Copertina
Autore Roger J. Davies
Titolo La mente giapponese
EdizioneMeltemi, Roma, 2007, Universale 39 , pag. 258, cop.fle., dim. 12x19x2,3 cm , Isbn 978-88-8353-584-0
OriginaleThe Japanese Mind. Understanding Contemporary Japanese Culture
EdizioneTuttle, New York, 2002
CuratoreRoger J. Davies, Osamu Ikeno
TraduttoreAlbina Regalzi
LettoreGiovanna Bacci, 2008
Classe paesi: Giappone , scienze sociali
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Indice


  9 Cronologia giapponese

 11 Introduzione

 17 Aimai
    L'ambiguità nel giapponese

 25 Amae
    Il concetto giapponese di dipendenza

 29 Amakudari
    Discesa dal cielo

 41 Bigaku
    Il senso estetico giapponese

 47 Bushido
    La via del guerriero

 57 Chinmoku
    Il silenzio nella comunicazione giapponese

 65 Danjo kankei
    I rapporti tra uomini e donne in Giappone

 75 Lo spirito del do in Giappone

 85 Ganbari
    La perseveranza e la determinazione giapponesi

 95 Giri
    Gli obblighi sociali in Giappone

101 Haragei
    La comunicazione sottintesa in Giappone

107 Hedataru to najimu
    La distanza tra le persone in Giappone

113 Honne to tatemae
    Dicotomia tra pubblico e privato in Giappone

117 Il sistema giapponese dell'ie

125 Iitoko-dori
    Adottare elementi di culture straniere

131 Ikuji
    Allevare i figli in Giappone

137 Kenkyo
    La virtù giapponese della modestia

145 Kisetsu
    Il significato delle stagioni per i giapponesi

151 Nemawashi
    Porre le basi di un accordo in Giappone

157 Omiai
    Il matrimonio combinato in Giappone

161 Otogibanashi
    I racconti popolari giapponesi

169 Ryosaikenbo "buone mogli e madri sagge"
    Le aspettative della società giapponese
    nei confronti delle donne

177 Senpai-kóhai
    Regole di superiorità nelle relazioni tra giapponesi

185 Shudan ishiki
    La coscienza di gruppo giapponese

189 Soshiki
    I funerali giapponesi

209 Uchi to soto
    Dicotomia nei rapporti umani giapponesi

213 Wabi-sabi
    Semplicità ed eleganza come ideali giapponesi
    di bellezza

223 Zoto
    L'usanza giapponese di fare regali

237 Bibliografia

249 Glossario


 

 

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Pagina 11

Introduzione

La mente giapponese è una raccolta di saggi su concetti chiave della cultura giapponese. Ogni saggio fornisce ai lettori informazioni approfondite, e tuttavia di facile lettura, sui più diffusi valori culturali, idee, modelli di comportamento e stili di comunicazione del Giappone di oggi. Tutti i saggi di questo volume sono stati scritti nel corso di diversi anni da studenti iscritti a seminari per laureandi in Comunicazioni Interculturali presso l'Università di Ehime a Matsuyama, in Giappone.

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Pagina 57

Chinmoku

Il silenzio nella comunicazione giapponese


La comunicazione tra esseri umani assume forme diverse e include non solo le espressioni verbali ma anche quelle non verbali, come la gestualità, le espressioni facciali, la postura. Questo genere di comunicazione non verbale è per lo più inconscio ma, tuttavia, gioca un ruolo essenziale nelle relazioni umane. Il silenzio, o chinmoku, in particolare, può essere considerato una tecnica di comunicazione, non semplicemente una sorta di vuoto fra le parole pronunciate. Come nota Tannen (cit. in Lebra 1987, p. 343), "Il silenzio può consistere nel non dire nulla e intendere qualcosa". Società diverse percepiscono il silenzio in modi diversi a seconda dei valori culturali che determinano il modo in cui il silenzio viene interpretato. Il chinmoku nella comunicazione giapponese ha caratteristiche ben precise, derivate da valori fondanti della cultura giapponese che determinano il modo in cui il silenzio appare e opera nella comunicazione sociale.


Le ragioni fondanti del chinmoku

Nelle conversazioni quotidiane, nei meeting d'affari e nelle aule scolastiche in Giappone, il silenzio è molto più comune e di più lunga durata che nei paesi occidentali. C'è un buon numero di ragioni che determina una presenza così vistosa del silenzio nella comunicazione giapponese, e queste ragioni possono essere classificate in due grandi categorie: fattori di carattere storico e forza della coscienza di gruppo nella vita giapponese.

I giapponesi hanno per lungo tempo considerato il silenzio una sorta di virtù simile alla "sincerità". I termini haragei e ishin denshin simboleggiano l'atteggiamento giapponese riguardo all'interazione umana: il primo indica una mutua e tacita comprensione; il secondo suggerisce la possibilità di comunicare attraverso la telepatia. In breve, in Giappone ciò che è importante e vero si trova spesso nel silenzio piuttosto che nelle parole. Questo modo di pensare ha le sue radici profonde in una categoria del pensiero giapponese conosciuta come uchi-soto, cioè il dualismo di "interno" ed "esterno". Lebra (p. 345) fornisce una spiegazione:

[I giapponesi] credono che la verità risieda esclusivamente nel regno dell'interiorità collocato simbolicamente nel cuore o nel ventre. Gli elementi dell'io esteriore, come il viso, la bocca, le parole pronunciate, sono in antitesi e associati alla falsità cognitiva e morale. L'onestà, la sincerità, la rettitudine o l'affidabilità sono collegate alla reticenza. Quindi si ha più fiducia in un uomo di poche parole che in uno che parla molto.

Si pensa che il buddismo zen abbia avuto una grande influenza sullo sviluppo di questo modo di considerare il silenzio. L'obiettivo della pratica zen non è dichiarato esplicitamente ma è compreso solo intuitivamente a un livello profondo dagli stessi discepoli attraverso la pratica costante della meditazione, del raggiungimento della quiete e del vuoto nella mente. L'insegnamento zen è finalizzato a far comprendere che la verità non può essere dichiarata a parole, ma può esistere solo nel silenzio. Le arti tradizionali giapponesi e lo spirito del do (la "via" o "percorso") riflettono questo particolare silenzio. Si dice, ad esempio, che la musica giapponese contenga il ma, che significa "intervalli tra i suoni", considerati importanti perché "è l'intervallo che determina il ritmo, mentre il tempo è secondario e serve a valorizzare l'intervallo" (Dan, in Lebra 1987, p. 355). Allo stesso modo, nei drammi kabuki e nelle rappresentazioni del teatro no è il silenzio tra le battute che esprime la tensione, l'emozione e il momento saliente del dramma. Anche le discipline do come lo shodo ("calligrafia") e il kado ("composizioni floreali") enfatizzano la quiete e un'atmosfera solenne in cui un atteggiamento controllato, racchiuso nel silenzio, conduce i discepoli allo sviluppo della tecnica e al successo.

Un'altra ragione per cui i giapponesi spesso tacciono in mezzo agli altri è la coscienza di gruppo, simboleggiata dal detto "Il chiodo che sporge verrà martellato" (Deru kui wa utareru). Nella società giapponese, in cui di solito le persone si identificano principalmente come membri di determinati gruppi e non solo come individui, il silenzio ha giocato un ruolo molto importante nel creare armonia ed evitare contrapposizioni dirette. Una persona che insiste sul proprio punto di vista prima che il gruppo abbia raggiunto un accordo è considerata egoista e presuntuosa (Naotsuka 1996, p. 193). Inoltre, mostrare apertamente la propria abilità o conoscenza fa una brutta impressione in Giappone, e le persone che si comportano così sono considerate avventate, maleducate e immature. Molti giapponesi pensano che sia meglio tacere che causare fraintendimenti o problemi. Il silenzio nella comunicazione giapponese è anche connesso a una forte consapevolezza delle gerarchie sociali all'interno del gruppo e nella società nel suo complesso. Nei rapporti sociali tra giapponesi è essenziale tenere presente la posizione di ciascuno, superiore o inferiore a seconda dell'età, del sesso, del grado nel posto di lavoro, e così via. E considerato offensivo da parte di un subordinato contraddire apertamente un superiore.

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Pagina 65

Danjo kankei

I rapporti tra uomini e donne in Giappone


Prospettive storiche

Storicamente, il rapporto tra uomini e donne in Giappone è cambiato in accordo con il sistema sociale dominante dell'epoca e con la posizione delle donne. Nel passato remoto, il Giappone era una società matrilineare nella quale le donne godevano del diritto di successione alla proprietà familiare, e in cui erano presenti molti leader di sesso femminile. A quanto sembra, nella vita quotidiana uomini e donne intrattenevano relazioni socialmente, politicamente ed economicamente paritarie.

Anche dopo che gli uomini iniziarono ad assumere una posizione dominante nelle epoche Nara e Heian, la gente comune manteneva ancora rapporti relativamente paritari, mentre fra gli aristocratici gli uomini avevano generalmente un grande potere sulle donne. Alla fine dell'epoca Heian, comunque, il diritto di successione delle donne si era indebolito considerevolmente, e questo sembra aver accelerato la loro subordinazione economica agli uomini.

La caratteristica più importante del periodo medievale, che in Giappone comprende le epoche Kamakura e Muromachi, fu lo sviluppo del sistema ie, nel quale la priorità sociale e politica veniva attribuita agli uomini. Ie significa alla lettera "casa", e l' ie prevedeva un sistema familiare esteso, che comprendeva non soltanto i membri della famiglia vera e propria, ma anche servitori, lavoratori associati alla casa, e così via. In questo sistema, il capo maschile (cioè il padre o l'avo) esercitava un grande potere, e gli altri membri dovevano obbedire alle sue decisioni. Generalmente, ci si aspettava che le donne che sposavano questi capifamiglia avessero figli, perché nel sistema ie il primogenito aveva il diritto all'eredità e un ruolo importante nel mantenere la linea di discendenza. Questa centralizzazione del potere all'interno della famiglia era efficace nel proteggerne tutti i membri, e veniva rispecchiata da strutture simili a livello governativo. In questo periodo il Giappone andò sviluppando un sistema stratificato di classi, e tra i samurai le donne giocavano un ruolo importante nel sistema ie, legando assieme le famiglie con matrimoni conclusi per ragioni politiche. A esse veniva richiesto non solo di obbedire ai loro mariti, ma anche di essere forti, in qualità di mogli di guerrieri, nel sostenere i propri uomini e nel governare le famiglie durante le guerre.

I rapporti tra uomini e donne cominciarono a cambiare completamente nell'epoca Edo, perché il confucianesimo, che era la filosofia ufficiale dello shogunato Tokugawa, ebbe un grande influsso sulla mentalità popolare. A causa degli aspetti patriarcali del confucianesimo, si diffuse l'idea degli "uomini fuori e le donne dentro", che è ancora oggi prevalente nella società giapponese.

Lo stadio successivo delle mutevoli relazioni tra i sessi iniziò nell'era moderna, con l'istituzione dei sistemi educativi per maschi e femmine nell'epoca Meiji, quando il Giappone tentava di assorbire rapidamente idee occidentali. Tuttavia, l'educazione era ben lungi dal risultare uguale per uomini e donne in parte perché le scuole per ragazze avevano l'obiettivo intenzionale di creare ryosaikenbo, che alla lettera significa "buone mogli e madri assennate". Benché le donne ricevessero durante l'epoca Meiji un'educazione, questa era ampiamente orientata verso la vita familiare, dove ci si aspettava che sostenessero i mariti e fossero responsabili dell'allevamento e dell'educazione dei figli. Soltanto dopo la seconda guerra mondiale la nuova Costituzione garantì eguali diritti a tutti i cittadini, senza tener conto del loro sesso. Inoltre, nel 1986 venne promulgata la legge sulle pari opportunità, allo scopo di abolire le discriminazioni lavorative contro le donne. La posizione delle donne nella società è così gradualmente migliorata, ma è anche vero che la discriminazione seguita a essere diffusa, nonostante i cambiamenti legislativi.

Oggi in Giappone i rapporti tra uomini e donne stanno rapidamente cambiando. Un numero di donne maggiore di ogni periodo precedente lavora fuori casa, e si sono ampiamente diffusi cambiamenti nei costumi sessuali, come pure una nuova consapevolezza nei riguardi del matrimonio. Questi mutamenti possono essere considerati da un numero di prospettive differenti, che saranno discusse più oltre, in termini delle espressioni linguistiche giapponesi, della diversa consapevolezza rispetto al matrimonio, e dei rapporti tra coniugi.

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Pagina 107

Hedataru to najimu

La distanza tra le persone in Giappone


La distanza tra le persone nei rapporti umani giapponesi può essere simboleggiata da due parole che descrivono sia la distanza fisica che quella psicologica tra individui: hedataru e najimu. Hedataru significa "separare due cose per allontanarle", ed è anche usato, a proposito dei rapporti umani, con sfumature tipo "estraniarsi, allontanare, intromettersi o causare una rottura tra amici". Quando in una relazione tra due persone non c'è hedatari, significa che sono intime. Dall'altra parte, najimu significa "affezionarsi, entrare in confidenza o essere abituato a". Per esempio, se uno dice che gli studenti "najimu" il loro insegnante, significa che gli si sono affezionati e che nutrono sentimenti per lui. I rapporti interpersonali si instaurano per mezzo dello hedataru e, in seguito, si approfondiscono col najimu. In questo processo si considerano importanti tre stadi: lo hedatari (forma nominale del verbo hedataru), andare oltre lo hedatari, e approfondire l'amicizia col najimu. In questi spostamenti sono impliciti i valori giapponesi di riserbo e autocontrollo. In Giappone, i rapporti interpersonali non si costruiscono sostenendo fermamente il proprio punto di vista, ma richiedono tempo, un atteggiamento riservato e pazienza. Di conseguenza, nella società giapponese è importante capire e usare in modo appropriato la distanza tra le persone, in modo da fondare migliori rapporti umani.

Negli esempi che seguono, le relazioni basate sullo hedatari ("tenere le distanze") vengono descritte sia da una prospettiva storica che moderna della vita giapponese:

- in ogni puntata dei popolari drammi samuraici (jidai geki), che in Giappone vengono trasmessi in televisione di notte, si vede spesso un servitore fedele che siede col suo signore, ma a una certa distanza. Ci sono due ragioni per questo: mostrare rispetto nei confronti del signore e considerazione per la sua sicurezza personale, mantenendo una distanza ben maggiore della lunghezza della spada;

- nei tempi antichi, ai servitori veniva insegnata la massima: Sanjaku sagatte shi no kage wo fumazu ("Mantieni circa novanta centimetri di distanza dal padrone per non calpestare la sua ombra"). I novanta centimetri e l'ombra sono le chiavi di questo detto, che significa che i seguaci dovrebbero rispettare il loro signore e non dimenticare la correttezza. Secondo Hall (1970, pp. 151-152), novanta centimetri è il limite per controllare fisicamente gli altri, o la distanza da cui è possibile dialogare. Per questa ragione, sanjaku è la distanza più appropriata per i rapporti tra superiore e sottoposto. Analogamente, calpestare l'ombra di qualcuno indica una violazione del suo spazio personale. Per esempio, i bambini giapponesi spesso si divertono con un gioco chiamato kage fumi (cioè, "calpestarsi l'ombra a vicenda"), che rappresenta simbolicamente questa violazione dello spazio personale;

- c'era anche una consuetudine significativa in Giappone, scomparsa solo di recente, per cui ci si aspettava che le donne mostrassero la loro obbedienza ai mariti camminando dietro di essi a una certa distanza. A molti giapponesi di oggi questa pratica potrebbe sembrare arcaica; ma si sa che gli americani che visitarono il Giappone subito dopo la guerra criticarono questa usanza;

- in Giappone, gli studenti che siedono in classe si tengono a una determinata distanza dal loro insegnante, perché avvertono una forte separazione psicologica dovuta al diverso livello sociale;

- Yang Kim, uno studioso coreano, confronta il modo di salutare dei giapponesi con quello dei coreani (1981, p. 74):

I giapponesi hanno la capacità di andare d'accordo tenendo le distanze. Sostengono di intendersi, quando si salutano, anche se si inchinano da un metro di distanza. I coreani invece, si stringono subito la mano perché non avvertono familiarità se non si toccano.

Infatti, inchinarsi a un metro di distanza è una forma di saluto ancora diffusa in Giappone, e crea un senso di familiarità tra le persone facendo sapere agli altri che non si violerà la loro sfera privata. Questo formale mantenimento delle distanze è un elemento importante nello stile comunicativo dei giapponesi.

Il secondo stadio, che segue lo hedatari, è quello di superarlo, un'importante fase intermedia nel passaggio da hedataru a najimu. Prendendo a modello sia l'antico che l'odierno Giappone, ci sono fondamentalmente tre modi per superare lo hedatari. Si può illustrare il primo tornando al dramma samuraico menzionato prima. Quando il signore è sicuro di potersi fidare del suo servitore, gli dice: "Mosotto chikoyore" ("Vieni più vicino"), rivelando il fatto che l'entità della distanza tra il signore e il suo servitore definisce la natura del loro rapporto. In secondo luogo, invitare qualcuno a casa propria è un modo concreto per andare oltre lo hedatari. In questo caso, i termini uchi ("dentro") e soto ("fuori") sono importanti. Uchi è uno spazio che indica la sfera personale di un individuo; soto non ha niente a che fare con lui. Perciò, una persona invitata a casa di qualcuno ha il permesso di entrare nel suo spazio privato. Un terzo – e anche più efficace – modo di superare lo hedatari è quello di offrire doni. I giapponesi credono che offrire doni accorci le distanze tra loro, e quando fanno un regalo dicono: "Ochikazuki no shirushi ni" ("Come segno della nostra conoscenza"). In breve, lo hedatari viene tolto di mezzo dando agli altri il segnale che possono avvicinarsi o mostrando l'intenzione di divenire più intimi offrendo un dono.

È definita najimu una relazione in cui lo hedatari non esiste; un'amicizia di questo tipo può essere approfondita in due modi: stando insieme e avvicinandosi fisicamente. La semplice idea di "stare insieme" ha avuto origine molto tempo fa, probabilmente a causa dell'alta densità di popolazione del Giappone, e suscita una sensazione positiva perché le persone sanno di non essere isolate. In Giappone, anche quando degli individui si trovano in stretta vicinanza per lunghi periodi di tempo, essi hanno cura di proteggere la reciproca intimità in questo "spazio di gruppo". Per esempio,

la famiglia giapponese costruisce la fiducia reciproca semplicemente stando insieme, piuttosto che conversando. Ciascuno mantiene la propria sfera privata anche se si trova nella stessa stanza degli altri. Essi non devono sapere a cosa stiano pensando gli altri anche se sanno cosa stanno facendo (Hamil, in Condon 1980, p. 369).

Anche le sensazioni fisiche giocano un ruolo importante nello sviluppo del najimu, come ad esempio il tipo di armonia che le persone avvertono in inverno quando siedono assieme sotto un kotatsu per scaldarsi le gambe (Hall 1970, p. 186). Le sorgenti termali assolvono a una funzione simile. Togliersi gli abiti prima di fare il bagno con gli altri nell'acqua calda richiede l'abbandono dello hetadari. Molte persone anziane si recano alle sorgenti termali non solo per il benessere fisico ma anche per una sorta di piacere psicologico; è un luogo ottimo per sfuggire alla solitudine e mescolarsi agli altri come parte di una comunità più ampia in un'atmosfera cordiale. In breve, trascorrere del tempo assieme e percepire un senso di unione contribuisce notevolmente a favorire i rapporti umani attraverso lo sviluppo del najimu.

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Pagina 177

Senpai-kohai

Regole di superiorità nelle relazioni tra giapponesi


Vi sono molti aspetti peculiari della cultura giapponese; in particolare, i rapporti umani differiscono profondamente da quelli occidentali. Molti studiosi di antropologia sociale hanno analizzato queste differenze; uno di questi è Nakane (1967, pp. 70-71):

Le relazioni umane possono essere classificate in gerarchie verticali e orizzontali. Quelle verticali includono i rapporti tra genitori e figli, mentre le orizzontali coinvolgono compagni di scuola o colleghi di lavoro. Nella società giapponese le classificazioni verticali delle relazioni umane si sono sviluppate ampiamente e in Giappone prevale un sistema di superiorità.

In Giappone le relazioni orizzontali sono definite da parole come doryo e dpkyusei. La prima viene usata dagli uomini d'affari e si riferisce ai colleghi o a coloro che si trovano nella medesima posizione all'interno di un'azienda, mentre la seconda è un termine usato dagli studenti per indicare i compagni di classe o i coetanei. Queste relazioni orizzontali, però, non rappresentano la norma nella società giapponese mentre le gerarchie verticali sono dominanti. I rapporti senpai-kohai esemplificano questo genere di gerarchia. In giapponese i più anziani vengono chiamati senpai, un termine con una lunga tradizione, che compare per la prima volta in antichi testi cinesi, dove è riferito a persone più anziane o dotate di capacità superiori. Nel giapponese contemporaneo, senpai viene usato anche per far riferimento a coloro che si sono diplomati prima nella stessa scuola. Kohai è l'opposto di senpai: kó significa "più tardi" o "in seguito", e hai vuol dire "compagni" o "colleghi". Dunque, quelli che sono più giovani o che fanno il loro ingresso nella stessa scuola o in un'azienda dopo qualcun altro, vengono detti kohai e sono considerati inferiori ai senpai a causa della loro mancanza di esperienza. È possibile trovare questa espressione anche nei testi antichi dove viene usata nella medesima accezione d'oggi.

Nakane (pp. 82-83) osserva che

i giapponesi hanno la tendenza a fare troppe classificazioni, perfino nella vita quotidiana; per esempio, la gente non può né sedersi né parlare senza tener conto del grado e dell'anzianità delle persone che la circondano.

Nelle scuole e nelle aziende i superiori ritengono sia naturale essere rispettati dai più giovani, dal momento che possiedono una maggiore esperienza nel lavoro o in altre occupazioni. In particolare, nelle aziende giapponesi si dà più importanza all'età che alle capacità, perché il sistema di retribuzione e promozione è basato sulle regole di superiorità. Più si diventa anziani, più si guadagna o più aumentano le possibilità di ricevere una promozione. Queste regole di superiorità hanno permeato profondamente ogni aspetto della vita giapponese.

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