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| << | < | > | >> |Indice5 Prefazione di Marino Zorzi ALLA LARGA DA VENEZIA 15 Bocciolo di rosa 18 L'angoscia e l'estasi 23 La supplica 27 Orgoglio e pena 33 Ultime lettere da Venezia 35 Amico mio, vi aspetto 37 Il segreto delle gemelle 43 Origano e liquore d'oppio 46 Occhi che ridono 55 Malinconia di un varo 59 Vino, pepe e zafferano 63 La confessione di Betta 69 Mal di mare 72 Arroganza di pilota 76 L'uomo di Giovanna d'Arco 80 Rieccolo, il torturatore 84 Il perfido agione 86 Uomo in mare 88 Vento amico 93 La fuga di Domenico 98 Non più medico da strapazzo 101 Magica bussola 104 Pessimismo a Venezia 108 Sei finti preti 111 Superstizione 113 Senza timone 115 Duplice assassinio 119 Marinaio innamorato 123 Ingordigia 128 Quasi una sentenza di morte 130 L'amputazione 134 Ancorarsi nell'oceano 137 Maledetta deriva 141 Ubriacarsi, soltanto ubriacarsi 144 L'ultima pagina 147 Gemma addio 151 Terrificante aurora 155 Morire e sognare 159 Terra, terra, terra! 164 Mangiar neve e morirne 167 Patelle e bovoli di mare 171 Squisito pesce angelo 176 Visione soprannaturale 182 Corvi o cristiani 187 L'appello del frate 190 Casa, calore, conforto 195 Stae spidocchiato 198 La fanciulla dei turbamenti 203 Baldo, un colosso di bimbo 208 Una gamba nuova per Rocco 212 Salvando merluzzi 215 Tornare a casa di maggio 225 Risuscitar moribondi 228 Basilissa, bella Basilissa 234 Il sole quasi non tramonta più 237 Amore nascosto 243 Penitenza sentimentale 246 Un castello veneziano 249 Sulla via di Germania 252 Navigando per l'Inghilterra 255 Zerlina la bigama 259 Saperne più del papa 264 Gli eretici 268 Eccola lì, Venezia 271 Il gran perdono 279 Londra ospitale 283 Freddezza di moglie 287 Scambio di padre 292 L'inattesa scommessa 299 Lettera anonima 304 Di nuovo per mare 309 Ripartire da Candia 314 Alla larga da Venezia 318 Il sogno 323 Nota 325 Glossario |
| << | < | > | >> |Pagina 43Da Venezia il convoglio di navi per Candia partì il 20 marzo, come aveva previsto Stae. All'alba di quel giorno Aloìsius era pronto sul molo di San Marco. Aveva con sé un piccolo bagaglio, una sacca di camoscio che conservava dai tempi della sua gioventù in Baviera. Gli ultimi oggetti deposti in quella sacca prima di lasciare casa Grimani furono un grosso quaderno intonso e l'astuccio di scrittura. Perché si era ripromesso da allora in poi di annotare con cura gli avvenimenti della sua nuova vita. Dal diario di Aloìsius Mòsele. Candia, 5 aprile 1431. Libero! Lasciata Venezia, dopo quattordici fortunati giorni di navigazione ieri sono sbarcato a Candia. E d'ora in avanti, quaderno mio, ti affiderò i resoconti dei fatti che mi capiteranno, tra i più ragguardevoli. Ma anche le mie suggestioni e i miei pensieri, pur senza voler rispettare a ogni costo la precisione marinara: così mi raccomandò stamane il patron Piero Quirino. Nel segno dell'antica amicizia con mio padre, Quirino mi ha accolto con l'affetto e il calore che mi attendevo da un gentiluomo par suo. Mi ha subito ricordato che sulla nave già gli scrivani Cristofalo Fioravante e Nicolò Michiel saranno imbarcati, tal che io sarò libero di annotare resoconti secondo la mia vena, e dovrò sopperire innanzi tutto alle necessità di medicina e chirurgia. Ciò perché il mio patron non ha avuto il tempo di aspettare la conclusione del bando del Senato in Venezia per i medici di bordo destinati ai viaggi fuori di Gibilterra. Rammentando le mie attitudini in materia sanitaria, ha colto l'occasione di attribuirmi generosamente l'incarico con la stessa mercede che toccherebbe a un chirurgo titolato, oltre alla panatica e alle spese comuni di vestiario. Più di quanto ricevessi come precettore in casa del gentiluomo Grimani. Ho già assolto il primo incarico ricevuto in questa mia nuova veste grazie al fornitissimo fondaco di messer Kastoria, illustre speziale di Candia, approvvigionando il baule sanitario della Gemma secondo il ricordo degli armadi del medico Bartolo Chiarugi, da me tante volte riordinati in Verona. Anzitutto ho acquistato trecento once di elleboro negro in radice, che all'occorrenza preparato in liquore per bagnature risana da rogna, scabbia, sversamenti nascosti di sangue, croste infette, pidocchi e se bevuto in piccolissima quantità libera dai vermi. Quindi ho provveduto a rifornirmi di sei ampolle di elisir composto da miele e ambra, zucchero rosato di borragine, scorze di cedro, genziana, semi del dauco di Candia, coralli rossi e bianchi, polpa di tamarindo, rabarbaro: elisir da prendersi in caso di doglie di testa, vomito, dolori di schiena e infezioni agli occhi, non più di una dramma al giorno. Ho poi stivato in ventiquattro cassellette altre medicine utili: Verbasco emolliente Origano antispasmodico Pimpinella e radici di liquirizia per impiastri astringenti Caccole e liquore d'oppio per mitigare dolori Ribes e borragine per placare la diarrea Marrubio ed edera per risvegliare il fegato e contro catarri e indigestioni Semi di cucurbita e arnica a lenir contusioni Calendola per i geloni Asparago a scioglier le urine Senna e ricino purgativi Foglie di melograno contro i vermi maggiori Asfodelo per disturbi agli occhi e sordità Vischio e artemisia a contrastar l'epilessia Corteccia di salice nero che sciolta in vino rosa combatte pensieri ossessivi e onanismo. Voglia il Signor Dio che non abbia dimenticato null'altro di utile. E similmente voglia che l'equipaggio debba ricorrere il meno possibile ai miei servigi medici nel lungo viaggio per Fiandra. | << | < | > | >> |Pagina 84Fin dalla partenza da Cadice il vento fresco che bene aveva aiutato la nave nell'intento di allargarsi si era dunque mutato in raffiche furibonde. Fu così che la cautela di perdere terra per sfuggire a pericolosi incontri con navi genovesi guerreggianti si mutò in disgrazia, forse maggiore. L'agione e il mare si levarono a tal misura che, se pure la cocca rispondeva sopportando bravamente gli sbandamenti, non fu più possibile mantenere la rotta voluta. A velatura ridotta, la Gemma prese a scarrocciare penosamente verso sud. Gli uomini erano ormai intenti a curare la sicurezza più che a tentare rimonte; le quali, forse, sarebbero state possibili se la nave avesse armato più vele di taglio come nei migliori squeri di Venezia taluni maestri raccomandavano. Non c'era una situazione di grande pericolo, in verità. La Gemma si portava generosamente, col suo carico bene stivato e rizzato. Ma l'allarme era continuo e snervante, le guardie franche sempre allerta, e costanti le visite all'attrezzatura e alle sentine. La nave era semplicemente sottomessa all'arbitrio del vento: raccontavano i marinai anziani che poteva durare a lungo, brevemente calmarsi, e poi brutalmente riprendere per giorni in estenuante alternanza. L'equipaggio era per forza di cose rassegnato all'idea di andare in senso contrario al proprio destino di tramontana. Dal 14 luglio si navigava tra raffiche violente e bonacce beffarde, durante le quali pareva di lavorare per nulla in attesa del successivo maltempo. Piero Quirino aveva perso la calma. Troppo spesso presente sul cassero, si mostrava inquieto. A buona ragione, perché la Gemma reggeva bene i continui tormenti del tempo, però continuava a scendere verso i mari sconosciuti delle Canarie. Il patron era preoccupato soprattutto dal consumo delle provviste di cambusa, che andavano riducendosi nonostante la parsimonia con cui si governavano e distribuivano. Gli uccelli che si abbattevano, i pesci pescati e quelli volanti che le ondate gettavano sulla coperta non erano una grande risorsa per il rancio. Non v'era osso di porco o castrato che non venisse ripulito di ogni traccia di carne, per poi finire, esso pure, a bollire nel calderone. Della carne salata, quanto abitualmente si gettava per l'ambigua colorazione e l'odore sospetto ora veniva salvato con cura: si scartava soltanto il marciume palese. Anche l'acqua tendeva a scarseggiare. La si mescolava con l'abbondante vino, così la sete era scongiurata. Lo scontento serpeggiava fra la gente. Gli uomini cominciavano a venire presi dall'angoscia per il protrarsi del loro vagare, sudditi di un padrone implacabile, il vento, che dominava le loro vite. Il patron nelle pause di bonaccia tentava di rincuorare la ciurma con suadenti parole che non riuscivano a mascherare però la sua gran pena. Incredibilmente i giorni passavano senza che si presentasse opportunità alcuna di portare la prua verso tramontana. Le osservazioni degli astri che il nocchiero e il pilota riuscivano a mettere a segno denunciavano il lento avvicinamento alle Canarie. Così come la temperatura dell'aria, che aumentava e provocava maggiore sete e consumo d'acqua. Era difficile rassegnarsi a questo andare senza governo. Anche i più pavidi rimpiangevano l'eventualità di uno scontro armato con i genovesi, ma su rotte conosciute, piuttosto che la desolante deriva. Le liti fra marinai avvenivano sovente e per motivi da nulla. | << | < | > | >> |Pagina 86Dal diario di Cristofalo Fioravante. 30 luglio 1431. Or sono due giorni, mentre una bonaccia dava respiro alla Gemma, si verificò un accidente. Gli uomini erano intenti agli abituali lavori che la caduta del vento e del mare permettevano, quando echeggiò un urlo disperato della vedetta Rocco Vallesano. Vi fu un accorrere di gente verso pupe, sulla dritta, e Rocco urlò di nuovo: «Un omo in mar, un omo in mar!» Fu ammainato uno schifo con tre marinai. Pur disturbati da onde lunghe, remando con foga raggiunsero presto un cristiano che a malapena si reggeva a galla. Come lo presero per braccia e scagi, nell'issarlo a bordo questi sbraitò. Uno sbruffo d'acqua gli penetrò nella bocca spalancata. Allora strabuzzò gli occhi, tossì, vomitò e svenne. I soccorritori si fecero più cauti: «Pian, pian, vardé!» L'uomo aveva il braccio destro a picolon, come fosse un remo spezzato. Lo issarono con cautela. Adagiato in coperta il poveretto andava riprendendosi. Aloìsius lo esaminava premendogli lo stomaco per fargli uscire l'acqua bevuta, sfiorandogli il braccio rotto, osservando i lividi che gli correvano lungo il fianco, nasandogli l'alito. «El xe Zaneto, el nicoloto che zoga sempre ai dai col Pégola» qualcuno esclamò. Seguì un mormorio. Era proprio uno dei loschi compari di Pégola. Zaneto Burigana, d'onesta famiglia di calafati arsenalotti, rovinato dal gioco d'azzardo, imbarcato a Candia soltanto per le suppliche del padre suo al gentiluomo Quirino. Il patron pensieroso stava affacciato sul cassero. Aloìsius fece montare un tavolo per destirarvi il malcapitato. Vide allora che Zaneto era rigonfio a lato del collo, come se avesse ingoiato tutta intera un'arancia rimastagli per traverso. Capì che la testa dell'omero gli era uscita di sede. Afferrò il braccio offeso e lo torse con una mossa repentina, ma trattenuta. Il nicoloto riprese conoscenza d'acchito, urlando per il dolore: ma non aveva più la palla a gonfiargli il collo. Aloìsius gli tastò il torace. Contò cinque costole rotte. Il nocchiero sollecitato da un secco ordine sibilante del patron allontanò i curiosi, fra i quali per ultimo, riluttante, proprio Pégola che cercava di farsi notare da Zaneto ostentando premuroso interesse pur con un ghigno di scherno. Il nicoloto si lamentava senza sosta. Quando avvertì lì accanto il Pégola, tacque per un poco e passò dalla pena allo scagazzo: tremava e sussultava. Aloìsius benché assorto nell'esame dello sventurato percepì quel repentino mutamento d'umore. Innervosito, volse uno sguardo indagatore verso il gigante che tardava ad allontanarsi. Ebbe la precisa sensazione che Pégola fosse il colpevole dell'infortunio di Zaneto. Lo vide piegare il capo, la mano sinistra che si apriva e chiudeva sull'elsa di un coltello che portava nella fusciacca. Stava facendo un inchino vagamente derisorio. «È lui, sicuramente lui, il Pégola maledetto, che ha buttato a mare Zaneto dopo un litigio per una partita ai dadi» mi confidò Stae. | << | < | > | >> |Pagina 113Il timone dunque era andato di nuovo a ramengo. Mare e vento squassavano senza tregua la Gemma. Forse il cedimento non si poteva attribuire ai poderosi cardini. Perché Quirino e i suoi, dopo i primi incidenti, avevano dedicato particolare attenzione alle riparazioni durante la lavorazione di agugliotti e femminelle nelle fonderie e sulle forge di Cadice e Lisbona. Doveva aver ragione l'esperto Orfeo Zanucco: era imperfetta la stagionatura delle travi e tavole di cipresso impiegate per costruire la nave. Anche Quirino cominciò a sospettare che le immature fibre del dritto di poppa a sostegno del timone non fossero idonee all'infissione sicura dei lunghi perni e anelli che sopportavano l'articolazione. Quasi sicuramente erano state le violente sollecitazioni del mare ad averli strappati dal legno troppo cedevole. Se la situazione prima di quest'ultimo sinistro era stata drammatica, concluse Quirino, adesso incombeva la tragedia, perché la guida dell'infelice nave era stata divelta. Senza governo, la Gemma assumeva orientamenti pericolosi offrendo il fianco a spaventose ondate che si abbattevano sommergendola e provocando vertiginosi sbandamenti. E gli uomini, sbigottiti, non riuscivano a porre rimedio. Quirino era disperato. Ma come sempre dissimulava. Si mostrava sicuro e inattaccabile dallo sconforto. Parlava, anzi gridava per farsi capire, perché lo sentissero i più intrepidi e portassero le sue parole a chi, ormai inerte, cominciava a perdere ogni speranza. I suoi non erano più ordini, ma accorati consigli che toccavano la sensibilità dei marinai. I più gli obbedivano, consapevoli ancora delle sue capacità, o supinamente rassegnati. Il timone che galleggiava inutile vicino alla poppa della nave, incattivato da cime che lo trattenevano, venne raggiunto da sagole di rilascio lanciate dai marinai. Riuscirono a portarlo sotto bordo. Con enorme fatica fu possibile issarlo lungo il fianco nella speranza di mantenervelo, credendo di poterlo poi rimontare con sistemi di fortuna. Il mare lo strappò quasi subito da quella posizione. Finì in acqua dove rimase beffardamente rimorchiato da una delle cime. Nessuno ebbe il coraggio di tagliare il cavo di quel vano trascinamento. Dopo tre giorni di feroce maltempo i marinai riuscirono a ricuperarlo e ad assicurarlo in coperta. Patron Quirino aveva disposto di lasciare la velatura terzaruolata a segno. Bordandola con criterio si riusciva, di tanto in tanto, a mantenere la prua in modo da evitare di offrirsi alle ondate di traverso. Così la nave strapazzava un po' meno. | << | < | > | >> |Pagina 115L'indomani fu durante una fase di relativa calma di mare che Aloìsius, individuato un angolo protetto a ridosso del castello, vi si precipitò avvolgendosi in panni e teli. Era stremato. E non era che la tarda mattinata di un infelice giorno qualsiasi. Con l'uso di una mal diluita pozione, il bavarese da poco aveva frenato i conati di un armigero di Camelot che da molte ore ululava rintanato nella stiva. Non aveva però potuto scaldare l'acqua, il focone da giorni era inutilizzabile. Ora gli pareva che fosse già notte. Tremava come avesse la febbre. Voleva soltanto dormire qualche ora per ritornare poi in qualche modo alle mansioni assegnategli. Quando la parvenza di un sonno fracido e inquieto stava per avvolgerlo, avvertì un pericolo. Stordito dai primi momenti di sopore, convinto di tormentarsi in un incubo, uno dei tanti che ormai tutti vivevano sulla Gemma, cercò di difendersi aprendo gli occhi, borbottando contumelie in tedesco con la voce strozzata e coperta dai sibili del vento. Si svegliò del tutto. Si mise in ginocchio e rimase in ascolto cercando di bucare l'oscurità con lo sguardo. Ombre, sagome si stagliavano poco distanti da lui. Erano due uomini accovacciati che si fronteggiavano agguantandosi. Uno era gigantesco, Pégola di sicuro. Mentre stava considerando i movimenti dell'omicida dello squero di Venezia, Aloìsius sentì una voce bassa e impastata dal troppo vino. «No che no te li dago, sassin! No ti xe sta bon de coparme in mar de Canaria, buelo marso de un schiavon, e desso basta! Ghe contarò tuto ai scrivani, al patron se bisogna! Sigarò co tuto el fià che go. Che senta tuti! E Pégola brusarà nela pegola, fio de troia! Troia, troia de Traù!» Parve ad Aloìsius che in quel momento Satana avesse sottratto a Eolo il dominio dei venti. La nave sembrò quasi quetarsi, le onde si abbattevano con minore violenza. Nella penombra la gigantesca figura di Branko da Traù si levò, spaventosa, di scatto. Furono pochi movimenti rapidi accompagnati da due o tre tonfi sordi. Seguiti da un rantolo. Il sangue del nicoloto Zaneto Burigana scorreva sulla coperta della Gemma. Aloìsius aveva lasciato il suo giaciglio dopo essersi liberato del mantello. Avvertì dentro di sé una tensione, una furia. Stava sovrastando Pégola che si era coricato nel buio coprendosi il capo con un panno. Gli sferrò un calcio. «Ti ho visto, maledetto da Cristo! Ti ho visto a Venezia e adesso qua. Se sai pregare qualche dio, fallo, perché io salvo le vite, ma ammazzo gli assassini. Vahrsten du?» Reggendosi con la sinistra a un montante, piantato a gambe aperte per mantenersi in equilibrio, Aloìsius sfoderò la lingua di bue pronto a colpire. Non sapeva bene dove, a causa del buio. Intendeva affondare la lama con tutta la rabbia possibile nella massa raggomitolata del Pégola. Stava per gettarsi con furia sul gigantesco schiavone, quando un lancinante dolore lo frenò di colpo. Una mano dell'assassino l'aveva afferrato ai testicoli togliendogli il fiato. Pégola, abituato alla lotta, addestrato nelle galere, bestialmente forte, smaliziato, gli aveva imprigionato anche una gamba con le proprie e lo aveva costretto a piegarsi mentre schivava con facilità i colpi che il bavarese dolorante menava a casaccio: non era stato difficile afferrarlo al collo e stringere torcendo. Aloìsius si rese disperatamente conto di essere in balia dell'uomo che avrebbe voluto punire. Ora Pégola era guizzato in piedi. Aveva mantenuto la stretta con la destra e spinto il bavarese contro la paratia, tirando calci ai corpi dei marinai più vicini che inerti non intervenivano o fingevano di dormire. Ghignava indifferente alle conseguenze di quanto stava per compiere o forse pensava ancora che la sua nefasta influenza sui pochi che l'avessero visto li avrebbe indotti a tacere. Aloìsius capiva che poco o nulla avrebbe potuto per difendersi. Abbandonata la presa, Pégola gli aveva bloccato la mano armata e gli aveva cacciato un ginocchio in pancia. Aloìsius sentiva il fiato del gigante. L'uomo stava per sgozzarlo col coltello, e pareva non avere fretta. Sghignazzava in sordina e parlava in una lingua sconosciuta al bavarese, che tentò di gridare ma ne fu impedito dal dolore alla gola e dal terrore. Pégola smise di blaterare. Senza abbandonare la presa si raddrizzò. Inarcò la schiena, allontanò la lama dal collo di Aloìsius che la vide vagamente balenare, e si preparò a calare un fendente mortale. Aloìsius chiuse gli occhi e si afflosciò stroncato dalla paura. Cadde malamente sbattendo sulla coperta, contro la paratia. Fu allora che venne investito da un corpo pesante, una massa di carne che emetteva un fetore nauseabondo di escrementi. Pégola gli era rovinato addosso, d'improvviso inerte. Riuscì a indovinare che sopra quel corpo senza vita dai pantaloni lordati si ergeva nella pochissima luce la sagoma poderosa di Stae. Brandiva una mezza scimitarra. Aveva squarciato d'un sol colpo il ventre di Pégola, un attimo prima che quel bruto calasse la lama sul bavarese. Erano le budella dell'assassino a emanare il puzzo nauseabondo. Aloìsius chiuse gli occhi. Si lasciò andare esausto. Stae Griego spostò con disgusto il cadavere ancora sussultante. Poi, attento a non scivolare, trascinò il morto verso il focone. Infine si diresse al cassero per informare l'ufficiale di guardia. Si sentiva tranquillo, anzi liberato, convinto di avere affrancato la Gemma dal diavolo. Non si stupiva che nel ristretto spazio della cocca il cruento episodio fosse passato inosservato. In quella circostanza di maltempo l'oscurità dominava, la gente di guardia era concentrata sulle manovre che variavano continuamente, molti dormivano o tentavano di riposare completamente avvolti in mantelli e ferzi di vela fuori uso. E il rumore del vento e del mare copriva ogni cosa. Anche qualche possibile testimone era preda dell'indifferenza che in quei momenti s'era impadronita di tanti. Insomma, la morte del giocatore d'azzardo Zaneto e dell'odiato delinquente Branko sembravano accettate con apatia o forse sollievo. Piero Quirino accolse il rapporto dello scrivano Michiel con scarso interesse. Si raccomandò che Aloìsius, unica sua preoccupazione, fosse sistemato in un luogo protetto della stiva e che un mozzo lo assistesse. Dispose che i cadaveri di Zaneto e di Pégola fossero gettati in mare, accompagnati da un De profundis, senza alcuna cerimonia. «Ma scrivé, scrivé ben tuto. E Stae che nol se creda da esser l'anzolo vendicador» aggiunse con tono severo. «Ma deghe questo.» Porse allo scrivano una piccola borsa di monete. Aloìsius stette meno di un'ora nella stiva, l'ematoma al collo medicato con pomata di calendula e fasciato con una manica di camicia. Era stato raggiunto da un armigero di Andreas Camelot, che gli aveva mandato un'ampolla di anisetta. Trangugiò il liquore e si levò tastandosi il corpo indolenzito.
Stae protestò affettuosamente, ma Aloìsius prese a camminare in coperta.
Voleva far sapere a tutti che era di nuovo in piedi, pronto per il suo ufficio.
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