Copertina
Autore Edgar Morin
Titolo Il mondo moderno e la questione ebraica
EdizioneCortina, Milano, 2007, Saggi 51 , pag. 168, cop.fle., dim. 14x22,5x1,3 cm , Isbn 978-88-6030-136-9
OriginaleLe monde moderne et la question juive
EdizioneSeuil, Paris, 2006
TraduttoreSusanna Lazzari
LettoreFlo Bertelli, 2008
Classe storia contemporanea , paesi: Israele , paesi: Palestina , religione , storia criminale
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Indice


    Prefazione                                       1
    Introduzione                                     5

    PARTE PRIMA
    EBREI, CRISTIANI, EBREO-GENTILI

1.  Ebraismo e Cristianesimo. L'antiebraismo         9

2.  Le osmosi culturali.
    Dall'eccezione iberica al Rinascimento          13

3.  Dal marranesimo al postmarranesimo              17

4.  La partecipazione allo sviluppo economico       27

5.  L'emancipazione: gli ebreo-gentili              31

6.  Gli antichi ebreo-gentili                       41

7.  Il nuovo messianismo                            45

    Prima conclusione                               51


    PARTE SECONDA
    LA SEPARAZIONE NELL'INSERIMENTO

1.  L'antisemitismo                                 55

2.  La diaspora prima del 1933                      65

3.  L'ibridazione culturale                         73

4.  La separazione nell'inserimento                 83


    PARTE TERZA
    LA TRAGEDIA

1.  Dal sionismo a Israele via il nazismo           87

2.  Le due demarcazioni                            109

    Conclusione                                    113

    Bibliografia                                   119
    Riferimenti cronologici                        123


APPENDICE. IL NODO GORDIANO EBREO-ISRAELO-PALESTINESE

Ebreo: aggettivo o sostantivo                      133
Il doppio sguardo: Israele-Palestina               143
Israele-Palestina: il semplice e il complesso      155
Antisemitismo, antiebraismo, antisraelismo         161


 

 

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Pagina 5

INTRODUZIONE



Paolo diceva: "Non c'è né ebreo né gentile". Per gli ebrei antichi e per i primi cristiani, il termine "gentile"' definiva i cittadini delle nazioni straniere e, più in generale, i pagani. La distinzione risuscitò, ma questa volta i cristiani, separandosi dall'Ebraismo, divennero gentili per gli ebrei, poiché questi mantennero la loro obbedienza alla Legge di Mosè.

Da dove parla l'autore di questo testo? Mi esprimo integrando in me la doppia identità ebraica e gentile, e sforzandomi di superare l'una e l'altra. Cioè, mi cimento in queste pagine in un metapunto di vista sul quale ritornerò.

Dapprima mi è sembrato necessario analizzare parole come "antisemitismo", "antiebraismo", e soprattutto riconsiderare il significato della parola "ebreo". Quest'ultima, in effetti, non ha lo stesso significato prima della distruzione della Giudea da parte dei Romani – quando definiva l'appartenenza sia a una nazione sia a un popolo e a una religione – e dopo l'integrazione nelle nazioni moderne. Molto presto mi è apparso evidente che là dove regna il pensiero binario, il quale può solo disgiungere le nozioni di ebreo e di gentile, è impossibile concepire la realtà più importante dei tempi moderni, inseparabile dall'emancipazione degli ebrei nelle nazioni laicizzate, ed esprimibile solo con la nozione di ebreo-gentile.

Oggi, in effetti, non possiamo più classificare semplicemente come ebrei quanti, divenuti cittadini delle nazioni europee e nutriti della cultura umanistica, sono quindi, per questa duplice ragione, "gentilizzati". Ora, l'identità dell'ebreo-gentile è complessa: comporta due componenti nello stesso tempo complementari e antagoniste. Inoltre, a seconda delle circostanze o dei contesti, una di queste componenti può crescere a scapito dell'altra. Le due componenti della mia identità mi aiuteranno, spero, a comprendere ciò che le lega e ciò che le separa.

Infine, mi è parso indispensabile distinguere l'antiebraismo, di origine cristiana, e l'antisemitismo, che è nato nel XIX secolo con lo sviluppo del nazionalismo.

Č quindi a partire da una volontà di pensiero complesso che mi sforzerò qui di illustrare la questione ebraica, situandola nella sua relazione storica in seno al mondo moderno. Ho voluto fare non un libro di storia, ma una riflessione storicizzata. Mi sforzerò di descrivere mentre rifletto, e di riflettere mentre descrivo, la qual cosa dovrebbe supportare, lo auspico, un ripensare a catena.

Non si può intraprendere questo lavoro senza timore né tremore dal momento che non si vuole né giustificare, né condannare, né assolvere, ma innanzitutto comprendere e far comprendere.

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1
EBRAISMO E CRISTIANESIMO
L'ANTIEBRAISMO



Finché ci fu un regno di Giuda e poi una provincia romana di Giudea, la nozione di ebreo era, nel contempo, religiosa, etnica e nazionale. Essere ebreo significava quindi riconoscersi nella religione mosaica, nell'appartenenza al popolo ebraico e nella nazione avente per capitale Gerusalemme. Dopo la distruzione della nazione restò un popolo disperso legato dalla sua tradizione religiosa. La diaspora era iniziata prima della caduta di Gerusalemme, poi si era estesa in tutto l'Impero romano. Dopo l'Impero continuò nel mondo barbaro.

All'interno dell'Impero romano, il monoteismo ebraico era ostile al politeismo, il quale era ostile al monoteismo. Mentre il politeismo greco-romano tendeva a integrare diversi dei stranieri per inscriverli nel suo pantheon, il culto dedicato al Dio unico ed esclusivo non solo rifiutava l'integrazione, ma condannava gli dei come idoli. Autori come Tacito denunciarono la "misantropia" dei fedeli di una religione che proibiva le unioni matrimoniali e la commensalità con i gentili, fedeli che rifiutavano di venerare i loro dei (da qui, talora, l'accusa di ateismo) e che si mettevano così in disparte rispetto agli altri uomini. Č soprattutto in Egitto che si manifestò un'ostilità verso gli ebrei due secoli prima della nostra era, in particolare dopo la traduzione della Bibbia da parte dei Settanta, nella quale apparve il carattere antiegizio di Mosè. Inoltre, allora gli ebrei sacrificavano animali divinizzati dagli Egizi: "Sacrificano il montone come per insultare Amon, e il bue perché gli Egizi adorano Api".

Così il politeismo romano, l'universalismo greco e il nazionalismo egizio consideravano la singolarità ebraica come una tara separatrice. Certo, Roma condannò pure il monoteismo cristiano e gli idoli pagani. Anche Tacito se la prese con i cristiani che, come gli ebrei, si erano separati dagli altri popoli con il loro Dio antidei. In seguito, il Cristianesimo trionfò ed eliminò gli dei antichi. L'antiebraismo cristiano successe allora all'antiebraismo pagano, ma in modo molto dissimile.

In epoca romana l'Ebraismo si era diversificato in molteplici correnti: sadducei, farisei, esseni, zeloti, a cui si aggiunse la corrente giudaico-cristiana. Dopo l'espulsione dalla Palestina, l'Ebraismo si identificò con la corrente farisaica, conservatrice della Torah e del Talmud.

La differenziazione tra Cristianesimo ed Ebraismo si amplificò progressivamente. Il Cristianesimo condannò la Sinagoga, cieca verso il vero Messia. Si rivolse non più solo agli ebrei, ma anche ai gentili e divenne una religione universalista. La redenzione dell'individuo si sostituì alla redenzione collettiva del popolo eletto. La sua devozione fece proliferare immagini e statue, mentre la Sinagoga si rivolgeva all'irrappresentabile e all'innominabile. Il culto del Figlio e poi della Madre rese sfumato quello del Padre, il quale regnava solo nella Sinagoga.

Una volta religione ufficiale dell'Impero, il Cristianesimo impedì ogni proselitismo ebraico. Nei primi secoli cristiani, l'antiebraismo fu dapprima teologico; progressivamente l'accusa di deicidio diffuse un antiebraismo popolare secondo il quale gli ebrei erano capaci e colpevoli delle peggiori scelleratezze. Tuttavia, fino all'XI secolo, i 350.000 ebrei dell'Europa cristiana non erano ghettizzati né pogromizzati. Erano in maggioranza contadini, artigiani, commercianti. Gli ebrei dell'epoca carolingia conoscevano una certa prosperità. C'erano filosofi teologi, come Rashi (1040-1105) a Troyes, il cui pensiero si diffondeva fin nell'ambiente cristiano.

A partire dall'XI secolo i quartieri ebraici divennero ghetti. Il divieto di esercitare molteplici mestieri relegò gli ebrei nel commercio da rigattieri, da ambulanti, e soprattutto nel commercio del denaro, essendo il prestito a interesse vietato ai cristiani. L'identificazione degli usurai con gli ebrei cominciò così, reputazione che perdura, per esempio, attraverso il personaggio shakespeariano di Shylock. La prima crociata (1096-1099) si accompagnò ai primi massacri di ebrei in Renania, e la crociata dei pastorelli (1250) immolò anche degli ebrei. La Grande Peste del 1346-1352, di cui furono incolpati gli ebrei, scatenò a sua volta numerosi massacri. Gli ebrei si videro accusati non solo dei flagelli che colpivano la cristianità, come le epidemie di peste e di colera, ma anche di orribili sacrilegi (sacrifici di bambini cristiani per la loro Pasqua, profanazione delle ostie...). Furono non solo screditati, ma anche demonizzati. Destinati a essere rinchiusi nei ghetti, furono inoltre minacciati di espulsione o di pogrom. Sarebbero stati eliminati dal mondo cristiano se la Chiesa non avesse voluto, qui e là, conservarli come testimoni delle sue origini. In ogni caso, furono considerati più dei ripudiati che degli ascendenti.

Ciononostante, anche nelle peggiori condizioni del Medioevo, il "popolo del Libro" mantenne una cultura viva e complessa basata sulla Torah, sul Talmud e poi sulla qabbalah. Inoltre, le condizioni di apertura tra ebrei e gentili, come nella Spagna fino al 1492, favorirono lo sviluppo di una élite colta.

L'antiebraismo cristiano che dominò la seconda parte del Medioevo si nutrì di rifiuti convergenti: il rifiuto da parte del mondo teologico per il popolo deicida, il rifiuto politico-religioso dei principi o monarchi cristiani, il rifiuto popolare. L'antiebraismo popolare, convinto della malvagità e della diabolica stregoneria degli ebrei, diveniva virulento in occasione di epidemie o di altre calamità, provocando massacri che si ripeterono ben oltre il Medioevo, comein Polonia nel 1648 o in Russia nel 1881. Residui della credenza popolare nella nocività congenita degli ebrei si perpetuarono fino al XX secolo. E si risvegliano ancora in certi momenti di inquietudine popolare, collettiva, come nel caso della diceria diffusasi a Orléans che, con l'aiuto dei miei collaboratori, ho studiato e analizzato alla fine degli anni Sessanta.

La separazione tra ebrei e gentili divenne quasi totale in Occidente a partire dal XVI secolo, con l'eccezione della Spagna e del Portogallo. Durante il Medioevo, una doppia logica crea e rinforza reciprocamente l'isolamento da parte dei cristiani e l'autoisolamento da parte degli ebrei. L'isolamento da parte dei cristiani, che impedisce ogni comunicazione su un piano di uguaglianza, ogni matrimonio misto e, salvo eccezioni, ogni scambio intellettuale, rinforza la chiusura propria della religione di Mosè, che conferisce agli ebrei il privilegio dell'elezione divina, considera come impuri i gentili e proibisce i matrimoni misti.

La sorprendente sopravvivenza degli ebrei si comprende a partire da questo circolo, nel quale l'Ebraismo chiuso è mantenuto dall'antiebraismo e, a sua volta, lo mantiene. La singolarità ebraica si perpetua sotto l'azione dell'autoaffermazione di ciascuna fede che porta l'una a negare l'altra: più i cristiani assicurano che il Messia è arrivato, più gli ebrei sono nell'attesa del Messia. La religione ebraica è minoritaria e asservita, mentre quella cristiana è maggioritaria e dominante e opera la messa al bando progressiva degli ebrei, proibisce loro l'esercizio di molti mestieri, li relega al prestito a interesse (vietato ai cristiani) e alla fine li identifica con il denaro. Ma questo denaro, elemento sempre più importante della maledizione ebraica, diventerà nello stesso tempo strumento di emancipazione.

Un anello ricorsivo mantiene quindi l'isolamento degli ebrei da parte degli altri con l'autoisolamento degli ebrei e l'autoisolamento con l'isolamento, e ciò fino a che lo sviluppo dei tempi moderni comincerà a creare delle brecce in questo circolo e vi introdurrà delle rotture, creando un vortice storico nel quale gli ebrei potranno, o uscendo dall'Ebraismo o restandovio anche ritornandovi, partecipare alle attività commerciali, economiche e intellettuali del mondo dei gentili, e giocarvi un ruolo attivo. Č a partire da due brecce, quella del commercio, degli affari, e quella degli intellettuali, dei filosofi, dei medici - loro stesse provocate all'alba del tempi moderni, dallo sviluppo economico europeo da una parte, e dal risveglio umanistico, dall'altra -, che si disegna il cammino verso l'emancipazione.

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L'IBRIDAZIONE CULTURALE



PENSIERO

Le ambiguità, le incertezze, le domande, le inquietudini della doppia identità ebreo-gentile sono state l'origine di alcune fra le più notevoli creazioni della cultura europea.

La doppia identità marrana poteva comportarne una falsa e una vera. La doppia identità ebreo-gentile può comportare due mezze-vere e mezze-false identità, da cui derivano incertezze identitarie.

La loro situazione relativamente sradicata, rispetto alla tradizione ebraica e alle tradizioni dei gentili, fa sì che gli imprinting culturali dell'una e delle altre segnino gli intellettuali ebreo-gentili in modo minore rispetto ai gentili normali e agli ebrei ortodossi. Le loro incertezze e inquietudini favoriscono le grandi interrogazioni. Le evidenze intellettuali o estetiche pesano meno su di loro che sugli altri. Interrogazioni, incertezze, marginalità li predispongono alle devianze e talvolta alle trasgressioni.

Così come gli orfani, i bastardi, gli emarginati (come gli omosessuali) potranno attualizzare delle virtualità creative presenti in tutti ma spesso sopite, così, anche la situazione semiorfana e bastarda degli ebreo-gentili favorirà la creatività intellettuale ed estetica.

Le virtù della promiscuità ebreo-gentile si sono mostrate considerevoli nelle scienze e nelle arti e soprattutto nel pensiero nel XIX e XX secolo. Marx, Freud, Einstein furono così dei pensatori di un tipo inedito. Marx è un ebreo-gentile che ha screditato la sua ascendenza ebraica ma che ha ritrovato inconsciamente un profetismo messianico tipicamente ebraico. Ha creato una antropologia a partire dalla nozione di uomo generico e ha elaborato una grandiosa concezione della storia umana a partire da una dialettica fra lo sviluppo tecno-economico e la lotta delle classi. Ha negato allo Stato il suo privilegio superiore e alla classe dominante la sua giustificazione, ha denunciato lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Il suo pensiero comporta delle carenze, specialmente nel disconoscimento della realtà della nazione e dello Stato e nel sottovalutare l'importanza delle forze spirituali. Ha generato una grande lucidità e una grande illusione, questa nel neomessianismo che abbiamo già ricordato (vedi Capitolo 7).

Freud era un ebreo-gentile dalla doppia identità ma la sua identità ebraica era stata trasfigurata attraverso quella di Mosè, nel quale egli ha giustamente visto un principe egiziano che aveva tratto la sua fede dal monoteismo di Akhnaton. Freud assunse l'Ebraismo facendo del suo fondatore un gentile. Così egli stesso eresse se stesso a sorta di Mosè che porta al mondo gentile la nuova verità che avrebbe illuminato le tenebre dell'anima di ciascuno. Mostrò la fragilità della coscienza, il potere dell'inconscio e la fragilità della civiltà minacciata dall'aggressività che essa reprime, che non può sopprimere e che può fare irruzione ed eruzione. Freud, più che un medico, fu un pensatore che rinnovò la concezione dell'essere umano rivelando la sua parte di ombra pulsionale e libidica, e ponendo la trinità indissolubile del Super-io, dell'Io e dell'Es. Tuttavia, la sua antropologia fu in parte illusoria.

Einstein integrò la sua identità ebraica in un universalismo umanista ebreo-gentile. Da una situazione marginale di ingegnere dedito allo studio dei brevetti e avendo mantenuto dall'infanzia un vivo stupore per la realtà del tempo, osò mettere in discussione una apparente evidenza e il suo pensiero autodidatta giunse a rovesciare i pilastri della scienza fisica, distruggendo l'assoluto dello spazio e del tempo e mettendoli in reciproca relatività.

Così, dopo quella di Montaigne e Spinoza, si e manifestata una seconda ondata postmarrana con i pensieri rivoluzionari di Marx, Freud ed Einstein. Marx rivoluzionò la concezione della storia e della società, Freud rivoluzionò la concezione dell'essere umano ed Einstein rivoluzionò la concezione del mondo. Marx e Freud furono nello stesso tempo dei disintegratori e dei rinnovatori delle concezioni antropologiche, storiche e sociologiche. Einstein fu un disintegratore/rinnovatore delle concezioni fisiche e cosmologiche. Questi tre pensatori, ognuno a suo modo, scossero i pilastri epistemologici della conoscenza umana, dell'ordine sociale, dell'organizzazione cosmica. Tentarono, nello stesso tempo, ognuno a suo modo, di posare dei nuovi pilastri, ed è questa la parte fragile del loro pensiero: il materialismo dialettico in Marx, la dogmatizzazione psicoanalitica in Freud, la ricostruzione di un universo stabile e deterministico in Einstein (la realtà fisica troverà nel danese Niels Bohr un pensatore più fondante, e la cosmologia einsteiniana sarà rovesciata a partire da Hubble). Infine, Marx ed Einstein subirono le sorti dei grandi pensatori; i loro epigoni o discepoli, incapaci di abbracciare la complessità del loro pensiero, ne conservarono ciascuno solo una parte e se lo contesero come i diadochi successori di Alessandro.

La crisi europea dei fondamenti della conoscenza è cominciata con la filosofia nel XIX secolo, ed è esplosa con Nietzsche. I pensatori ebreo-gentili si sono riversati in questa crisi, alcuni per tentare di ritrovare dei fondamenti, altri, al contrario, per illustrare le incertezze e la relatività che il pensiero non può superare.

Mentre Husserl pensò di aver trovato un vero fondamento al pensiero, fondando la fenomenologia, Wittgenstein volle stabilire nel suo Tractatus le possibilità di una conoscenza vera ed eliminò le proposizioni metafisiche in quanto prive di senso. In concordanza con il primo Wittgenstein, gli ebreo-gentili del circolo di Vienna pensarono di aver definito i criteri che davano un fondamento assoluto alla conoscenza scientifica. Ma altri, Gödel e Popper, mostrarono che questa ambizione è vana e indicarono i limiti della logica (Gödel) e quelli della scientificità (Popper). Il secondo Wittgenstein illustrò il passaggio dalla credenza nella possibilità di una certezza scientifica al riconoscimento di una irrimediabile incertezza. Dopo aver creduto di definire le condizioni linguistiche che permettono una conoscenza vera, giunse a una incertezza cui ci condannano i "giochi linguistici".

Husserl scoprì l'impensato della scienza occidentale e fece il primo bilancio critico della sua avventura. La riflessione sulle scienze verrà sviluppata da Karl Popper (La logica della scoperta scientifica), poi da Thomas Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche). Questo apporto ebreo-gentile, aggiunto a quello di Heidegger, rivela le carenze della scienza occidentale (Husserl) e le nega il privilegio epistemologico della certezza assoluta (Popper, Kuhn).

Del resto, filosofi ebreo-gentili ripristinarono la mente, la soggettività, l'esistenza. Mentre Husserl si pone alle fondamenta della fenomenologia, Max Scheler e Martin Buber sono, dopo Kierkegaard, alle fondamenta della filosofia esistenziale. Henri Bergson ripristinò la creatività nella vita (L'evoluzione creatrice), rifiutò la riduzione della mente al cervello e mostrò che il pensiero deve farsi capace di comprendere ciò che è mutevole. Il suo discepolo Vladimir Jankélévitch, tutto permeato di musica e di poesia, tratterà della psiche umana con sottigliezze degne di Marcel Proust.

In antropologia la corrente autocritica del pensiero europeo, nata con Montaigne e sviluppatasi con Montesquieu e poi con i Lumi, trovò un nuovo compimento non solo in Marx e Freud, ma anche nell'antropologia di Claude Lévi-Strauss che si riallaccia al capitolo "I cannibali" di Montaigne. Questo apporto contribuisce alla rivoluzione del pensiero che provincializza l'Occidente nel mondo.

Infine, l'interrogazione sulla società ha mobilitato degli ebreo-gentili al punto che gli antisemiti hanno denunciato la sociologia come una scienza ebraica. I sociologi ebreo-gentili francesi dell'inizio del XX secolo furono dei rifondatori. Durkheim pensò di fondare una sociologia scientifica oggettiva (i fatti sociali sono le cose): facendo dell'essere sociale l'origine di ogni religione, credette di trovarvi un fondamento per il civismo; fu seguito da molti sociologi ebreo-gentili della sua scuola (Halbwachs, Mauss, Lévi-Bruhl), apostoli di una religione laica basata sul legame sociale. Nella generazione seguente, Georges Gurvitch introdusse una dialettica compiessa nel pensiero sociologico, Georges Friedmann interrogò la civiltà industriale in maniera sempre più ampia, Raymond Aron esercitò la sua lucidità critica sulla storia del suo tempo e analizzò la "virtù dormitiva" del marxismo.

In Germania, dove le scienze umane resistettero al riduzionismo che avrebbe voluto farle obbedire alla scientificità delle scienze fisiche, Simmel propose un relativismo sociologico e Mannheim creò la teoria dell'intelligenza senza radici, generalizzando la situazione dell'intellettuale ebreo-gentile a tutta la classe intellettuale.

Una parte del pensiero ebreo-gentile cercò di aprire il marxismo o, viste le sue insufficienze e le sue carenze, di superarlo, integrandolo. Lukacs, che in gioventù riaprì il marxismo alla filosofia, sprofondò in un dogmatismo staliniano prima di riscoprire in extremis una filosofia della complessità. Lucien Goldman e Joseph Gabel praticarono un marxismo aperto. Fu soprattutto la scuola di Francoforte, animata dagli ebreo-gentili Theodor Adorno e Max Horkheimer, che rinnovò il pensiero critico di Marx, ormai privo del messianismo della rivoluzione. Ernst Bloch cercò di ritrovare il "Principio speranza" ma, a sua volta, senza certezza messianica. Walter Benjamin riscoprì l'importanza e i problemi della "riproduzione meccanizzata", fotografia e cinema, e soprattutto capovolse nel suo contrario l'ottimismo della filosofia della storia. Comprese che "civiltà" e "barbarie" sono termini non antinomici, ma complementari (vedi le sue Tesi sulla storia ), e che le grandi civiltà sono fiorite sulla schiavitù o sull'uccisione dei vinti... Il suo profondo disincanto nei confronti della promessa rivoluzionaria e la sua intuizione della catastrofe prossima gli fecero vedere il progresso non più come una marcia ascendente, ma come una caduta verso l'avvenire, secondo l'immagine dell'angelo di Klee: "L'angelo del progresso che ci trascina nella caduta". Colse la regressione inscritta nel progresso tecnico ed economico. Per lui la rivoluzione avrebbe dovuto agire come un freno d'allarme che ferma il treno nella sua corsa folle verso la catastrofe. Da parte sua, il solitario Kafka, perse ogni speranza: "Il Messia arrivò, ma il giorno dopo". Nel Castello e nel Processo annunciò metaforicamente lo schiacciamento dell'essere umano da parte della burocrazia anonima e della megamacchina totalitaria.

Con l'esilio dei pensatori ebreo-gentili negli Stati Uniti, dopo l'arrivo al potere del nazismo, la psicoanalisi si diffuse nella società americana e l'intellighenzia americana sarà fecondata dalla scuola di Francoforte con Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse e il pensiero di altri emigrati come Hannah Arendt. Von Neumann e von Foerster furono i pensatori dell'autorganizzazione e del pensiero complesso.

L'apporto degli ebreo-gentili si inscrive così in un vasto e molteplice movimento del pensiero occidentale. Ne dipende, pur contribuendovi. C'è inseparabilità e l'uno è necessario all'altro. C'è ibridazione.


LETTERE E ARTI

L'emancipazione degli ebreo-gentili e la loro integrazione nella cittadinanza delle nazioni permisero, nel XIX e XX secolo, il loro innalzamento non solo nelle grandi banche, nella finanza e nel commercio, ma anche nelle carriere dell'intellighenzia: medicina, scienze, letteratura, arti, musica.

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LA SEPARAZIONE NELL'INSERIMENTO



Fino al 1933 l'inserimento dei nove milioni e mezzo di ebreo-gentili nelle nazioni europee era effettivo. Certo, l'antiebraismo popolare più o meno resisteva, e l'antisemitismo nazionalista restava virulento, ma l'integrazione sembrava garantita non solo nell'Europa dell'Ovest, ma anche in Unione Sovietica e nelle nazioni dell'Est europeo, con qualche eccezione, come per il regime di Horthy in Ungheria.

Sebbene fossero inseriti, gli ebreo-gentili percepivano o intuivano una separazione al loro esterno e la sentivano all'interno di sé stessi. Conservavano sia esteriormente che interiormente la loro differenza. Sebbene condividessero le speranze e le disperazioni dei gentili, mal incorporavano gli arcani e i miti degli ambienti cristiani tradizionali, e questi potevano mal incorporare la singolarità degli ebreo-gentili. Restava nell'anima ebreo-gentile, sentito in modo differente, un sentimento d'esilio. La diaspora fu figlia di un esilio primordiale. L'espulsione dalla Spagna creò un nuovo esilio che sovradeterminò il sentimento di esilio primordiale. Questo sentimento fu tradotto filosoficamente e teologicamente dalla qabbalah di Luria e dalla predicazione di Shabbetay Tzevi.

In tutti gli ebreo-gentili, anche radicati come cittadini della loro nazione, resta rispetto alla nazione e nei confronti dell'Ebraismo una situazione di semiesilio che si mantiene in maniera sottostante, forse subconscia, talvolta emergendo confusamente alla coscienza. Infine, in ogni ebreo-gentile universalista, la perdita di speranza in un mondo migliore fa nascere un nuovo sentimento di esilio rispetto a una patria umana che forse non vedrà mai la luce.

La componente ebraica della loro identità, la non accettazione che subiscono da parte dei nazionalismi integralisti, i resti sparsi dell'antico antigiudaismo e la separazione nell'integrazione fanno sì che gli ebreo-gentili non possano eliminare un sentimento complesso di differenza nell'identità e di identità nella differenza.

L'anello che legava e reciprocamente manteneva l'isolamento degli ebrei——> e l'autoisolamento ebraico<—— non c'era più, ma, malgrado l'apertura, non si poteva tuttavia parlare di integrazione compiuta degli ebreo-gentili, né di dissoluzione dell'identità ebraica. Questa, che manteneva la memoria dell'antiebraismo passato e doveva confrontarsi con un antisemitismo presente, manteneva, e ancora mantiene, una solidarietà tra ebrei, che, a sua volta, contribuiva ancora di rimando a creare l'antisemitismo. L'anello che lega strettamente antisemitismo——> Ebraismo<—— rimane quindi attivo all'interno dell'integrazione. La separazione persiste nell'inserimento.

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Nel 1933, all'arrivo al potere del partito nazionalsocialista, l'antisemitismo si scatena in Germania. Il nazismo apporta qualcosa di nuovo all'antisemitismo, integrandolo nella sua "rivoluzione nazionalsocialista". Unisce i due termini fino ad allora separati: il "nazionalismo", per il quale il virus ebraico corrompe e distrugge la sostanza nazionale, e il "socialismo", che identifica l'Ebraismo con il capitalismo. Per i nazisti, comunismo (ebreo-marxismo) e capitalismo (ebreo-plutocrazia) sono i due tentacoli di una stessa piovra. Antimarxismo, antibolscevismo e anticapitalismo convergono così nell'antisemitismo. In questo modo, il rinforzo reciproco dell'anticapitalismo socialista e del nazionalismo tradizionalista rende virulento all'estremo l'antisemitismo nazista. Nello stesso tempo, il razzismo è introdotto nel cuore del nazionalismo tedesco. Si ritiene che i tedeschi siano la razza ariana superiore, minacciata dalla corruzione ebraica. A partire dal suo accesso al potere, Hitler adotta delle misure discriminatorie, seguite dalle leggi di Norimberga (1935) che instaurano una radicale separazione tra ebrei e gentili, vietano i matrimoni misti ed escludono gli ebrei dalle carriere di influenza e di interesse nazionali. La Notte dei cristalli (9 novembre 1938) scatena un furore vendicatore contro gli ebrei in seguito a un attentato commesso a Parigi da parte di un ebreo-gentile contro un diplomatico tedesco.

L'antisemitismo nazista fa scuola nelle nazioni sottomesse o conquistate dalla Germania durante la Seconda guerra mondiale. Gli Stati diventati fascisti praticano l'esclusione degli ebrei da numerose professioni, il numerus clausus nell'insegnamento, poi gli arresti, il parcheggio in campi di concentramento, infine la collaborazione con le SS per la deportazione nei campi di sterminio. Si stima che fra il 60 e l'80% della popolazione ebraica europea fu così deportata e sterminata, con la doppia eccezione bulgara e francese. In Bulgaria, sotto la pressione degli intellettuali e dei parlamentari, il re rinunciò a consegnare gli ebrei a Hitler. In Francia, l'aiuto e la protezione di una parte della popolazione permisero al 40-60% degli ebrei di sfuggire alla deportazione.

La dottrina del Mein Kampf era potenzialmente sterminatrice, ma fino al 1941 la "soluzione finale" del problema ebraico consistette nel cacciare gli ebrei dall'Europa, poi nel deportarli in un territorio lontano – i nazisti presero in considerazione, in questo senso, l'isola Madagascar. La potenzialità sterminatrice cominciò ad attuarsi dal giugno del 1941, quando le truppe tedesche dilagarono in Ucraina in una guerra totale. Sterminii locali della popolazione ebraica, come a Babi Yar, furono attuati da unità speciali, le Einsatzgruppen: si stima tra 700.000 e 1.500.000 il numero di persone massacrate in questo modo. Č nel dicembre dello stesso anno o all'inizio del 1942 che la soluzione finale cessò di essere concepita come deportazione di massa degli ebrei fuori dall'Europa e diventò vera e sterminatrice in senso proprio. Per la prima volta Hitler considerò la possibilità di un insuccesso finale poiché il suo esercito subì la prima disfatta nel dicembre del 1941, quando la controffensiva di Zúkov liberò Mosca e fece retrocedere i tedeschi di 200 km; nello stesso tempo il Giappone attaccò la flotta americana a Pearl Harbor, cosa che fece entrare gli Stati Uniti nella guerra mondiale. Sembra che questo doppio evento, secondo Philippe Burrin, abbia indotto Hitler a decidere la distruzione della razza maledetta prima della sua eventuale vittoria. Mai l'antiebraismo del passato aveva portato a un tentativo di eliminazione di portata genocida; mai, ancora, l'antisemitismo moderno, che predicava il rifiuto e l'esilio degli ebrei, aveva concepito il loro sterminio.

Dopo la disfatta nazista la conoscenza dell'annientamento degli ebrei deportati causò uno shock morale nel mondo gentile d'Occidente, che identificò l'antisemitismo con l'ignominia hitleriana. Causata dall'occupazione dei nazisti, l'esecrazione degli occupanti comportò l'esecrazione della loro dottrina. Č così che Auschwitz discreditò l'antisemitismo e purificò una parte dei gentili da ogni tendenza antisemita. Anche le forme minori di antisemitismo sembrarono, da allora, portare in sé la potenzialità orribile dello sterminio. Di riflesso, fu colpito l'antiebraismo cristiano, cosa che più tardi determinerà l'abbandono solenne da parte della Chiesa cattolica dell'accusa di deicidio.

Tuttavia, nell'Europa occupata, molti ebreo-gentili che si ritenevano integrati nelle nazioni si videro respinti da queste nazioni, compresa la Francia, che sotto il regime di Vichy promulgò dal 1940 leggi che proibivano agli ebrei la professione di insegnante e quelle statali e, a partire dal 1942, fornì ai nazisti i contingenti di ebrei richiesti per la deportazione.

Lo sterminazionismo nazista operò una assoluta separazione tra ebrei e gentili. Alcuni scoprirono allora la componente ebraica sopita della loro identità. "Appartengo a un tipo di ebreo che esiste solo a partire dall'Olocausto [...]. Siamo diventati ebrei così", scrisse lo scrittore ungherese Imre Kertész. Per Samuel Trigano, Auschwitz ha realizzato una cesura irreparabile tra ebrei e gentili.

Auschwitz crea un baratro mentale nell'identità ebreo-gentile. Per molti, laicizzati, diventati ferventi cittadini, la componente ebraica di questa identità si trova improvvisamente viva e colpita da una nuova maledizione. Questa componente, che nel passato comportava la coscienza di una comunità di sventura, si trova da allora in poi afflitta da un martirio contemporaneo. Questo orribile buco nero si inscrive in profondità nell'identità ebreo-gentile e la perturberà gravemente. Con il tempo, con la diminuzione dell'antisemitismo gentile e dell'antiebraismo cristiano, questo buco nero avrebbe potuto progressivamente colmarsi. Ma la minaccia dell'annientamento di Israele dal 1946 al 1967 fa temere a molti ebreo-gentili un ghetto di Varsavia su scala nazionale. Con la guerra dei Sei Giorni (giugno 1967), nella quale lo Stato ebraico diventa occupante, colonizzatore e repressore, Israele e le istituzioni ebraiche della diaspora si adoperano per ricordare il martirio ebraico passato, non solo per dovere di memoria, ma anche e sempre di più perché questo martirio occulta le sofferenze subite dal popolo palestinese.

Da allora si costituisce una etica ebreocentrica che vuole mantenere la separazione con i gentili. Questo ebreocentrismo ricorda in continuazione Auschwitz. Considera l'assimilazione come un crimine. "Non è l'Olocausto ma l'assimilazione la peggior catastrofe che ha colpito l'Ebraismo", afferma un ministro israeliano. "Sposare un non ebreo significa raggiungere i sei milioni [di ebrei sterminati]", diceva, da parte sua, Golda Meir. A sua volta il gran rabbino di Francia, Sitruk, raccomanda di evitare i matrimoni misti.

Dalla liberazione dei campi un gran numero di sopravvissuti venuti dalla Polonia o dall'Unione Sovietica sente il bisogno di raggiungere la patria ebraica in Palestina. Malgrado il blocco britannico, sbarcano regolarmente carichi di emigrati. Nel 1947 il battello Exodus, carico di 4500 emigranti clandestini, testimonia che gli ebrei liberati, respinti di porto in porto, non accolti da nessuna parte, sono ancora vittime del rifiuto. Gli ebrei della Palestina si organizzano per l'indipendenza, con la lotta politica e con la lotta armata, che comporta per l'Irgun e per la Banda Stern la pratica di ciò che definiamo il "terrorismo", cioè attentati che colpiscono i civili a scopo di guerra. Nel 1948 l'ONU decide la spartizione della Palestina e lo Stato d'Israele viene creato il 14 maggio dello stesso anno.

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Infatti, l'ecatombe di Auschwitz ha suscitato un processo di ritorno all'Ebraismo degli ebreo-gentili e il timore di un annientamento di Israele ha suscitato un legame viscerale in gran parte della diaspora. E progressivamente, allorché la minaccia araba si trovava differita e Israele è diventato il potente Stato che domina il Medio Oriente, che interviene nel Libano e fa dei palestinesi le vittime del suo dominio.

Per il mito sionista esisteva solo una terra senza popolo, niente più che un deserto che i pionieri israeliani hanno reso fertile; in realtà, alla fine del XX secolo, 3.400.000 palestinesi vengono privati della loro terra. Per i dirigenti di Israele costoro furono dall'inizio dei "rifugiati" senza nome, poi degli arabi che avrebbero potuto facilmente trovare la loro patria altrove, in Giordania, in Egitto, in Libano.

Di fatto, il popolo palestinese e il popolo israeliano sono nati insieme — Israele legando il mosaico degli ebrei dall'origine diasporica, la Palestina legando gli arabi occupati e dominati. La prima Intifada dà volto ed esistenza al popolo palestinese nel mondo, ma per Israele non ci sono palestinesi, quindi non c'è una nazione da riconoscere. Č grazie alla coniugazione della resistenza palestinese e delle pressioni esterne, specialmente quelle del premier George Bush (incontri di Madrid, accordi di Oslo), che Israele comincia a riconoscere una entità palestinese e ad ammettere l'eventualità di un futuro Stato palestinese.

I due volti contraddittori del sionismo sono stati ben sottolineati da Alain Badiou. Il volto luminoso: emancipazione, volontà di creare una società completamente nuova; il volto oscuro: negazione del popolo palestinese (terra senza popolo), poi espulsione, colonizzazione, dominazione (coloniale e razzista, sostiene Badiou). "Questa creazione è un miscuglio straordinario di rivoluzione e di reazione, di emancipazione e di oppressione"; da cui deriva l'inaudita complessità del problema, legata alla sua inaudita semplicità che si trova nel rapporto oppressore/oppresso. Qui, ancora, il pensiero binario e manicheo è incapace di concepire questa complessità.

A partire dal processo Eichmann (1961), Israele integra, nella sua sostanza, lo sterminio definito Olocausto e poi Shoah. La Shoah vuole significare la singolarità assoluta del martirio ebraico in confronto a tutte le altre vittime collettive della storia umana. Questa assoluta singolarità della sventura ebraica garantisce l'assoluta singolarità di Israele tra le nazioni e costituisce la sua giustificazione per sfuggire alle leggi internazionali. Israele porta ormai in sé la Shoah che legittima tutte le sue azioni. Il richiamo del martirio ebraico passato occulta il calvario presente del popolo palestinese. La persecuzione subita nel passato fa respingere con indignazione tutto ciò che testimonia dell'azione persecutrice di Tsahal.

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Ecco il grande paradosso storico. Dopo la Seconda guerra mondiale l'antisemitsmo europeo si è screditato, la Chiesa ha abbandonato il suo secolare antigiudaismo, molti gentili hanno provato un complesso di colpa che si è tradotto in pentimenti ufficiali. Nello stesso tempo, il mondo dei gentili occidentali è diventato transnazionale. Il pianeta è sempre più attraversato da fermenti cosmopoliti, e il cosmopolitismo degli ebreo-gentili non può più essere considerato come estraneo. Č il momento in cui una vera integrazione diventa possibile per gli ebreo-gentili europei. Ed è precisamente nel momento in cui l'integrazione in questo mondo aperto è possibile che l'identificazione con Israele e con l'ossessione di Auschwitz renderà virulenta la componente ebraica degli ebreo-gentili. Auschwitz ricorda il martirio singolare, Israele indica la salvezza singolare. Il culto dell'Olocausto attizza la memoria del martirio e questa contribuisce alla difesa incondizionata di Israele.

Al metanazionalismo ebreo-gentile succede l'esaltazione del nazionalismo israeliano. All'universalismo succede il suo contrario, l'ebreocentrismo. I più universalisti, una volta disillusi, ritornano con ancor più enfasi all'Ebraismo. Gli ardenti promotori dell'universalismo astratto del comunismo si convertono all'ebreocentrismo astratto – nel senso che astrae il destino di Israele da quello del resto del mondo. L'universalismo astratto era cieco rispetto alle realtà nazionali, culturali, religiose. La realtà nazionale, culturale, religiosa di Israele lo rende cieco rispetto all'universale concreto dell'umanità planetaria. L'ebreocentrismo astratto mette Israele al di sopra dell'ONU e del diritto internazionale. La diaspora aveva favorito il cosmopolitismo ebreo-gentile; questo cosmopolitismo, almeno in parte, favorisce ora il nazionalismo israeliano. Alcuni ebreo-gentili si sono per molto tempo dedicati all'Internazionale del XX secolo. Ormai c'è una internazionale degli ebreo-gentili che si dedica a Israele.

Tutto si aggrava dopo le conquiste territoriali. Più Israele si afferma come potenza e come spietato colonizzatore, più le macchine "comunitarie" della diaspora giustificano Israele, lo presentano come vittima dell'antisemitismo e ricordano il martirio ebraico. Il termine "antisemitismo" e il termine "Shoah" occultano la sventura palestinese.

Il pericolo, la guerra, la giustificazione di una dominazione stimolano l'israelismo chiuso, l'Ebraismo chiuso. Il messianismo sionista si è riassorbito in un nazionalismo integralista. Un manicheismo si intensifica con la giustificazione a ogni costo di Israele e la condanna di tutti coloro che condannano o criticano la colonizzazione e la repressione israeliana. La sensazione che l'attitudine critica nei confronti dello Stato d'Israele sia di natura antiebraica e la credenza che la compassione verso la sventura palestinese tradisca l'assenza di compassione per il destino ebraico non hanno fatto che acuirsi. Il manicheismo di guerra si impadronisce di molte menti ebreo-gentili sotto l'influenza della propaganda israeliana e dell'indottrinamento delle istituzioni definite "comunitarie", della loro stampa e della loro radio.

La tendenza a considerare come antisemita non solo ogni antisionismo, ma anche ogni resoconto televisivo o mediatico che mostri la schiacciante sproporzione di forze fra Israele e Palestina, anch'essa non smette di ampliarsi. In questa ottica l'immagine data dai media della repressione contro i palestinesi è un insulto all'immagine del martire eroe ebreo, mentre è l'azione di Israele che degrada questa immagine.

Il timore comprensibile dell'antisemitismo diventa ossessivo e porta a inventare un antisemitismo immaginario, alimentato al limite da pseudoaggressioni. Tende a occultare il razzismo anti-arabi e anti-neri che costituisce il principale danno alla coesione della Repubblica francese.

Per alcuni, un vero delirio pone l'antisemitismo nel cuore del la storia universale, nel cuore della storia della Francia, nel cuore dei Lumi, nel cuore del socialismo, nel cuore del marxismo, al fine di dimostrare che tutti i gentili hanno sempre detestato gli ebrei. Diceva il rabbino Magnin a Neal Gabler, "più voi raccontate ai gentili che nessuno ci ama, più i gentili si dicono che c'è una buona ragione perché questo avvenga".

"Tutti gli arabi ci odiano" ha dichiarato Sharon, e per molti intellettuali ebreocentrici "tutti ci detestano". Dopo la psicopatologia antisemita, ossessionata dall'ebreo onnipresente e minaccioso, è comparsa una psicopatologia ebraica ossessiva, pronta a individuare l'antisemitismo onnipresente e minaccioso. Al delirio di Céline che vedeva l'ebreo ovunque risponde il delirio opposto che vede l'antisemitismo ovunque. Questo delirio grottesco è nello stesso tempo sconvolgente, poiché indica il danno intellettuale fatto con l'interiorizzazione mentale di duemila anni di umiliazioni e persecuzioni.

La credenza in un odio antisemita permanente dei gentili, in ogni epoca e in ogni società, porta all'odio. L'odio, che ha mantenuto la perennità dell'Ebraismo, mantiene ormai nello stesso tempo l'ostilità di Israele per il mondo arabo e l'ostilità del mondo arabo per Israele. Contribuisce a rendere probabile una catastrofe storica futura per Israele.

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RIFERIMENTI CRONOLOGICI



1375-1354 a.C. Il faraone pratica il culto di Aton, Dio unico.

XIII sec. a.C. Presunta vita di Mosè.

XII sec. a.C. Presunta conquista della Palestina da parte di Giosuè.

932 a.C. Morte di Salomone, distruzione del Tempio, separazione del regno d'Israele (nord) e del regno di Giuda (sud).

IX sec. a.C. Comincia la diaspora ebraica. Proseguirà dopo la scomparsa del regno d'Israele, l'esilio a Babilonia, la conquista ellenistica, la caduta di Gerusalemme e l'espulsione degli ebrei dalla Palestina. Si diffuse in Oriente e nell'Impero ottomano.

721 a.C. Scomparsa del regno d'Israele dopo la conquista assira.

587 a.C. Presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor ed esilio a Babilonia.

539 a.C. La conquista della Persia autorizza il ritorno degli ebrei a Gerusalemme; una parte di loro resta a Babilonia. Ricostruzione del Tempio. La Giudea sotto l'amministrazione della Persia.

323-129 a.C. Dominazione ellenistica (Lagidi, poi Seleucidi).

250-230 a.C. Traduzione della Bibbia in greco ad Alessandria da parte dei Settanta.

64 a.C. Dominazione romana sulla Palestina.

29 Data presunta della morte di Gesù.

40-62 Predicazione di Paolo: il Cristianesimo si separa dall'Ebraismo.

62 Lapidazione di Giacomo, che dirigeva gli ebreo-cristiani di Gerusalemme. Questi vengono cacciati e alcuni si rifugiano in Arabia.

66-70 Rivolta ebraica repressa da Tito. Distruzione del Tempio.

132-135 Rivolta di Bar Kokhba' e dispersione del popolo ebraico. Il paese diventa provincia della Siria-Palestina interdetta agli ebrei.

316 Conversione di Costantino. Libertà di culto cristiano.

325 Il concilio di Nicea stabilisce il dogma della Trinità.

379-395 Regno di Teodosio I. Il Cristianesimo diventa religione di Stato.

431 Il concilio di Efeso stabilisce l'unione nel Cristo delle due nature, divina e umana, e riconosce Maria come madre di Dio.

435 Chiusura della scuola di Atene, fine di una filosofia non cristiana.

476 Caduta dell'Impero romano.

622 Maometto si rifugia a Medina. Inizio dell'Egira.

711 I Mori attraversano lo stretto di Gibilterra e conquistano la Spagna.

732 L'espansione islamica è fermata a Poitiers.

742-814 Vita di Carlo Magno.

1096-1099 Prima crociata che si accompagna ai primi massacri degli ebrei in Renania.

1135-1204 Vita di Maimonide.

1214 Magna Charta in Inghilterra: libertà di commercio per gli stranieri.

1250 Crociata dei pastorelli.

1300 Lo Zohar.

1346-1352 Grande peste, attribuita agli ebrei.

1391 Massacro di ebrei, specialmente a Siviglia, nella Spagna cattolica; conversione della metà dei sopravvissuti (conversos o marrani). Segue un periodo di tolleranza.

1478 (fino al XVIII secolo) Inquisizione contro i convertiti sospettati di giudaizzare in segreto.

1486 Pico della Mirandola (1463-1494) si inizia alla qabbalah e pubblica Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae.

1492 Espulsione o conversione degli ebrei e dei musulmani dalla Spagna. Gli esiliati partono verso l'Impero ottomano, il Marocco, la Tunisia.

1496 Divieto di praticare l'Ebraismo e battesimi di massa in Portogallo.

XV, XVI sec. Partenza dei marrani verso il granducato di Toscana, Venezia, Bordeaux, Amsterdam, Amburgo, Livorno; una parte ritorna all'Ebraismo.

1516 Il prete Bartolomé de Las Casas (1472-1566), di origine marrana, denuncia le torture fatte agli Amerindi e viene definito "protettore degli Indiani" dal re Ferdinando (Spagna).

[...]

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