Copertina
Autore Adriano Petta
Titolo Roghi fatui
SottotitoloOscurantismo e crimini dai Catari a Giordano Bruno
EdizioneLa Lepre, Roma, 2011 [2002], Visioni , pag. 220, cop.fle., dim. 13,4x21x1,7 cm , Isbn 978-88-96052-32-7
PrefazioneAntonino Colavito
LettoreGiovanna Bacci, 2011
Classe narrativa italiana , storia medievale , storia criminale , religione , libri
PrimaPagina


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Indice


  7 Prefazione di Antonino Colavito
    La nuova Scienza

 17 Introduzione di Adriano Petta


    Roghi fatui

 27 Principali personaggi storici

    Prologo

 39 Giordano Nemorario: la lotta di un uomo per la conoscenza
 47 Eresia e scienza: dopo Montségur

    Parte prima

 67 Katarina Römer
 73 Anfitrione nascosto in un gambero della Mosella
 81 Da Cusa a Trebisonda
 95 Il primo e santo colpo di torchio
105 «Vedi in che egli ha consumato la robba della Chiesa di Dio»
117 Le tenebre sugli intestini d'elefante
127 Vicus de Terminis
139 Prometeo sotto al Quirinale
147 Aldo Manuzio romano ad Antonio Codro Urceo
159 Un marcato tratto d'inchiostro nero

    Parte seconda

165 Da Giordano Nemorario a Giordano Bruno
191 L'uccisione del respiro della ragione

    Epilogo

207 Da Campo de' Fiori a San Pietro in Vincoli


 

 

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Pagina 17

Introduzione



Re, imperatori, principi, papi e vescovi per poter dominare i popoli hanno sistematicamente tenuto il Sapere ben lontano dalla massa, perché un uomo che non conosce la forza della Ragione e i segreti del mondo che lo circonda, potenzialmente è uno schiavo.

Solo attraverso la conoscenza si può veramente essere liberi di valutare e di scegliere, e ci sono stati molti uomini che hanno studiato e indagato al fine di offrire al genere umano mezzi e strumenti di libertà.

Questi uomini — inclusi alcuni preti, principi, papi, re e imperatori — che hanno promosso lo studio della filosofia e della scienza o che hanno dedicato la loro vita all'indagine e alla diffusione del Sapere, si sono trovati però a dover lottare tenacemente, e sono stati spesso costretti all'estremo sacrificio.


Per quasi due millenni si è dibattuto sulle origini del cosmo. Il dio del pensiero aristotelico — inteso come pensiero che pensa se stesso, come motore immobile, sostanza immutabile ed eterna che non crea ma è causa prima di ogni movimento — non era assolutamente identificabile con il dio cristiano, con colui che dal nulla crea l'intero universo e al centro vi pone l'uomo, plasmato a sua immagine e somiglianza. D'altra parte il concetto stesso di creazione, proprio delle religioni monoteistiche, era del tutto estraneo al mondo greco.

Non era dunque possibile conciliare le due concezioni se non stravolgendo il senso stesso del pensiero aristotelico e identificando in quel "motore" l'immagine stessa del dio creatore. Operazione questa che, in effetti, una certa Scolastica portò avanti.

Quando il cristianesimo si affermò, a partire dal IV secolo, impose — quasi sempre con la violenza e il terrore — il suo credo, la sua visione del mondo. In seguito, dai primi decenni del 1600 fin quasi ai nostri giorni, i suoi sacerdoti e vescovi, anche quando erano perfettamente consapevoli del progredire della scienza — come nel caso delle nuove teorie sulla struttura del sistema solare —, continuarono sistematicamente a tradire il messaggio di verità e d'amore del Messia che aveva detto: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv., 14,6). I detentori del potere, infatti, hanno sempre agito per tener bloccata la mente degli uomini, per poterli così dominare e sfruttare più facilmente: liberare la scienza voleva infatti dire liberare l'uomo.

Roghi fatui vuol essere un excursus sullo scontro senza tregua tra chi si è nutrito della libertà di pensiero e chi invece ha sistematicamente tentato di impedire il progresso della scienza. Questo scontro ha portato successivamente alla supremazia scientifica del nord dell'Europa che si liberò prima della pesante zavorra dell'oscurantismo cattolico.

Per scrivere questo libro ho scavato nella cenere dei roghi delle biblioteche e di tutti i martiri della ragione e della scienza, di tutti coloro che immolarono la loro vita per lasciare a noi quel patrimonio di verità scientifiche e filosofiche che oggi ci offre la possibilità di scegliere liberamente il nostro destino.

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Pagina 27

Principali personaggi storici
(in ordine di apparizione nel testo e nella storia)



GIORDANO NEMORARIO, Jordanus Nemorarius o Jordanus de Nemore (XII-XIII secolo). Le opere di Giordano Nemorario rappresentano uno dei primi e più importanti contributi al risveglio della matematica e della meccanica in Europa.

GIORDANO DI SASSONIA, Jordanus de Saxe (1185-1237). Generale dell'Ordine domenicano.

GIOVANNI DE SACROBOSCO, John of Holywood (fine sec. XII-Parigi 1244-1256). Autore del famoso trattato astronomico De sphaera mundi, di trattati aritmetici (Algorithmus e De computo) e di numerose altre opere didattiche di larga diffusione.

RUGGERO BACONE (1214-1294), detto per la sua vasta cultura Doctor mirabilis, entrò nell'Ordine francescano, studiò e insegnò a Oxford e Parigi. A causa della sua visione di un mondo in cui la Conoscenza poteva e doveva essere messa a disposizione di tutti i popoli, fu gettato in carcere nel 1278 dal generale del suo Ordine. Scrisse l' Opus maius, Opus minus e Opus tertium, il Compendium studii philosophiae. Con lui ha inizio la scientia experimentalis europea. Astronomo, spiegò il fenomeno delle stelle cadenti, la rifrazione e la riflessione, studiò il cannocchiale, per primo in Europa riuscì a sperimentare la polvere da sparo.

RANIERO CAPOCCI (1180-1250). Abate cistercense del monastero delle Tre Fontane di Roma e della residenza estiva del castello di Nemi. Eletto cardinale, gli fu assegnata la diaconia di Santa Maria in Cosmedin. Fu il consigliere e braccio destro di quattro papi (Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Innocenzo IV).

CELESTINO V (1215-1296), al secolo Pietro da Morrone. Papa e santo, fondò i celestini, una congregazione di eremiti. La sua fama di santità e la necessità da parte delle ricche e corrotte famiglie romane di presentare un volto nuovo e pulito fecero sì che venisse scelto ed eletto pontefice il 5 luglio del 1294. Ma Celestino V divenne subito scomodo, cominciando a sognare e ipotizzare una Europa unita. Fu costretto ad abdicare da Benedetto Caetani, futuro papa Bonifacio VIII. Celestino fuggì ma fu catturato e imprigionato nel castello del Fumone dove, dopo un anno, venne assassinato.

KATARINA RÖMER, madre di Nicola Cusano. Di lei non si sa nulla. La tradizione orale vuole che una sua bisnonna fosse di origine provenzale, più precisamente occitana.

NICOLA DA CUSA, Nicola Cusano (1401-1464). Filosofo e matematico tedesco, fu cardinale e vescovo di Bressanone. È considerato un padre della "santa arte" della stampa. Ebbe rapporti di amicizia con tutti gli uomini che tentarono di realizzare il torchio e i caratteri mobili (Laurens Coster, Johann Gutenberg, Peter Schoiffer, Procope Waldfoghel, Davin de Caderousse). Immaginò un universo illimitato e privo di centro, aprendo il cammino al pensiero rivoluzionario di Giordano Bruno.

GIOVANNI BESSARIONE (1389-1472). Umanista greco, una volta nominato cardinale visse a Roma, promuovendo la ricerca, lo studio e la conservazione dei testi filosofici e scientifici degli antichi greci scampati agli incendi delle biblioteche nel corso dei secoli, in modo particolare si occupò dell'incendio di Costantinopoli del 1453.

ANANIA DI SHIRAK (610-685). Astronomo, matematico e geografo armeno. Scrisse, tra l'altro, Geografia, Calendario (un'opera di meteorologia, astronomia e geografia fisica) e Cosmografia.

GEORG AUNPEK PUERBACH (1423-1462). Matematico austriaco, amico di Nicola Cusano e di Giovanni Bessarione. Iniziò la traduzione dal greco dell' Almagesto, ma a causa della sua morte improvvisa quando era ancora in giovane età, l'operazione venne ultimata da Johannes Müller Regiomontano. L'opera, con il titolo di Epitome in Almagesto, fu stampata nel 1496.

JOHANN GENSFLEISH GUTENBERG (1400-1468). Tipografo tedesco a cui viene attribuita l'invenzione dei caratteri mobili della stampa. Il primo libro a essere stampato fu la Bibbia a 42 linee (Bibbia Mazarina).

NICCOLÒ V (1397-1455), papa. Fondò la Biblioteca vaticana, che alla sua morte conteneva, fra opere latine e greche, 1160 volumi. Spese un'autentica fortuna per la ricerca e la traduzione di testi di filosofia e di scienza. In quest'operazione venne aiutato dai cardinali Nicola Cusano e Giovanni Bessarione.

JOHANNES MÜLLER REGIOMONTANO (1436-1476). Matematico e astronomo tedesco, curò e diede alle stampe la I edizione dell' Almagesto di Tolomeo, testo indispensabile a Copernico per i suoi studi e per la creazione del suo trattato astronomico. A dodici anni fu allievo di Puerbach all'università di Vienna. Regiomontano fu tra i primi a ricercare in modo sistematico gli originali greci di filosofia e scienza, impadronendosi perfettamente della lingua greca e potendo contare sulla collaborazione di eruditi come il cardinale Bessarione. A lui si deve il ritrovamento dell' Aritmetica di Diofanto. Scrisse il trattato di trigonometria piana De triangulis basandosi sui libri di Giordano Nemorario. Aprì a Norimberga una stamperia e un osservatorio astronomico da cui osservò la cometa di Halley. Quando, invitato a Roma da papa Sisto IV per partecipare alla riforma del calendario, venne avvelenato, l'umanità perse una delle più geniali menti scientifiche di tutti i tempi.

CALLISTO III (1378-1458), papa. Zio del futuro papa Alessandro VI Borgia. Inutilmente tentò con tutte le sue forze di muovere una crociata contro i turchi che avevano da poco preso Costantinopoli. Nemico giurato della divulgazione della conoscenza, smembrò la Biblioteca vaticana creata da Niccolò V, disperdendo tutti i preziosi volumi che racchiudevano il poco che si era salvato dagli incendi delle biblioteche nel corso dei secoli.

POMPONIO LETO (1428-1497). Fondatore dell'Accademia romana, luogo d'incontro degli studiosi dell'antichità classica.

GUILLAME FICHET (1433-1480). Erudito umanista francese, insieme a Johann Heynlin nel 1470 mise in opera il primo torchio per l'arte della stampa in Francia. Insegnò e divenne rettore all'università di Parigi. Fu amico del cardinale Bessarione.

GIORGIO DA TREBISONDA (1395-1473/76). Umanista greco di scarso valore, approfittò del nascente fermento culturale che si estendeva da Roma a Venezia, Bologna e Napoli per fare sfoggio della sua incerta cultura. Riuscì comunque a trovare riconoscimento anche nei papi (Niccolò V ed Eugenio IV), ma mai per lungo tempo. Le sue carenze intellettuali e il suo carattere collerico lo portarono spesso ad avere diverbi con uomini come Bessarione e Poggio Bracciolini. Offrì i suoi servigi anche al sultano ottomano Mehmet II. Ci ha lasciato pessime traduzioni della Sintassi matematica e dell' Almagesto di Tolomeo.

ALDO MANUZIO (1450-1515). Editore, umanista e stampatore. È considerato il più grande tipografo del suo tempo, e certamente il primo editore della storia. Creò il prototipo del libro moderno (con il carattere "italico" o "aldino"). Pubblicò soprattutto classici greci. Fondò l'Accademia veneta per diffondere l'ellenismo, di cui fu il più grande promotore.

NICOLÒ COPERNICO (1473-1543). Astronomo polacco, rivoluzionò il pensiero scientifico sostituendo al sistema cosmologico geocentrico tolemaico, su cui si basava l'interpretazione delle Sacre Scritture, quello eliocentrico, imprimendo così una fondamentale svolta alla teoria planetaria. Scrisse in latino il trattato De revolutionibus orbium coelestium, pietra miliare nella storia dell'astronomia. Studiò soprattutto a Bologna, Roma, Padova e Ferrara, e oltre alla matematica e all'astronomia, si dedicò allo studio dei classici.

GIORDANO BRUNO (1548-1600). Filosofo, matematico, astronomo. Uno dei più geniali pensatori nella storia dell'umanità. Difensore dell'eliocentrismo copernicano, teorizzò che l'universo fosse infinito. Fu ospite delle corti dell'intera Europa, partecipò all'assegnazione della cattedra di matematica dell'università di Padova assieme a Galileo Galilei (che poi la ottenne). Nel 1592 fu arrestato dalla Santa Inquisizione, processato per otto anni e infine, il 17 febbraio dell'Anno santo del 1600, bruciato vivo a Roma, a Campo de' Fiori, come eretico impenitente.

ROBERTO BELLARMINO (1532-1621), santo, cardinale. Scrisse le celebri Disputationes et controversiae christianae fidei contro le dottrine protestanti. Consultore del Santo Uffizio, presidiò le più importanti questioni del suo tempo, prendendo decisioni definitive come l'interdetto di Venezia, la controversia anglicana, i processi di Tommaso Campanella, Galileo Galilei (il carcere a vita) e Giordano Bruno (il rogo). Un anno dopo la sua morte ebbe inizio la causa della sua beatificazione, che si concluse nel 1930, anno in cui venne proclamato santo. Nel 1931 divenne dottore della Chiesa.

GALILEO GALILEI (1564-1642). Scienziato, filosofo e matematico. Padre della scienza sperimentale. Nel 1609 completò la costruzione del telescopio, con cui cominciò a sondare il cielo, scoprendo e definendo la struttura della Via Lattea, i primi quattro satelliti di Giove, le prime osservazioni sulle macchie solari, le fasi di Venere e l'anello di Saturno. Nel 1611 descrisse e mostrò le sue scoperte ai dotti gesuiti del Collegio Romano, tra i quali figurava il cardinale Roberto Bellarmino. Chiese e ottenne il permesso di scrivere l'opera filosofico-astronomica Dialogo sui massimi sistemi del mondo, in cui esponeva anche la teoria eliocentrica. Per scrivere il suo libro Galileo, a differenza di Copernico, al posto della lingua latina usò il volgare. Questo scatenò l'ira di papa Urbano VIII e del cardinale Bellarmino. Il testo venne ritirato dal commercio, fu fatto bruciare e Galileo Galilei, per evitare il rogo, fu obbligato all'abiura e condannato al carcere domiciliare a vita.

URBANO VIII (1568-1644). Papa che potenziò l'Inquisizione (processi a Galileo Galilei, Tommaso Campanella etc.). Colto umanista e grande mecenate, promosse imponenti opere pubbliche per abbellire Roma.

LEONE XIII (1810-1903). Papa che sanzionò il programma del movimento cattolico-sociale con l'enciclica Rerum novarum, che ne ribadiva l'atteggiamento eversivo e anticattolico proprio dei socialisti. Aprì agli studiosi gli archivi vaticani. Fece santo il vescovo e patriarca di Alessandria d'Egitto Cirillo (colui che fece massacrare la scienziata alessandrina Ipazia e fece sterminare e cacciare da Alessandria e dall'Egitto l'intera comunità pagana e giudaica). Pochi mesi prima di morire, l'ultranovantenne pontefice incise un disco con alcune preghiere e con la benedizione apostolica: proprio grazie all'invenzione del fonografo, la parola del papa poté giungere ai cattolici di tutto il mondo. Fu anche il primo pontefice a essere ripreso da una cinepresa nell'atto di impartire la sua prima benedizione mediatica.

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Pagina 39

Giordano Nemorario: la lotta dí un uomo per la conoscenza



Due innovazioni fondamentali mutarono il cammino dell'uomo: i numeri indo-arabici, che resero possibile lo studio della scienza – in particolar modo dell'astronomia –, e l'arte della stampa. Non a caso, nell'anno 2000, Gutenberg è stato nominato, dall'Unesco, uomo del millennio.

Le scoperte più rivoluzionarie del mondo occidentale nacquero in Oriente, ma né l'India né la Cina ebbero modo di sfruttare appieno il potenziale delle loro invenzioni.

Il popolo che segnò la vera svolta del genere umano fu quello ellenico, che seppe assimilare ed elaborare il sapere delle antiche civiltà, creando una lingua meravigliosa (koíné), amalgama di tutta la civiltà ellenistica.

I filosofi greci cercarono di spiegare i fenomeni della natura avvalendosi di modelli razionalistico-scientifici e usando il bene più prezioso, l'intelletto. L'esigenza di un universale ordine razionale incentivò, nel mondo ellenico, lo sviluppo di discipline come la matematica, la medicina e l'astronomia.

Nella Grecia antica cominciava così il cammino della conoscenza. Nel 244 a.C. Eratostene aveva già calcolato la circonferenza terrestre commettendo un errore di soli 70 km, e nel 300 a.C. l'astronomo e fisico Aristarco di Samo teorizzò che la Terra non stesse ferma al centro dell'universo, ma si muovesse attorno al Sole, ipotizzando anche che l'universo fosse infinitamente grande.

Ad Alessandria d'Egitto, intorno alla grandiosa biblioteca, all'anfiteatro di anatomia e all'osservatorio astronomico, tutti i più illustri uomini di scienza potevano in piena libertà studiare logica, fisica, geografia, meteorologia, anatomia, fisiologia, terapeutica, zoologia, botanica, chimica empirica, meccanica, geometria, astronomia.

Poi per 1200 anni il progresso si fermò.

Forse, se i filosofi e gli scienziati che operavano attorno al Mouseîon e alla Biblioteca di Alessandria d'Egitto, avessero potuto continuare la loro opera di studio e d'indagine, il mondo non avrebbe perso quei 1200 anni di progresso. Disgraziatamente, invece, lo sviluppo della cultura ellenistica venne fermato dallo scellerato patto tra l'Impero romano e la Chiesa cristiana.

Nel 47 a.C., le legioni di Giulio Cesare, per conquistare Alessandria d'Egitto, incendiarono tutte le navi avversarie nel porto della città; ma le fiamme si propagarono fino alla vicina Biblioteca Madre, distruggendola.

Nel 391 d.C. i cristiani, istigati dal vescovo Teofilo, bruciarono la Biblioteca Figlia con i suoi 700.000 volumi, mentre nel Concilio di Cartagine — a cui partecipò anche sant'Agostino, allora solo sacerdote — i vescovi cattolici proibivano a tutti, compresi loro stessi, lo studio di qualunque opera filosofica e scientifica.

Furono in seguito bruciate le biblioteche di Pella, Efeso, Antiochia e Pergamo. Ad Alessandria d'Egitto rimaneva — come unica depositaria della scienza ellenistica — Ipazia, donna pagana, filosofa, scienziata e astronoma che aveva inventato l'astrolabio, l'aerometro e l'idroscopio. Rifiutò di convertirsi al cristianesimo e di interrompere le sue lezioni, e per questo, dietro ordine del vescovo e patriarca Cirillo venne fatta a pezzi e bruciata in un letamaio. Era il 415 d.C.

L'Europa divenne cristiana e le tenebre caddero sul cammino della conoscenza: per oltre un millennio i pochi libri di filosofia e di scienza scampati ai roghi, marcirono negli scantinati della Biblioteca vaticana, oppure vennero ignorati e ci furono poi restituiti dalla cultura araba, di cui erano divenuti patrimonio.

Le rarissime volte che un papa provò a mutare rotta, agevolando la diffusione delle conoscenze scientifiche — come fece ad esempio papa Silvestro II — venne rapidamente messo in condizioni di non nuocere.

Tuttavia quando i musulmani conquistarono la Spagna, oltre a rispettare la libertà di culto dei popoli sottomessi, iniziarono finalmente a tradurre i testi greci di quei manoscritti banditi dalla cristianità: a Toledo e a Cordoba, nella Torre della Calahorra, si riunivano studiosi ebrei e musulmani per tradurre i pochi testi di Aristotele, Euclide e Tolomeo scampati agli incendi delle biblioteche e ai saccheggi dei crociati a Costantinopoli. Così, spesso accadeva che un trattato di matematica venisse tradotto in latino dal greco-siriaco-arabo-spagnolo, oppure dall'arabo-ebraico; e poiché raramente i traduttori erano astronomi o matematici, il testo in latino risultava essere, il più delle volte, una brutta copia dell'originale.

Nell'Europa cattolica, invece, i pochi manoscritti scampati agli incendi delle biblioteche di mezzo mondo finirono nelle mani del mondo cattolico e, gelosamente custoditi nelle abbazie, non vennero mai divulgati. I più preziosi erano conservati dal cardinale Raniero Capocci nella piccola biblioteca della Torre saracena, presso il castello di Nemi, e nella biblioteca diaconale della chiesa di Santa Maria in Cosmedin.

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Pagina 95

Il primo e santo colpo di torchio



È il 31 dicembre del 1450. Manca poco alla mezzanotte e Roma sembra dormire in pace sotto i fiocchi di neve che cercano di cucirle addosso una sottile cappa immacolata. Un manto che nasconda, per un giorno almeno, l'orribile aspetto di una città piena di palazzi fortificati e di torri che si sfidano, di monumenti in rovina, di vigne e campi incolti.

La peste non è ancora domata e la neve viene accolta come santa e benedetta.

Davanti alla basilica di San Pietro in Vincoli è ferma una carrozza. Il vetturino copre con un mantello i due cavalli. Sale poi i gradini e si rifugia sotto il porticato, prendendo a battere i piedi per riscaldarsi.

Nella chiesa fa freddo e ristagna un odore di umido incenso. Addossato alla parete sinistra della navata, c'è l'altare con l'icona musiva di san Sebastiano. Due ceri accesi emanano scialbe volute di fumo.

Un giovane austriaco alto e biondo — sotto lo sguardo divertito di due cardinali — sta sfogliando un voluminoso libro poggiato sull'altare.

«Stupendo! È vera rivoluzione! Cambierà tutto, la cultura non sarà più privilegio di pochi! Signore Iddio, non avrei mai immaginato di poter essere tanto felice sfogliando una Bibbia!». La sua voce è accorata. Sfoglia il libro cercando gli occhi del cardinale Bessarione e sotto lo sguardo benevolo del cardinaie Nicola da Cusa. Quando fa per restituirgli la Bibbia, quest'ultimo la respinge con i palmi delle mani aperte.

«No, mio diletto Georg Aunpekh di Puerbach, sono riuscito ad averla per te, è tua! Ed è comunque un testo più adatto alla tua forte corporatura che alle mie povere membra. Spero sia di sprone ai tuoi studi e fortifichi il tuo animo quando distogli lo sguardo dai numeri e dalle stelle».

Gli occhi entusiasti del giovane interrogano ancora il cardinale.

«Vuoi sapere da dove proviene, Georg? Da Magonza, la città accanto al mio paesino, dove un uomo d'ingegno e di talento, Johann Gensfleish Gutenberg, ha messo in pratica l'idea contenuta nelle istruzioni che un giovane armeno portò a Roma tanti secoli fa.

«Il librone che hai in mano è solamente il Nuovo Testamento impresso artificialmente, senza finiture colorate... ma è una prova ben riuscita, come vedi. Il mio amico Gutenberg ha voluto donarmelo a dimostrazione che a questo punto le prove sono finite, e che ormai la santa arte è una realtà!».

«Ma allora è un pezzo unico, raro. Non posso accettarlo Nicola».

«Forse un giorno sarà prezioso per essere stato il primo ad andare in stampa, ma è tramontato questo concetto del libro, mio buon Georg, capisci? D'ora in poi non si parlerà più di libro come oggetto da collezione: con quella macchina si potranno fare — in pochissimo tempo e con una spesa relativamente esigua — quante copie si vorrà!

«Al di fuori dell'inchiostro e della carta, non va perso niente: i caratteri mobili di metallo che sono serviti per imprimere questa Bibbia, domani il mio amico Gutenberg li userà per imprimere l' Almagesto! Si ricompongono, si mettono sotto al torchio, un colpo e via, copie su copie! Aristotele, Euclide, Tolomeo... e Puerbach! Con pochissima spesa, filosofia e scienza ovunque, per tutti. Ecco perché ti dico che non è poi tanto prezioso. Tienilo Georg, per me è un onore che tu lo accetti».

Bessarione sorride. Si accarezza la folta barba e prende a recitare:

«"Primo unum volumen regalis forme ex pergameno cum serraturis cum ligni postibus, copertum coreo rubeo, nuncupatum Traductio problematum Aristotelis... Item unum volumen parve forme ex pergameno cum duabus serraturis cum angulis de cupro cum ligni postibus, copertum coreo viridi, nuncupatum Tractatus de scientia... ítem unum volumen ex papiro copertumin dorso coreo albo, nuncupatum Cosmographie Tholomeo".

«Sì amici miei, è finita un'era. Il mondo comincia a mutare volto: il libro perderà i suoi orpelli e le sue serrature, da oggi non sarà più una creatura imbalsamata e custodita per saziare la vista dei principi e riempire lo stomaco delle tignole. Da oggi il torchio del nostro amico Gutenberg sarà come un piccolo sole che sfornerà, uno dopo l'altro, tanti semplici raggi di luce che lentamente — senza che regnanti e tiranni se ne accorgano — si insinueranno nelle feritoie di tetti e finestre, nelle case della povera gente, baciando gli occhi del popolo che fino a oggi è stato imprigionato dalle tenebre. E quando principi, regnanti e tiranni si sveglieranno udendo un brusio che diviene clamore, correranno angosciati alle loro finestre, le spalancheranno e, guardando fuori, vedranno schierato il vero esercito di Cristo che impugna una terribile arma, l'unica che può sconfiggere l'impero del Male: il sapere. Il tiranno vacillerà, non crederà ai suoi occhi vedendo il popolo con un'altra luce negli occhi. E non saranno rancore, odio e stupidità ciò che vedranno in quegli occhi, no! Quegli occhi saranno sgombri da ogni pregiudizio e da ogni paura. Dietro quello sguardo ci saranno mente, coscienza, pensiero. [...]

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Pagina 101

Nicola fissa il cielo. Quando riprende a parlare, Bessarione e Georg sentono che la sua mente è lontana. E come se si rivolgesse non a loro ma alle stelle. «No, questo non è un mondo finito e non c'è nessun involucro esterno che lo racchiude. Questo è un mondo che pulsa, che vive, e tutto ciò che vive si muove! La Terra si muove, deve muoversi. Ciò che osserviamo non è reale: è un'impressione, una finzione. Immaginate, amici miei, di avere una gemma mentale concava o convessa che aiuti a veder meglio e che ci riveli sia l'infinitamente grande sia l'infinitamente piccolo. Pensate, potremmo conoscere la misteriosa origine di tutte le cose. Ecco, in questo momento è come se io avessi accanto un angelo che sta donando alla mia mente quella gemma: afferro qualcosa che non posso tradurre in parole, ma che vedo chiaramente. Mi capisci, Georg? Prima d'ogni altra cosa tu sei un valente matematico, e se ti dico che vedo il cerchio come un poligono, non mi devi considerare un folle. Il cerchio è un particolare poligono con un numero infinito di lati. Ecco cosa sta producendo quella gemma: ha insinuato nella mia mente un concetto che ho paura a esprimere. Ma è così, io lo vedo quel cielo. È come Dio! È infinito!».

L'espressione di Nicola torna a rasserenarsi e si posa su Georg Puerbach.

È il giovane a parlare, con voce colma di trepidazione: «Ti rendi conto di ciò che hai detto? Quell'immagine è un'esplosione che stordisce l'intelletto umano! Ma il tuo pensiero scaturisce da una mente serena, imbevuta di scienza, il tuo non è un parlare folle, dunque l'esplosione è ancor più violenta. Nicola, questa visione potrebbe rivoluzionare il mondo intero!».

«Sì amico mio, ma è opera di Dio. Se ci ha dato la capacità di pensare queste cose, non credo abbia avuto timore di crearle. Dobbiamo essere in grado di affrontare ogni verità, anche quelle contenute nelle epistole di Teofilatto. Gli antichi greci ebbero il coraggio di pensarle, studiarle e tramandarle, e se non fu possibile farle giungere sino a noi, ebbene seguiremo la strada a ritroso, ripercorrendo il loro cammino, le loro scoperte, il loro pensiero.

«Sono uomo di Chiesa, ma inizierò a scrivere queste riflessioni. E pronuncerò la parola che spaventa così tanto: infinito. Preparerò il terreno per te, Georg, ma tu devi tradurre le mie idee in numeri, affinché abbiano un senso concreto e siano irrefutabili, così da poterle consegnare finalmente all'intero genere umano. Ciò che ha frenato finora il cammino della scienza è stata soprattutto la scarsa capacità di misurare. Mensura proviene da Mens, la conoscenza deve assolutamente basarsi sulla misurazione. Ed io riesco a intravedere la verità, ma non a tradurla in esatte formule. Vedo, ad esempio, un cerchio che diviene sempre più grande, sempre più... sino a diventare un cerchio di grandezza infinita, dunque a perdere la sua curvatura. Ecco che quel cerchio dovrà, infine, necessariamente coincidere con la retta!».

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Pagina 154

Aldo Manuzio finalmente sorride, si alza anche lui, abbraccia il giovane che invece cerca di sottrarsi, sciorinando una sequela di oscure e minacciose invettive polacche.

Ma il sorriso di Aldo diviene risata sincera, e nella gioia cerca di parlargli. «Povero Nicolò, questa rabbia genuina è la tua lettera di presentazione! Bruciai quei fogli, è vero, ma solamente dopo averli esaminati e dopo aver quindi potuto verificare che fossero le stesse pagine di cui ero già in possesso! Sì mio caro amico, è così. Fu la stessa madre di Nicola da Cusa a voler affidare le epistole di Teofilatto a un giovane amico del figlio, col giuramento che – quando l'arte della stampa avesse raggiunto la perfezione – le avrebbe consegnate a uno stampatore di fiducia e unicamente a un uomo che avesse amato profondamente i greci. Regiomontano rispondeva perfettamente a quelle aspettative, ma sfortunatamente l'astronomo prussiano non riuscì a salvarsi dal veleno di Roma. Ecco, Nicolò, come infine la scelta cadde su di me».

La gioia esplode negli occhi del giovane. Chiede ansioso il nome della persona a cui Katarina Römer aveva consegnato il manoscritto. «È un altro grande uomo nato a Magonza, ebreo e compagno di Nicola da Cusa durante i suoi studi in Padova: Jehuda Ben Elleser, il figlio di Elleser. Quando gli fu consegnato il libro aveva appena vent'anni. Ora ne ha una novantina e gode ancora di ottima salute. Ha detto che non se ne andrà da questo mondo prima di aver visto con i suoi stessi occhi scritto su carta stampata, che l'astro di fuoco è fermo e la Terra gli ruota intorno».

«Jehuda Ben Elleser, il vecchio e dotto rabbino di Padova! Ho conosciuto suo figlio Abraham... Quanto è piccolo il mondo! Ti prego Aldo, mostrami quei fogli».

Aldo si avvicina alla scrivania, apre un cassetto e, dopo aver trafficato a lungo con una serie di leve e doppifondi, accede a un nascondiglio che lascia di stucco il giovane astronomo. Infine estrae un libro e lo consegna nelle mani di Nicolò.

«Le epistole di Teofilatto Simocatta! Giunte fino a noi per merito della mente geniale di Anania e del coraggio di Aser. Signore Iddio, quale onore per questo povero scrittore da strapazzo! E quante morti vi sono legate!».

Prende a sfogliarle, incontra le pagine di scienza, legge velocemente alcuni brani, gli occhi gli si riempiono di felicità e di commozione. «È qualcosa di stupendo! Il grande Aristarco di Samo e il commento di questo geniale seguace di Aryabhata. Non si tratta solamente della piccola parte di cui si è sempre parlato: questa è una trattazione matematica completa! Oh, grande Aristarco, giuro che elaborerò la tua teoria e scriverò un libro che farà onore alla tua memoria».

Poi, rivolto al raggiante Aldo: «Il Sole una stella fissa e la Terra un pianeta! Ti assicuro che la faremo muovere questa Terra, Aldo, la faremo volare! [...]

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Pagina 159

Un marcato tratto d'inchiostro nero



Cinque anni dopo, Aldo Manuzio si sposa. I libri in piccolo formato e con caratteri corsivi sono ormai una realtà. Giunge l'ora di ricercare il manoscritto di Regiomontano, il De triangulis planis et sphaericis per pubblicarlo in edizione popolare. Ma accade qualcosa che blocca completamente la sua attività. La stamperia di Aldo Manuzio interrompe i lavori in corso: Nicolò Copernico ha finito il suo trattato di astronomia e lo sta aspettando a Malbork.

È il 27 marzo del 1506, ed è nel pieno del suo vigore fisico e mentale che Aldo redige un testamento alla vigilia del viaggio che lo porterà a nord. Ma a Mantova viene fermato, arrestato e poi costretto a far ritorno a Venezia.

Poi arriva in Italia Erasmo da Rotterdam — il più celebre allievo di Robert Gaguin e di Guillaume Fichet — e l'amicizia che subito li lega offre nuovo vigore al tipografo che aiuta Erasmo a stendere la bozza dell' Elogio della pazzia, la sferzante satira sulla scandalosa corruzione della Chiesa.

Quando, pochi anni dopo, Manuzio sente l'ombra della morte avvolgerlo senza più scampo, ripubblica in un formato piccolo e corsivo il poema di Lucrezio. È la sua ultima opera. Un testo inconciliabile con la fede cristiana ma che un buon cristiano potrebbe e dovrebbe leggere.

Il 16 gennaio 1515, poche settimane prima di morire, scrive nel suo testamento l'ultimo messaggio, l'ultima sua volontà: un incarico per l'incisore Giulio Campagnola.

Si tratta del progetto di un nuovo tipo di caratteri corsivi, idonei a far giungere la scrittura in tutte le case.


Ma nella primavera del 1506 Nicolò Copernico attende inutilmente a Malbork l'arrivo di Aldo Manuzio.

Deve mostrargli la sua traduzione dal greco al latino delle epistole di Teofilatto Simocatta, ma soprattutto vuole fargli leggere il suo capolavoro, il De revolutionibus, elaborato sul manoscritto di Aristarco di Samo. Copernico è convinto che quello sarà il primo libro stampato da Aldo Manuzio nella sua nuova tipografia, quella che verrà aperta a Norimberga. Ma Aldo Manuzio non giungerà mai a Malbork, e il capolavoro del grande astronomo resterà ancora ignoto per trentasei anni.

Il 1° novembre del 1536, l'arcivescovo di Capua scrive da Roma a Nicolò Copernico pregandolo di fargli avere una copia del libro. Ma l'astronomo non cede, anche se ormai sente il cerchio stringersi attorno a lui. Tre anni dopo, il vescovo Dantiscus imbastisce un processo contro Copernico e due suoi collaboratori. L'accusa è quella di oltraggio alla morale. Anna Shilling, la domestica di Nicolò, fugge di notte per non cadere nelle mani del vescovo e per non rischiare, sotto tortura, di accusare ingiustamente il suo padrone, facendolo così rinchiudere in prigione.


Il 24 maggio del 1543 Nicolò Copernico sta morendo felice. Dal suo letto di Frombork vede le rose del giardino, sente le lontane onde del mare.

Ha ancora la forza di sollevare il suo libro, riuscendo a malapena a leggerne il titolo: Nicolai Copernici Torunensi de Revolutionis Orbium coelestium libri VI.

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Pagina 165

Da Giordano Nemorario a Giordano Bruno



È il 21 dicembre del 1599, Roma rifulge in una limpida mattinata invernale.

A Castel Sant'Angelo, nella prigione del Santo Uffizio, la possente porta della cella, emettendo il solito tetro cigolio, si apre. Il cardinale Roberto Bellarmino entra, prende la lanterna dalle mani dello zaffo e la poggia sulla tavola. La guardia esce accostando la porta.

Giordano Bruno, accovacciato in un angolo — mento chiuso tra le mani e sorretto dalle ginocchia — non si gira verso la porta, ma quando sente lo scricchiolio del tavolaccio, si volge e apostrofa il nuovo arrivato. «Salve, domine praeceptor... Oh Sautanasso, Barsabucco, Luciferre... Vedi anche tu ciò che vedo io? Il tuo arrogante figlio Bellarmino sfida i pidocchi de lo mio umile letto! Roberto... ma cosa accade? L'approssimarsi del Santo Natale ha seminato un po' di umanità anche in un cuore intriso di veleno come il tuo? Ho dunque sempre avuto ragione ad accarezzare la speranza di attendere l'alba, quando ero immerso nella profondità della notte!».

Il volto di Bellarmino è una maschera impenetrabile. La sua voce è fredda, senza intonazione. «Allora, ti sei deciso?».

«Io ho nome Giordano, della famiglia dei Bruni, della città di Nola, nato e allevato in quella città, e la professione mia è stata ed è di littere e d'ogni scienzia. Io son d'età de anni cinquantadue incirca, e nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, nell'anno quarantotto e sono ospite vostro e di codesta accogliente catorbia, in compagnia de tutti li pidocchi de le più antiche razze romane, da quasi anni sette. Faccio altresì presente che le sunnominate picciole creature di Dio, gradiscono molto le mie lezioni di filosofia e d'astronomia.

«Io, che or ne comprendo il linguaggio – posso giurarlo sulle Sacre Scritture –, vorrei che a tutti fosse noto che hanno già imparato il mio elogio della verità. Una volta al giorno uniscono le loro picciole voci e alla fine sembra una sola, che non sussurra più, ma grida che la verità è la cosa più sincera e più divina di tutte; anzi, divinità e sincerità, bontà e bellezza de le cose, sono la verità. Fo altresì presente che la razza de li pidocchi più grossi – li primi abbitatori de codesta antica e nobbile capponaia – vorrebbero presentarvi una istanza che io stesso ho redatto per essi, laddove espongo lagnanza verso di Voi e Sua Eccellentissima Santità Santo Padre per il poco e ammuffito pane che fornite al sottoscritto Giordano Bruno. Il quale, a ricordo de li truculenti tartari de la steppa et ancor più a motivo di tale perenne languor de stommaco, si vede abbisognato a mangiare li suddetti pidocchioni.

«Nella istanza, il sottoscritto fa altresì presente che l'antica e spinosa situazione non trova gradimento alcuno né in essa — la nobbile razza de li vecchi pidocchioni — né in questo umile vostro prigioniero. Fa presente che la tragica condizione del nutrimento e de la alimentazione del vostro illustre ospite il quale risiede nella mia persona, sta creando una malagevole situazione fra discepoli e maestro, imperocché mi è sempre più difficile azzittire le voci del dissenso. Negli ultimi giorni – a causa del vostro lungo ritardo della consegna del pane – ho dovuto sacrificare anche alcune famiglie di pidocchi mediani, e come folgore s'è diffusa la voce che il sottoscritto sarebbe il classico prete che predica il digiuno a stommaco pieno. Degnissimo cardinale Bellarmino, dovrete convenire che la situazzione è veramente incresciosa e senza vie d'uscita. Ormai è rivoluzione! Stanotte ho commentato loro la lettera del concilio di Costanza di Jean Hus, da voi bruciato vivo, ed ho ribadito che anche a me è impossibile agire contro la resistenza della mia coscienza.

«Abbiamo quindi messo ai voti il principio della libertà religiosa, dopo che io avevo fatto una calda arringa, basando questo diritto sulla dignità dell'individuo in quanto persona. Ho infine ultimato la mia predica, urlando nei loro piccioli cuori, che dire persona, dire individuo o dire pidocchio... vuol dire coscienza! La quasi totalità dell'assemblea ha votato a favore. Ma il mio stommaco urlava sognando salciche, gravioli e targhe di zuccaro... E ho così sacrificato i dissenzienti, ovverosia quelli pochi che avevano votato contro».

Bellarmino ha ascoltato e, senza mostrare reazione alcuna, attende, come per sincerarsi che Giordano abbia finito. Volge quindi i suoi occhi glaciali verso il prigioniero, che invece lo sta fissando con serenità e ironia dipinte sul volto. La voce del cardinale — nonostante egli cerchi di modularla con brevi accenti di umanità — resta secca e fredda. «Fra pochi giorni è il Santo Natale. Fra pochi giorni finisce uno dei secoli più duri e travagliati per la Chiesa. Fra pochi giorni ha inizio un nuovo anno e un nuovo secolo e il Santo Padre Clemente VIII vorrebbe iniziarlo con un mirabile atto di clemenza».

«Tu e il tuo Clemente VIII — molto poco clemente, in verità —, per quanto possiate dannarvi l'anima che non possedete, non riuscirete a riattaccare la testa a Beatrice Cenci. Mi avete fatto assistere all'esemplare spettacolo con l'intento di spaventarmi. Avete preteso che non distogliessi lo sguardo dal carnefice mentre schiacciava il capo di suo fratello a colpi di mazza, mentre lo scannava, lo squartava e poi ne appendeva i pezzi agli uncini del palco. Avete bevuto il sangue di quella creatura per appropriarvi delle loro terre, del loro danaro... e del castello di Nemi. Ma vi è andata male: Francesco Cenci aveva già frugato attentamente nella Torre saracena, venendo a lite con i vassalli del castello che si erano impossessati dei libri rimasti.

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Pagina 191

L'uccisione del respiro della ragione



In una fredda mattinata di febbraio del 1632, dentro al palazzo del Quirinale, papa Urbano VIII legge una copia stampata dell'opera di Galileo Galilei recante il titolo Dialogo, in cui negli incontri durati quattro giorni si è discusso sui due principali sistemi del mondo, quello tolemaico e quello copernicano, proponendo, senza prendere posizione, le ragioni filosofiche e naturali in favore sia dell'una che dell'altra teoria.

Urbano VIII annulla immediatamente l'imprimatur.

La Santa Inquisizione ordina al tipografo fiorentino Giovan Battista Landini di cessare la stampa del libro e di bruciare le copie esistenti.

Il 1° ottobre del 1632 la Santa Inquisizione ordina a Galileo Galilei di presentarsi a Roma. Il 1° gennaio del 1633 la Santa Inquisizione di Firenze riceve una lettera da quella romana, dove si dice che il signor Galilei "fa malissimo fingendosi malato. Se non ubbidisce subito si manderà costì un commissario con medici a pigliarlo, et condurlo alle carceri di questo supremo Tribunale, legato anco con ferri, poiché sin qui si vede che egli ha abusato la benignità di questa congregazione".

Il 12 aprile del 1633, davanti alla Santa Inquisizione romana, Galileo ascolta a capo chino le malefatte di cui si è macchiato.


«Non solo arma l'opinione copernicana di argomenti nuovi, ma lo fa in italiano! Lingua certo non adatta per dotti, ma lo più indicata per trascinare dalla sua il vulgo ignorante fra cui l'errore fa più facilmente presa».


Galileo viene gettato in una cella del Quirinale e sottoposto a duri interrogatori per oltre due mesi.


È la sera del 21 giugno del 1633.

Urbano VIII lascia le guardie che lo scortano davanti a una porta munita di un minuscolo spioncino dal quale penetra un lieve soffio d'aria nell'antro senza finestra camuffato da cella. Il papa entra, illuminato da un lumicino a olio il cui chiarore si perde nella sua umida discesa, attraversa la cella e abbandona il suo molle corpo corrotto sopra un enorme sgabello. Poi porge un foglio al vecchio che siede su un lercio giaciglio.

«La farsa è finita, signor Galileo: l'interrogatorio di stamani è stato l'ultimo. Questa è la sentenza. Domani, prima del tuo completo pentimento e della tua abiura, ti sarà letta ufficialmente. Leggi tu stesso ora, leggi a voce alta. Voglio sentire anch'io». La voce del papa è sonora, musicale, in netto contrasto con l'aspetto del suo corpo.

Il vecchio dalla lunga barba bianca lo fissa con occhi rassegnati. Poi, con voce stanca, legge:


«Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo Santissimo Offizio vehementemente sospetto d'heresia, cioé d'haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il Sole sia centro della Terra e che non si muova da oriente a occidente, e che la Terra si muova e non sia il centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scritura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni e altre costitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, perché prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica ed Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data. Et acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e trasgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell'avvenire et essempio all'altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito Il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei».


Quando tace, i suoi occhi arrossati continuano a fissare il foglio.

La voce sonora di Urbano VIII lo scuote dal suo profondo abbattimento. «Potevo evitare di congedarmi da te, ma è stato sempre interessante avere uno scambio di vedute con un tosco del tuo stampo. E poi volevo leggere nei tuoi occhi la certezza che domani abiurerai».

Galileo alza lo sguardo verso la faccia gioviale del papa. «Non ti basta la vittoria, vero? Hai bisogno dell'umiliazione pubblica. Quale mutamento, Maffeo: fra tutti eri quello che presentava una traccia d'umanità. Evidentemente chi si aggiudica il seggio papale, deve necessariamente abbandonarla».

«Le cose, viste da quassù, assumono un aspetto ben diverso. Se un papa si facesse guidare solo dalla carità cristiana, il nostro impero crollerebbe di colpo. La mia sincerità è il più grande segno della stima che nutro per la tua persona, nonché per il tuo ingegno. Ma è anche il mezzo più breve ed efficace affinché tu possa capire, e di conseguenza abbandonare, la tua missione e ogni tuo orgoglio. Anche tu, come Giordano Bruno, hai fatto la tua parte...».

[...]


«No Maffeo, è sufficientemente chiaro: avrei dovuto rinunziare ai miei studi e godermi la vita».

«Non obbligatoriamente. Potevi anche cercare altri mondi, ma lontano dalla nostra terra. Nell'eretica Olanda, per esempio. Il tuo scopo era però un altro: attraverso l'astronomia, volevi capovolgere il mio regno! Liberando la scienza, volevi liberare il gregge dalle sante catene: ecco perché sei rimasto in Italia. Ecco perché non sei fuggito. Hai adottato un metodo diverso da quello di Giordano, ma lo scopo era lo stesso: far crollare la casa del Signore!».

«Maffeo, io non volevo far crollare alcuna casa: desideravo solamente che la teoria copernicana fosse conosciuta appieno e dibattuta in mezzo a voi, nelle corti e nei nascenti ceti intellettuali. E infatti concludo la mia opera proprio con le parole volute da te: "Ho presa nel discorso la parte copernicana procedendo in pura ipotesi matematica!"».

«Galileo, torno a ripeterti che tu non hai alcun rispetto per la mia intelligenza. Vedi, solo pochi anni fa, al tuo posto era seduto il signor filosofo nemico della Chiesa, Tommaso Campanella. Tu sai quanti anni ha trascorso in carcere per le sue idee eretiche e quante torture ha subito. Eppure alla fine ho acconsentito affinché fosse liberato, assegnandogli persino una pensione. E sai perché? Era mio nemico, ma rispettava la mia mente, il ruolo che sto interpretando! Credi realmente che io sia stupido? Credi che la Navicella di Pietro abbia potuto resistere a secoli di uragani e di calamità per un caso fortuito o per aiuti soprannaturali?

«Galileo, il tuo libro non era diretto alla gente colta: in quel caso sarebbe stato scritto in latino – come il De revolutionibus di Copernico –, e lo avremmo anche potuto ignorare. Il tuo libro, Galileo, è scritto in italiano volgare! Il tuo libro è rivolto al popolo, al gregge! E la graffiante ironia che metti nella voce del tuo Sagredo quando si rivolge a Simplicio, oltre a divulgare una scienza pericolosa, mette anche in ridicolo il sottoscritto e tutta la gloriosa Navicella di Pietro! E quel pungente sarcasmo, invece di sussurrarlo a pochi eletti in lingua latina, hai osato gridarlo a tutto il mio gregge in italiano volgare! È questo il vero, autentico, mostruoso delitto che non ti perdonerò mai! Al mio impero, del movimento dei tuoi pianeti, delle tue maree e delle tue macchie solari, in fondo non è che importi così tanto! Personalmente tutto questo mi diverte e mi incuriosisce: quando nei giardini qui accanto ci hai mostrato i risultati dei tuoi esperimenti, ebbene, quella nuova concezione del mondo mi mise anche una certa allegria... Ma, vedi, il mio impero non è come quello di Gengis Khan, che non aveva bisogno di trincerarsi dietro alcun sotterfugio, avendo alle sue spalle un immenso esercito di feroci e imbattibili guerrieri e ai suoi piedi il mondo intero! Quello che ho io alle spalle è un esercito costituito da uno sparuto branco d'inquisitori domenicani. E come mantenere, allora, il potere sul mondo? Come continuare a pascere il gregge, facendogli vivere una vita quieta e pia? Proibendo la diffusione del sapere in mezzo al popolo! Come ha detto Francesco Bacone? "Sapere è potere". Ebbene sì, signor Galileo, sapere è potere! Non venirmi quindi a spiegare o giustificare il movimento degli astri, perché non è ciò che m'interessa. Il tuo dannato movimento della Terra ha il potere di destare il mio gregge, ed è proprio questo il motivo per cui la Terra deve assolutamente rimanere ferma: perché il mio popolo non si svegli!».

Galileo lo fissa con grande intensità. «Maffeo... visto che hai avuto il coraggio di gettare completamente la maschera, toglimi anche una curiosità. Alcuni mesi fa ho avuto occasione di dialogare con una persona sulla teoria copernicana, e costui mi ha portato a riflettere su come il cardinale Nicola da Cusa avesse già ipotizzato il mondo infinito, senza peraltro essere stato mai rimproverato dalla Chiesa».

«Questo "Costui" — ovvero il dotto signor Cartesio — è sicuramente affezionato alla libertà e alla vita molto più di te e di Nicola da Cusa. Ciò detto, chi avrebbe mai pensato che la minaccia sarebbe venuta dalla ridente e tranquilla valle della Mosella? Ad ogni buon conto, abbiamo saputo ogni volta organizzarci per combattere il pericolo. Quando hanno provato ad accendere le candele, sia per Cristo che per Platone, abbiamo provveduto a spegnerle entrambe. A Gutenberg e Copernico abbiamo risposto con l'Indice dei libri proibiti. E, se a Cambridge e a Oxford hanno creato cattedre di matematica, astronomia, fisica e chimica, noi — a Parigi e in tutte le università del mondo cattolico — abbiamo risposto condannando come sovversive le teorie filosofiche meccanicistiche dei tuoi amici Gassendi e Cartesio! Perciò quando dico che tu hai fatto la tua parte, affermo una sacrosanta verità.

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