Copertina
Autore Roger Crowley
Titolo 1453. La caduta di Costantinopoli
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2008, La storia narrata , pag. 302, ill., cop.ril.sov., dim. 18x23,5x2 cm , Isbn 978-88-6159-068-7
Originale1453. The Holy War for Costantinople and the Clash of Islam and the West
EdizioneHyperion, New York, 2005
TraduttoreFrancesco Saba Sardi
LettoreGiovanna Bacci, 2009
Classe storia medievale , storia: Europa , religione , paesi: Turchia , citta'
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Indice


  1  Prologo. La Mela Rossa

  7  1. Il mare in fiamme
        629-717

 21  2. Sognando Istanbul
        1071-1422

 35  3. Il sultano e l'imperatore
        1432-1451

 51  4. Il Tagliagola
        Febbraio 1451-novembre 1452

 65  5. La chiesa buia
        Novembre 1452-febbraio 1453

 79  6. Il muro e il cannone
        Gennaio-febbraio 1453

 97  7. Numerosi come le stelle
        Marzo-aprile 1453

113  8. Le terrificanti trombe della resurrezione
        6-19 aprile 1453

127  9. Un vento di Dio
        1-20 aprile 1453

143 10. Spirali di sangue
        20-28 aprile 1453

161 11. Terribili macchine belliche
        25 aprile-28 maggio 1453

179 12. Presagi e portenti
        24-26 maggio 1453

193 13. «Ricordate la data»
        27-28 maggio 1453

211 14. Le porte serrate
        Ore 1,30 del 29 maggio 1453

225 15. Un pugno di polvere
        Ore 6 del 29 maggio 1453

243 16. "L'attuale terrore del mondo"
        1453 -1683

257 Epilogo. Luoghi di riposo

265 Appendice. Nota sulle fonti

271 Ringraziamenti

273 Note

291 Bibliografia

297 Indice dei nomi

301 Tavole a colori



 

 

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Pagina 1

Prologo La Mela Rossa


                                        Una mela rossa attira pietre.

                                                      Proverbio turco



Inizio della primavera. Un falco nero aleggia nel vento di Istanbul. Traccia lente curve attorno alla moschea Suleymaniye, quasi fosse legato ai minareti. Da lassù può contemplare una città di quindici milioni di abitanti, seguendo con occhi imperturbabili il passare di giorni e secoli.

Se un antenato di quell'uccello avesse sorvolato Costantinopoli in un freddo giorno di marzo del 1453, la pianta della città sarebbe stata simile, anche se meno congestionata. La forma è particolare, un triangolo irregolare volto leggermente all'insù in corrispondenza del suo vertice orientale, come un aggressivo corno di rinoceronte, e difeso dal mare su due lati. A nord la protetta insenatura del Corno d'Oro, dalle acque particolarmente profonde; lungo il fianco meridionale il mar di Marmara, che a occidente si congiunge al Mediterraneo attraverso il collo di bottiglia dei Dardanelli. Dalla vista aerea si può indovinare la salda, ininterrotta linea delle fortificazioni che vigilano questi due lati verso il mare del triangolo, e vedere come le correnti marine scorrano lungo la punta del corno di rinoceronte alla velocità di sette nodi: le difese della città, dunque, sono sia naturali sia opera dell'uomo.

Ma è la base del triangolo a essere quanto mai straordinaria. Una triplice complessa collana di mura, ingioiellata di torri a brevi intervalli e fiancheggiata da un incredibile fossato, si estende dal Corno d'Oro al mar di Marmara e sigilla la città dagli attacchi. Questa è la millenaria cinta di Teodosio, la più formidabile difesa nel mondo medievale. Per i turchi ottomani del XIV e XV secolo era "un osso nella gola di Allah", un problema psicologico che ne sfidava le ambizioni e intralciava i sogni di conquista. Per i cristiani occidentali era un baluardo contro l'Islam. Li teneva al sicuro dal mondo musulmano e li inorgogliva.

Scrutando la scena nella primavera del 1453 sarebbe stato possibile distinguere la fortificata città genovese di Galata, una minuscola città-stato italiana dall'altra parte del Corno, e vedere dove finiva esattamente l'Europa. Il Bosforo separa i continenti, penetrando come un fiume tra basse colline alberate alla volta del mar Nero. Dall'altra riva si estende l'Asia Minore, l'Anatolia, che in greco significa, letteralmente, "Oriente". Le cime innevate dell'Olimpo scintillano alla pallida luce del sole a un centinaio di chilometri di distanza.

Volgendo lo sguardo all'Europa, il terreno si distende in lievi ondulazioni verso la città ottomana di Edirne, a circa duecento chilometri a ovest. Ed è in questo paesaggio che l'occhio onniveggente coglierebbe qualcosa di significativo. Lungo le piste irregolari che uniscono le due città, sono in marcia enormi colonne di uomini; bianchi copricapo e rossi turbanti avanzano in masse compatte; archi, giavellotti, mazze ferrate e scudi riflettono il sole basso; veloci squadroni di cavalleria sollevano fango al loro passaggio; cotte di maglia ondeggiano e balenano. Dietro vengono le lente file di muli, cavalli e cammelli che portano gli arnesi da guerra e gli uomini che li alimentano, minatori, cuochi, armaioli, mullah, carpentieri e foraggeri. E più indietro, altro ancora. Infinite mandrie di buoi e centinaia di uomini trainanti cannoni sul terreno molle tra immense difficoltà. L'intero esercito ottomano è in movimento.

Più si allarga la visuale, più si svelano i particolari dell'operazione. Come sullo sfondo di un dipinto medievale, una flotta di navi a remi sta facendo rotta dai Dardanelli, controvento e con laboriosa lentezza. Navi da trasporto dalle alte fiancate fanno vela dal mar Nero con carichi di legname, granaglie e palle da cannone. Dall'Anatolia, torme di pastori, santoni, civili e vagabondi al seguito delle truppe calano dall'altopiano verso il Bosforo, in risposta alla chiamata alle armi degli ottomani. Quella caotica caterva di uomini ed equipaggiamenti costituisce l'avanzata coordinata di un esercito che ha un unico obiettivo: Costantinopoli, capitale di quel poco che nel 1453 resta dell'antico Impero bizantino.


Gli uomini medievali erano profondamente superstiziosi sul fatto di impegnarsi in quello scontro. Credevano nelle profezie ed erano in cerca di presagi. Dentro Costantinopoli, monumenti e statue antiche erano circondati da una sorta di aura magica: in essi la gente scorgeva il presagio del futuro del mondo, criptato nelle narrazioni incise sulle colonne romane, le cui vicende originali erano andate perdute. I cittadini leggevano segni negli eventi atmosferici e trovavano inquietante la primavera del 1453, insolitamente umida e fredda. In marzo, densi banchi di nebbia gravavano sul Bosforo. C'erano nevicate fuori stagione e terremoti. Per una città piena di aspettative era un cattivo presagio, forse persino un portento foriero della fine del mondo.

Anche gli ottomani che avanzavano avevano le loro superstizioni. L'obiettivo della loro offensiva era noto semplicemente come la "Mela Rossa", un simbolo di potere mondiale. La sua conquista era l'oggetto di un ardente desiderio islamico risalente a otto secoli prima, quasi allo stesso Profeta, ed era alimentato da leggende, predizioni e oracoli apocrifi. Nell'immaginazione dell'esercito islamico, la Mela aveva una precisa localizzazione dentro la città. Davanti alla chiesa madre di Santa Sofia, su una colonna alta trenta metri, stava un'enorme statua equestre in bronzo dell'imperatore Giustiniano, un monumento alla potenza dell'antico Impero bizantino e un simbolo del suo ruolo di bastione cristiano contro l'Oriente. Secondo lo scrittore del VI secolo Procopio, era stupefacente:

Il cavallo guarda a oriente ed è una nobile visione. Su questo cavallo sta un'enorme statua dell'imperatore, abbigliato come Achille. [...] La sua corazza è di stile eroico; mentre l'elmo che ne copre il capo sembra muoversi su e giù e riluce abbagliante. L'imperatore volge lo sguardo al sole nascente, cavalcando, a me sembra, alla volta dei persiani. Nella mano sinistra regge un globo, lo scultore con esso significando che tutte le terre e i mari sono a lui soggetti, sebbene non abbia spada né lancia né altre armi; sopra però sta la croce, solo grazie alla quale ha ottenuto il suo regno e la maestria in guerra.


Era appunto nel globo di Giustiniano sormontato da una croce che i turchi avevano localizzato la Mela Rossa, ed era proprio per quello che stavano venendo: l'antica fama dell'Impero cristiano e la possibilità del dominio del mondo che sembrava contenere.

La paura dell'assedio era profondamente inscritta nella memoria dei bizantini. Era lo spettro che gettava un'ombra sulle loro biblioteche, le loro aule marmoree, le loro chiese ornate di mosaici, ma ne erano troppo consapevoli per restarne sorpresi. In più di mille anni, fino alla primavera del 1453, la città era stata assediata forse ventitré volte. Ma era caduta una sola, e non nelle mani degli arabi o dei bulgari, bensì in quelle dei cavalieri cristiani della quarta crociata, in quello che si era configurato come uno dei più assurdi episodi della storia del Cristianesimo. Le mura terrestri non erano mai state sfondate da alcun attaccante, sebbene fossero state rase al suolo da un terremoto nel V secolo. Per tutto il resto, avevano retto saldamente, ragion per cui, quando l'esercito del sultano Mehmet finalmente si attestò di fronte alla città il 6 aprile 1453, i difensori avevano ragionevoli speranze di sopravvivere.

Gli eventi che portarono a quel momento e a quanto accadde in seguito costituiscono l'argomento di questo libro, un racconto di umano coraggio e crudeltà, di ingegnosità tecnica, di fortuna, viltà, pregiudizio e mistero. Una vicenda che riguarda anche molti altri aspetti di un mondo in pieno cambiamento: lo sviluppo delle artiglierie, dell'arte ossidionale, della tattica navale, le credenze religiose, i miti, le superstizioni delle genti medievali. Ma soprattutto è la storia di un luogo, di correnti marine, colline, penisole, tempo atmosferico, di come la terra si alzi e si abbassi e di come gli stretti dividano due continenti di così poco che "quasi si baciano", dei punti in cui la città è forte, difesa da sponde rocciose, e delle particolarità geologiche che la rendono vulnerabile all'attacco. Erano le potenzialità di quel luogo, ciò che offriva in fatto di commercio, difesa, cibo, a fare di Costantinopoli la chiave di destini imperiali e quella che portava tanti eserciti alle sue porte. «La sede dell'Impero romano è Costantinopoli», scrisse Giorgio Trapezuntio, «e colui che è e rimane imperatore dei romani è anche l'imperatore di tutta la terra».

I nazionalisti moderni hanno interpretato l'assedio di Costantinopoli come una lotta tra il popolo greco e quello turco, ma semplificazioni del genere sono fuorvianti. Né l'una né l'altra parte accetterebbe di buon grado o anche solo comprenderebbe queste etichette, sebbene ciascuna le applichi all'altra. Gli ottomani, alla lettera la tribù di Osman, si autodefinirono appunto così, o semplicemente musulmani. "Turco" era un termine in larga misura peggiorativo, corrente negli stati-nazione dell'Occidente, e il nome "Turchia" restò loro ignoto finché non fu preso in prestito dall'Europa per creare la nuova Repubblica nel 1923. Nel 1453, l'Impero ottomano era già una creazione multiculturale che comprendeva i popoli conquistati senza curarsi della loro identità etnica. Le sue truppe d'assalto erano formate da slavi, il comandante generale era greco, l'ammiraglio bulgaro, il sultano era probabilmente mezzo serbo o macedone. Inoltre, in obbedienza al complesso codice del vassallaggio medievale, migliaia di soldati cristiani seguivano il sultano per la strada che scendeva da Edirne. Erano venuti a conquistare gli abitanti grecofoni di Costantinopoli, quelli che noi oggi chiamiamo bizantini, parola per la prima volta usata in inglese nel 1853, esattamente quattro secoli dopo il grande assedio. Erano considerati gli eredi dell'Impero romano, e di conseguenza si autodefinivano romani. A loro volta erano comandati da un imperatore anche lui mezzo serbo e per un quarto italiano, e la difesa era affidata in larga misura a gente dell'Europa occidentale che i bizantini chiamavano "franchi": veneziani, genovesi e catalani, aiutati da alcuni turchi, da cretesi (e da uno scozzese). È difficile stabilire con sicurezza identità e lealtà dei partecipanti all'assedio, perché c'era una dimensione dello scontro che tutti i cronisti coevi mai dimenticarono: quella della fede. I musulmani parlavano dei loro avversari come di "spregevoli infedeli", di "sciagurati miscredenti", di "nemici della Fede"; in risposta, venivano chiamati "pagani", "barbari infedeli", "perfidi turchi". Costantinopoli era la linea del fronte di una lotta a lunga distanza tra l'Islam e il Cristianesimo per la vera fede. Era un luogo dove differenti versioni della verità si erano confrontate in guerra e durante le tregue per otto secoli, ed era lì che, nella primavera del 1453, nuovi e duraturi atteggiamenti fra i due grandi monoteismi si sarebbero consolidati in un momento culminante della storia.

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Pagina 113

8. Le terrificanti trombe della resurrezione

6-19 aprile 1453


            Quale lingua può proferire o narrare quelle disgrazie e paure?

                                                           Nestor-Iskander



Ci volle tempo perché i grandi cannoni arrivassero da Edirne, traballando lungo le piste rese fangose dalla pioggia primaverile sui carri dalle pesanti ruote. Li si poté udire da lontano. I buoi al giogo sguazzavano nel fango e muggivano; gli uomini gridavano; gli assali stridevano emettendo un'unica nota continua che sembrava una sovrannaturale voce stellare.

Quando arrivava in linea, ci voleva un'eternità perché il cannone venisse scaricato mediante paranchi, postato e puntato. Il 6 aprile probabilmente erano già in posizione alcuni dei pezzi minori. Tirarono i loro primi colpi contro le mura, in apparenza con scarso effetto. Subito dopo l'inizio dell'assedio, un assalto animoso ma disordinato fu condotto da truppe irregolari contro la sezione debole delle mura nella valle del Lycus. Gli uomini di Giustiniani uscirono dai baluardi e fecero fuggire gli assalitori, «alcuni uccidendoli, altri ferendoli». L'ordine in campo ottomano fu riportato solo grazie a un robusto contrattacco che costrinse i difensori a tornare dietro le mura. Quell'iniziale insuccesso probabilmente convinse il sultano ad aspettare che le artiglierie fossero tutte schierate, senza rischiare ulteriori lesioni al morale.

Nel frattempo, continuò ad applicare le consuete procedure degli assedi ottomani. Nascosti in ricoveri dietro i baluardi di terra, gli zappatori cominciarono silenziose operazioni di smottamento del settore centrale; il loro scopo era di scavare gallerie sotto i duecento metri che li dividevano dalle mura, per farle poi crollare da sotto. Era stato impartito anche l'ordine di cominciare il riempimento del grande fossato in punti adatti «portando pietrame e legname e mucchi di terra, e ammassando materiali di ogni genere», in attesa del giorno in cui dare il via a un concertato assalto alle mura. Per le truppe, un lavoro pericoloso, addirittura mortale. Il fossato distava soltanto una trentina di metri dalla muraglia difesa. Costituiva un settore non protetto, che poteva essere tenuto sotto tiro dai bastioni a meno che i difensori non ne fossero impediti da un pesante controfuoco. Ogni fase operativa con la quale assicurare un appiglio o un movimento in avanti della linea doveva venire aspramente contesa. Giustiniani, che studiava il terreno, si accinse a vanificare gli sforzi dei nemici. Venivano compiute sortite, imboscate preparate nottetempo quando i difensori «erompevano dalle porte della città per attaccare i nemici fuori dalle mura. Balzando dal fossato, a volte venivano ricacciati, altre riportavano prigionieri turchi» che potevano poi essere torturati per ricavarne informazioni. Quelle aspre schermaglie per il fossato erano efficaci, ma ben presto risultò evidente ai difensori che la percentuale delle perdite era inaccettabile. La morte di ogni esperto combattente era importante nonostante il numero di turchi che potevano venire uccisi nell'azione, per cui ben presto fu presa la decisione di combattere soprattutto dai baluardi, «alcuni tirando verrettoni con le balestre, altri semplici frecce». La lotta per il fossato sarebbe stata uno dei più duri scontri nel contesto dell'assedio.

Nei giorni successivi al 7 aprile, mentre era in attesa che arrivassero i suoi cannoni pesanti, l'impaziente sultano si dedicò ad altri problemi. Durante l'attraversamento della Tracia, l'esercito ottomano si era impadronito dei villaggi greci lungo il percorso, ma alcune isolate piazzeforti continuavano a resistere. Mehmet le aveva aggirate, lasciando dei distaccamenti a sorvegliarle. Probabilmente l'8 aprile si accinse, con cospicue forze e l'ausilio di alcuni cannoni, a eliminare la fortezza di Therapia, situata in cima a un colle sovrastante il Bosforo al di là del Tagliagola. La piazzaforte resistette per due giorni, finché i cannoni distrussero le fortificazioni uccidendo gran parte dei difensori. Gli altri, «quando non poterono più resistere, si arresero e dissero che il sultano poteva fare di loro ciò che voleva. E il sultano fece impalare quei quaranta uomini». Un altro castello a Studion, sul mar di Marmara, venne rapidamente demolito dal tiro dei cannoni. Questa volta gli sfortunati trentasei superstiti vennero impalati fuori dalle mura di Costantinopoli.

Qualche giorno dopo, Baltaoglu, ammiraglio di Mehmet, guidò una parte della flotta a impadronirsi delle Isole dei Principi nel mar di Marmara, tradizionale rifugio della famiglia imperiale in momenti di disordini. Sull'isola maggiore, Prinkipo, c'era una solida fortezza, difesa da «trenta uomini bene armati e alcuni della popolazione locale», che respinse l'intimazione di resa. Dal momento che il fuoco d'artiglieria non valse a ridurli alla sottomissione, gli uomini di Baltaoglu ammucchiarono enormi quantità di sterpaglia attorno alle mura e la incendiarono. Con l'ausilio di pece e zolfo e di un forte vento le fiamme avvolsero le torrette e ben presto si propagarono anche al castello. Coloro che non furono bruciati vivi si arresero senza condizioni. I soldati vennero uccisi sul posto, gli abitanti del villaggio ridotti in schiavitù.

L'11 aprile Mehmet fu di ritorno alla sua tenda rossa e oro, e ormai l'intero parco di artiglieria era stato raccolto. Mehmet raggruppò i cannoni in quattordici o quindici batterie nei punti chiave delle mura considerati vulnerabili. Una delle grandi bombarde di Orban, «un cannone terribile», venne appostato in corrispondenza del muro singolo del palazzo delle Blacherne nei pressi del Corno, «che non era protetto né da un fossato né da un muro esterno». Un altro fu posizionato vicino all'angolo retto formato dall'unione delle due cerchie di mura, e un terzo alla Porta della Sorgente più a sud. Altri cannoni vennero trainati in punti vulnerabili nella valle del Lycus. L'arcicannone di Orban, che i greci chiamavano la "Basilica", il "cannone regale", fu messo davanti alla tenda del sultano, da dove questi poteva valutarne l'efficacia, per minacciare la Porta di San Romano, «la più debole dell'intera città».

Ogni grande cannone era accompagnato da un raggruppamento di altri pezzi minori a formare una batteria che i cannonieri ottomani chiamavano quasi affettuosamente «l'orso e i suoi cuccioli». Tiravano palle di pietra che variavano dai quarantacinque chili ai settecento di quelle giganti, nel caso del cannone-mostro di Orban. A giudizio di un osservatore, i due pezzi più grossi sparavano «una palla alta fino al ginocchio e un'altra alta fino alla vita». Un altro dichiarò che i colpi più grossi avevano una «circonferenza di dieci palmi miei». Sebbene testimoni oculari parlassero di «innumerevoli macchine da guerra», probabilmente Mehmet disponeva in totale di sessantanove cannoni, una formidabile artiglieria secondo i parametri dell'epoca, ai quali in certi punti si aggiungevano altri più antiquati strumenti per il lancio di pietre, come il trabocco, una catapulta a contrappeso. Tre secoli prima, il trabocco aveva avuto un peso determinante nella conquista musulmana di castelli dei crociati, mentre adesso sembrava semplicemente un arnese di altra epoca.

Postare e preparare il cannone all'azione era un procedimento laborioso. Le canne erano isolate, prive di affusti di sostegno. Per trasportarle, venivano semplicemente legate a robusti carri. Nel punto d'arrivo bisognava predisporre un massiccio sistema di bloccaggio che permettesse di tenere la canna in posizione su una piattaforma di legno in pendenza, eretta in un punto protetto sulla linea del fronte ottomano e difesa dal fuoco nemico da una palizzata e uno sportello incardinato da aprire al momento del tiro.

Il supporto logistico dietro questa operazione era enorme. Grandi quantità di palle di pietra nera dovevano essere estratte dalle cave e arrotondate sulla costa settentrionale del mar Nero e quindi trasportate con navi mercantili. Il 12 aprile un carico del genere arrivò alle Doppie Colonne con «palle di pietra per cannoni, steccati e legname, e altre munizioni per il loro campo». Perché i cannoni potessero continuare a tirare a lungo erano necessari grandi quantitativi di salnitro. La carreggiata che Mehmet aveva ordinato al suo generale Zaganos Pasha di costruire attorno alla punta del Corno fino al porto era probabilmente destinata a facilitare il trasporto di quei rifornimenti. Il trasporto dei cannoni richiedeva grandi carri di legno e molti uomini e buoi. I fonditori che lavoravano con Orban a Edirne avevano a loro volta gruppi di serventi incaricati di muovere, posizionare, predisporre e sparare le loro cariche fatte a mano – e provvedere alle riparazioni in sito. Sebbene i supercannoni di Orban fossero stati fabbricati a una distanza di duecentocinquanta chilometri, gli ottomani avevano accumulato materiali sufficienti a permettere di ripristinare nell'accampamento pezzi preesistenti, e persino di fonderne di nuovi, creando così un settore di attività ausiliaria. Dovevano venire portati all'assedio quantitativi di ferro, rame e stagno, bisognava scavare carbonaie coperte, e costruire fonderie rivestite di mattoni. Una zona a se stante dell'accampamento militare dovette essere trasformata in una fucina industriale ad hoc, dalla quale si levava di continuo fumo e risuonavano le martellate dei fabbri.

La preparazione del grande cannone esigeva tempo e attenzione ai dettagli. La polvere da sparo veniva inserita nella canna, davanti a un tampone di legno premuto mediante barre di ferro, o da uno strato di pergamena, per impedire che «qualsiasi cosa accadeva, non potesse venire espulso da niente, salvo l'esplosione della polvere da sparo». La palla di pietra veniva poi portata a mano davanti alla bocca del pezzo e inserita nella canna. Era fatta in modo da corrispondere al diametro interno della canna, ma di rado si riusciva a ottenere un'esatta calibratura. La mira veniva calcolata mediante «certe tecniche e calcoli relativi all'obiettivo» – in pratica, procedendo per tentativi ed errori – e l'angolatura del cannone aggiustata bloccandone la piattaforma mediante zeppe di legno. I cannoni venivano poi fissati mediante grandi travi di legno sovrastate da pietrame aventi il compito di attenuare il rinculo, «per evitare che la forza della carica e il violento moto retrogrado facesse spostare il pezzo e deviare la traiettoria dei colpi». La polvere da innesto veniva a questo punto inserita nel focone, e tutto era pronto. Il 12 aprile, alcune micce accese vennero accostate ai foconi dei cannoni del sultano lungo un settore di sette chilometri, ed ebbe inizio un sistematico cannoneggiamento, il primo del genere al mondo. Se c'è un momento nella storia bellica in cui si possa concretamente cogliere lo sgomento suscitato dalla forza esponenziale della polvere da sparo, lo si ha nei racconti del tiro dei grandi cannoni nella primavera del 1453. L'accenditoio dava fuoco alla polvere:

E quando aveva preso fuoco, più presto di quanto si possa dire, c'era dapprima un terrificante rombo, e un violento scuotersi del terreno sottostante per grande raggio tutt'attorno, e un fragore quale mai si era udito. Poi, con un mostruoso tuono e una spaventosa esplosione e una fiamma che illuminava ogni cosa circostante e la ustionava, il tampone di legno veniva espulso dalla calda ondata di aria secca e la palla di pietra forzosamente propulsa. Proiettata con incredibile forza e potenza, la pietra impattava il muro, che immediatamente abbatteva e demoliva, e si spezzava in mille frammenti che venivano proiettati in tutte le direzioni, infliggendo morte a quanti erano vicini.


Quando le gigantesche palle di pietra investivano le mura in un punto più fragile, l'effetto era devastante: «A volte il proiettile distruggeva un'intera sezione di muro, altre mezza sezione, altre ancora una parte maggiore o minore di una torre, o di una torretta o di un parapetto, e in nessun luogo il muro era forte o abbastanza resistente da opporsi all'urto o da reggere appieno alla forza o alla velocità della palla di pietra». La prima impressione dei difensori fu che l'intera storia dell'assedio si stesse svolgendo sotto i loro occhi; la cerchia teodosiana di mura terrestri, il prodotto di duemila anni di progressi difensivi, un miracolo di ingegneria frutto dell'umano acume e protetta dalla divina benedizione, prese a collassare ovunque venisse investita da una folata di palle ben mirate. L'arcivescovo Leonardo constatò gli effetti sul muro singolo nei pressi del palazzo delle Blacherne: «Con esse polverizzavano il muro e, per quanto fosse quanto mai spesso e forte, crollò sotto il bombardamento di quell'orripilante strumento».

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10. Spirali di sangue

20-28 aprile 1453


                                                    La guerra è inganno.

                                             Detto attribuito al Profeta



Le conseguenze immediate dello scontro navale nel Bosforo furono profonde. Nel giro di poche ore, il vantaggio psicologico era all'improvviso e inaspettatamente tornato ai difensori. La primavera e il mare avevano procurato un'enorme platea all'umiliazione della flotta ottomana, osservata sia dalla popolazione greca, che affollava le mura, sia dall'ala destra dell'esercito con Mehmet sulla riva opposta.

Per entrambe le parti era ovvio che la grande flotta nuova, che tanto aveva sbalordito i cristiani quando era apparsa negli stretti, non era all'altezza dell'esperienza della marina occidentale. Era stata sbaragliata dall'abilità e dalla superiorità tecnica dei cristiani, dai limiti congeniti delle galee da guerra e, forse, anche da un po' di sfortuna. Senza il sicuro controllo del mare, la lotta per la conquista della città sarebbe stata molto dura, nonostante i danni che i cannoni del sultano potevano infliggere alle mura terrestri.

In città, il morale era tornato subito alto: «Le ambizioni del sultano si erano smarrite e la sua presunta potenza sminuita, dal momento che le tante sue triremi non erano riuscite a impadronirsi di una sola nave». E le caracche avevano portato granaglie, armi e altri uomini di cui c'era un grande bisogno, dando preziose speranze ai difensori. Quella piccola flottiglia forse era soltanto l'avanguardia di una più vasta flotta di soccorso. E se quattro navi erano in grado di suonarle alla flotta ottomana, forse che una dozzina di galee ben armate delle Repubbliche italiane non sarebbero bastate a decidere le sorti della guerra? «Quell'insperato risultato riaccese le loro speranze e portò incoraggiamento, li riempì di grande fiducia, non soltanto per ciò che era accaduto, ma anche per le loro prospettive future»? Nella febbrile atmosfera religiosa del conflitto, eventi del genere non erano semplicemente uno scontro fra uomini e materiali, o un capriccio del vento, ma rappresentavano con ogni evidenza il frutto dell'intervento divino. «Invano pregavano il loro Profeta Maometto», scrisse il cerusico Niccolò Barbaro, «mentre il nostro Eterno Dio aveva ascoltato le preghiere di noi cristiani, sì che eravamo stati vittoriosi in quella battaglia».

Si direbbe che a questo punto Costantino, euforico per la vittoria o forse per il fallimento del primo attacco ottomano, si sia convinto che fosse il momento adatto per fare un'offerta di pace. Probabilmente propose un versamento di denaro, tale da salvare la faccia a Mehmet e dargli modo di ritirarsi con onore, e può darsi che l'abbia fatto tramite Halil Pasha. Le guerre di assedio implicavano una complessa simbiosi tra attaccante e difensore, e Costantino era ben consapevole che fuori dalle mura l'accampamento musulmano era sprofondato in piena crisi. Per la prima volta dall'inizio dell'assedio, venivano avanzati seri dubbi. Costantinopoli continuava a mostrarsi indomabile – un «osso nella gola di Allah» – come un tempo i castelli dei crociati. La città era un problema di ordine sia psicologico sia militare per i combattenti della Fede. La fiducia in se stessi, nella propria cultura e nelle nuove tecnologie, necessaria per sconfiggere gli infedeli e rovesciare il radicato corso della storia, tornava d'improvviso a essere fragile, e la morte del portabandiera del Profeta, Ayyub, avvenuta sotto le mura di Costantinopoli otto secoli prima, era ben presente nella mente di ognuno. «Quell'evento», scrisse il cronista ottomano Tursun Bey, «causò disperazione e disordine nei ranghi musulmani. [...] L'esercito si scisse in fazioni».

Era un momento cruciale per la fede nella causa. In pratica, la possibilità di un assedio di lunga durata con tutti i suoi problemi di carattere logistico e psicologico, la probabilità di epidemie – il flagello degli eserciti assedianti medievali – e l'eventualità che alcuni uomini potessero disertare gravarono pesantemente la sera del 20 aprile. Era una pericolosa messa in discussione dell'autorità di Mehmet. Un'aperta rivolta dei giannizzeri era possibile. Mehmet non era mai stato così amato dal suo esercito, a contrario di suo padre Murat. Il suo esercito si era già ribellato due volte contro il petulante giovane sultano, fatto ben impresso nella mente di Halil Pasha, il capo visir.

Queste sensazioni ebbero una conferma evidente la sera in cui Mehmet ricevette una lettera dello sceicco Akshemsettin, suo consigliere spirituale e figura religiosa di primo piano in campo ottomano. Descriveva lo stato d'animo dell'esercito e conteneva un monito:

Questo avvenimento [...] ha causato grandissimo dolore e scoraggiamento al nostro cuore. Il fatto di aver mancato di approfittare di questa possibilità, si è risolto in certi sviluppi avversi alla situazione: uno di tali sviluppi costituito dal fatto che gli infedeli si sono rallegrati e hanno inscenato una tumultuosa dimostrazione, un secondo consiste nell'asserzione che la vostra nobile maestà ha manifestato scarso discernimento e abilità nel far eseguire i propri ordini. [...] La situazione richiede punizioni severe. [...] Se questa punizione non verrà eseguita ora, abbastanza in fretta [...] le truppe mancheranno di dare il loro apporto totale.


Lo sceicco faceva anche notare che la sconfitta rischiava di minare la fede religiosa degli uomini. «Io sono stato accusato di aver fallito nell'attuazione dell'oggetto delle mie preghiere», proseguiva, «e che le mie profezie sono risultate prive di fondamento».

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15. Un pugno di polvere

Ore 6 del 29 maggio 1453


        Sai dirmi, ti prego, come e quando avverrà la fine di questo mondo?
               E come sapranno gli uomini che la fine è vicina, alle porte?
                                      Da quali segni sarà indicata la fine?
                      E dove trapasserà questa città, la Nuova Gerusalemme?
     Cosa accadrà dei santi templi che vi si trovano, delle venerate icone,
                   delle reliquie dei Santi e dei libri? Dimmelo, ti prego.

                                   Epifanio, monaco ortodosso del x secolo,
                                          a sant'Andrea, il Pazzo di Cristo



Mentre le truppe ottomane entravano nella città e le loro bandiere sventolavano dalle torri, il panico si diffuse tra la popolazione civile. Il grido «la città è perduta!» percorse le strade. La gente prese a fuggire. I fratelli Bocchiardi, sulle mura accanto alla Porta del Circo, videro soldati superare di corsa la loro posizione. Allora montarono a cavallo e si lanciarono contro i nemici, facendoli momentaneamente arretrare. Ben presto però si resero anch'essi conto che la situazione era disperata. Dall'alto dei baluardi, truppe ottomane li prendevano di mira con le frecce, e Paolo fu ferito alla testa. Capirono che correvano l'imminente pericolo di venire circondati. Paolo fu catturato e ucciso, ma i suoi fratelli si aprirono un varco arretrando verso il Corno con i loro uomini. Al porto, Giustiniani ferito seppe che le difese erano crollate e «ordinò ai trombettieri di suonare il richiamo dei suoi uomini». Per altri era ormai troppo tardi. Il bailo veneziano Minotto, molti altri maggiorenti e i marinai veneziani che erano venuti per combattere dalle galee vennero circondati e catturati al palazzo delle Blacherne, mentre sulle mura di terra verso il mar di Marmara, dove le difese non avevano ceduto, i soldati si ritrovarono assaliti alle spalle. Molti restarono uccisi; altri, tra cui i comandanti Filippo Contarini e Demetrio Cantacuzeno, si arresero e furono fatti prigionieri.

Dentro la città, la confusione si diffuse con straordinaria rapidità. Il collasso del fronte era stato così spettacolare e inaspettato che molti furono colti di sorpresa. Mentre alcuni di coloro che avevano abbandonato le mura terrestri fuggivano verso il Corno nella speranza di salire sulle navi, altri correvano verso la linea del fronte. Richiamati dal fragore della battaglia, alcuni civili si dirigevano alle mura per dare manforte alle truppe, quando si imbatterono nelle prime bande di ottomani incursori che penetravano in città, e che «li attaccarono con grande collera e furia», abbattendoli. A dare il via allo sterminio nella città fu un insieme di paura e odio. Ritrovatisi all'improvviso nel labirinto dei vicoli, i soldati ottomani restarono confusi e spauriti. Si aspettavano di trovarsi di fronte un vasto e ben deciso esercito; era impossibile credere che i duemila combattenti travolti alla palizzata formassero tutte le risorse militari della città. D'altra parte, settimane di sofferenze e le sfide lanciate loro dai greci dall'alto dei parapetti avevano segnato il conflitto di un'acredine tale da renderli selvaggi. Adesso la città avrebbe pagato per il suo rifiuto di accettare la resa condizionata. Uccisero dapprima «per diffondere universale terrore»; per breve tempo «ammazzarono chiunque trovassero a colpi di scimitarra, donne e uomini, vecchi e giovani, di qualsiasi condizione». Tanta spietatezza era probabilmente incrementata da sacche di accanita resistenza da parte dei cittadini che «lanciavano dall'alto mattoni e cubetti del selciato [...] mentre quelli sparavano a loro». Le strade erano rese scivolose dal sangue.

Le bandiere del sultano sventolanti dalle alte torri delle mura di terra diffusero ben presto la notizia alle schiere ottomane. Nel Corno d'Oro la flotta turca moltiplicò i suoi attacchi, e mentre i difensori erano in fuga, i marinai spalancarono una dopo l'altra le porte marittime. Ben presto la Porta Plateia, vicina al quartiere veneziano, fu aperta e molti reparti cominciarono a penetrare nel cuore della città. Di là dalla costa, la notizia giunse a Hamza Bey e alla parte della flotta ottomana sul mar di Marmara. Bramosi di approfittare del saccheggio, i marinai portarono le navi sotto costa e poggiarono le scale alle mura.

Per un po', continuò a infierire un massacro indiscriminato: «L'intera città era piena di uomini che uccidevano o venivano uccisi, che fuggivano o inseguivano», stando a Chalcocondylas. Nel panico ognuno badava ormai solo a se stesso. Mentre gli italiani si dirigevano al Corno e alla sicurezza delle navi, i greci correvano a casa per difendere mogli e figli. Alcuni vennero catturati strada facendo, altri giunsero a casa per trovare che «le loro mogli e i loro figli venivano portati via e i loro beni saccheggiati». Altri ancora, giunti a casa, «vennero a loro volta presi e incatenati con i loro amici intimi e le loro mogli». In molti, arrivati prima degli invasori, rendendosi conto delle prospettive della resa, decisero di morire difendendo le loro famiglie. Certuni si nascondevano in scantinati e cisterne o si aggiravano per la città in preda alla confusione, aspettando di venir catturati o uccisi. Una scena pietosa ebbe luogo alla chiesa di Santa Teodosia dalla parte del Corno d'Oro. Era il giorno dedicato alla santa, da centinaia di anni oggetto di zelante adorazione in un rituale fedelmente tramandato. La facciata della chiesa era adorna di rose della prima estate. Dentro, aveva avuto luogo la consueta veglia al sepolcro della santa, la breve notte estiva era illuminata dalla luce delle candele. Nelle prime ore del mattino, una processione si dirigeva al tempio, composta di uomini e donne, che confidavano ciecamente nel potere miracoloso della preghiera. Portavano con sé i doni tradizionali, «ceri finemente ornati e candele e incensi», quando furono intercettati da un gruppo di ottomani e portati via. L'intera congregazione fu fatta prigioniera; la chiesa, ricca delle offerte dei fedeli, venne spogliata. Le ossa di santa Teodosia furono gettate ai cani. Altrove donne ancora a letto furono svegliate da invasori che avevano abbattuto gli usci.

Con il passare del mattino, gli ottomani si resero conto della situazione – che non c'era più una resistenza organizzata – e lo sterminio divenne meno indiscriminato. Stando a Sad-ud-din, i soldati ottomani si comportavano in obbedienza al precetto di «sgozzare i vecchi e catturare i giovani». Prevalse la tendenza a prendere prigionieri vivi per chiederne il riscatto. Cominciò la caccia a schiavi di valore – giovani donne, bei fanciulli – con le truppe irregolari di «molte nazioni, costumanze e linguaggi», compresi i cristiani reclutati, che erano in prima linea a «saccheggiare, distruggere, rubare, uccidere, insultare, catturare e ridurre in schiavitù uomini, donne, fanciulli, vecchi e giovani, preti e monaci, gente di ogni età e condizione». Le cronache delle atrocità sono state redatte soprattutto da cristiani – e con maggior ritegno da cronisti ottomani – ma non c'è dubbio che fu un mattino di scene di terrore. Ci sono pervenute una serie di istantanee, visioni «terribili e pietose e trascendenti ogni tragedia», stando a Kritovoulos, scrittore greco prevalentemente filo-ottomano.

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