Copertina
Autore Michela Murgia
Titolo Accabadora
EdizioneEinaudi, Torino, 2009, Supercoralli , pag. 168, cop.ril.sov., dim. 14x22x1,4 cm , Isbn 978-88-06-19780-3
LettoreAngela Razzini, 2009
Classe narrativa italiana
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Pagina 3

Capitolo primo


Fillus de anima.

È cosí che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell'anima di Bonaria Urrai.

Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l'errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna. Muovevano le zampe rossastre nell'impasto, morendo lente sotto i decori di fiori di campo e lo zucchero di sabbia. Nel sole violento di luglio il dolce le cresceva in mano, bello come lo sono a volte le cose cattive. Quando la bambina sollevò la testa dal fango, vide accanto a sé Tzia Bonaria Urrai in controluce che sorrideva con le mani appoggiate sul ventre magro, sazia di qualcosa che le aveva appena dato Anna Teresa Listru. Cosa fosse con esattezza, Maria lo capi solo tempo dopo.

Andò via con Tzia Bonaria quel giorno stesso, tenendo la torta di fango in una mano, e nell'altra una sporta piena di uova fresche e prezzemolo, miserabile viatico di ringraziamento.

Maria sorridendo intuiva che da qualche parte avrebbe dovuto esserci un motivo per piangere, ma non riuscí a farselo venire in mente. Si perse anche i ricordi della faccia di sua madre mentre lei si allontanava, quasi se la fosse scordata già da tempo, nel momento misterioso in cui le figlie bambine decidono da sole cosa è meglio impastare dentro il fango delle torte. Per anni ricordò invece il cielo caldo e i piedi di Tzia Bonaria nei sandali, uno che usciva e uno che si nascondeva sotto l'orlo della gonna nera, in un ballo muto di cui a fatica le gambe seguivano il ritmo.

Tzia Bonaria le diede un letto solo suo e una camera piena di santi, tutti cattivi. Lí Maria capi che il paradiso non era un posto per bambini. Due notti stette zitta vegliando con gli occhi tesi nel buio per cogliere lacrime di sangue o scintille dalle aureole. La terza notte si fece vincere dalla paura del sacro cuore col dito puntato, reso visibilmente minaccioso dal peso di tre rosari sul petto zampillante. Non resistette piú, e gridò.

Tzia Bonaria apri la porta dopo nemmeno un minuto, trovando Maria in piedi accanto al muro che stringeva il cuscino di lana irsuta eletto a cucciolo difensore. Poi guardò la statua sanguinante, piú vicina al letto di quanto fosse sembrata mai. Prese sottobraccio la statua e la portò via senza una parola; il giorno dopo sparirono dalla credenza anche l'acquasantiera con santa Rita disegnata dentro e l'agnello mistico di gesso, riccio come un cane randagio, feroce come un leone. Maria ricominciò a dire l' Ave solo dopo un po', ma a bassa voce, perché la Madonna non sentisse e la prendesse sul serio nell'ora della nostra morte amen.


Quanti anni avesse Tzia Bonaria allora non era facile da capire, ma erano anni fermi da anni, come fosse invecchiata d'un balzo per sua decisione e ora aspettasse paziente di esser raggiunta dal tempo in ritardo. Maria invece era arrivata troppo tardi anche al ventre di sua madre, e sin da subito aveva fatto l'abitudine a essere l'ultimo pensiero di una famiglia che ne aveva già troppi. Invece in casa di quella donna sperimentava l'insolita sensazione di essere diventata importante. Quando la mattina si lasciava alle spalle la porta e stringeva il sussidiario verso la scuola, aveva la certezza che se si fosse voltata l'avrebbe trovata li a guardarla, appoggiata allo stipite come a reggerne i cardini.

Maria non lo sapeva, ma era soprattutto di notte che la vecchia c'era, in quelle notti comuni senza nessun peccato a cui dare la colpa di essere svegli. Entrava nella camera silenziosamente, si sedeva davanti al letto dove lei dormiva e la fissava nel buio. In quelle notti la ragazzina, che tra i pensieri di Bonaria Urrai credeva di essere il primo, dormiva senza ancora conoscere il peso di essere l'unico.

Perché Anna Teresa Listru avesse dato la figlia minore alla vecchia, a Soreni lo si capiva anche troppo bene. Ignorando i consigli della gente di casa aveva sbagliato matrimonio, passando i successivi quindici anni a lamentarsi di quell'uomo che si era dimostrato capace di far bene una sola cosa. Con le vicine, Anna Teresa Listru amava lagnarsi di come il marito non fosse riuscito a esserle utile nemmeno in morte, avendo magari la buona grazia di crepare in guerra per lasciarle una pensione. Riformato per sua pochezza, Sisinnio Listru era finito stupidamente come era vissuto, schiacciato come un acino nel torchio sotto il trattore di Boreddu Arresi, per cui faceva ogni tanto il mezzadro. Rimasta vedova con quattro figlie femmine, Anna Teresa Listru da povera si era fatta misera, imparando a fare il bollito - diceva - anche con l'ombra del campanile. Adesso che Tzia Bonaria aveva chiesto Maria in figlia, non le sembrava vero di poter infilare tutti i giorni nella minestra anche due patate dei terreni degli Urrai. Se il prezzo era la creatura, poco male: lei di creature ne aveva ancora altre tre.

Perché invece Tzia Bonaria Urrai si fosse presa in casa la figlia di un'altra a quell'età, davvero non lo capiva nessuno. I silenzi si allungavano come ombre quando la vecchia e la bambina passavano per le vie insieme, suscitando code di discorsi a mezza voce sugli scanni del vicinato. Bainzu il tabaccaio si beava di scoprire come anche un ricco, invecchiando, avesse bisogno di due mani per farsi pulire il culo. Ma Luciana Lodine, la figlia grande dell'idraulico, non vedeva necessità di procurarsi un'erede per sopperire a quello che poteva fare qualunque serva pagata bene. Ausonia Frau, che di culi ne sapeva piú di un'infermiera, amava chiudere il discorso sentenziando che neanche la volpe vuole morire sola, e a quel punto nessuno diceva piú nulla.

Certo, se non fosse nata ricca, Bonaria Urrai avrebbe fatto la fine di tutte quelle rimaste senza uomo, altro che prendersi una fill'e anima. Vedova di un marito che non l'aveva mai sposata, in altre condizioni sarebbe forse stata bagassa, oppure suora di casa o di convento, con le imposte sempre chiuse e il nero addosso finché avesse avuto respiro. A rubarle l'abito da sposa era stata la guerra, anche se qualcuno in paese diceva che non era vero che Raffaele Zincu sul Piave c'era morto: piú facile che, furbo com'era, avesse trovato femmina li, e si fosse risparmiato il viaggio per venire a spiegare. Forse era questo il motivo per cui Bonaria Urrai era vecchia da quando era giovane, e nessuna notte a Maria sembrava nera come la sua gonna. Ma di vedove di mariti vivi il paese era pieno, lo sapevano le donne che sparlavano e lo sapeva anche Bonaria Urrai, per questo quando usciva ogni mattina a prendere il pane nuovo al forno, camminava con la testa alta e non si fermava mai a parlare, tornando a casa dritta come la rima di un'ottava cantata.

In quella decisione di prendere una fill'e anima, la cosa piú difficile per Bonaria non era stata certo la curiosità della gente, ma la reazione iniziale della bambina che si era portata in casa. Dopo sei anni di notti passate a condividere l'aria di una sola stanza con le tre sorelle, era evidente che lo spazio che Maria considerava suo non andava oltre la lunghezza del braccio. L'arrivo nella casa di Bonaria Urrai sconvolse questa geografia interiore; tra quelle mura gli spazi solo suoi erano cosí ampi che la bambina ci mise alcune settimane a capire che dalle porte delle molte camere chiuse non sarebbe comparso nessuno a dire «Non toccare, questo è mio». Bonaria Urrai non fece mai l'errore di invitarla a sentirsi a casa propria, né aggiunse altre di quelle banalità che si usano per ricordare agli ospiti che in casa propria non si trovano affatto. Si limitò ad aspettare che gli spazi rimasti vuoti per anni prendessero gradualmente la forma della bambina, e quando in capo a un mese le porte delle stanze erano state tutte aperte per rimanere tali, ebbe la sensazione di non aver sbagliato a lasciar fare alla casa. Una volta che si senti forte della nuova confidenza acquisita con quelle mura, Maria cominciò a mostrarsi via via piú curiosa della donna che l'aveva condotta a viverci.

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Camminava lesta come sempre e Maria accanto a lei teneva il passo a stento, nonostante il suo vestitino bianco non avesse il peso della gonna lunga della vecchia. La casa del morto non era distante, ma già a centinaia di metri si sentiva il canto cupo dell'attittu. Ogni volta che si levava quel lamento dalla musicalità sguaiata, era come se ai sorenesi venissero cantati i dolori di ogni casa, quelli presenti e quelli andati, perché il lutto di una famiglia risvegliava la memoria mai sopita di tutti i singoli pianti passati. Allora le ante delle finestre del vicinato venivano accostate, rendendo ciechi al sole gli occhi delle case, e ciascuno accorreva a piangere i propri morti nel morto presente, per interposta assenza.

Il morto di quel giorno stava disteso nel letto al centro della sala d'ingresso, con i piedi calzati rivolti all'entrata. Già pronto per la terra, lo avevano vestito come per andare a una festa, con il completo scuro che aveva usato per sposarsi, quand'era magro, sano e decideva della propria vita. I bottoni tiravano sulla pancia nonostante la posizione distesa del corpo, e l'ambiente era denso dei respiri spezzati delle donne, mentre gli uomini stavano immobili contro il muro, come guardiani. L'attittadora attaccò allora un pianto simile al canto, una nota dolente che pareva sorgesse dal basso delle ginocchia flesse a terra. Le donne le fecero eco con gemiti ritmici, creando un lugubre coro a cui Tzia Bonaria non accennò nemmeno a unirsi. Disse a Maria di attendere e andò verso la vedova Rachela Littorra, che stava rannicchiata nella sedia piú accosta alla testa del morto, dondolandosi muta mentre quelle altre piangevano al suo posto. Come vide Tzia Bonaria la donna sembrò scuotersi dal torpore, levandosi in piedi in un gesto di accoglienza.

- Sorella mia stimata! Dio vi ripaghi di ogni cosa...

Per un istante l'esclamazione si sovrappose al pianto prezzolato della prefica. Il resto delle parole si spense nella lana nera dello scialle di Tzia Bonaria, dove la vedova affondò il viso con un trasporto scomposto, attirando gli sguardi dei presenti. Rachela Littorra sembrò ritrovare un po' di pudore solo quando Tzia le sussurrò qualcosa, sfiorandola in capo con una grazia che Maria non le aveva mai visto.

L'attittadora intanto aveva mutato accento, intonando una poesia improvvisata infiorita di lodi al morto. A sentirla strillare in rima pareva non fosse mai nato un uomo migliore di Giacomo Littorra, che tutti sapevano essere stato invece uno sposo avaro, convinto che fosse virtú esser spietato con chiunque come lo era stato il destino con lui. Mentre la prefica piangeva e faceva il gesto di strapparsi con i denti un brandello della manica, Maria leggeva sui volti dei presenti quel pensiero sconcio, scorrendoli uno a uno senza alzar troppo lo sguardo.

Fu allora che lo vide, quell'uomo.

In piedi contro il muro dietro la sedia della madre, il figlio del morto aveva il cappello in mano ed era il piú alto tra i maschi presenti. Santino Littorra teneva gli occhi fissi sul corpo rigido del padre, come fosse ipnotizzato dalle note del dolore simulato dalla prefica. Maria riconobbe le spalle ampie e la stessa controllata maniera di attendere che gli aveva visto la notte precedente. Otto anni erano pochi per comprendere tutto, ma potevano bastare per intuire che qualcosa da comprendere c'era. Tornando a casa meno di due ore dopo, Maria camminò piano come se avesse un peso, ma forse quella fu l'ultima volta che le capitò di rimanere indietro a Tzia Bonaria lungo la strada.

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Era la prima volta che Bonaria vedeva Nicola da quando era successo il fatto di Pran'e boe. Anche quando il giovane aveva cominciato a ricevere visite, la vecchia sarta aveva aspettato, e non aveva mandato nemmeno Maria a chiedere notizie. Era come se avesse preso le distanze dal fatto e dalla persona che lo aveva compiuto, come se l'avvenimento in cui per poco Nicola non aveva perso la vita lo avesse veramente ucciso e fatto rinascere in una terra estranea, piú lontana e nemmeno confinante, una terra per arrivare alla quale ci voleva un viaggio molto lungo.

Il letto dove avevano messo Nicola Bastíu era quello matrimoniale degli ospiti, nella camera che spettava agli zii in visita per le feste, usata per tutto il resto del tempo come appoggio di cose preziose. Al centro del letto Nicola sedeva adagiato su molti cuscini, con addosso una semplice camicia chiara, e con la gamba ferita posata fuori dalle coperte per una piú facile medicazione. Il copriletto di ciniglia colorata aveva un'indiscreta fantasia di puttini che reggevano cornucopie debordanti, ma per un gioco irriverente di sovrapposizioni pareva reggessero anche l'arto in cancrena, disteso tra le loro braccine paffute come un tesoro da riversare intorno. Su quell'affresco barocco Nicola aveva il posto di una macchia mal lavata, torvo di occhi e di parole.

- Hanno detto che non guarirò. È venuto anche Dottor Schintu da Gavoi, ma ha detto che non c'è niente da fare. Mi devono portare via la gamba.

Fissò Bonaria con sguardo d'accusa, come se la colpa di quella sentenza aleggiasse nell'aria della stanza e non vedesse l'ora di trovare qualcuno disposto a prendersela. Per enfatizzare la portata del disastro, Nicola aggiunse:

- Morirò.

Bonaria Urrai lo guardò pallido nel letto, e si strinse le mani in grembo. Volutamente fino a quel momento non aveva sostenuto lo sguardo giudice del figlio dei Bastíu, che un letto di malattia non è mai stato luogo buono per trovare colpevoli. Quando parlò, lo fece con voce chiara e leggera, come parlasse di cose da nulla.

- Non morirai, ti porteranno solo via una gamba.

- È lo stesso. Forse che un cavallo non è morto se si azzoppa? O lo accudiscono a biada da storpio?

- Tu non sei un cavallo, Nicola.

- Appunto che non sono un cavallo, mi merito di piú che portare per tutta la vita il lutto di me stesso.

- Non saresti né il primo né l'ultimo.

- Piuttosto mi ammazzo.

Bonaria aveva occhi duri mentre lo ascoltava. Nonostante la sua nota inclinazione d'animo per Nicola, in quel momento non c'era nessun apparente cedimento alla commiserazione in quelle mani ossute senza anelli, intrecciate come un gomitolo tutto da lavorare. La voce aveva la stessa fredda temperatura dell'aria esterna, quasi che la vecchia si fosse fatta spiffero per cambiare l'aria malsana della stanza.

- Il Signore dà e il Signore toglie. Non possiamo prendere solo quello che ci piace.

Nicola rise a quella frase fatta, ed era una risata secca, densa di tutta la rabbia di un uomo che si sente impotente per la prima volta.

- Prete vi hanno nominato, Tzia Bonaria? Abbiamo un prete donna a Soreni e non lo sa nessuno! E adesso chi glielo dice a don Frantziscu che ha per viceparroco la figlia di Urrai?

- Non è prendendoti gioco di me che cambierai le cose della vita -. Bonaria non si scompose nemmeno a quella che da altri avrebbe considerato una mancanza di rispetto intollerabile.

Nicola decise di approfittarne, giocando subito tutte le sue carte.

- Posso cambiare quelle della morte, però. O potete farlo voi...

Bonaria Urrai si fece guardinga e gli puntò gli occhi addosso come spine.

- Non ti capisco, - disse atona.

- Sí che mi capite -. Nicola abbassò il tono fino al bisbiglio, spietato nella sua disperazione. - Santino Littorra mi ha detto cosa avete fatto con lo scomparso di suo padre. Io non vi chiedo niente di diverso.

Con uno scatto improvviso Bonaria si alzò dalla sedia come se scottasse; fece qualche passo verso la finestra facendo in modo di dargli le spalle, e quando si voltò aveva negli occhi un'espressione che Nicola non le aveva mai visto.

- Stai parlando di cose che non ti spettano, e Santino ha sbagliato a fare lo stesso. In ogni caso, qualunque cosa ti abbia detto, non sono casi nemmeno vicini. Giacomo Littorra stava morendo.

- E io sono morto già, ma non mi possono sotterrare.

Bonaria fece un gesto di stizza con la mano che era piú chiaro di qualsiasi parola.

- Credi davvero che il mio compito sia ammazzare chi non ha il coraggio di affrontare le difficoltà?

- No, credo sia aiutare chi lo vuole a smettere di soffrire.

- Quello è il compito di Nostro Signore, non il mio. Non hai mai creduto nelle cose giuste, adesso vuoi insegnare a me quelle sbagliate?

Nicola, poco propenso a rispettare ruoli divini nella commedia dove la parte principale era la sua, ebbe un moto d'insofferenza a quell'uscita di Bonaria. Con voce alterata chiamò la madre, che accorse immediatamente nella stanza asciugandosi le mani nel grembiule.

- Cosa ti serve, Nicò?

- Tzia Bonaria si fa prete, ma'. Tira già le sentenze come uno che vive di offerte. Sentila!

Giannina si volse verso Bonaria con sguardo confuso, ma la vecchia Urrai non si era mossa, e fissava gli occhi febbricitanti di Nicola senza nessuna espressione sul volto segnato.

- Ma cosa stai dicendo, Nicola? È modo di parlare alla gente che viene a farti visita?

- Tuo figlio sta male e dice cose sciocche, Giannina. Non lo stare a sentire, non lo ascolto nemmeno io.

- Non dico cose sciocche. Le dite voi, che avete due gambe e venite a dire a me di portare il mio peso su una gamba sola. I preti fanno cosí, e gli stupidi.

- Nicola, tu sai perché ti dico le cose. Non serve che sfoghi la tua rabbia su di me.

- E allora perché parlate come una che non sa la vita?

- C'è solo una persona qui dentro che non sa la vita. Se avessi buon senso dovresti ringraziare il tuo santo del miracolo di essere vivo, che per quello che ti è toccato saresti già sottoterra, e noi a piangerti intorno.

- Tutta la vita a letto lo chiamate miracolo? Andare a cagare portato sopra una sedia voi lo chiamate miracolo? Prima sí che ero un miracolo, ero uomo come a Soreni ce ne sono forse due, o nemmeno. Adesso sono uno storpiato, uno che non vale l'aria che respira. Cento volte meglio sarebbe stato se fossi morto!

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Capitolo quattordicesimo


Un'altra vita. Questo le aveva detto Maestra Luciana. Ti serve un'altra vita, dove nessuno sappia chi sei, di chi o di cosa sei figlia. Maria non le aveva raccontato niente di quello che era accaduto, né di cosa lei e Bonaria si fossero dette, ma era bastato uno sguardo attento dentro gli occhi verdi della torinese perché Maria capisse di essere stata l'unica persona in paese a non sapere chi era davvero Bonaria Urrai. Cercava invano di dominare il vuoto del tradimento subito, che le sembrava sí affine alla morte, ma senza la consolazione di poter vegliare una spoglia cara, e nessuna sepoltura per dare confini di terra al pianto che la soffocava. Aveva vissuto per anni con Bonaria convinta di essere andata a pareggio con le sue due nascite, una sbagliata e però anche una giusta, ma ora i conti le apparivano pieni di errori e cancellature, lasciandola ancora una volta fuori, come un resto avanzato.

Un'altra vita, le ripeteva Luciana Tellani con decisione, come se fosse niente rinascere. Eppure si rivelarono parole adatte, le maestre spesso ne hanno qualcuna da parte per le evenienze come quelle: la possibilità di determinare almeno una delle sue troppe nascite, piú di ogni altra spinta poteva convincere Maria a partire con tanta rapidità.

Stare sul mare tra Olbia e Genova, aggrappata alla ringhiera appiccicosa di salsedine del ponte della Tirrenia, la fece sentire forte, adulta, quasi libera, senza quell'ombra negli occhi che spesso conservava per tutta la vita chi emigrava forzatamente per mangiare, gente per nulla ansiosa di battesimi in cui fosse possibile scegliersi il nome da soli. Ricominciare altrove, tagliarsi il cordone in un momento preciso dell'esistenza scelto da lei, senza levatrici né debiti apparenti, fece sentire Maria come quel giorno di tanti anni prima nel cortile di Anna Teresa Listru, quando sotto la pianta del limone già decideva da sola che cos'era meglio impastare dentro le torte di fango. Durante quel viaggio Maria si ingegnò per non dormire mai, nemmeno un'ora. Il tempo le servi tutto per farsi accabadora dei suoi ricordi, e trattare gli avvenimenti che l'avevano portata a quella decisione come persone da far salire o meno sul traghetto per il continente. Uno per uno li segnò, mentre li ricordava per dimenticarli, e quando arrivò al porto di Genova scese dalla nave sentendosi piú leggera, convinta di aver lasciato sull'altra terra tutta la zavorra delle sue ferite.


L'appartamento di Attilio e Marta Gentili, al quinto piano di un palazzo signorile nel centro storico della città, aveva i muri dipinti di un bianco cremoso che nulla aveva da spartire con i colori sgargianti delle case di Soreni. Maria aveva visto muri cosí bianchi solo a scuola e all'ospedale, e fu anche per questo che avverti subito un senso di soggezione, un disagio sottile rafforzato dalla disinvoltura con cui le diedero immediatamente del tu. Il soggiorno dove la signora Gentili la fece accomodare prima di andare a chiamare i figli era un capolavoro d'ampiezza, dominato da un grande lampadario di vetro fumé le cui parti tondeggianti, lucide e smussate, pendevano dal soffitto come un enorme grappolo di caramelle succhiate. Nei pochi minuti in cui rimase sola, Maria smise di far finta di non essere impressionata dai soffitti elevati e dai finestroni liberty che coprivano un'intera parete; persino alle quattro del pomeriggio, quando il sole ci era già passato sopra da un pezzo, si poteva intuire l'esplosione di luce che doveva detonare là dentro a ogni mattina di sereno. Nel tentativo di risultare disinvolta, si sedette sul bordo del divano color crema, rimanendo però irrigidita dall'ostentazione di tanti spazi non giustificati, che di certo il piccolo camino di marmo vicino alla porta non bastava a riscaldare; ma fu contenta di potersi alzare in piedi quando i figli dei Gentili vennero fatti entrare, per niente consapevole che la sua figura sottile, con ancora addosso il cappotto verde bottiglia, appariva ai bambini come uno strappo sulla tappezzeria. Con una certa solennità Piergiorgio e Anna Gloria precedevano la madre tenendosi per mano, vestiti speculari a creare l'illusione di una somiglianza gemellare. Maria avanzò un tentativo di sorriso, ma Piergiorgio - che sapeva già riconoscere la differenza sottile tra il fare e il fare finta - si limitò a fissarla con l'orgoglio impacciato dei suoi quindici anni, senza accennare nemmeno per un istante a lasciare la mano della sorellina.

- Ragazzi, lei è Maria...

Il gesto ampio della mano con cui la signora la indicò ai bambini fece sentire Maria una proprietà acquisita come parte dell'arredo, il che segretamente la irritò, ma quando vide che l'atteggiamento di Marta Gentili si estendeva anche ai figli, comprese che esprimeva solo la sua personale visione del mondo.

- ...e questi sono i miei bambini, cara. Non farti ingannare dall'aria angelica, sono dei veri terremoti. Specialmente Piergiorgio!

Maria sorrise accondiscendente, anche se non le sembrava proprio che ci fosse qualcosa di angelico in quei due. Per essere belli erano belli. Entrambi sfoggiavano quell'indecisa tonalità di biondo che tende a scurirsi con l'età, ma mentre Anna Gloria aveva preso dalla madre la pelle chiara come quella di una bambola di biscuit, Piergiorgio possedeva un'insolita carnagione dorata da mozzo imbarcato, la cui suggestione di tepore durava soltanto fino all'orlo azzurro degli occhi freddi. Ostentavano entrambi l'alterigia dei nati ricchi, sembrava quasi che tra di loro da parecchio tempo non ci fosse piú spazio per le fragili debolezze dell'infanzia. A un occhio attento però le piccole nocche sbiancate dalla stretta delle loro mani avrebbero fatto intuire che le cose non stavano proprio come sembravano. Maria, che disattenta non era, mentre osservava i bambini capi istintivamente che quel lavoro non sarebbe stato facile come glielo avevano presentato, ma poteva rivelarsi di gran lunga piú interessante.


Come prevedeva l'accordo in base al quale era stata assunta, Maria passava con i ragazzi tutto il tempo in cui non si trovavano a scuola, seguendoli nei giochi e nei compiti a prescindere dal fatto che i genitori fossero in casa o meno. Le assegnarono la stanza gialla, un piccolo ambiente collocato tra quelli piú ampi riservati ai ragazzi, e il fatto che comunicasse con entrambe le loro camere le fece intuire che probabilmente era stata pensata come una sorta di ampia cabina armadio dove in futuro, quando non ci sarebbe piú stata la necessità di una bambinaia, i due fratelli avrebbero potuto condividere i vestiti.

La prima cosa con cui Maria dovette fare i conti fu che quei ragazzini non uscivano mai di casa per giocare con altri bambini. Era vero che l'appartamento dei Gentili non aveva un cortile, ma la strada in cui vivevano era molto vicina al grande parco del Valentino e ai viali alberati lungo il Po, un luogo avventuroso dove la quantità di tentazioni potenzialmente mortali era tale da far impazzire di gioia qualunque bambino. Marta Gentili però su questo fu tassativa: i ragazzi uscivano solo con lei e con il padre. Andare a giocare fuori senza i genitori non era nemmeno da prendere in considerazione, e Maria si rese conto molto presto che parte del suo compito consisteva proprio nel garantire che questo non si verificasse mai. In realtà non era un ordine difficile da rispettare, perché Piergiorgio non manifestava il desiderio di uscire, e Anna Gloria, benché piú irrequieta, sembrava per il momento appagata dai molti e bei giochi di cui entrambi disponevano. Maria invece, nelle poche ore libere che le rimanevano, usciva sola per le strade ogni volta che poteva, cauta ma curiosa della grande città. La signora Gentili le aveva raccontato la strana storia delle vie squadrate di Torino, che pareva fossero state disegnate in anticipo rispetto ai luoghi in cui avrebbero dovuto condurre; l'idea che i torinesi avessero prima di tutto deciso il viaggio, e solo in un secondo momento si fossero dati da fare per costruire come meta le case, le piazze e i palazzi, le sembrava talmente illogica che nelle prime lettere alle sorelle Maria continuava a raccontarla come se fosse una divertente novità. Quell'ordine millimetrico la urtava nel buon senso, convinta che per le strade il modo giusto di nascere potesse essere solo quello di Soreni, le cui vie erano emerse dalle case stesse come scarti sartoriali, ritagli, scampoli sbilenchi, ricavate una per una dagli spazi casualmente sopravvissuti al sorgere irregolare delle abitazioni, che si tenevano in piedi l'una all'altra come vecchi ubriachi dopo la festa del patrono. Marta Gentili le aveva spiegato che il ripetitivo schema viario di Torino nasceva da esigenze di sicurezza, perché una città regia non doveva offrire ai ribelli e ai nemici alcun anfratto per nascondersi, ma questo non fece che rafforzare in Maria l'idea che tutte le cose in apparenza troppo lineari non fossero che un'ammissione di debolezza: nessuno si sarebbe preso la briga di disegnare strade cosí dritte, se non avesse avuto molta paura.

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