'ombra della menta fra le labbra, l'origine segrata di certe bevande centellinate sotto luci fumose, a volte tornano come parole e si aggregano al ricordo per non lasciarlo andare solo sotto le antiche lune. ("Bella poesia" mi disse Marta all'orecchio mentre scriveva velocissima.) "Putto questo è vano, l'importante permane nell'atteggiamento sobrio degli edifici e delle nuvole basse; nondimeno fa parte di vite già depositate sul fondo di bicchieri vuoti, con impronte di labbra sul bordo dove il pulviscolo dell'alba si decanta infinito.

È così che ricordo un anice secco e penetrante bevuto in una casa di calle Paysandú; un aloja tracannato per il caldo torrido di Tucumàn e una granatina fior di fuoco in un caffè letterario di Mendoza. In questa terra di vini corposi la geografia è colma di sapori rossi e aurei, mosti piccanti di San Juan, bottiglie di Bianco di Cuyo e breve gloria nelle altissime botti dei leggendari Súter. Questo vino è una lumaca andina, quello, una notte insonne trascorsa a tracannarne fiumi, e il più amaro e umile, il vino sfuso da bottega su strade sterrate e salici ormai altissimi, ai margini di Buenos Aires dove la noia chiama la sete.

Jorge si interruppe per respirare rumorosamente, fece una strana smorfia con la bocca.

— È giusto anche essere inclini alla diafana miseria dell'acquavite, che... Merda, non non riesco ad andare avanti.

Si tirò su ansimando. Il colore gli tornava in viso, ma non ancora del tutto. Si gettò su una sedia.

— Troppo spettacolo per così poco — mi disse Marta. — Sembra un catalogo di Arizu. Mi sono piaciute di più quelle di ieri sera, gli sono uscite improvvise e perfette. Le hai sentite, Insetto?

— No.

– Si intitolano Poesie con orsi pigri.

– Ogni orso avrà il suo orologio – dissi con malizia. – Ci sono anche plagi automatici.

– E cos'è un plagio, me lo sai dire? Bisogna analizzare l'idea del plagio all'origine. Non vedi le mie mucche? Una plagia l'altra, sedici plagi in bianco e nero; il risultato, una stupenda cartolina stile idiota. Un capolavoro.

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2



Nello stesso modo in cui il gomitolo si trova lì (o la matassa, piccolo mare spugnoso arancione o verde sulla gonna) e tu ne tiri un'estremità, allora l'estremità si consegna, la senti cedere disinvolta, oh tesoro che bello tirare e tirare, avvolgi il filo su un pezzetto di cartone per fare un bel gomitolo senza nodi, niente di raggomitolato, qualcosa di continuo e terso come l'avenida General Paz. Con precisione tiri fuori il filo e ti sembra che in fin dei conti l'altro gomitolo non fosse troppo ingarbugliato, inizi a pensare che stai perdendo tempo, il filo viene via sempre docile e si avvolge su se stesso attorno al cartone, quello di sotto è coperto da quello di sopra che dopo diventa quello di sotto (come nelle buone polente: uno strato di salsa, uno di polenta, uno di formaggio grattugiato; o il gioco che facevamo da bambini, prima io mettevo una mano, poi la nonna metteva sopra la sua e io l'altra e lei l'altra; io toglievo quella di sotto — piano, piano, perché era lì il bello — e la mettevo sopra; lei tirava via quella di sotto e la metteva sopra, io toglievo quella di sotto — adesso più veloce — e la mettevo sopra, poi c'era la sua, la mia, la sua, la mialasualamia che risate —)

perché c'è un altro strato di filo che si arrotola sopra — che poi dopo diventa quello di sotto.

Tutto va alla perfezione e a te sembra di star perdendo tempo perché il gomitolo non era ingarbugliato, il filo si srotola senza difficoltà, sembra incredibile che da quella massa glutinosa nasca il filino chiaro che sale in aria fino alla tua mano. E allora avverti (le dita sentono suonare questa rottura terribile) che qualcosa resiste, improvvisamente il filo diventa teso, ronza avvolto nel pulviscolo del talco e della lanugine, un nodo chiude l'uscita, chiude il ritmo felice, il gomitolo era ingarbugliato

in

garbugliato

lì dentro allora ci sono cose che non sono solo il filo, il gomitolo non è un filo arrotolato su se stesso, nel mondo del gomitolo la tua sorpresa adesso intravede cose che non sono filo, ormai sei consapevole che filo più filo non bastano per fare un gomitolo. Un nodo, cos'è un nodo, filo che si morde, sì ma nodo, non solamente filo dentro il filo. Nodo è altro dal filo. Globo terrestre gomitolo, adesso vedi mari, continenti, una flora lì dentro, e non ti serve tirare perché resiste, tiri dai paralleli, tiri dai meridiani. Andava tutto così bene quando era solo un gomitolo, definizione del filo molto arrotolato. Tiri furiosa, perché questa cosa nuova è ribelle e ti resiste, vedi uscire un po' il filo, giusto un po' e dentro come un amo di filo che lo trattiene, una pesca al contrario e come sei rabbiosa. Unica soluzione quella di Alessandro Magno, sistema stupido vecchio inutile. Come districare il gomitolo in alto contro la luce, fili paralleli, dieci, ottanta, oh quanti – Ma qui contro il tuo amo di se stesso, due o tre arrotolati, mezzinodi e il tuo filino fermo lì, il tuo gomitolino interrotto lì. Così si impara a guardare una matassa, dimenticata dalla definizione, filo su se stesso molte volte

frottole

Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio – Nei gomitoli che non sono niente, la loro stessa materia che gira e gira immobile, universo traslucido in mano, chioma di albero di lana con dentro aggeggi che agganciano i fili.


– Niente da fare, tagliarlo con le forbici e basta. – Laura continuava ad agitare in controluce il soffice gomitolo, sembrava un gatto disossato e impiccato, il cadavere di un piatto piano che si affloscia, precipita come un paracadute al contrario. Lo scosse ancora, quasi sperando che accadesse qualcosa. Ogni volta che lo muovo l'intera struttura si modifica completamente, fiumi e mari filamentosi cambiano dimensione e posizione, si aprono squarci e si addensano rilievi, ma i nodi rimangono sempre lì come unghie rotte, dove tutto si impiglia. Moña tirava il filo con delicatezza, guadagnava due giri per l'altro gomitolo, si fermava, un altro giro e mezzo: nodo. Erano ormai molto stanche, senza voglia di continuare. Moña adagiò il gomitolo sulla gonna, si lisciò i capelli con studiata svogliatezza.

– È peggio che mettere in ordine i francobolli di zio Roberto. È peggio che leggere i tuoi versi. È peggio che avere figli, che ascoltare Saint-Saéns, di un sassolino nelle lenticchie. È molto peggio.

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Moña sistemava le taschine trasparenti e zio Roberto decideva attentamente l'ubicazione finale dei francobolli. Gli piaceva dire: "le affrancature". Uno si nobilita scegliendo la parola più arcaica, il suo colore ambra pallido ne comprova l'antichità; "le affrancature" del Brasile, 1880-1924. Centosettantatré francobolli.

Moña sorseggiava cognac e fumava, segno di concentrazione manuale, e zio Roberto misurava con un righello millimetrato (trasparente) la distanza tra le taschine. Peccato non avere un'altra parola per taschina.

Moña infilava i francobolli e zio Roberto era contento. Le case all'altezza del numero millenovecento di calle Sarmiento, a un passo da Callao ma così tranquille di pomeriggio, con quegli appartamenti alti dalle finestre enormi: una meraviglia per la filatelia, il cucito, l'amore quotidiano. Con una sala da pranzo adorna di velluti scuri, di frange. Nature morte, le piccole dentro la grande. Banane, pesci, uva. Le mani scivolano sul velluto del grande tavolo ed è un solletico crudele, elettricità pigmea che non passa dalle unghie. Se un francobollo scappa e cade, il velluto lo sostiene su mille piccole lance rosse, piattaforma per guerriero vittorioso. I galli portavano a spasso i loro re su piattaforme di scudi. Cognac Domecq di tre vitigni.

Moña infilava i francobolli, giù in strada l'86 stridette spaventoso, un insetto gigante, riprendeva velocità, la nota tesa del tram che accelera, che sale e sale, fa, sol bemolle, sol, la bemolle, la — Caduta a zero, diminuzione del suono, libertà. "Non sopporto i tram" pensò Moña. "Strillano come donnicciole." Bevve il cognac. Il fondo del bicchiere schiacciava il velluto, si vedevano attraverso il vetro i pelucchi rossi piegati e indifesi, uno sporco color rosa antico rivelava la base consunta del velluto, il suo color rosa pallido ne comprovava la vecchiezza. Quanto rimaneva del sole se ne andava dal balcone, la sala da pranzo ricomponeva la sua penombra per la sera.

Zio Roberto accarezzò il braccio della nipote e le mise sul polso un bel francobollo arancione che sembrava fosforescente. Ne aveva anche uno lilla, stessa emissione, ma diverso valore. Sentendo bussare delicatamente con un dito sul telaio della porta, alzò uno sguardo distratto e mi guardò per un attimo prima di riconoscermi.

— L'Insetto — disse alla fine. — Entri, Insetto.

— Salve filatelici — dissi, morto dal caldo. — Posso togliermi la giacca?

— Si serva un cognac, Insetto.

Ne bevvi due, mentre chiedevo di Laura e doña Bica. Volevo parlare soprattutto con Laura, ma poiché mi dissero che era insieme a doña Bica rimasi ad aiutarli a classificare i francobolli fino al momento in cui arrivò doña Bica e mi baciò in fronte.

— Come va, figliolo? Non la si vede molto di questi tempi. Roberto parlava di lei proprio ieri sera.

— Mi aveva promesso un francobollo del Portogallo — disse zio Roberto con un certo astio.

— L'ho dimenticato nell'altro portafoglio, mi dispiace molto. Glielo manderò domani per posta.

— Per posta no — disse zio Roberto. — Non va bene che un francobollo serva per proteggerne un altro. Va a finire che si perdono entrambi.

— E un corriere espresso?

— Allora sì, ma solo se è dell'agenzia di calle Esmeralda. Gli altri, a quanto ne so, sono degli imbecilli. A Bica hanno perso un anello e le avventure di Rocambole che le mandava sua cugina da Villa Crespo. Sono disastrosi.

— Andrò all'agenzia di calle Esmeralda. Laura è in casa, doña Bica? No, vado da solo, lei li aiuti a classificare i francobolli.

A quel tempo amavo i dialòghi idioti e a volte mi riuscivano bene, sempre che non ci fossero meno di tre persone. Zio Roberto e doña Bica mi assecondavano mirabilmente, non dimenticherò mai un pomeriggio in cui riuscimmo a parlare per venticinque minuti della Società di Beneficenza. Mi bastava fornire lo spunto per un percorso verbale e le idee trite e ritrite e i pregiudizi sgorgavano a fiotti da tutti e due; inoltre entrambi mi apprezzavano molto poiché mi mettevo sul loro stesso piano e dicevo cose come questa: "Un orfano sarebbe la prova più tangibile dell'inesistenza di Dio se non esistesse la controprova della carità umana che riscatta il povero infante dalla sua triste condizione." Laura e Moña tentavano di aiutarmi in dialoghi simili, ma con loro la cosa era forzata e si cadeva nell'esagerazione. Tenevamo un registro delle frasi più belle, tra le quali spiccava questa di zio Roberto: "L'aria del balcone mi rinfresca l'anima."

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