Copertina
Autore Antonio Gramsci
Titolo Quaderni del carcere
EdizioneEinaudi, Torino, 1975, NUE Nuova serie 1 [4 voll.]
CuratoreValentino Gerratana
Classe scienze sociali , politica , storia contemporanea
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Pagina 115

La quistione dei giovani.

Esistono molte «quistioni» dei giovani. Due mi sembrano specialmente importanti: 1°) La generazione «anziana» compie sempre l'educazione dei «giovani»; ci sarà conflitto, discordia ecc. ma si tratta di fenomeni superficiali, inerenti a ogni opera educativa e di raffrenamento, almeno che non si tratti di interferenze di classe, cioè i «giovani» (o una parte cospicua di essi) della classe dirigente (intesa nel senso píú largo, non solo economico, ma politico-morale) si ribellano e passano alla classe progressiva che è diventata storicamente capace di prendere il potere: ma in questo caso si tratta di «giovani» che dalla direzione degli «anziani» di una classe passano alla direzione degli «anziani» di un'altra classe: in ogni caso rimane la subordinazione reale dei «giovani» agli «anziani» come generazione, pur con le differenze di temperamento e di vivacità su ricordate; 2°) Quando il fenomeno assume un carattere cosidetto «nazionale», cioè non appare apertamente l'interferenza di classe, allora la quistione si complica e diventa caotica. I «giovani» sono in istato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l'analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli «anziani» dominano di fatto, ma... «après moi le déluge», non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione. Perché? Ciò signífica che esistono tutte le condizioni perché gli «anziani» di un'altra classe debbano dirigere questi giovani, senza che possano farlo per ragioni estrinseche di compressione politico-militare. La lotta, di cui si sono soffocate le espressioni esterne normali, si attacca come una cancrena dissolvente alla struttura della vecchia classe, debilitandola e imputridendola: assume forme morbose, di misticismo, di sensualismo, di indifferenza morale, di degenerazioni patologiche psichiche e fisiche ecc. La vecchia struttura non contiene e non riesce a dare soddisfazione alle esigenze nuove: la disoccupazione permanente o semipermanente dei cosi detti intellettuali è uno dei fenomeni tipici di questa insufficienza, che assume carattere aspro per i piú giovani, in quanto non lascia «orizzonti aperti». D'altronde questa situazione porta ai «quadri chiusi» di carattere feudale-militare, cioè inacerbisce essa stessa i problemi che non sa risolvere.

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La scienza.

Definizioni della scienza: 1°) Studio dei fenomeni e delle loro leggi di somiglianza (regolarità), di consistenza (coordinazione), di successione (causalità). 2°) Un'altra tendenza, tenendo conto dell'ordinamento piú comodo che la scienza stabilisce tra i fenomeni, in modo da poterli meglio far padroneggiare dal pensiero e dominarli per i fini dell'azione, definisce la scienza come la descrizione piú economica della realtà.

La quistione piú importante riguardo alla scienza è quella della esistenza obbiettiva della realtà. Per il senso comune la quistione non esiste neppure: ma da che cosa è data questa certezza del senso comune? Essenzialmente dalla religione (almeno dalle religioni occidentali, specialmente dal cristianesimo): essa è quindi una ideologia, l'ideologia piú diffusa e radicata. Mi pare che sia un errore domandare alla scienza come tale la prova dell'obbiettività del reale: questa è una concezione del mondo, una filosofia, non un dato scientifico. Cosa può dare la scienza in questa direzione? La scienza fa una selezione tra le sensazioni, tra gli elementi primordiali della conoscenza: considera certe sensazioni come transitorie, come apparenti, come fallaci perché dipendono unicamente da speciali condizioni individuali e certe altre come durature, come permanenti, come superiori alle condizioni speciali individuali. Il lavoro scientifico ha due aspetti: uno che instancabilmente rettifica il metodo della conoscenza, e rettifica o rafforza gli organi delle sensazioni e l'altro che applica questo metodo e questi organi sempre piú perfetti a stabilire ciò che di necessario esiste nelle sensazioni da ciò che è arbitrario e transitorio. Si stabilisce cosí ciò che è comune a tutti gli uomini, ciò che tutti gli uomini possono vedere e sentire nello stesso modo, purché essi abbiano osservato le condizioni scientifiche di accertamento. In quanto si stabilisce questa oggettività, la si afferma: si afferma l'essere in sé, l'essere permanente, l'essere comune a tutti gli uomini, l'essere indipendente da ogni punto di vista che sia meramente particolare. Ma anche questa è una concezione del mondo, è un'ideologia.

Il materialismo storico accetta questo punto di vista, non quello che pure è uguale materialmente, del senso comune. Il senso comune afferma l'oggettività del reale in quanto questa oggettività è stata creata da Dio, è quindi un'espressione della concezione del mondo religiosa: d'altronde nel descrivere questa oggettività cade nei piú grossolani errori, in gran parte è ancora all'astronomia tolemaica, non sa stabilire i nessi reali di causa ed effetto ecc., cioè in realtà non è realmente «oggettivo», perché non sa concepire il «vero» oggettivo; per il senso comune è «vero» che la terra è ferma e il sole con tutto il firmamento le gira intorno ecc. Eppure fa l'affermazione filosofica della oggettività del reale. Ma tutto ciò che la scienza afferma è «oggettivamente vero»? In modo definitivo? Non si tratta invece di una lotta per la conoscenza dell'oggettività del reale, per una rettificazione sempre piú perfetta dei metodi d'indagine e degli organi di osservazione, e degli strumenti logici di selezione e di discriminazione? Se è cosí, ciò che piú importa non è dunque l'oggettività del reale come tale ma l'uomo che elabora questi metodi, questi strumenti materiali che rettificano gli organi sensori, questi strumenti logici di discriminazione, cioè la cultura, cioè la concezione del mondo, cioè il rapporto tra l'uomo e la realtà. Cercare la realtà fuori dell'uomo appare quindi un paradosso, cosí come per la religione è un paradosso [peccato] cercarla fuori di Dio.

Ricordo una affermazione di Bertrando Russell: si può immaginare sulla terra, anche senza l'uomo, non Glasgow e Londra, ma due punti della superficie della terra uno piú a Nord e uno piú a Sud (o qualcosa di simile: è contenuta in un libretto filosofico di Russell tradotto in una collezioncina Sonzogno di carattere scientifico). Ma senza l'uomo come significherebbe Nord e Sud, e «punto», e «superficie » e «terra»? Non sono queste espressioni necessariamente legate all'uomo, ai suoi bisogni, alla sua vita, alla sua attività? Senza l'attività dell'uomo, creatrice di tutti i valori anche scientifici, cosa sarebbe l'«oggettività»? Un caos, cioè niente, il vuoto, se pure cosí si può dire, perché realmente se si immagina che non esista l'uomo, non si può immaginare la lingua e il pensiero. Per il materialismo storico non si può staccare il pensare dall'essere, l'uomo dalla natura, l'attività (storia) dalla materia, il soggetto dall'oggetto: se si fa questo distacco si cade nel chiacchericcio, nell'astrazione senza senso.

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