Copertina
Autore Luce Irigaray
Titolo tra oriente e occidente
Sottotitolodalla singolarità alla comunità
Edizionemanifestolibri, Roma, 1997, le esche 10 , pag. 138, dim. 120x168x12 mm , Isbn 978-88-7285-123-4
OriginalePrésences de Schopenhauer, al.
EdizioneGrasset, Paris, 1989
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe scienze sociali , filosofia , psicologia
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Indice


Introduzione                                  7

Il tempo della vita. Dalla specie al genere  25

Insegnamenti orientali                       51

La via del respiro                           71

La dialettica infinita del genere            89

La famiglia comincia a due                  101

Avvicinarsi all'altro come altro            115

La differenza, principio di rifondazione
della comunità                              125

 

 

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Pagina 34

IMBARAZZI EGO-LOGICI DI ARTHUR SCHOPENHAUER


l. Il tempo, la temporalità, in India, non possono essere regolati dal solo genio della specie umana. Simile passione ego-logica, egocentrica resta estranea alle diverse tradizioni dell'India. L'uomo non si trova mai al centro, ma non è neppure «inferiore a», «meno valoroso di», tale animale ad esempio, per alludere a parole di Schopenhauer. L'uomo è, e in quanto è deve essere al servizio della temporalità macro- o micro-cosmica. I Veda, gli Upanishad, lo yoga hanno come principale scopo quello di articolare l'istante all'immortalità o all'eternità. Talvolta si tratta anzituttto di costituire o creare un'unità macro-cosmica tramite riti relativi ai giorni, alle stagioni, agli anni, riti praticati fra l'altro dai brahmani; talvolta l'accento è posto sulla realizzazione di un'unità o immortalità, addirittura eternità, individuale attraverso la padronanza del respiro, dei soffi, grazie alla pratica dello yoga ma anche all'insegnamento degli Upanishad, per esempio (vedi Lilian Silburn, Instant et cause, Vrin, 1955, ristampa Ed. de Boccard, 1989). Nulla è più estraneo alle tradizioni dell'India della passione metafisica per la riproduzione. Essa potrebbe essere solo una traduzione occidentale del rispetto della vita se evocasse la felicità. Ma anche qui le intenzioni sarebbero diverse. I brahmani, gli yogis si preoccupano della custodia della vita dell'universo e di quella del loro corpo in quanto dimensioni legate con il cosmo. Se ne curano ad ogni momento. Il loro compito è di riuscire a stabilire una continuità fra il tempo presente e l'immortalità o l'eternità. La domanda che porrei a questo proposito è: perché il tempo presente è percepito come discontinuo? O: a partire da che cosa o a partire da quando lo è? Da chi? Tornerò su tali interrogazioni. Volevo sottolineare che, contrariamente alle tradizioni dell'India, il tempo della vita, secondo Schopenhauer, si riduce a una sopravvivenza astratta della specie, la cui causa si situa prima della mia nascita o dopo la mia morte. Il momento presente è solo una temporalità passivamente e infelicemente vissuta fra queste due scadenze che sfuggono al mio volere ma che lo determinano, a meno che non sia una cornice a priori. Non c'è né presente né presenza per Schopenbauer. Gli dèi dell'India invece si situano nel presente o ne partono e sono in cerca della via per riparare, ristabilire un tempo cosmico lacerato, mediante una costituzione dell'immortalità o dell'eternità per l'universo e per sé.

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Pagina 101

LA FAMIGLIA COMINCIA A DUE


Recentemente, in occasione di una presentazione del libro La democrazia comincia a due, un uomo è intervenuto nel dibattito per dire che la famiglia incomincia a tre, e non a due. Non mi sento in accordo con simile affermazione. A mio parere, una famiglia nasce quando due persone, di solito un uomo e una donna, decidono di vivere insieme in un modo duraturo, come si dice «per sempre», cioè quando decidono di «fondare un focolare» per usare un'antica parola che, in fondo, è bella.

Fondare un focolare significa stabilire una nuova dimora, creare una nuova casa, in particolare attorno a un centro spesso assimilato al fuoco domestico: luogo che serve a cucinare, a riscaldarsi, ad avvicinarsi, ecc.

Cosi si racconta che nel passato, in Grecia, la madre portava una fiamma del suo stesso focolare per accendere il fuoco domestico della figlia novella sposa.

La famiglia, di fatto, non è basata sul tre ma sul due. Farla incominciare a tre rischia di ridurla a quell'unità indifferenziata che ha descritto Hegel, unità nella quale l'uomo, la donna, il figlio o i figli, perdono o alienano ogni identità propria, sia fisica che affettiva e giuridica, in un tutto cementato da una naturalità di fatto già astratta e neutra.

In questo tipo di organizzazione familiare, la promessa da parte di un uomo e di una donna di vivere insieme, in due, svanisce di fronte alla sottomissione dell'uomo, della donna e dei figli alle necessità della riproduzione naturale, ormai legata alla riproduzione della società e dello Stato.

La famiglia allora non è fondata su un legame d'amore e di spiritualità ma corrisponde a un insieme più o meno unificato attraverso la procreazione, la genealogia o filiazione, l'autorità parentale, in particolare paterna, e il possesso di beni.

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DIVENTARE GENITORI, DIVENTARE CITTADINI


La generazione, di fatto, avverrà da sé stessa quando la sovrabbondanza dell'amore vorrà frutti diversi dal divenire dell'uomo e della donna. Ma la generazione non deve imporsi come limite a priori dell'amore sotto pena di mutilare l'identità dell'uomo, della donna, e del figlio.

Non credo che la salvezza della famiglia possa limitarsi a considerare la semplice naturalità, almeno quella che oggi si ritiene tale, come sacra. Ho letto con stupore una simile affermazione proveniente da un responsabile religioso del livello più alto. Un tale discorso sembra pagano, e annulla la Storia, in particolare quella cristiana.

Non è la riduzione della famiglia alla sola naturalità che la salverà, ma la cultura dell'unione fra l'uomo e la donna nel rispetto della loro differenza, ciò che implica che la natura divenga coscienza. Per essere due nell'amore, compreso quello carnale, bisogna in effetti che il corpo sia carne svegliata dalla parola, dalla coscienza. Bisogna che l'uomo e la donna abbiano una dignità equivalente, e che cerchino insieme come alleare la natura e la spiritualità attraverso le loro differenze di corpo e di soggettività. Se compiono così la loro alleanza, non c'è dubbio che l'uomo e la donna diventeranno cittadini preparati alla condivisione della vita comunitaria; la tappa più difficile per raggiungere un tale atteggiamento l'hanno già superata.

Saranno anche preparati al compito parentale. La condivisione orizzontale fra l'uomo e la donna, la più necessaria, la più desiderabúe ma la più difficile da realizzare, apre naturalmente e spiritualmente al rispetto degli antenati e all'accoglienza nei confronti delle future generazioni. Ma non conviene imporre come ostacolo prima ciò che avverrà da se stesso dopo.

Il primo e principale compito per fondare o rifondare una famiglia è il lavoro dell'amore tra un uomo e una donna che, in nome del desiderio, si propongono di vivere insieme in un modo duraturo, di alleare, in loro e fra loro, il sorgere o l'apparire dell'attrazione alla perennità o eternità dell'amore.

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Pagina 115

AVVICINARSI ALL'ALTRO COME ALTRO


Siamo stati(e) educati(e) a fare nostro tutto ciò che ci piace, tutto ciò che è vicino a noi, fa parte della nostra intimità.

Sia a livello della conoscenza sia a quello dei sentimenti facciamo nostro tutto ciò che accostiamo, che si avvicina a noi.

Il nostro modo di ragionare, il nostro modo di amare corrisponde ad un'appropriazione. La nostra cultura, la nostra istruzione scolastica, vogliono che imparare e sapere equivalgano a far nostro attraverso strumenti di conoscenza capaci, lo crediamo, di apprendere, di capire, di dominare tutta la realtà, tutto ciò che esiste, tutto quello che percepiamo con i nostri sensi e ciò che è al di là di essi.

Vogliamo avere l'intero universo nella nostra testa, talvolta l'intero mondo nel nostro cuore. Non vediamo che un tale gesto trasforma la vita del mondo in qualcosa di finito, di morto in un certo senso, perché il mondo perde così la sua propria vita sempre estranea a noi, esterna a noi, altra da noi.

Farò un esempio. Se capissimo esattamente quello che fa la primavera, perderemmo probabilmente la contemplazione stupita davanti al mistero della crescita primaverile, perderemmo la vita, la vitalità alle quali tale rinascita universale ci consente di partecipare senza che possiamo conoscere né controllare donde ci arrivino la gioia, la forza, il desiderio che ci animano. Ammesso che fosse possibile analizzare ogni elemento di energia che avviene nell'esplosione della primavera, ne perderemmo lo stato globale che proviamo quando siamo immersi(e) in essa con tutti i nostri sensi, il nostro intero corpo, la nostra anima.

Questo stato, mi permetterò di dire: questo stato di grazia, che ci procura la primavera, lo conosciamo talvolta, per lo meno parzialmente, quando ci troviamo in un nuovo paesaggio, in una manifestazione cosmica straordinaria, in un ambiente che ci è insieme percettibile e impercettibile, conosciuto e sconosciuto, visibile e invisibile. Siamo situati, in tal caso, in un'atmosfera, in un evento che sfuggono al nostro controllo, alla nostra competenza, alla nostra intenzione, al nostro stesso immaginario. La nostra risposta a tale «mistero» allora può essere la sorpresa, l'incanto, la lode, talvolta l'interrogazione, ma non può essere l'appropriazione, la riproduzione, la ripetizione.


LA TRASCENDENZA IRRIDUCIBILE DEL TU

Lo stato - fisico o spirituale - che produce in noi la primavera, certi paesaggi, certi fenomeni cosmici, può accadere all'inizio di un incontro con altri. L'altro ci commuove in tal modo nei primi momenti di un incontro, toccandoci in maniera globale, non conoscibile, non padroneggiabile. Poi, troppo spesso, lo facciamo nostro - o la facciamo nostra - attraverso la conoscenza, la sensibilità, la cultura. Entrando nel nostro orizzonte, nel nostro mondo, l'altro perde la stranezza della sua attrazione. La sua presenza ci circondava di un certo mistero, comunicandoci un risveglio sia corporeo sia spirituale, ma lo riconduciamo a noi, lo conglobiamo a nostra volta. Al limite, non lo vediamo più, non lo udiamo più, non lo percepiamo più. Fa parte di noi. A meno che non lo respingiamo.

L'altro è dentro o fuori. Non è dentro e fuori, facendo parte della nostra interiorità ma rimanendo anche fuori, esterno, estraneo a noi, altro. Svegliandoci con la sua alterità, con il suo mistero, con l'infinito (in due parole: non l'assoluto) che rappresenta per noi. E proprio quando non lo conosciamo, o quando accettiamo che resti per noi non conoscibile, che l'altro ci illumina in qualche modo, ma di una luce che ci rischiara senza che sia possibile afferrarla, capirla, analizzarla, farla nostra.

La totalità dell'altro, come quella della primavera, ci tocca al di là di ogni conoscenza, di ogni giudizio, di ogni riduzione a noi, al nostro, a ciò che ci è in qualche modo proprio. In termini un po' eruditi, potrei dire che l'altro, l'altro in quanto tale, in quanto altro, esiste al di là di ogni predicato attribuito da noi: non è mai un questo o un quello assegnato a lui/lei da noi. E proprio quando sfugge a ogni giudizio da parte nostra che l'altro emerge come un tu, sempre altro e inappropriabile dall' io.

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Pagina 122

Rifondare la società, la cultura sulla differenza sessuale, significa anche chiamare in causa in modo radicale le nozioni di proprio, di proprietà, di appropriazione che regolano le nostre consuetudini mentali, culturali e sociali. Implica imparare a rinunciare, a livello più intimo, più appassionato e carnale della relazione con l'altro, a ogni possesso, a ogni appropriazione per rispettare nella relazione i due soggetti, senza mai ridurre l'uno all'altro.

Affermare che l'uomo e la donna sono realmente due soggetti diversi non corrisponde pertanto a rinviarli a un destino biologico, a una semplice appartenenza naturale. L'uomo e la donna sono diversi culturalmente. Ed è bene che la cosa sia così: risulta da una costruzione diversa della loro soggettività. La soggettività dell'uomo e quella della donna si costituiscono a partire da un' identità relazionale specifica all'uno e all'altro. Questa identità relazionale si situa fra natura e cultura e assicura un ponte grazie al quale è possibile andare dall'una all'altra rispettandole tutte e due. Questa identità relazionale specifica è basata su alcuni dati irriducibili. Ad esempio: la donna nasce da una donna, da qualcuno del suo genere, l'uomo invece nasce da qualcuno di un genere diverso dal suo. La donna può generare in sé come sua madre, l'uomo invece genera fuori di sé. La prima situazione relazionale è dunque molto diversa per il ragazzo e per la ragazza. E costruiscono la loro relazione con l'altro in modo molto differente.

La ragazza è situata dall'origine in un rapporto fra soggetti dello stesso genere che l'aiuta a strutturare un rapporto con l'altro, più difficile da costruire per il ragazzo. Ma il soggetto femminile è più vulnerabile perché ospita l'altro in sé: nell'amore, nella maternità.

La costituzione della soggettività per la donna implica che lei esca da un rapporto esclusivo con la medesima di sé, e che sia capace di scoprire una relazione con un altro diverso da sé rimanendo pure se stessa.

Le strategie dell'uguaglianza e dei separatismo non possono risolvere un simile problema. Ciò che può incitare la donna a divenire soggetto è la scoperta dell'altro, l'uomo, come trascendente in modo orizzontale, e non verticale, rispetto a lei. Non è la sottomissione, l'assoggettamento alla legge del padre che può consentire alla donna il divenire se stessa, in modo corporale e spirituale, ma il riconoscimento, nell'amore e nella civiltà, dell'altro come altro. Questo divenire culturale della donna potrà in seguito aiutare l'uomo a diventare uomo, e non padrone e padre del mondo.

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