Copertina
Autore Stefano Rolando
Titolo La buonapolitica
SottotitoloCantiere Milano/Italia
EdizioneRubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2012 , pag. 384, cop.fle., dim. 14,5x22,5x2,5 cm , Isbn 978-88-498-3361-4
LettoreElisabetta Cavalli, 2012
Classe paesi: Italia: 2010 , citta': Milano , politica , destra-sinistra
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Indice


Bisogno di politica di Giuliano Pisapia                          13

Bisogno di coesione di Fabrizio Barca                            17

Introduzione
Per rileggere cambiamenti e discussioni                          23

Politica                                                         53

Tra grandi e piccoli scenari                                     55
Reagire alla crisi                                               6o
Che cos'è la politica?
    (prima di parlare della «buonapolitica»)                     65
Costituente, prima e seconda Repubblica.
    La politica che abbiamo conosciuto                           70
Il mondo in cambiamento                                          82
La politica nel cambiamento dei modelli decisionali              90
I pericoli segnalati per la democrazia                           99
È possibile una politica che assecondi l'innovazione?           106
Città, sindaci e simboli                                        113

Passato prossimo                                                121

Un passo indietro                                               123
Milano e la sua crisi politica                                  127
La delegittimazione dell'Italia in Europa                       134
L'esperienza della campagna arancione                           137
La pratica sistematica dell'ascolto                             142
Le ragioni per cui Pisapia è stato eletto                       147
Per gli italiani la rivoluzione è avvenuta tutta in tv          151

Paese                                                           159

Ritornando sui sentieri del dibattito politico                  161
L'Italia, paese a rischio?                                      163
La trasformazione dei concetti di destra e sinistra             171
I malintesi del bipolarismo                                     182
Le derive recenti: egoismo, soggettivismo, casta                188
Crescita zero (economica e civica)                              192
La corruzione e la maladministration                            198
La scommessa della politica italiana                            206
La «questione meridionale»                                      209

Popolo                                                          215

Le identità, mutano ma contano                                  217
Truffati dalla politica-annuncio                                227
Bisogni che non diventano diritti                               232
Bisogni che si trasformano in conflitti                         239
La fiducia civile, sentimento diverso da quello del consumatore 244
Il giudizio popolare                                            250

Prospettive                                                     253

Necessità e limiti del sistema dei partiti                      255
Cittadinanza attiva e nuova cittadinanza                        262
La costruzione della decisione nella democrazia partecipativa   269
Economia, lavoro, integrazione. I nodi della ripresa            274
Il governo e l'emergenza                                        284
Milano città glocale                                            294
L'irrinunciabilità di una idea politica dell'Europa             299
Conoscenza e verità. Il ruolo della comunicazione
    e dell'informazione                                         304
Spunti sul processo partecipativo                               311
Tornare a scegliere                                             319

«La buona politica»                                             327

In forma di conclusioni                                         329
Contro il sonno della memoria                                   336
Per irrobustire le istituzioni, non per depredarle              338
Per promuovere ascolto e dialogo                                340
Per la trasparenza dell'agenda                                  342
Per ricomporre poteri e saperi                                  344
Per restituire ai partiti ed ai sindacati
    il carattere costituzionale                                 348
Per una riforma delle regole elettorali                         350
Per dare soluzione al ruolo delle donne in politica             352
Per una strategia senza retorica sul «cantiere giovani»         354
Per il ruolo delle autonomie locali nella politica europea      356
Per metabolizzare la politica ambientale                        358
Per ridare priorità alla riforma della giustizia                360
Per istituzioni più civili con chi sta alla loro mercé          362
Per una condizione socialmente accettata dell'onestà fiscale    364
Per ribaltare negligenze e manipolazioni sul ruolo della cultura366
Per la riforma della Rai                                        369
Per non esaurire la politica nel «qui e subito»                 372
Per dare conto del rendimento della cosa pubblica               374
Per il rinnovamento della classe dirigente                      376
Per regole non trasgredibili dell'etica pubblica                378
Avvisi ai naviganti                                             380


 

 

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Pagina 23

Introduzione

Per rileggere cambiamenti e discussioni


Riemerge davvero la buona politica? È davvero arrivato il momento per sovvertire l'alibi del Gattopardo? È possibile che gli italiani decidano - con nuova visione europea - per la vita e non per la morte della democrazia?


Uno spunto introduttivo può essere di aiuto in questo genere di libri.

Da che parte tira l'autore? Dove vuole arrivare? Qual è il valore aggiunto che propone rispetto alla grande quantità di chiacchiere, discussioni e informazioni che circolano attorno alla crisi che ci ha investiti e attorno alle residue possibilità per la politica di esercitare ancora una mediazione generale per assicurare di nuovo un patto credibile per lo sviluppo?


MALAPOLITICA E BUONAPOLITICA

In questo libro i trattamenti sono piuttosto brevi. Si cerca di ricapitolare ciò che lo sguardo preoccupato dei lettori sensibili, quelli a cui si fa principale riferimento, ha accumulato negli ultimi tempi. Trattamenti attorno al rapporto tra malapolitica e buonapolitica. Soprattutto attorno ai cambiamenti e alle discussioni che quei cambiamenti hanno generato aprendo ora interrogativi importanti per tutti gli italiani.

La malapolitica è qui osservata come responsabile di tre ordini di complicità:

- la società che ritira il coraggio di preferire gli interessi generali scegliendo la parcellizzazione di interessi corporativi da coprire con un professionismo di tutela da parte della politica;

- la politica che, non più permeata di cultura e di "statura", è accaparrata da professionisti del privilegio;

- le cosche (piccole e apparentemente legittime o grandi e spudoratamente criminali) che espropriano politica e cittadini della funzione di mediazione.

La buonapolitica è anche quella che prende coscienza del deficit democratico che si è accumulato. Ed è quella che ricostruisce dal basso una delega a promuovere interessi generali e quindi un ruolo di mediazione - anche se conflittuale - tra le istituzioni fino ad accettare i punti di equilibrio che il sistema costituzionale consente di esprimere.

Quella, per dirla con una sintesi che riprenderemo, che concepisce la classe dirigente non tanto nel «chi comanda» ma nel «chi responsabilizza». Una condizione di per sé partecipativa. Ma anche quella - e qui la sintesi è estrema - che non mettendosi sempre al centro di tutto (apparire, posizionarsi, rappresentare, spiegare, indirizzare, guidare, votare, decidere) capisce la società, la gente, le sofferenze, le gioie, la dignità. Fino ad interpretare la comunità con un silenzio rispettoso (quando serve) e con un prevalente obiettivo: battersi per non fare mancare agli altri nemmeno un soffio delle libertà conquistate.

In questo contesto, ora ridotto all'osso, una caratteristica di fondo della malapolitica è sintesi dei due profili prima citati: la sostanziale viltà (che si manifesta nell'idea del potere di essere forte con i deboli e debole con i forti) e la copertura arrogante di quella viltà che si esprime - da secoli nella vicenda italiana - con le tecniche dell'intimidazione.

Questo «libro-inventario» non è scritto tanto per gli addetti ai lavori e non segue neppure la logica dei manuali accademici che snodano teorie su teorie. È scritto soprattutto per chi si accosta non da professionista alla politica, per chi cerca di riepilogare i dibattiti, non sempre riuscendo a seguirli sui media e in libreria. Ha lo scopo di portare un piccolo contributo ai cittadini perché non lascino i politici decidere da soli sul futuro della politica.

All'origine è stata una scrittura ispirata ai temi del «cambiamento necessario» che hanno sostenuto la «campagna arancione» a Milano. Ma per il lungo servizio alle istituzioni di chi scrive essa guarda anche con indipendenza ai mali cronici della politica nazionale. E propone approcci che aiutano a capire se nel biennio di fine legislatura (2012-2013) le cose cambieranno nella sostanza o, secondo la vecchia regola dell'Italia gattopardesca, «tutto cambierà perché nulla cambi». Lasciando viva e vegeta, appunto, la malapolitica. Mantenendosi così, senza una seria alternativa, con la sua rumorosa retorica e forse anche con la crescita di tumulti trasformati in alibi per una gestione ancora più negativa del potere, l' antipolitica.


IL PUNTO DI PARTENZA

Nel 2011 due rilevanti discontinuità nella politica italiana.

A Milano, il centro-sinistra di Giuliano Pisapia sconfigge a maggio il centro-destra di Letizia Moratti sostenuto dal governo Berlusconi. La slavina ha inizio. A Roma, sulla crisi parlamentare del governo e sull'urgenza della crisi finanziaria internazionale e del discredito dell'Italia, il presidente Napolitano promuove a novembre il governo di emergenza di Mario Monti che apre una sperimentazione. I partiti, al lumicino nella fiducia degli italiani, avrebbero così la possibilità di un'autoriforma che consenta elezioni per girare pagina in Italia. Più etica pubblica, meno costi della politica, nuova classe dirigente, trasparenza e non propaganda, restituzione agli elettori del diritto di scelta degli eletti, lotta credibile alla corruzione e all'evasione, interessi generali al centro di ogni responsabilità.

Il dibattito è ancora nutrito di scetticismo. Ma a poco a poco il sistema politico si posizionerà, farà proposte, cercherà di rigenerare alleanze, farà capire se - finita (e fallita) la "seconda Repubblica" - si preparano fotocopie o serie innovazioni.

Ma cosa fanno intanto gli italiani per volere queste innovazioni? Come credono che esse si realizzino?

Una risposta a questa domanda di fondo rimetterebbe in gioco davvero i cittadini-elettori e quindi la democrazia, altrimenti, senza una sponda sociale più consapevole e combattiva, le scelte saranno tra il populismo e nuove deleghe ai tecnici.

Da qui un contributo a riesaminare le discussioni che si sono animate in Italia per chiedere a noi stessi se, appunto, consideriamo esaurito il compito della democrazia o se pensiamo di rigenerare il patto che correda ancora questa parola di significato. Un italiano su due infatti non vede nel sistema dei partiti la soluzione alla prospettiva democratica del paese. L'astensione è ora annunciata al 50%. Il tempo assegnato al governo Monti è così scandito da una implacabile clessidra per il ritorno al giudizio popolare in condizioni di condivisione di quel non troppo procrastinabile passaggio. O in una ulteriore lacerazione dei sentimenti di fiducia e credibilità che renderebbe drammatico il destino dei sentimenti civili degli italiani.

Di mezzo l'applicazione subito di principi di buonapolitica (tra cui almeno l'impostazione rigorosa di misure - locali, nazionali ed europee - per la ripresa economica e occupazionale) che diano il tempo per recuperare un po' della fiducia perduta tra istituzioni e cittadini.

Questo libro-inventario - che mantiene lo sguardo fisso sul quadro nazionale a democrazia sospesa ma anche sull'evoluzione della sperimentazione milanese che si presenta invece a democrazia rilanciata - ha lo scopo di portare un piccolo contributo ai cittadini perché non lascino i politici decidere da soli sul futuro della politica.


LA FIDUCIA — SI FA PER DIRE — DEGLI ITALIANI NELLE ISTITUZIONI

Milano-Italia è, in questa ricerca, la metafora di una relazione necessaria tra territorio e nazione. Una relazione aperta all'Europa e al mondo, nel profondo convincimento che la riconduzione al ghetto non è cultura dell'autonomia. Mentre è cultura dell'autonomia avere diritto di proposta e di discussione in un sistema che sollecita la competitività interna e restituisce alle varie comunità secondo merito e investimento nel lavoro e nella qualità della gestione dei servizi.

La Milano di Pisapia e l'Italia di Monti sono oggi diverse sperimentazioni che offrono argomenti a chi si interroga su come evolverà l'emergenza politica italiana. A Roma, ribaltata una condizione di discredito, con gli occhi puntati del mondo intero su un governo certamente di emergenza ma anche politico, che restituisce legittimazione internazionale al Paese. A Milano per tre paradigmi che interessano profondamente la democrazia italiana: come evolvono la sinistra al governo e la destra all'opposizione; come evolve la borghesia (cioè la forza motrice della «società civile» dipinta ormai in Italia come «classe assente»); come evolve il patto tra società e partiti politici nella stessa gestione del potere istituzionale. E in tutta Italia, paese che deve decidere se continuare nella passività riottosa verso l'Europa o se imboccare da protagonista la strada di nuovi trattati e di una nuova statualità europea.

Quanto a Milano - nella consapevolezza che la città pensa di sé di avere un'identità forgiata dagli austriaci, dimenticando di avere avuto secolare occupazione spagnola, per la quale basterebbe la rilettura dei Promessi Sposi a ricordarci il peso della corruzione e dell'arroganza nella vita pubblica - pesano nelle successive analisi molte pagine nere. Anche quelle che ormai stanno facendo calare il sipario - nel rapporto tra i partiti e la maggiore istituzione territoriale, ovvero la Regione Lombardia - su una legislatura in progressiva criticità. Ma che proprio per questo rende importante l'esperimento di discontinuità che si è avviato in città e che finora regge, da questo punto di vista, alla prova.

La domanda che sale e che sollecita anche queste prossime pagine l'ha formulata Ilvo Diamanti dando alle stampe le sue ultime riflessioni: non conosciamo altra democrazia che quella dei partiti, ma siccome i nostri partiti stanno svanendo nella credibilità del paese di che cosa sarà fatto il futuro della democrazia italiana?

Questo libro nasce dall'osservazione che prima a Palazzo Marino poi a Palazzo Chigi si è cercato di far funzionare le istituzioni senza buttare a mare né partiti né democrazia, ma con uno stop al potere incontrastato dei partiti, con un robusto dialogo diretto con la società e con una sfida lanciata alla politica di dare risposte credibili per la fase due, quella che riguarda i tempi più lunghi a Milano, ma già scanditi nel quadro nazionale perché nel 2013 finisce la legislatura.

Da qui un piccolo viaggio attorno all'idea di rilanciare la buonapolitica con la memoria all'Italia uscita dalla prima guerra mondiale, tra scioperi e disordini e nel marasma della vecchia politica post-risorgimentale, in cui parve agli italiani una soluzione mettere il loro destino nelle mani di un uomo deciso a fare ordine e a far rigare dritto il paese. I contesti sono pressoché incomparabili. Ma gli italiani hanno difetti di cultura politica che possono produrre cicli e ricicli della storia. Da qui l'interesse, forse, per rivoltare attentamente temi e problemi di oggi e guardare dentro al modo con cui il dibattito su questa sfida si sta avviando.

Non sfugge, infatti, in apertura di analisi, la constatazione che, mentre i cantieri delle discontinuità sono aperti, a Milano, a Roma e anche altrove (monitoraggi interessanti si svolgono a Cagliari, a Trieste, per certi versi a Napoli, mentre ambiti di relativa continuità da Bologna a Bari, a Torino ovviamente non sfuggono a una verifica «identitaria» in rapporto al quadro generale e ancora Genova va a un appuntamento elettorale con elementi di novità), le indagini demoscopiche sulla fiducia degli italiani vedono in testa le forze dell'ordine, seguite dal capo dello Stato, con un certo declino dell'Europa (che qualche anno fa svettava) e soprattutto in coda il sistema politico-parlamentare.

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Pagina 29

SEMBREREBBE AL TERMINE IL CICLO DEL POPULISMO

Il punto di convergenza sembra essere quello di chiudere - o per meglio dire di interrompere - una lunga dominante populista.

Dove con questo termine si dovrebbe intendere la tendenza del sistema a risolvere i problemi di consenso nel rapporto diretto tra leader e masse, più che nel rispetto delle relazioni e delle procedure di una democrazia partecipativa e soprattutto dei contrappesi. Trasformando il significato originario del populismo, generato da movimenti socialisteggianti e anarchici russi dell'Ottocento, poi largamente conosciuto nelle esperienze fasciste o fascisteggianti dell'Italia di Mussolini o dell'Argentina di Peròn.

Il berlusconismo italiano alleato con crescente dipendenza con il leghismo a guida carismatica di Bossi è andato infatti interpretando modelli di governo più legati alla emotività degli annunci e della comunicazione che al realismo tanto di una politica liberale quanto di una politica laburista e riformista. Ma soprattutto si è allontanato sempre più da riferimenti delle tradizioni politiche europee post-belliche in un apparentamento solo «di schieramento» ma né di tradizione né di metodo con il «popolarismo» cristiano europeo (che è ora un vero e interessante problema di rigenerazione del centro-destra italiano).

La risposta generata dalle urne milanesi restituisce, come si sa, responsabilità di governo alla sinistra. Qui vi è una delle evidenti distinzioni con il governo di emergenza. Anche se la nuova sinistra di governo milanese appare più decisa a superare le guerre ideologiche del '900, dominate dalle inquietudini dei massimalisti (di per sé non scomparsi di scena), in una generica ripresa della tradizione riformista, ma in particolare in un sostanziale depotenziamento del ruolo dei partiti politici a vantaggio di una organizzazione più capillare dell'ascolto sociale.

L'insieme di questi fatti e di questi cambiamenti, tuttavia, non ha ancora mutato la condizione complessiva di «irrilevanza» (l'espressione, in sé drammatica, è di Ernesto Galli della Loggia) che investe l'intero sistema dei partiti italiani, nessuno escluso. Anche per questo la condizione di emergenza che esprime l'esecutivo italiano ha tolto ai partiti non il diritto di scegliere (diritto legislativo), ma il diritto di proporre (che è appunto prerogativa sostanziale del governo).

La risposta costruita nel quadro istituzionale nazionale rilancia - come dicono studiosi e commentatori - la responsabilità delle élite in uno schema formale che salva il ruolo sanzionatorio della democrazia parlamentare, evitando quindi il carattere riduttivo di «governo tecnico». Ne va discutendo Giuseppe De Rita in questo periodo. Per ricordarci che nel corso dell'ultimo secolo la politica italiana, almeno per tre volte, ha fatto ricorso a sistemi di governo prodotti più dalle élite che dalle urne popolari.

- Nel primo caso grazie alla «finestra» aperta da Mussolini alle tecnostrutture varate dalla cultura liberaldemocratica post-risorgimentale, cioè l'apporto che Alberto Beneduce - già capo di gabinetto di Nitti (ideatore principale delle agenzie di modernizzazione dell'economia pubblica nazionale, che avevano prodotto tra l'altro l'INA e la BNL) - diede, a lato del regime, varando l'IRI e l'IMI. E generando una classe dirigente che ebbe ruolo fino agli anni Settanta, facendo sponda con prestigiosi politici italiani da Ezio Vanoni a Ugo La Malfa.

- Nel secondo caso, introducendo «governi tecnici» ovvero di emergenza, dopo la crisi di Tangentopoli del 1992, sia pure intersecati dalla politica ma con rilevanti elementi di supplenza (il primo governo Amato, il governo Ciampi e poi il governo Dini).

- Nel terzo caso, in questa recente crisi, pilotata dal presidente della Repubblica, con soluzioni dettate dai soggetti forti della politica europea e quindi con la soluzione appunto «di emergenza» assicurata dal più europeista delle «riserve della nazione», cioè Mario Monti, in un tandem con l'assunzione di responsabilità da parte di Mario Draghi della Banca centrale europea.


Tre casi che consentono di studiare il punto di relativa efficacia che si determina in queste condizioni tra ruoli di supplenza rispetto a fattori di crisi e ruoli di riavvio di una politica di sviluppo. Naturalmente il «terzo laboratorio» è appena cominciato. Ed è ancora difficile comprendere una linea di tendenza oltre il breve periodo. Che risulta complicata dalla globalizzazione dei processi economici che condizionano molto l'Italia (e in cui si assiste ad una perdita di peso dell'intero Occidente) e da problemi di conflittualità difficilmente governabile tra i soggetti della finanziarizzazione del sistema economico rispetto ai soggetti che chiedono di tornare alla centralità dell'economia reale.

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Pagina 38

GOVERNO DELLA CRISI E ESITI DELLA DEMOCRAZIA

Molti sono i filoni di indagine e di discussione che si sono aperti nella transizione. Comune è la ricerca sulla via d'uscita attorno al rapporto tra governo della crisi e esiti della democrazia. Si è citato il contributo di Carlo Galli, una voce lucida della politologia italiana. Così come va citato, tra le riflessioni insieme generazionali, autocritiche e misurate alle condizioni concrete del processo di globalizzazione quella che Federico Rampini fa nella cornice culturale della sinistra ex militante.

Plutocrazia, tecnocrazia, populismo, autoritarismo sono i mali che minacciano le nostre democrazie. L'Italia è un piccolo laboratorio mostruoso di queste patologie... Cosa farà l'Italia da grande? C'è ancora speranza? Esiste una vocazione forte per il nostro paese, in un mondo sconvolto da trasformazioni secolari?

Non c'è ricetta. Ma c'è sentimento di ricapitolazione della crisi di mitologie che hanno portato - dal crack del '29 a oggi - a non gettare il bisogno di una teoria politica dello sviluppo nella pira delle ideologie che hanno attraversato e incendiato il secolo. Fino a pensare che l'ultima salvezza della democrazia occidentale sarebbe maturata nell'America di Obama, giovane, colto, post-etnico e - come scrive Rampini - «con le letture formative della sua giovinezza che includono tutti gli autori antimperialisti che popolavano le biblioteche della sinistra europea». La progressiva fragilità di Obama, la previsione che lo vede consegnarsi alle risorse di Wall Street per affrontare la prossima campagna elettorale da un miliardo di dollari, ne va facendo (si dice, e si spera che non sia così) una bandiera sbiadita prima di quanto si potesse immaginare. E lascia l'Occidente di fronte a ulteriori irrisolti teorici e di leadership.

Il fronte riformista ha fatto appello in tanti momenti di sbandamento sistemico (come è apparsa, per tale schieramento, anche la lunga crisi del modello socialdemocratico europeo forse ora in qualche ripresa) a una rilettura di Keynes adattata alla rigenerabilità di modelli di partito capaci ancora di collateralismo sociale e sindacale (alla tedesca) o di nuovi reticoli partecipativi nella società civile. Come sono stati, soprattutto nelle fasi ascendenti, il «mitterrandismo» in Francia, il «felipismo» in Spagna, il «craxismo» in Italia e il «blairismo» in Gran Bretagna. Rispetto a queste voci di irrinunciabilità (anche interclassista) del riformismo, il messaggio è stato debole negli ultimi anni. Esso infatti, per mantenere fascino, deve riuscire in una coniugazione ineludibile ma sempre più contraddetta: sviluppo, equità, competitività. Come predicare ora questa formula in una fase storica a sviluppo zero, di equità stra-minacciata e con l'Italia fuori dal girone di testa di paesi ad alto indice di competitività?

Resta in verità vivo il metodo antimassimalista del riformismo, perché grazie al «vogliamo tutto e subito» il '900 ha costruito, reattivamente, ogni genere di fascismo, di violenza e di autoritarismo. Innestandosi, in più, nella strategia della tensione, nel lunghissimo arco del terrorismo, nella radicalizzazione tra provocazione e limitazioni delle libertà. Ma la debolezza di contenuto è figlia al tempo stesso della perdita di consenso dei partiti progettuali e della perdita di credibilità dello Stato come gestore della teoria generale dello sviluppo.

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Pagina 47

QUESTO LIBRO

Sulla scorta di queste premesse ecco l'architettura di questo libro.

Che comincia con osservazioni sulla «politica», prima ancora che sulla buonapolitica, cambiata in Italia e nel mondo rispetto agli schemi durati dal dopoguerra alla caduta del muro di Berlino, riducendo il valore dell'Occidente, depotenziando gli stati nazionali, peggiorando la qualità in sé del ceto politico e portandoci più vicino a un baratro che la storia ha visto più volte scavalcato: quello che, cascandoci dentro, vede la democrazia non più genericamente a rischio ma sostanzialmente compromessa.

L'esperienza del 2011, ovvero del perché in Italia si è resa possibile la fine di un ciclo, l'interruzione di una deriva populista e l'avvio di sperimentazioni, è la materia del secondo capitolo. In verità più centrato sul «caso Milano», nel quadro di una complessiva consultazione elettorale amministrativa, che ha generato la scintilla per la slavina nazionale. Il sistema Milano-Italia diventa così materia del terzo capitolo, per vedere come «destra e sinistra» siano concetti non solo cambiati ma anche de-ideologizzati mentre la fortuna del bipolarismo si è arrestata, aprendo interrogativi sulla sua prospettiva. Un sistema che si misura con approcci diversi (anche diversi per responsabilità e competenze) al contesto di crisi perdurante e che avanza - in condizioni apparentemente non demagogiche - ipotesi per scalfire il pachiderma della «non crescita». L'identità degli italiani è richiamata come fattore di sintesi del quarto capitolo, un popolo che - salvo la serata televisiva con Benigni - non si è riconosciuto in un fragile dibattito sui 150 anni dell'unità d'Italia che è scorso, malgrado l'impegno di chi ha lodevolmente promosso programmi, più su qualche giornale che nella coscienza del paese nel 2011; e che ora deve essere letto come un debole aggregato sociale e culturale alle prese con bisogni complessi, con una evoluzione dei diritti non scontati, con conflittualità insorgenti e un rapporto di fiducia nei confronti delle istituzioni al minimo storico. Così da lasciare - nel quinto capitolo - lo spazio per valutare come i due laboratori di Milano e Roma trattino la relazione tra i soggetti politici e le espressioni della società civile in un patto con meno deleghe e più convergenza di responsabilità per affrontare le decisioni di un paese che ha bisogno di più competitività ma anche di più solidarietà. E di un'idea più compatibile della crescita. Il «quasi manifesto» delle pagine conclusive riguarda argomenti che non investono i contenuti delle politiche pubbliche, ma le pre-condizioni del cambiamento necessario per consolidare la democrazia come pratica, come metodo e come obiettivo.

Questo percorso è aperto dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che viene da una storia di una sinistra tendenzialmente forza di opposizione da cui, come militante, ha preso «sereno congedo» per assicurare alcune ricomposizioni tese al superamento di conflittualità irriducibili e quindi per creare condizioni di nuovo consenso maggioritario e di governo, oggi sperimentato a Milano e offerto come spunto misurabile, e in qualche modo seducente, al dibattito nazionale.

E da una prefazione di Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale nel governo Monti, di formazione al tempo stesso tecnica e civile, a cui sono assegnate competenze che devono rispondere alla domanda più drammatica del presente: alla fine dell'esperimento di emergenza, il paese avrà mantenuto ancora una coesione per poter parlare di Italia come soggetto di un sistema economico, un sistema culturale, un sistema sociale? E quindi anche come soggetto uniformabile a una sola visione della politica?


LO SGUARDO ALLA REPUTAZIONE E ALLA RAPPRESENTAZIONE

Sulla transizione e sugli interrogativi circa l'uscita dalla crisi politica italiana stanno scrivendo in molti. I giuristi prefigurando riforme costituzionali o nuove leggi. Gli economisti suggerendo misure adeguate per reggere il confronto con i mercati. I politologi per indagare inadeguatezze e riformabilità del sistema dei partiti. I sociologi per ridefinire le categorie della governance sociale e il profilo di adeguatezza della classe dirigente. Gli storici per ricondurre i cicli ai ricicli o per decretarne la discontinuità.

A chi - bordeggiando queste diverse culture disciplinari, a causa della ancora fragile identità disciplinare delle scienze della comunicazione - tocca avventurarsi in modo un po' poliforme nel campo di battaglia senza dimenticare il proprio specifico, spetta anche dichiarare che il nodo della «reputazione» (del paese, della politica, delle istituzioni e delle categorie stesse che compongono il patto tra diritti e doveri nella società, insomma la criticata ma ineludibile questione della immagine nazionale), è un argomento centrale sotteso alle considerazioni svolte. Insieme a quello della ricostruzione del «teatro» dello svolgimento dei fatti che, gergalmente e sostanzialmente, porta la narrazione ad essere essenzialmente approccio alla rappresentazione.

Le "copertine" dei media sono uno dei modi di questa rappresentazione. Quelle di «Time» - da «Me man behind the world's most dangerous economy» a «Can this man save Europe?» - hanno in soli tre mesi ribaltato un paradigma interpretativo sull'Italia. Con tutti i «se» e i «ma» che vanno spesi al riguardo, ma con un'ottica che è diventata strutturale nella realtà della politica e dell'economia.

Il premier Monti ne ha piena coscienza e considera il tema strategico. Al direttore della «Stampa» Mario Calabresi, che gli chiede cosa ci manca per tornare ad essere competitivi in questo "mondo nuovo", risponde senza indugi:

Ci manca una coltivazione sistematica e di lungo periodo dell'immagine del Paese (...) che richiede un'opera pedagogica sia all'esterno, sia all'interno.


Senza trasformare questo libro di racconto di un percorso identitario collettivo in un testo di comunicazione pubblica (tecniche di relazione tra istituzioni e società), è dovere segnalare che lo sforzo di pensare a questo ambito come quello della «rappresentazione del patrimonio simbolico collettivo» conduce una parte importante delle riflessioni, che riguardano un campo abitualmente studiato dai comunicatori, quello dell'andamento del dibattito pubblico. Induce cioè in certi momenti a porre interrogativi abituali in chi è pratico di questioni di strategia comunicativa, soprattutto esprime la forza che l'immaginazione ha in una fase di cambiamenti importanti.

Per sapere - salvo soluzioni più drammatiche della crisi mondiale, attorno a cui vi è chi disegna vie di uscita e chi presume catastrofi - se prevarrà l'Italia del Gattopardo, ricomponendo vecchie facce, vecchi partiti, vecchie trame sotto una mano di vernice fresca; o prevarrà la metafora di «Ulisse», il fascino dell'ignoto in un viaggio di tradizione e di innovazione, conta, certo, la razionalità degli annunci che nel breve tempo della transizione vengono e verranno lanciati. Ma conta e conterà immensamente anche la percezione appunto simbolica che un popolo intero riterrà di ricavare dalla lezione della storia che ci riguarda rispetto alla nostra identità. Questa scrittura è stata resa possibile da un momento insperato di discontinuità del nostro cammino nazionale. Che obbliga a interrogarci e anche ad ammettere la parzialità di convincimenti e di ricette adeguate. A coloro che non vogliono schivare questa contaminazione sono dedicate le riflessioni seguenti.


UN TITOLO

Colpo d'occhio in libreria a fine scrittura di queste pagine. La tendenza delle analisi della politica italiana è quella - pur in presenza di penne sottili e di firme competenti - di seguire il clima culturale dei media: patologizzare la politica. In questo momento tutti intitolerebbero volentieri: La malapolitica.

L'idea di avere sbagliato tutto, per il sopravvivere di un antico ottimismo (che mi è stato criticato per una vita), attraversa rudemente lo sguardo. A fine degli anni '90 - scrivendo di istituzioni e cittadini - mi feci dire dall'editore che avrei fatto meglio ad intitolare Un paese inspiegabile e non, come feci, Un paese spiegabile (allo scopo di motivare tre milioni di operatori pubblici ad aiutare la società nella comprensione del passaggio da sudditanza a nuovi diritti di cittadinanza). Le inspiegabilità le capivo fino in fondo, ovviamente. Ma non accettavo l'equazione che il mercato dei media (e dei libri «mediatici») si conquista solo spaventando il lettore. Qui l'angoscia civile dell'autore è maggiore di quella che vuol fare trasparire. Sente fragile il presidio sociale di ciò che resta della nostra democrazia, sente debolissima l'infrastruttura organizzata della politica, sente mezza Italia con i poteri occupati dalla malavita, sente che dietro alla transizione non basta la qualità «tecnica» di chi propone soluzioni. Ma percepisce anche che si debba premere, partendo dai settori della società sensibile, per responsabilizzare chi governa ad accettare di misurarsi con i conflitti, a sollecitare non per finta i partiti a scegliere la via dell'autoriforma, a restituire agli operatori pubblici la cultura del servizio (eccetera, eccetera, come si è un po' detto e un po' si dirà). Chiamare questa ipotesi di lavoro «la buonapolitica» non è una ingenuità. È una spavalderia civile (con il lusso di evitare il cinismo "ben temperato" che condisce di solito le soluzioni "realistiche" ai momenti bui), diciamo una scommessa sul click della storia. Quello che si è visto da vicino a maggio del 2011 nelle piazze di Milano, da nessuno pronosticato. Che ha aperto un teatro del cambiamento generale, durissimo e ancora irrisolto. Anche non fosse più la politica dei milanesi a costruire direttamente la seconda onda italiana, c'è un anno buono per vedere chi esce dal bozzolo del letargo della convenienza per entrare - come è stato per molte generazioni precedenti - nello sforzo più costoso. Quello della percezione critica del potere e della responsabilità dei propri destini.

Milano, 25 aprile 2012

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Pagina 58

CATASTROFI PROVOCATE DALL'UOMO

Se questo è il sottomondo del nostro tempo, quello non ancora molto esplorato, vi è poi un sovrammondo, che esplode e viene pertanto portato nella maggiore delle superfici comunicative mondiali. Il sovrammondo rappresentato dalle catastrofi provocate dall'uomo. Il tempo che stiamo vivendo - che ha il suo big-bang nel crollo, per iniziativa terroristica, delle due torri a New York l'11 settembre 2001 - è stracolmo di eventi non previsti, non appartenenti alla discussione dei nostri parlamenti, che finiscono sulle prime pagine dei giornali solo dopo che hanno lasciato le loro pesanti tracce.

Vogliamo ricordarci di due casi immensi e recenti?

Uno, Fukuschima, nell'avanzatissimo Giappone e il destino del nucleare nel mondo. Due, il crack di un paese membro dell'Europa (la Grecia, con altri paesi sul baratro) in cui i pur robusti vincoli comunitari non hanno impedito per anni di imbrogliare i cittadini sulla struttura stessa del bilancio nazionale in assenza di parlamenti e governi (con partiti come i nostri, con politiche come le nostre, con un capo del governo in carica durante la fase acuta della crisi che è stato a capo del coordinamento dell'emisfero progressista europeo) che a lungo non hanno alzato un dito per un responsabile operato di controllo.

Ricollocando le notizie del 2011, tra ricchezze bruciate, piazze bruciate, gioventù bruciate, si è sentito costantemente il fragore del silenzio dei governi e in generale della politica. Silenzio di interpretazione, silenzio di dialogo, silenzio di proposta.

Una mal decifrabile delega è stata data al sistema comunitario per cercare di smistare il dito puntato delle popolazioni contro i rispettivi governi. E alla fine «l'Europa» ha assunto il ruolo di «controparte della crisi». Un ruolo fatto di parole difficili, di lettere in codice, di povertà comunicativa. Con l'eccezione forse della Germania, paese abituato a un rapporto di maggior verità tra governo e società, e comunque in condizioni meno drammatiche di altri (ma non di meno sul filo anch'essa della recessione e con non pochi problemi politici aperti all'interno) e con la responsabilità di essere la prima economia in Europa, dunque considerata anche il soggetto con più diritti e doveri di proposta. In generale, se mai la gente si è sentita sola e provocata quotidianamente dalle conseguenze dei naufragi additati in forma sempre più allarmata dai media, ebbene il copione del 2011 fa registrare un punto davvero critico di accompagnamento dei drammi annunciati. Al confronto il 1939, anno di maturazione della seconda guerra mondiale, appare - nei comportamenti dei governi democratici attaccati dall'asse nazifascista - un esempio luminoso di attenzione comunicativa al disorientamento delle popolazioni. Anche per questa evidenza nella «rappresentazione» delle cose, la nostra - quella dell'ora attuale, quella del nostro tempo - non pare una buonapolitica.

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Pagina 60

Reagire alla crisi


Questa la cornice della condizione generale che ci riguarda ancora profondamente. Tra l'altro saltano i governi, vengono umiliati i parlamenti, si processa la politica sui media.

Che la situazione evolva verso ricomposizioni o verso inasprimenti più drammatici dei conflitti è e resta il nodo del dibattito più di fondo. Rispetto a cui, riconducendoci al nostro più limitato quadro e alle cose attorno a cui è possibile una influenza, preme capire come la società, le persone, i cittadini, comprendano e reagiscano alle crisi.

In questa deriva, tuttavia, i cittadini non sono tutti uguali. Ci sono i perplessi, ci sono gli sconfitti, ci sono gli indignati, ci sono i reattivi, ci sono coloro che arretrano per assenza di comprensione e coloro che cercano vie di uscita e talvolta spazi di rilancio perché osano sperimentare cambiamenti.


CONTRO LA RASSEGNAZIONE

Esiste comunque un certo numero di cittadini europei scossi ma piuttosto avvertiti, con sentimenti civili che ancora fanno loro mantenere attenzione all'esperienza della politica. Ma che fanno anche fatica a capire, perché non tutti si arrendono al riciclo del pensiero corrente che è quello di sdegnarsi a buoi scappati, di pensare criticamente quando il mostro è già in prima pagina, di accettare che tra rappresentati e rappresentanti prevalga un sentimento su tutti gli altri: la rassegnazione.

Le nostre considerazioni, grosso modo, sono espresse indossando i panni di questi cittadini mediamente informati e piuttosto vigilanti, predisposti a credere che la politica serva; e soprattutto serva nelle condizioni di crisi e difficoltà. Né qualunquisti, né - per l'appunto - rassegnati in partenza. Ma proprio per questo più smarriti se privati di una interlocuzione responsabile di chi, candidandosi a essere classe dirigente, sa che ne derivano onori (quindi vantaggi) ma anche oneri (e quindi condizioni di evidente trincea). L'intero 2011, per noi italiani, è stato attraversato da una percezione drammatica di irresponsabilità e incompetenza del ceto politico. A un certo punto monumentalmente riequilibrata dalla responsabilità e dalla concretezza del Capo dello Stato, un esponente storico del sistema politico italiano, non un marziano.

Certo le vicende hanno fatto scorgere casi di responsabile reattività. Ma il quadro simbolico di sintesi di rappresentazione del potere e del suo dibattito ha raggiunto uno dei punti più bassi della storia del paese. Proprio nell'anno di una, anche per questo, difficile e ingessata celebrazione dei 150 anni di unità nazionale, in cui le pagine di coraggio, di intuizione e di altruismo sono piuttosto diffuse e stridono sonoramente con la mediocrità della percezione del presente. Una percezione che ha riguardato non solo l'Italia e gli italiani ma altri popoli e paesi, certamente in Europa.

E quanto a reattività esiste comunque nel mondo una piccola casistica che tiene alta la bandiera delle speranze, tanto che oggi - proprio oggi in chiusura di correzione di bozze - giunge la notizia che la ultraventennale battaglia di resistenza morale, civile e politica di Aung San Suu Kyi in Birmania ha conseguito nelle urne quello che i media di tutto il mondo chiamano «un trionfo storico». Che non ha solo riflessi interni, ma investe anche le relazioni tra India e Cina, paesi confinanti.

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Pagina 147

Le ragioni per cui Pisapia è stato eletto


È capitata l'esigenza di dovere fare sintesi (dieci punti lapidari), presentando e discutendo il libro Due arcobaleni nel cielo di Milano, sulle ragioni essenziali del successo di Giuliano Pisapia, cercando di tener conto dei fattori politici, sociali e comunicativi.

Questa lista tiene conto naturalmente di alcuni fatti trasversali che potrebbero essere riferiti a molti altri casi vincenti. Che, cioè, il candidato ha avuto attorno una squadra efficace; che ha operato su molti punti con innovazione e creatività; che ha espresso capacità di agire tempestivamente sull'emergere di opportunità; che il competitor è entrato in criticità di coalizione e di comunicazione; che ha innescato un carattere di «lievito» nella campagna stessa in cui la partecipazione ha alimentato giorno per giorno i contenuti. E, non da ultimo, che si sono create le condizioni di equilibrio per il successo elettorale del PD ma non per la sua egemonia se non quella del gioco di squadra.

Scegliendo gli argomenti più specifici, si potrebbero segnalare i seguenti.

1. Ha beneficiato - giocando d'anticipo - della regola che si va generalmente dimostrando in Europa secondo cui, nel perdurare della crisi, i cittadini scelgono - avendo possibilità di votare - di punire il governo.

2. Non essendo iscritto a partiti, ha accettato con progressiva chiarezza il patto partiti-società, assicurando sulle opzioni fondamentali autonomia di scelta. E ciò mentre Letizia Moratti compiva, per insicurezza, il percorso inverso abbandonando la sua posizione indipendente e omologandosi ai partiti della sua coalizione.

3. Ha incoraggiato, senza sovrapporsi, una reazione comunicativa bottom up, diffusa e caratterizzante, che ha reagito agli aspetti grossolani della campagna dei partiti della ex-maggioranza a Milano (al clou, la vicenda della falsa accusa lanciata dalla Moratti di essere stato «un ladro d'auto») alimentando così un filone raro nella comunicazione politica italiana, l'ironia.

4. Ha utilizzato - aderendo con verità di comportamenti al modello - l'equilibrio comunicativo dell'espressione «forza gentile» che ha intercettato una domanda simbolica forte nei giovani e soprattutto nelle donne.

5. Ha trasformato l'inferiorità di budget - compiendo in ciò una scelta strategica deliberata - in una sollecitazione all'utilizzo ampio e partecipativo della rete, che ha segnato un passo innovativo e creativo nella condizione della comunicazione elettorale in Italia. Oltre alle «piazze virtuali», ha colto e incoraggiato l'idea che il contenitore essenziale della comunicazione politica fosse la città e non i media. Dalle periferie alle piazze del centro.

6. Ha proposto credibilmente (sé, il team, il metodo) un segnale di controtendenza rispetto all'idea che destra e sinistra cominciavano a dare per scontato il connubio tra politica e affari mettendo al centro della sua ipotesi di lavoro la dimostrazione del contrario.

7. Ha favorito - una volta assicurata la «fedeltà» alla sua rappresentanza di tutti i partiti orientati a sinistra - l'allargamento progressivo delle alleanze, aggregando raggruppamenti laici e cattolici tendenzialmente di centro in virtù di una garanzia originata dall'avere battuto, come outsider, il PD alle primarie.

8. Ha resuscitato a Milano il «riformismo» grazie ad evocazioni accuratamente selezionate (Greppi, Pertini, Pellizza da Volpedo, eccetera).

9. Ha resuscitato l'appartenenza «democratica» dei cattolici grazie ad evocazioni accuratamente selezionate (il cardinale Tettamanzi, don Giussani, don Milani, eccetera).

10. Ha interpretato una storica mission della comunicazione politica, oggi sotto il nome di «story-telling», avendo cioè una storia da raccontare. E rendendo chiaro che Letizia Moratti non aveva più una storia da raccontare.


Alcuni di questi punti esauriscono la loro portata nella competizione elettorale. Altri invece costruiscono embrionalmente un nuovo paradigma relazionale e sociale di quel cantiere di buonapolitica che può generare una condizione partecipativa che aiuti a sopperire alla crisi che anche a Milano resta profonda nel rapporto tra partiti e cittadinanza. Sollecitando partiti e movimenti a prendere atto di questi cambiamenti adeguandosi profondamente. Sulla condizione partecipativa in generale si stanno svolgendo esperienze che meriterebbero un'analisi ricognitiva seria e anche di essere più conosciute. Circa i profondi cambiamenti dei partiti, ormai a quasi un anno di distanza dalla vicenda elettorale, a onor del vero non sembra ancora questa una realtà così vistosa.

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Pagina 329

In forma di conclusioni


Non si può andare al di là della parola «ricognizione» per dare il senso delle riflessioni fin qui svolte. Abbiamo detto «inventario», l'espressione è forse più giusta. Radunare argomenti, indicare fatti e opinioni nell'analisi del dibattito pubblico, tracciare un perimetro - a partire da fatti forti che sono certamente accaduti e attorno a cui è originata la nostra indagine - entro cui ciascuno possa valutare se politica e poteri - che devono fare sintesi e non ignorarsi (argomento che l'antipolitica alimenta con immensa ipocrisia, a destra come a sinistra) - sono condannati a incrociarsi nel cinismo e nell'affarismo; oppure possono trovare, anche in un paese non impeccabile come l'Italia, un equilibrio etico accettabile.

Si è cercato di fare emergere il dibattito recente sull'involuzione dell'antipolitica, che è il contesto di un vero e proprio declino della seconda Repubblica. E si è aperto un varco per una riflessione sulla doppiezza storica della nostra società, tra vizi e virtù che avvolgono la politica e le stesse istituzioni. Il cambio di passo a cui questa transizione conduce contiene naturalmente il rischio di farci perdere contatto con le forme che conosciamo della democrazia, ma contiene anche l'opportunità di rigenerarle. Tra massimalismi e populismi che hanno marginalizzato il riformismo democratico nel Novecento fino ad oggi, non è escluso che si possano schiudere le porte per nuove coalizioni di chi ci provi a cambiare il paese rispettando la legalità. Ecco perché è sensato avvicinare 1' esperienza dei due diversi cantieri (Milano e Italia) perché l'ispirazione di quel riformismo non è univoca, ma è venuto il momento di unire le forze rispetto al peggio che questo nostro paese ha saputo produrre.

Le conclusioni potrebbero ora limitarsi ad un auspicio. Che l'esistenza del cantiere Milano-Italia - considerato un nesso oggettivo e influenzante, soprattutto perché si è ridotta grazie a queste esperienze (a cui per alcuni versi va aggiunta quella di Napoli) l'opinione disperata e catastrofista secondo cui «non c'è niente da fare» - solleciti un risultato in forma stabile e in tempo prevedibile. Quello del recupero del nostro deficit democratico e al tempo stesso di una convergenza progettuale tra istituzioni ed economia per rilanciare competitività riforme e sviluppo. Un risultato validato dalla comunità internazionale e dalla coscienza, in generale, degli italiani.

Pur nelle conflittualità di discussioni sul merito di alcuni provvedimenti, pur nella crescita di smarrimento degli elettori (l'ultima indagine porta l'intenzione di astensione al 49%), pur nell'evidenza di una crisi generalizzata del sistema dei partiti, vi è chi mantiene qualche speranza su passi avanti della politica italiana grazie agli stimoli generati da esperienze in corso che poggiano sul consenso dei cittadini e sull'ineludibilità della connessione europea.

Non a caso nel teatro dell'enigma italiano sul "dopo emergenza" sono in cartellone due spettacoli: uno riguarda la riforma della politica, per capire chi e come sarà soggetto della democrazia della rappresentanza; l'altro riguarda l'attivazione della crescita, per capire se è seriamente accoglibile il richiamo del presidente della Repubblica a non enunciare solo la parola ma a produrre (progettualità) e a varare (consenso politico) idee per rimettere in cammino un paese che a fine 2011 era in deragliamento.

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QUESTIONI DI PRINCIPIO CHE POSSONO AUMENTARE LA DOMANDA SOCIALE DI NUOVA POLITICA

Pertanto non è sui tanti campi settoriali delle «politiche» che si concluderà l'analisi. Ma su ciò che rende ogni ambito di attuazione possibile grazie al ritorno di un modello generale della mediazione orientata alla crescita, allo sviluppo e alla solidarietà.

Un insieme di condizioni che potremmo chiamare questioni di infrastruttura della democrazia. Questioni, insomma, non tanto tecniche quanto di principio. Che dovrebbero stare a cuore ai cittadini e al loro profilo aggiornato di diritti e doveri in rapporto all'evoluzione della casa comune. Dunque materia che deve e può costituire oggetto di una più forte domanda sociale nei confronti della politica e della sua relazione non esclusiva con la formazione delle regole. Ma che può anche diventare lavoro sociale impegnativo per quegli ambiti di partecipazione politica - soprattutto tra i giovani - che non rinunciano a lavorare per dare futuro e qualità al ruolo dei partiti.

Per ricondurci a dibattiti che sono in verità aperti tra gli studiosi, anche per disporre - il cittadino, il lettore-elettore che non appartiene al professionismo della politica - di qualche strumento per discutere meglio se è la democrazia ad avere esaurito il suo ruolo e le sue promesse oppure se si tratta di ripensare e rigenerare i patti che nella storia dell'Occidente hanno impegnato popoli, paesi e modelli istituzionali attorno all'espressione stessa di «democrazia». Queste «condizioni» - forse non tutte, forse quelle che il rilancio di partecipazione del 2011 ha più fatto emergere - sono elencate in una sorta di memorandum per trattare il quale non si dovrà ripetere cose già sostenute. Diciamo un «quasi manifesto» con l'accento tutto su quel quasi.

È evidente che soluzioni vanno poi individuate sui concreti temi scottanti: il lavoro, gli investimenti, le pensioni, le soglie di reddito minimo dignitoso, i fattori di ingresso nel mercato del lavoro, la qualità della formazione, la crescita della concorrenza, l'innovazione connessa all'intero funzionamento dell'apparato pubblico, la modernizzazione dei servizi pubblici, l'impostazione seria di una politica di «spending review» (revisione per cui cessino spese inutili e sprechi e crescano spese utili e investimenti), le politiche per l'innovazione e la modernizzazione delle infrastrutture, la sicurezza dei cittadini, eccetera. Argomenti la cui proposta di soluzione avrebbe un fattore di credibilità generale se le pre-condizioni del proprio avverarsi mostrassero preliminarmente che un reale cambiamento è in corso. Che cioè il tessuto partecipativo e decisionale che finalmente lega (oppure che malauguratamente continua ad opporre) politica e società venga rigenerato alla luce di principi di rinsaldamento costituzionale e di rilancio di un'etica condivisa perché fondata sul principio costante della legalità. Il quasi è perciò qui maiuscolo.

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Contro il sonno della memoria


Il primo punto di questo promemoria non comincia con il «per» ma con il «contro».

È l'unico «contro». Ma è contro il nemico principale della buonapolitica, l'ombra nera di un nuovismo che sotto le apparenze dell'innovazione nasconde il taglio del percorso storico, il taglio della connessione identitaria con ciò che siamo e soprattutto con ciò che ancora non siamo. È stato chiamato «il sonno della memoria».

La «seconda Repubblica» - sempre con i fragili confini definitori di contesti che non sono caratterizzati né da cambi di Costituzione né da mutato schieramento nella politica internazionale - ha visto una parte consistente di classe dirigente della politica salvarsi dall'ecatombe giudiziaria a condizione di mutare alcuni tratti caratterizzanti delle proprie appartenenze. Bandiere e simboli ideologici si sono così trasformati in fiori, alberi e colori aggiungendo al camaleontismo formale anche un certo camaleontismo sostanziale garantito da una sospensione del racconto di sé come racconto storico.

Si aggiunga, per l'area identitaria comunista, l'epocale evento - di qualche anno precedente - della caduta del muro di Berlino e della consacrazione della sconfitta mondiale del comunismo, che delegittimando la parola ha fatto praticare anche una delegittimazione della storia.

E si aggiunga ancora, per l'area identitaria originata dal fascismo, l'allettante proposta di superare l'esclusione «costituzionale» diventando forza di governo (nell'abile schema di Berlusconi che si alleò negli anni Novanta al nord con una Lega antifascista nel senso di antistatalista; e a sud con AN, per le stesse ragioni, antileghista a condizione di operare un ripudio evidente della propria storia).

Insomma ragioni di circostanza, talvolta ragioni di opportunismo, insieme anche a ragioni di serio ripensamento, che si sono iscritte in un «taglio della memoria» che ha favorito l'opinione di nuove generazioni di poter discutere di politica e di questioni del divenire collettivo prescindendo o quasi da una seria indagine sul passato prossimo. Il tema non va riproposto per riaccendere lo scontro ideologico che frammenta e divide, ma come questione di metodo. Come ammoniva Cicerone, «historia est testis temporum» e quindi, come testimone dei tempi, è «magistra vitae». Ma con lo sguardo prudente dell'ironia italiana perché, come domandava epigrammando Alberto Arbasino, «un partito con tanta Memoria / ha capacità di intendere l'Attualità / solo quando è passata alla Storia?».

L'impoverimento del dibattito politico generale e l'incitamento ad una rissosità estemporanea, privata di ragioni nella formazione storica di opinioni commisurate a fatti comprovati, è andato così costituendo uno dei fattori che va rimosso per ridisegnare condizioni generali di buonapolitica.

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Per irrobustire le istituzioni, non per depredarle


Se dovesse essere scritto il manuale della malapolitica - magari sull'onda di diffuse esperienze - al primo punto ci sarebbe un capitolo che spiega come conseguire potere, con la rappresentanza elettiva, per piegare poi le istituzioni al servizio di ragioni personali, di partito e di filiere di interessi. Scaricare costi e stipendi, mettere in capo ai contribuenti funzioni e mansioni di nessun interesse pubblico ma di puro servizio a chi ha il potere di disporne, guardare al patrimonio (morale e materiale) dell'istituzione a cui si è preposti dimenticando ogni principio di quella che una volta si chiamava la «religione della patria».

Modernamente essa altro non è se non un rispetto profondo per tutto ciò che la storia, con progressivi equilibri giuridici, ha reso possibile nell'architettura degli strumenti di governo e di controllo. Un rispetto misurabile da parte dei cittadini: esaminando se le condizioni di quelle istituzioni sono più floride, più efficienti, più in grado di svolgere la missione assegnata, dopo ciascun mandato, dopo ciascuna esperienza di gestione pro-tempore. Nell'efficienza - lo si è detto - non c'è solo qualità contabile. Ma anche - e sempre di più - qualità sociale, cioè responsabile accompagnamento delle utenze servite in ordine a problemi che insorgono con minori risorse, più bisogni e più conflitti.

Dopo la condizione che ripristina la vigilanza della memoria, quella della lotta all'uso privatistico delle istituzioni, da quelle maggiori a quelle più piccole e sparse nel territorio, è oggi una condizione prioritaria della buonapolitica. È attribuita a Luigi XIV la celebre frase «L'Etat c'est moi!». Ma aveva 17 anni, ereditava un regno, credeva di scherzare e la cosa è entrata nel frasario delle esagerazioni.

Perché nell'ambito dei partiti - in cui sarebbe ingeneroso considerare tutti complici dell'arrembaggio - si sa, si è al corrente di chi agisce nell'interesse sociale e dell'irrobustimento delle istituzioni e chi, al contrario, opera di rapina.

Il problema è che quasi mai si sentono apertamente le critiche e le denunce, come se proprio attorno a questa omertà si garantiscano le condizioni, almeno, per affiancare esperienze di corretta gestione ad esperienze di malaffare. Il danno che è venuto dal silenzio diffuso, rotto spesso solo da invidie di chi ha intenti ancora più criminosi e che agisce con i veleni dell'anonimato per dare gambe ad una sorta di concorrenza spietata, è enorme e ha portato ad omologare il principio, drammatico per una democrazia, del «sono tutti uguali» così come è raro sentire ammettere i propri errori, argomento che la filosofa ungherese Agnes Heller indica come uno dei fattori moderni della politica per rinegoziare la fiducia.

Se c'è bisogno di professionisti della denuncia rinunciando ad un ruolo immunitario interno, quell'organizzazione politica va considerata merce avariata.

Se, al contrario, il tema potrà venire accolto nella riforma della politica in modo visibile, plateale e controllabile da parte dei cittadini, si tornerebbe a proporre come sensato il diritto di scelta e di distinzione da parte di ciascun elettore.

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Pagina 358

Per metabolizzare la politica ambientale


Se si torna indietro di pochi anni rovistando nello scaffale delle questioni ambientali si capisce che l'approccio a questo tema è passato dall'appello elitario all'allarme millenaristico, poi al confronto sui modelli di sviluppo infine all'agenda di governo. Un'evoluzione scientifica e politica che oggi assume carattere di imprescindibilità, ma che ha ancora sul capo il peso di dispute ideologiche alcune delle quali non del tutto risolte.

La sinistra ideologica ha resistito a lungo a deporre l'idea di un carattere sovrastrutturale del tema ambientale (contano i rapporti e non i contesti di produzione). Mentre il mondo cattolico ha resistito a lungo a deporre l'idea del primato umano sulla natura. Le minori culture laiche si sono naturalmente divise, tra condanna dell'industrializzazione e soluzioni nell'industrializzazione.

Il progressivo superamento del carattere industriale dell'economia a vantaggio di un approccio più ancorato all'immaterialità ha agevolato il passaggio di una parte delle culture politiche attorno ai principi della qualità e dell'innovazione. Restano i conti da regolare tra l'approccio scientifico ai «limiti dello sviluppo» e l'approccio rivoltoso agli «sviluppi dei limiti». Il primo in una visione di rigore riformistico per regolare il consumo della terra (in Italia si bruciano 75 ettari di terra all'anno) nel quadro di dinamiche di mercato; il secondo per metaforizzare il danno ambientale nella speranza di sottomettere il mercato a soluzioni più drastiche di distribuzione del benessere.

La disputa è sempre accesa, ma è resa più pragmatica dall'introduzione oggettiva dei temi - tra di loro integrati - della politica pubblica ambientale (energia, biologia, ecologia, beni comuni, eccetera) in un complessivo concetto di sostenibilità che si traduce in tre pedagogie sociali:

- quella del patto per una produzione a misura;

- quella del patto per consumi progettati nella cultura dei limiti;

- quella del patto per infrastrutture adeguate alla conservazione di risorse non infinite.

Dunque un patto che lega imprese, cittadini e istituzioni a vincoli al tempo stesso culturali, di definizione delle priorità nei progetti di amministrazione e di governo, di permeazione complessiva delle agende progettuali.

Senza integrare - con mentalità di studio, di ricerca e di sperimentazione - questa complessità (che rifiuta orecchianti e richiede grande verifica empirica) nella buonapolitica, oggi non ci sono neppure i presupposti della buonapolitica.

Con tre conseguenze di profonda intersecazione che investono:

- le modalità della democrazia partecipativa e dell'ascolto

- i criteri della definizione degli investimenti nella spesa pubblica

- i paradigmi per la valutazione dell'impatto delle politiche pubbliche.


La città è di per sé laboratorio primario perché concentra produzione e consumi. Ma il territorio in senso ampio è ambito di visione altrettanto primaria perché senza la percezione del rapporto con le risorse naturali ogni patto «economico» è destinato alla caducità.

Il profilarsi di un ribaltamento strategico dell'economia - e quindi dell'evoluzione dell'impresa - verso la green economy sta producendo nuovi paradigmi di analisi nel rapporto tra investimenti e convenienze che ha bisogno di un ulteriore salto di qualità nella condivisione sociale che, alla fine, solo la politica può determinare, per collocare questa materia nelle vere precondizioni di un nuovo modo di decidere, quindi in una parte del recupero stesso del deficit democratico.

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Pagina 372

Per non esaurire la politica nel «qui e subito»


«Qui e subito», come scritto in precedenza, è il luogo comune della nuova relazione tra politica e cittadini. Una cultura, diventata anche cultura amministrativa, che ha sostanzialmente demolito il riformismo. Quello serio, quello delle vere riforme. Che richiedono studio, progetto, piani, tempi medi e lunghi.

Soprattutto che richiedono una visione di sistema, un principio di razionalità, che fa emergere i bisogni, costruisce evidenze in ordine alle priorità, produce consapevolezza e colloca ogni soluzione in rapporto a tre cose maledettamente serie in politica:

- la compatibilità con le risorse,

- la coerenza con i programmi,

- il rendimento sociale.


Uscire da questa sindrome è disabituare media e cittadini all'annuncio continuo, quello che non rende più manifesta la differenza tra una cosa detta e una cosa fatta.

Uscire da questa sindrome è costruire insieme ai corpi intermedi della società una comune responsabilità in ordine ai tempi e alle priorità.

Uscire da questa sindrome è tornare a competere — anche in epoca di risorse finanziarie limitate — non solo sulla forza d'urto della spesa pubblica ma sulla costruzione degli investimenti rendendo trasparenti i tempi e gli obiettivi delle politiche pubbliche.

«Hic et nunc» si usa spesso per indicare che una cosa da attuare non ammette proroghe. Ma si usa anche come espressione di una filosofia esistenzialista per la quale l'uomo è considerato nella fragilità della sua condizione finita. Nel lessico della politica sta assumendo un terzo significato: che guardar lontano è cosa di cui la gente non si fida e di cui i governi sono meno capaci. Dunque non è solo un problema di lessico, ma di ristabilimento della fiducia nell'accettare l'idea di «progetto».

Ha scritto una acuta coscienza critica del nostro tempo, Goffredo Fofi, che: la dittatura del quotidiano implica la dimenticanza del passato e il rifiuto di interrogarsi sul futuro, la rinuncia allo sforzo di definire un progetto personale così come un progetto collettivo.

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Pagina 378

Per regole non trasgredibili dell'etica pubblica


Se non si ferma l'intreccio profondo e perverso tra politica e affari i cittadini si sentiranno - come purtroppo in larga parte già si sentono - autorizzati a pensare le seguenti cose:

- che i politici sono tutti uguali;

- che la politica di per sé è malaffare;

- che quando si ritiene di voler cortocircuitare la legalità si possono cercare i canali giusti nella politica;

- che in conseguenza di ciò si possono stabilire oggettive condizioni di scambio in cui il voto (possibilmente allargato ad amici e parenti) dato alla parte politica che ha protetto l'illegalità è «giustificato»;

- che il «governo» è la sommatoria di questo intreccio, mai più lo sforzo di individuare priorità sociali e di difenderne la realizzazione a fronte di pressioni (lecite o illecite) che remano contro.


La diseducazione civica di massa che si è prodotta per aver fatto crescere un modello rispetto all'altro in un paese che ha storie diseguali di civismo e storie diseguali di radicamenti malavitosi è la condizione che preme da ogni parte - e, non va sottovalutato, anche dal basso - per impedire a chi si pone un programma di risanamento etico condiviso di cambiare i contesti.

Alla presenza di norme e regole - che consente di parlare di quadro etico virtuale - corrisponde oggi una trasgressione, che si è prolungata negli anni, retta da vincoli multilaterali (con storiche punture di spillo, soprattutto di parte radicale).

L'emergenza continua, la sfiancante routine di discussioni assembleari per ottenere un po' di visibilità mediatica molto più che per confrontare seriamente analisi e proposte, l'uso velenoso e delegittimante dei media, sono fattori (insieme ad altri) che concorrono a impedire una soglia di concentrazione minima attorno alla volontà di rispettare regole non trasgredibili nell'etica pubblica.

La proposta qui è dunque più di metodo che di merito. Perché nel merito tutto si è detto (corruzione accertata = esonero dai pubblici uffici e pene commisurate, architetture democratiche di sorveglianza e di controllo nelle istituzioni, taglio al prolungamento dei mandati elettivi nello stesso ambito dopo due turni, e altro); ma nel metodo dobbiamo ancora intenderci - amministrazione per amministrazione, ma evidentemente nel quadro di un indirizzo generale più cogente - per creare il varco di attenzione strategica e per non lasciare ai buoni propositi elettorali una questione che è invece precondizione ineludibile per potere amministrare nell'interesse generale.

Enzo Cheli - già vicepresidente della Corte Costituzionale e già presidente dell'Autorità per le Comunicazioni - mette qui l'accento strategico per superare la crisi politica e delle istituzioni, ipotizzando un rilancio della democrazia partecipativa e diretta più che rimettere mano alla Costituzione italiana.

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Avvisi ai naviganti


Gli «avvisi per i naviganti» sono un misto di deduzioni e di istruzioni. Come questo auspicio finale che fa parte della discussione in corso. E che sta a valle di un quadro di obiettivi indotti - anche in parte - dalle sollecitazioni dei vari cantieri di buonapolitica che in Italia si sono insediati sulla crisi di sistema che ha coinvolto governo, parlamento e partiti. Crisi che ha sconvolto ulteriormente - come abbiamo visto - molte categorie interpretative, a cominciare da quella di «destra e sinistra», dalla «rappresentanza di classe», dai postulati stessi della democrazia rappresentativa. E che si colloca in una transizione politica e istituzionale che non ha ancora i titoli per chiamarsi «terza Repubblica», tanto che c'è chi la chiama «la Repubblica provvisoria».

Nelle conclusioni di questo «viaggio» nel dibattito in corso, colto alla fine dei primi cento giorni del governo Monti e dopo nove mesi di sperimentazioni amministrative innovative (come Milano), si potrebbero appuntare con lo spillo alcune possibilità.

Immaginando che intanto destra, centro e sinistra cercheranno di dimostrare che Monti è proiezione essenziale del loro pur diverso modo di vedere le cose e che, nel frattempo, Monti provocherà conflitti all'interno del quadro politico, avendo al proprio interno frammenti identitari distribuibili in uno spazio politico piuttosto vasto.

Chi governerà l'Italia dal 2013 e chi dovrà governare, dopo questa esperienza, regioni e territori potrà tuttavia essere espressione dei cambiamenti che si stanno sperimentando e che potrebbero diventare condizionanti. Con la premessa costituita dalle venti pre-condizioni prima accennate che potrebbero essere largamente parte dei programmi e diventare oggetto di decisioni più concrete, modificando lo scenario culturale stesso della politica che sostiene la democrazia.

Nello specifico della autoriforma della politica, queste misure, che incidono sulle regole per governare, sono quelle che hanno posto nel dibattito in corso, non tutte con pari consenso ma tutte generabili pagando prezzi. Per evitare di pagare il prezzo maggiore, quello della auto-disssoluzione.

1. La regola base delle sperimentazioni - limite ai partiti, coinvolgimento reale della società civile - potrebbe essere «regola di governo». Diciamo non più di metà rappresentanti dei partiti, almeno metà scelti nella piena responsabilità di presidenti e sindaci al di fuori dei partiti.

2. La regola del 50% riservata alle donne dovrebbe essere attuata senza deroghe.

3. Lo sforzo di portare l'età media dei governi (nazionale e territoriali) attorno ai 55 anni (dieci anni di meno della tendenza attuale) dovrebbe essere sancito.

4. I partiti non in regola con statuti conformi alla costituzione (democrazia interna) e alla trasparenza delle fonti finanziarie dovrebbero essere esclusi dal diritto di partecipare.

5. La riforma della legge elettorale deve essere garantita come pre-condizione di ogni nuova consultazione e contenere il ritorno del diritto al cittadino di scegliere i rappresentanti, tenendo le soglie di sbarramento nell'obiettivo più di includere che di escludere.

6. Le riforme del bicameralismo (optando per una vera rappresentanza al Senato delle autonomie territoriali) e dei regolamenti parlamentari (per una seria modernizzazione del lavoro legislativo) devono fare parte della piattaforma di autoriforma della politica.

7. I mandati elettivi per nessuna ragione potranno superare le due volte consecutive. La legge normerà poi con coerenza aspetti funzionali ed economici della rappresentanza. Ineleggibili i candidati che abbiano riportato condanne anche di primo grado soprattutto per reati contro l'Amministrazione.

8. Il conflitto di interesse dovrebbe essere neutralizzato - con validazione di soggetti terzi autorevoli - in ordine a qualunque incarico esecutivo.

9. Le fonti di finanziamento dei partiti politici dovranno essere oggetto di una nuova norma tesa sostanzialmente al carattere sociale di queste organizzazioni, per esempio valutando l'ipotesi di volontari e dichiarati trasferimenti dei contribuenti, con severa inversione di tendenza rispetto ad una pubblicizzazione che ha condotto solo a comportamenti di privilegio e non di garanzia e con forme di certificazione degli introiti e delle spese.

10. Reddito e fiscalità degli eletti e dei governanti dovranno essere oggetto di piena trasparenza, pena decadenza dall'incarico.

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