Copertina
Autore Bertrand Russell
Titolo Elogio dell'ozio
EdizioneTea, Milano, 2012 [1963], saggistica , pag. 200, cop.fle., dim. 12,8x19,8x1,8 cm , Isbn 978-88-502-2731-0
OriginaleIn Praise of Idleness
EdizioneAllen & Unwin, London, 1935
TraduttoreElisa Marpicati
LettoreCristina Lupo, 2012
Classe lavoro , storia sociale , salute , politica , economia , filosofia
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Indice


PREFAZIONE                                                    7

CAPITOLO I     Elogio dell'ozio                               9

CAPITOLO II    Il sapere » inutile «                         27

CAPITOLO III   Architettura e questioni sociali              42

CAPITOLO IV    Il Mida moderno                               54

CAPITOLO V     Gli antenati del fascismo                     71

CAPITOLO VI    Scilla e Cariddi, ossia comunismo e fascismo  94

CAPITOLO VII   In difesa del socialismo                     104

CAPITOLO VIII  La civiltà occidentale                       135

CAPITOLO IX    Il cinismo dei giovani                       151

CAPITOLO X     Il conformismo moderno                       161

CAPITOLO XI    Uomini contro insetti                        170

CAPITOLO XII   Educazione e disciplina                      173

CAPITOLO XIII  Stoicismo e salute mentale                   181

CAPITOLO XIV   Delle comete                                 191

CAPITOLO XV    Che cosa è l'anima?                          193


 

 

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Pagina 9

CAPITOLO I


ELOGIO DELL'OZIO



COME molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice «l'ozio è il padre di tutti i vizi». Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l'abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. Io penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora. Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente íl turista diede la lira al dodicesimo, giacché era un uomo che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia, oziare è una cosa molto più difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta campagna di propaganda. Spero che, dopo aver letto queste pagine, l'YMCA si proponga di insegnare ai giovanotti a non fare nulla. Se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano.

Prima di esporre i miei argomenti in favore dell'ozio, vorrei eliminarne uno che non mi sento di accettare. Quando una persona ha mezzi sufficienti per vivere e tuttavia pensa di assumere un impiego qualsiasi (di insegnante o di segretario, ad esempio), si usa dire che tale persona toglie il pane di bocca agli altri e compie perciò un'azione malvagia. Se tale argomento fosse valido, basterebbe che tutti stessero in ozio perché ogni stomaco fosse pieno di pane. La gente che parla così dimentica che di solito gli uomini spendono quel che guadagnano, e spendendo danno lavoro agli altri, cioè mettono nelle loro bocche, spendendo, tanto pane quanto gliene tolgono guadagnando. Il vero malvagio, da questo punto di vista, è il risparmiatore. Chi mette i propri risparmi nella calza nega al prossimo possibilità di guadagno. Se invece li investe, la faccenda diventa meno ovvia e il discorso cambia.

Uno dei metodi più diffusi per investire i risparmi consiste nel darli in prestito a qualche governo. Considerando il fatto che la maggior parte dei governi civili spende un'altissima percentuale del denaro pubblico per pagare i debiti delle guerre passate e preparare le guerre future, chi presta quattrini allo Stato si trova press'a poco nella posizione di quell'infame personaggio di Shakespeare che prezzolava assassini. Insomma le abitudini economiche dell'uomo moderno hanno un solo risultato pratico, quello di aumentare il potenziale bellico dello Stato al quale egli presta i suoi risparmi. Ovviamente sarebbe meglio che li spendesse, sia pure ubriacandosi o giocando d'azzardo.

Mi si obietterà che la cosa è ben diversa quando i risparmi vengono investiti nell'industria. Se l'industria va a gonfie vele e produce qualcosa di utile, tutto bene. Ma di questi giorni molte industrie falliscono. Ciò significa che buona parte della fatica umana, che avrebbe potuto produrre qualcosa di piacevole, è stata sprecata per produrre macchine inoperose che non servono a nessuno. L'uomo che vede sparire i suoi risparmi in una bancarotta ha danneggiato gli altri oltreché se stesso. Se avesse speso i propri quattrini, supponiamo, nell'offrire splendide feste ai suoi amici, avrebbe fatto un gran piacere non soltanto a costoro, ma anche al macellaio, al pasticcere e al fornitore di liquori. Invece (è ancora una supposizione) li ha investiti in una impresa destinata a stendere una rete di rotaie in una cittadina che non ha bisogno di tram, e ha così contribuito a deviare una certa quantità di lavoro in un canale che non giova a nessuno. Ciò nonostante, quando sarà in miseria per colpa di quel pessimo investimento, tutti lo considereranno vittima di una sventura immeritata, mentre l'allegro prodigo, che ha speso filantropicamente il suo denaro, sarà disprezzato come un incosciente e uno scervellato.

Ma questa è soltanto una premessa. Io voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro.

Prima di tutto, che cos'è il lavoro? Vi sono due specie di lavoro: la prima consiste nell'alterare la posizione di una cosa su o presso la superficie della terra, relativamente a un'altra cosa; la seconda consiste nel dire ad altri di farlo. La prima specie di lavoro è sgradevole e mal retribuita; la seconda è gradevole e ben retribuita, ed anche suscettibile di infinite variazioni. Per esempio, non soltanto vi sono persone che danno ordini, ma anche persone che danno consigli circa gli ordini che bisogna dare. Di solito due gruppi organizzati di uomini danno simultaneamente due tipi di consigli opposti: ciò si chiama politica. Questo genere di lavoro richiede un talento particolare che non poggia sulla profonda conoscenza degli argomenti sui quali bisogna esprimere un parere, ma sulla profonda conoscenza dell'arte di persuadere gli altri con la parola o con gli scritti, cioè la pubblicità.

In tutta Europa, seppur non in America, vi è una terza classe di persone, molto più rispettate dei lavoratori delle due categorie. Costoro sono i proprietari terrieri, i quali riescono a far pagare ad altri il privilegio di esistere e di lavorare. I proprietari terrieri sono oziosi, e ci si potrebbe perciò aspettare che io ne tessa gli elogi. Purtroppo il loro ozio è reso possibile soltanto dal lavoro degli altri; dirò di più: il loro smodato desiderio di godersi i propri comodi è l'origine storica del vangelo del lavoro. L'ultima cosa al mondo che essi si augurino è di vedere imitato il loro esempio.

Dall'inizio della civiltà fino alla rivoluzione industriale, un uomo poteva, di regola, produrre con molto lavoro un po' più di quanto fosse necessario al mero sostentamento di se stesso e della sua famiglia, sebbene sua moglie lavorasse almeno quanto lui e i suoi figli cominciassero a lavorare appena l'età glielo consentiva. Questo esiguo margine non rimaneva però a chi lo produceva, ma veniva incamerato dai guerrieri e dai preti. In tempi di carestia non era possibile produrre più del minimo indispensabile, ma guerrieri e preti pretendevano la loro parte come sempre, col risultato che molti lavoratori morivano di fame. Questo sistema restò in vigore in Russia fino al 1917 [E da allora, taluni membri del partito comunista sono riusciti ad assicurarsi lo stesso privilegio dei guerrieri e dei preti. (N.d.A.)], e sussiste ancora in Asia; in Inghilterra, nonostante la rivoluzione industriale, fiorì anche nel periodo delle guerre napoleoniche e fino a cento anni fa, quando una nuova classe di manufatturieri andò al potere. In America si estinse con la rivoluzione, fuorché negli Stati del Sud, dove perdurò fino alla guerra civile. Naturalmente un sistema praticato per tanti secoli ha lasciato una profonda impronta sui pensieri e sulle opinioni degli uomini. Molte idee che noi accettiamo ad occhi chiusi a proposito delle virtù del lavoro derivano appunto da tale sistema e non si adattano più al mondo moderno perché la loro origine è preindustriale. La tecnica moderna consente che il tempo libero, entro certi limiti, non sia una prerogativa di piccole classi privilegiate, ma possa essere equamente distribuito tra tutti i membri di una comunità. L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.

È ovvio che, nelle comunità primitive, i contadini lasciati liberi non si sarebbero privati dei prodotti in eccedenza a favore dei preti e dei guerrieri, ma avrebbero prodotto di meno o consumato di più. Dapprima fu necessaria la forza bruta per costringerli a cedere. Ma poi, a poco a poco, si scoprì che era possibile indurli ad accettare un principio etico secondo il quale era loro dovere lavorare indefessamente, sebbene una parte di questo lavoro fosse destinata al sostentamento degli oziosi. Con questo espediente lo sforzo di costrizione prima necessario si allentò e le spese del governo diminuirono. Ancor oggi, il novantanove per cento dei salariati britannici sarebbero sinceramente scandalizzati se gli si dicesse che il re non dovrebbe aver diritto a entrate più cospicue di quelle di un comune lavoratore. Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l'interesse dei loro padroni anziché per il proprio. Naturalmente gli uomini al potere riescono a nascondere anche a se stessi questo fatto, convincendosi che i loro interessi coincidono con gli interessi dell'umanità in senso lato. A volte ciò è verissimo; i proprietari di schiavi ateniesi, ad esempio, impiegarono parte del loro tempo libero in modo da apportare un contributo di capitale importanza alla civiltà, contributo che non sarebbe stato possibile sotto un sistema puramente economico. L'ozio è essenziale per la civiltà e nei tempi antichi l'ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti. Tali fatiche avevano però un valore non perché il lavoro sia un bene, ma al contrario perché l'ozio è un bene. La tecnica moderna ci consente di distribuire il tempo destinato all'ozio in modo equo, senza danno per la civiltà.

La tecnica moderna infatti ha reso possibile di diminuire in misura enorme la quantità di fatica necessaria per assicurare a ciascuno i mezzi di sostentamento. Ciò fu dimostrato in modo chiarissimo durante la guerra. A quell'epoca tutti gli uomini arruolati nelle forze armate, tutti gli uomini e le donne impiegati nelle fabbriche di munizioni, tutti gli uomini e le donne impegnati nello spionaggio, negli uffici di propaganda bellica o negli uffici governativi che si occupavano della guerra, furono distolti dal loro lavoro produttivo abituale. Ciò nonostante, il livello generale del benessere materiale tra i salariati, almeno dalla parte degli alleati, fu più alto che in qualsiasi altro periodo. Il vero significato di questo fenomeno fu mascherato dalle operazioni finanziarie: si fece credere infatti che, mediante prestiti, il futuro alimentasse il presente. Il che, naturalmente, non era possibile; un uomo non può mangiare una fetta di pane che ancora non esiste. La guerra dimostrò in modo incontrovertibile che, grazie all'organizzazione scientifica della produzione, è possibile assicurare alla popolazione del mondo moderno un discreto tenore di vita sfruttando soltanto una piccola parte delle capacità di lavoro generali. Se al termine del conflitto questa organizzazione scientifica, creata per consentire agli uomini di combattere e produrre munizioni, avesse continuato a funzionare riducendo a quattro ore la giornata lavorativa, tutto sarebbe andato per il meglio. Invece fu instaurato di nuovo il vecchio caos: coloro che hanno un lavoro lavorano troppo, mentre altri muoiono di fame senza salario. Perché? Perché il lavoro è un dovere e un uomo non deve ricevere un salario in proporzione di ciò che produce, ma in proporzione della sua virtù che si esplica nello zelo.

Questa è l'etica dello Stato schiavistico, applicata in circostanze del tutto diverse da quelle che le diedero origine. Non c'è da stupirsi se il risultato è stato disastroso. Facciamo un esempio. Supponiamo che, a un certo momento, una certa quantità di persone sia impegnata nella produzione degli spilli. Esse producono tanti spilli quanti sono necessari per il fabbisogno mondiale lavorando, diciamo, otto ore al giorno. Ed ecco che qualcuno inventa una macchina grazie alla quale lo stesso numeró di persone nello stesso numero di ore può produrre una quantità doppia di spilli. Il mondo non ha bisogno di tanti spilli, e il loro prezzo è già così basso che non si può ridurlo di più. Seguendo un ragionamento sensato, basterebbe portare a quattro le ore lavorative nella fabbricazione degli spilli e tutto andrebbe avanti come prima. Ma oggigiorno una proposta del genere sarebbe giudicata immorale. Gli operai continuano a lavorare otto ore, si producono troppi spilli, molte fabbriche falliscono e metà degli uomini che lavoravano in questo ramo si trovano disoccupati. Insomma, alla fine il totale delle ore lavorative è ugualmente ridotto, con la differenza che metà degli operai restano tutto il giorno in ozio mentre metà lavorano troppo. In questo modo la possibilità di usufruire di più tempo libero, che era il risultato di un'invenzione, diventa un'universale fonte di guai anziché di gioia. Si può immaginare niente di più insensato?

L'idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi. In Inghilterra, agli inizi dell'ottocento, un operaio lavorava di solito quindici ore al giorno e spesso i bambini lavoravano altrettanto (nella migliore delle ipotesi dodici ore al giorno) . Quando degli impiccioni ficcanaso osarono dire che tante ore erano forse troppe, gli fu risposto che la sana fatica teneva lontani gli adulti dal vizio del bere e i bambini dai guai. Quand'ero piccolo, cioè poco dopo che gli operai di città conquistarono il diritto di voto, la legge istituì certe giornate festive, con grande indignazione delle classi ricche. Ricordo di aver udito questa frase dalla bocca di una vecchia duchessa: «Ma che se ne fanno i poveri delle vacanze? Tanto loro devono lavorare». Oggigiorno la gente parla con minore franchezza, ma questo modo di ragionare sussiste ed è fonte di una grande confusione economica.

Consideriamo per un momento apertamente e senza superstizioni l'etica del lavoro. Ogni essere umano, per necessità, consuma nel corso della sua vita una certa quantità del prodotto della umana fatica. Supponendo, come lo suppongo io ora, che la fatica sia in sostanza ben poco piacevole, è ingiusto che un uomo consumi più di quel che produce. Naturalmente egli può produrre servizi utili anziché beni materiali, facendo il medico, ad esempio, ma in ogni caso deve dare qualcosa in compenso di vitto e alloggio. Fino a questo punto, ma fino a questo punto soltanto, ammettiamo che il lavoro è un dovere.

Non insisterò sul fatto che in tutte le società moderne, al di fuori dell'URSS, molta gente riesce a risparmiarsi anche questo minimo di lavoro, in particolar modo coloro che ereditano quattrini o sposano i quattrini. Non penso però che il fatto che questa gente se ne stia senza far nulla sia dannoso quanto il credere che i salariati debbono spezzarsi la schiena lavorando o morire di fame.

Se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri non sappiano che farsene di tanto tempo libero.

In America molti uomini lavorano intensamente anche quando hanno quattrini da buttar via; costoro, com'è naturale, si indignano all'idea di una riduzione dell'orario di lavoro; secondo la loro opinione l'ozio è la giusta punizione dei disoccupati; in effetti gli secca di vedere oziare i propri figli. Ma, cosa strana, mentre vorrebbero che i figli maschi lavorassero tanto da non aver il tempo di diventar persone civili, non gli importa affatto che la moglie e le figlie non facciano nulla dalla mattina alla sera. L'ammirazione snobistica per i disutili, che nella società aristocratica si estende ad ambedue i sessi, nella plutocrazia è limitata alle donne, in contrasto sempre più stridente col buon senso.

Bisogna ammettere che il saggio uso dell'ozio è un prodotto della civiltà e dell'educazione. Un uomo che ha lavorato per molte ore al giorno tutta la sua vita si annoia se all'improvviso non ha più nulla da fare. Ma, se non può disporre di una certa quantità di tempo libero, quello stesso uomo rimane tagliato fuori da molte delle cose migliori. Non c'è più ragione perché la gran massa della popolazione debba ora soffrire di questa privazione; soltanto un ascetismo idiota, e di solito succedaneo, ci induce a insistere nel lavorare molto quando non ve n'è più bisogno.

[...]


Il fatto è che il modificare e spostare la materia, seppure, entro certi limiti, indispensabile alla nostra esistenza, non è assolutamente uno degli scopi della vita umana. Se lo fosse, un qualsiasi manovale dovrebbe essere considerato superiore a Shakespeare. A questo proposito siamo stati indotti a un equivoco da due ragioni. La prima è la necessità di gabbare i poveri, che ha indotto i ricchi, per migliaia di anni, a predicare la dignità del lavoro, mentre dal canto loro essi si comportavano in modo ben poco dignitoso sotto questo aspetto. L'altra è la gioia che ci procurano le macchine e la soddisfazione che proviamo nel vederle operare straordinari cambiamenti sulla faccia della terra. Direi che né l'una né l'altra esercitano un grande fascino sul comune lavoratore. Se gli chiedete qual è, secondo lui, la miglior parte della sua vita, è improbabile che vi risponda: «Sono felice quando mi applico al lavoro manuale perché sento di compiere uno dei più nobili compiti dell'uomo e perché mi piace sapere che l'uomo può far molto per trasformare questo pianeta. È vero che il mio corpo ha un certo bisogno di riposo che io devo pur soddisfare in qualche modo, ma non sono mai tanto felice come quando, al mattino, riprendo in mano gli attrezzi di lavoro». Non ho mai sentito un operaio dire una cosa del genere. Egli considera il suo lavoro al modo giusto, cioè come un mezzo necessario per procurarsi il sostentamento, e trova invece maggior gioia e soddisfazione nelle ore di riposo.

Bisogna però dire che, mentre un po' di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato nelle epoche precedenti. Vi era anticamente una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell'efficienza. L'uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos'altro e non come fine a se stesso. Le persone più serie, ad esempio, condannano l'abitudine di andare al cinema e ripetono di continuo che tale abitudine spingerà i giovani su una cattiva strada. Però tutto il lavoro necessario per fare i film è rispettabile appunto in quanto è un lavoro, e in quanto frutta quattrini. La convinzione che le attività auspicabili siano quelle che fruttano quattrini ha messo tutto sottosopra. Il macellaio che ti procura la carne e il fornaio che ti fornisce il pane sono persone degne di lode, perché guadagnano; ma se tu ti accontenti di assaporare il cibo che essi ti hanno procurato, sei una persona frivola, a meno che tu non intenda accumulare forze per lavorare. In altre parole, si ritiene che guadagnare quattrini sia un'ottima cosa e spenderli un vizio. Il che è assurdo, giacché si tratta dei due aspetti di una medesima transazione. Si potrebbe allora sostenere che le chiavi sono un bene e le serrature un male. Il merito insito nella produzione di beni sta unicamente nel vantaggio che si ottiene consumandoli. L'individuo, nella nostra società, lavora per un profitto, ma lo scopo sociale del suo lavoro sta nella consumazione di ciò che egli produce. Il divorzio tra l'individuo e lo scopo sociale della produzione rende invece molto difficile per gli uomini avere le idee chiare in un mondo dove assicurarsi profitti è un incentivo all'operosità. Pensiamo troppo a produrre e troppo poco a consumare. Ne deriva che diamo troppo poca importanza al godimento delle gioie più semplici, e non giudichiamo la produzione in base al piacere che dà al consumatore.

Quando propongo che le ore lavorative siano ridotte a quattro, ciò non implica che il tempo libero rimanente debba essere impiegato in frivolezze. Intendo semplicemente dire che quattro ore di lavoro al giorno dovrebbero poter assicurare a un uomo il necessario per vivere con discreta comodità, e che per il resto egli potrebbe disporre del suo tempo come meglio crede. In un sistema sociale di questo genere è essenziale che l'istruzione sia più completa di quanto lo è ora e che miri, in parte, ad educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero. Non alludo qui a quel genere di occupazioni che si usano definire «intellettuali». Le danze folcloristiche, ad esempio, sono praticate soltanto da pochi gruppi di volenterosi, ma gli impulsi che le fecero nascere debbono pur sempre esistere nella natura umana. I piaceri della popolazione urbana sono diventati soprattutto passivi: sedersi in un cinema, assistere a una partita di calcio, ascoltare la radio e così via. Questa è la conseguenza del fatto che tutte le energie attive si esauriscono nel lavoro. Se gli uomini lavorassero meno, ritroverebbero la capacità di godere i piaceri cui si partecipa attivamente.

In passato vi era una piccola classe di persone quasi oziose e una vasta classe di lavoratori. La prima godeva dei vantaggi che non sono nemmeno contemplati dalla giustizia sociale, ed era di conseguenza prepotente, godeva di scarse simpatie e doveva inventare delle teorie per giustificare i propri privilegi. Questi fattori diminuirono in modo rilevante la sua eccellenza; ciò nonostante si può dire che essa contribuì in modo quasi esclusivo a creare quella che noi chiamiamo civiltà. Fu questa classe che coltivò le arti e scoprì le scienze, che scrisse libri, inventò sistemi filosofici e raffinò i rapporti sociali. Persino la campagna per la liberazione degli oppressi partì generalmente dall'alto. Senza una classe oziosa, l'umanità non si sarebbe mai sollevata dalla barbarie.

Il sistema dell'ereditarietà, che permetteva all'aristocrazia di tramandare di padre in figlio privilegi senza doveri, implicò tuttavia un notevole spreco. Nessuno dei membri di quella classe aveva imparato ad essere operoso, e tutti, presi nel complesso, non erano eccezionalmente intelligenti. Tra loro poteva sì nascere un Darwin, ma sull'altro piatto della bilancia stavano decine di migliaia di gentiluomini di campagna che non avevano mai fatto nulla di più ingegnoso che cacciare la volpe o punire i bracconieri. Attualmente le università dovrebbero produrre in modo sistematico ciò che la classe aristocratica produsse accidentalmente e quasi per caso. Ciò rappresenta un bel passo avanti, ma ha i suoi inconvenienti. La vita universitaria è così diversa dalla vita reale in senso lato che chi vive in un milieu accademico finisce col non rendersi più conto delle preoccupazioni e dei problemi degli uomini e delle donne comuni; inoltre il modo di esprimersi dei professori universitari è tale da impedire che le loro opinioni abbiano l'influenza che meriterebbero sul grosso pubblico. Un altro svantaggio è che nelle università gli studi sono disciplinatissimi, e l'uomo che segua una linea originale di ricerca rischia di venire scoraggiato. Le istituzioni accademiche dunque, sebbene utili, non riescono a proteggere adeguatamente gli interessi della civiltà in un mondo dove al di fuori delle mura universitarie tutti sono troppo occupati nel perseguimento di scopi utilitari.

In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi, ogni pittore potrebbe dipingere senza morire di fame, i giovani scrittori non sarebbero costretti ad attirare su se stessi l'attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi l'indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali (che poi non scriveranno più perché, al momento buono, ne avranno perso il gusto e la capacità). Gli uomini che nel corso del lavoro professionale si siano interessati all'economia o ai problemi di governo, potrebbero sviluppare le loro idee senza quel distacco accademico che dà un carattere di impraticità a molte opere degli economisti universitari. I medici avrebbero il tempo necessario per tenersi al corrente dei progressi della medicina, e i maestri non lotterebbero disperatamente per insegnare con monotonia cose che essi hanno imparato nella loro giovinezza e che, nel frattempo, potrebbero essersi rivelate false.

Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l'uno per cento della popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto alla originalità delle idee. Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l'opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di far la guerra si estinguerebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere è, di tutte le qualità morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I moderni metodi di produzione hanno reso possibile la pace e la sicurezza per tutti; noi abbiamo invece preferito far lavorare troppo molte persone lasciandone morire di fame altre. Perciò abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell'invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c'è ragione per continuare ad esserlo.

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CAPITOLO II


IL SAPERE »INUTILE«



FRANCESCO BACONE, un uomo che salì alla più alta fama tradendo i suoi amici, asseriva, senza dubbio in base a personali esperienze, che «sapere è potere». Ciò tuttavia non vale per tutto il sapere. Sir Thomas Browne avrebbe voluto scoprire che cosa cantano le sirene, ma anche se fosse riuscito a scoprirlo, ciò non gli avrebbe permesso di assurgere dalla posizione di magistrato a quella di alto sceriffo della sua contea. La categoria del sapere che Bacone aveva in mente era quella che noi chiamiamo scientifica. Dando grande rilievo all'importanza della scienza, egli seguiva la tradizione degli arabi e dell'alto medioevo, secondo la quale il sapere poggiava soprattutto sull'astrologia, sull'alchimia, sulla farmacologia, che erano tutte branche della scienza. Era considerato uomo colto chi, avendo seguìto questi studi, fosse riuscito ad acquistare poteri magici. All'inizio dell'undicesimo secolo, papa Silvestro II fu universalmente creduto un mago in combutta col diavolo soltanto perché leggeva molti libri. Prospero, che ai tempi di Shakespeare era una creatura di pura fantasia, rappresentò ciò che per secoli fu considerato il prototipo dell'uomo colto, almeno per quanto riguardava i suoi poteri magici. Bacone credeva (e con ragione, come sappiamo ora) che la scienza potesse fornire una bacchetta magica molto più potente di quanto l'avessero mai sognata i negromanti dei tempi antichi.

[...]


Gli svaghi delle moderne popolazioni urbane tendono sempre più ad essere passivi e collettivi, e consistono nell'osservazione inattiva dell'abile attività di altri. Indubbiamente questi svaghi sono meglio di nulla, ma sarebbero assai più piacevoli se la popolazione, grazie all'educazione, avesse una gamma di interessi molto più intelligenti non connessi col lavoro. Una efficiente organizzazione economica, permettendo alla umanità di beneficiare della produttività delle macchine, dovrebbe portare a un graduale aumento del tempo libero, e molto tempo libero può essere noioso per chi non abbia attività molto intelligenti. Una popolazione che lavori poco, per essere felice deve essere istruita, e l'istruzione deve tener conto delle gioie dello spirito, oltre che dell'utilità diretta del sapere scientifico.

L'elemento culturale nell'acquisizione del sapere, quando è bene assimilato, forma il carattere dei pensieri e dei desideri di un uomo, inducendoli a volgersi, almeno in parte, verso oggetti impersonali, e non soltanto verso faccende di immediato interesse per l'uomo stesso. Si è accettata con troppa facilità l'idea che quando un uomo ha acquistato determinate capacità grazie all'istruzione, le userà in un modo socialmente benefico. Il concetto strettamente utilitario dell'educazione ignora la necessità di dare un indirizzo alle intenzioni dell'uomo oltre che alle sue capacità. Nella natura umana non educata vi è una considerevole crudeltà che si manifesta in molti modi, piccoli e grandi. I ragazzi a scuola tendono a maltrattare il nuovo venuto o chi indossa abiti non convenzionali. Molte donne (e non pochi uomini) infliggono sofferenze atroci con dei maligni pettegolezzi. Gli spagnoli si divertono alle corride, gli inglesi si divertono cacciando e pescando. Gli stessi impulsi crudeli prendono forme più gravi nella caccia agli ebrei in Germania e ai kulaki in Russia. Tutti gli imperialismi trovano pretesti per questi atti di crudeltà che in tempo di guerra vengono santificati come la forma più alta di pubblico dovere.

Ora, mentre dobbiamo ammettere che anche persone di grande cultura sono a volte crudeli, lo sono molto meno spesso, credo, delle persone la cui mente è un terreno da dissodare. Lo scolaro prepotente in classe ha raramente un profitto superiore alla media. Quando si verifica un linciaggio, i suoi promotori sono invariabilmente uomini di crassa ignoranza. E ciò non perché coltivando la mente si sviluppino sentimenti umanitari, sebbene possa anche essere così; ma perché la cultura ci suggerisce svaghi diversi dal tormentare il nostro prossimo, e mezzi diversi dalla prepotenza per affermare la nostra personalità. Le due cose più desiderate da tutti sono il potere e l'ammirazione. Gli uomini ignoranti possono ottenerle, di regola, soltanto con mezzi brutali, che implicano la conquista della supremazia fisica. La cultura dà all'uomo forme di potere meno dannoso e mezzi più meritori per attirare l'ammirazione. Galileo fece più di quanto qualsiasi monarca abbia mai fatto per cambiare il mondo, e il suo potere fu incommensurabilmente superiore a quello dei suoi persecutori. Egli non aveva perciò alcun bisogno di diventare un persecutore a sua volta.

Forse il vantaggio più importante del sapere «inutile» è che esso induce a un abito contemplativo della mente. C'è nel mondo troppa faciloneria, non soltanto perché si agisce spesso senza adeguata riflessione, ma anche perché si agisce a volte anche quando la saggezza consiglierebbe di non agire. La gente dimostra la propria indole in queste faccende in molti modi strani. Mefistofele dice al giovane studente che la teoria è grigia ma l'albero della vita è verde, e tutti citiamo la frase come se fosse un'opinione di Goethe e non ciò che, secondo Goethe, il diavolo avrebbe dovuto dire a uno studente. Amleto è considerato un terribile monito contro il pensiero non accompagnato dall'azione, ma nessuno si accorge che Otello è un monito contro l'azione non accompagnata dal pensiero. Professori come Bergson, per una sorta di snobismo verso l'uomo pratico, rinnegano la filosofia e dicono che la vita nella sua forma migliore dovrebbe somigliare a una carica di cavalleria. Dal canto mio, penso che l'azione vale di più quando deriva da una profonda comprensione dell'universo e del destino umano, e non da qualche selvaggio e romantico impulso di sproporzionata autoaffermazione. L'abitudine di trovar piacere nel pensiero anziché nell'azione è una salvaguardia contro la leggerezza e l'eccessivo amore del potere, un mezzo per conservare la serenità nella sventura e la pace della mente tra i crucci. Una vita limitata dagli interessi personali finisce col diventare, presto o tardi, insopportabilmente penosa. Soltanto spalancando le finestre su un cosmo più ampio e meno frenetico possiamo tollerare gli aspetti più tragici dell'esistenza.

L'abito contemplativo della mente ha una vasta gamma di vantaggi che vanno dal più banale al più profondo. Prendiamo ad esempio le seccature minori, come la presenza delle mosche o il fatto che si perda il treno o l'esser costretti a vivere accanto a un socio d'affari sempre di malumore. Guai del genere sono ben poca cosa se si rifletta sull'eccellenza dell'eroismo o sulla transitorietà dei mali umani, e tuttavia l'irritazione che provocano rischia di distruggere il buon carattere di molta gente e la gioia di vivere. In tali occasioni si può trovare un'ottima consolazione in qualche elemento del sapere che ha rapporti reali o fantastici con la seccatura del momento o che, anche se rapporti non ne esistono, serve a distrarre il corso dei nostri pensieri. Quando siamo aggrediti da una persona pallida di rabbia, è piacevole ricordare quel capitolo del Trattato delle passioni di Descartes intitolato: «Perché coloro che impallidiscono per la rabbia sono da temersi più di coloro che arrossiscono». Quando ci si spazientisce per le difficoltà che intralciano la cooperazione internazionale, conviene ricordare il santo re Luigi IX, il quale prima di imbarcarsi per la crociata si alleò col Vecchio della Montagna, descritto nelle Mille e una notte come l'oscura origine di ogni umana malvagità. Quando la rapacità dei capitalisti si fa opprimente, ci si può consolare rammentando che Bruto, quel raro esempio di repubblicana virtù, prestò quattrini a una città al tasso del quaranta per cento e assoldò un esercito privato per assediarla quando vide che non pagava gli interessi.

[...]


Mentre i piaceri modesti della cultura hanno il loro valore perché alleviano le seccature modeste della vita pratica, i meriti più importanti della contemplazione sono in rapporto con i mali più gravi dell'esistenza: la morte, la sofferenza e la crudeltà, e la cieca marcia delle nazioni verso un inutile disastro. Coloro che non traggono più conforto dalla religione dogmatica hanno bisogno di un surrogato perché la vita non diventi arida e dura e colma di una volgare autoaffermazione. Il mondo è ora zeppo di gruppi rabbiosamente concentrati in se stessi, ciascuno incapace di considerare la vita umana nel suo insieme, ciascuno smanioso di distruggere la civiltà piuttosto che arretrare di un passo. Una istruzione tecnica non riuscirà mai a fornire un antidoto a tanta ristrettezza di vedute. L'antidoto, in quanto riguarda la psicologia individuale, lo si può trovare soltanto nella storia, nella biologia, nell'astronomia, in tutti quegli studi che, senza intaccare il valore della personalità, consentono all'individuo di vedere se stesso nella giusta prospettiva. Ciò che occorre non è questa o quella nozione specifica, ma una cultura che permetta di comprendere gli scopi della vita umana in generale: arte e storia, familiarità con le vite di personaggi eroici, una certa idea della posizione accidentale ed effimera dell'uomo nel cosmo, il tutto illuminato con emozione e orgoglio da ciò che è caratteristicamente umano, la capacità di vedere e di sapere, la capacità di sentire in modo magnanimo e di pensare con coscienza. È dalle vaste percezioni sommate all'emozione impersonale che sgorga direttamente la saggezza.

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CAPITOLO IV


IL MIDA MODERNO



LA storia di re Mida è nota a chiunque abbia letto le Tanglewood Tales di Hawthorne. Questo ricco re, che amava l'oro in modo anormale, ottenne da un dio il privilegio di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Dapprima ne fu felice, ma quando scoprì che il cibo che avrebbe voluto mangiare diventava solido metallo prima che egli potesse inghiottirlo, cominciò a preoccuparsi; e quando sua figlia diventò una statua allorché egli la baciò, supplicò atterrito il dio di riprendersi il suo dono. Da quel momento si rese conto che l'oro non è l'unica cosa che valga.

Questa storia è molto semplice, ma il mondo non è ancora riuscito ad afferrarne la morale. Quando gli spagnoli, nel sedicesimo secolo, si impadronirono dell'oro del Perù, pensarono di non lasciarselo sfuggire di mano e ostacolarono in ogni modo l'esportazione dei metalli preziosi. Come conseguenza il prezzo dell'oro salì nei domini spagnoli, senza che la Spagna diventasse con ciò più ricca in beni reali. Può darsi che un uomo traesse soddisfazione dal sapersi ricco il doppio di prima, ma con ogni doblone comprava la metà di ciò che comprava un tempo, il guadagno era soltanto metafisico e non gli permetteva di mangiare o di bere meglio, o di avere una casa più bella o altri tangibili vantaggi. Gli inglesi e gli olandesi, meno potenti degli spagnoli, dovettero contentarsi di quella che è ora la parte orientale degli Stati Uniti, un territorio disprezzato perché non conteneva oro. Ma in seguito tale regione si rivelò una fonte di ricchezza molto maggiore di quelle parti del Nuovo Mondo che ai tempi di Elisabetta tutti desideravano possedere per via delle loro miniere.

Sebbene questo fatto storico sia ormai un dato acquisito, la sua applicazione ai problemi attuali sembra troppo al di là delle capacità mentali dei governi. Il tema dell'economia è sempre stato trattato in modo caotico, ma ciò è ancor più vero ora che non nei tempi andati. Quel che accadde in proposito alla fine della guerra è tanto assurdo da indurci a pensare che i governi fossero composti di uomini adulti fuggiti da un manicomio. Volevano punire la Germania, e il modo più ovvio per farlo era di imporle il pagamento di un'indennità. Glielo imposero, e fin qui tutto bene. La somma fissata tuttavia superava di gran lunga non soltanto tutto l'oro esistente in Germania, ma addirittura tutto l'oro del mondo. Era perciò matematicamente impossibile che i tedeschi pagassero se non fornendo beni di consumo.

A questo punto i governi ricordarono improvvisamente che essi avevano l'abitudine di valutare la prosperità di una nazione in base all'eccedenza delle sue esportazioni sulle importazioni. Quando un paese esporta più di quanto importi, si dice che ha una bilancia commerciale prospera; nel caso contrario, la sua bilancia commerciale è in brutte acque. Imponendo alla Germania un'indennità che non poteva essere pagata in oro, essi avevano stabilito automaticamente che nel commercio con gli alleati la Germania avesse una bilancia commerciale favorevole. Con profondo orrore scoprirono che, senza averne l'intenzione, avevano fatto alla Germania un gran favore, incrementando le sue esportazioni. A questa considerazione di ordine generale se ne aggiunsero altre più specifiche. La Germania non produce nulla che non sia prodotto anche dagli alleati e ovunque si paventava la minaccia della concorrenza tedesca. Gli inglesi non volevano saperne del carbone tedesco in un momento in cui la loro industria carbonifera era depressa. I francesi non volevano saperne del ferro e dell'acciaio tedesco nel momento in cui stavano incrementando la loro produzione siderurgica con l'aiuto della regione lorenese da poco annessa alla nazione. E così via. Gli alleati dunque, pur restando ben decisi a punire la Germania facendole pagare un'indennità, erano parimenti decisi a non lasciargliela pagare in alcun modo.

A questa situazione pazzesca fu trovata una soluzione pazzesca. Si decise di imprestare alla Germania ciò che la Germania stessa doveva pagare.

[...]


Di solito non ci si rende conto che le transazioni economiche dipendono in gran parte dalle forze armate. La proprietà della ricchezza si acquista, è vero, anche con l'abilità negli affari, ma tale abilità è possibile soltanto se poggia su una solida potenza militare o navale. Fu con l'uso delle forze armate che New York venne strappata dagli olandesi agli inglesi, dagli inglesi agli olandesi e dagli americani agli inglesi. Quando il petrolio fu scoperto negli Stati Uniti, passò nelle mani dei cittadini americani; ma quando il petrolio viene trovato in un paese meno potente, passa, volenti o nolenti, nelle mani dei cittadini di questa o di quell'altra grande potenza. Di solito ciò avviene secondo un processo abilmente mascherato, ma dietro si nasconde la minaccia di una guerra ed è appunto tale minaccia che affretta la conclusione dei negoziati.

Ciò che vale per il petrolio vale anche per la valuta e per i debiti. Quando un governo reputa utile svalutare la propria moneta o rinnegare i propri debiti, lo fa. Alcune nazioni, è vero, vantano l'importanza morale implicita nel pagamento dei debiti, ma si tratta di nazioni che hanno crediti.

[...]


In Gran Bretagna il conflitto tra ricchi e poveri, che è stato alla base di ogni divisione di partito dalla fine della guerra in poi, ha impedito alla maggior parte degli industriali di capire i problemi della valuta. Giacché la finanza rappresenta la ricchezza, tutti i ricchi hanno la tendenza a seguire la guida dei banchieri e dei finanzieri. In effetti gli interessi dei banchieri divergevano da quelli degli industriali: la deflazione faceva comodo ai banchieri, ma paralizzava l'industria britannica. Non metto in dubbio che se i salariati non avessero il diritto di voto, la politica britannica dalla guerra in poi sarebbe stata tutta un'amara lotta tra i finanzieri e gli industriali. Stando invece le cose come stavano, i finanzieri e gli industriali si coalizzarono contro i lavoratori, e il paese arrivò sull'orlo della rovina. Fu salvato soltanto perché i finanzieri vennero sconfitti dai francesi.

Non soltanto in Gran Bretagna, ma in tutto il mondo gli interessi della finanza durante gli ultimi anni contrastarono con gli interessi pubblici. E pare che questa situazione non debba cambiare molto presto. Una comunità moderna non può prosperare se la sua economia segue soltanto gli interessi dei finanzieri senza tener conto di quel che accade al resto della popolazione. Ed è perciò contrario alla saggezza lasciare che i finanzieri badino indisturbati al loro profitto privato. Tanto varrebbe amministrare un museo a tutto vantaggio del curatore, lasciandolo libero di venderne il contenuto quando gli offrono un buon prezzo. In certe attività, il profitto privato finisce col tradursi, presto o tardi, in un vantaggio per tutti, ma in altre invece ciò non si verifica. La finanza appartiene senza dubbio a questa seconda categoria, anche se in passato le cose forse andarono diversamente. E come risultato, il governo è costretto a interferire sempre più spesso nella finanza. Sarà dunque necessario considerare finanza e industria come un tutto inscindibile, e mirare ad aumentare i profitti di ambedue, non quelli della finanza soltanto. La finanza è più potente dell'industria se si mantiene indipendente, ma gli interessi dell'industria collimano con gli interessi della comunità più di quanto non accade agli interessi della finanza. Ecco perché il mondo è giunto in questo vicolo cieco per colpa della eccessiva potenza della finanza.

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Questa specie di rispetto indiscriminato da parte del grosso pubblico è appunto ciò di cui il finanziere ha bisogno per agire senza essere intralciato dalla democrazia. Naturalmente egli dispone di molti mezzi per manovrare l'opinione pubblica. Giacché è immensamente ricco, può sussidiare le università e assicurarsi così che la maggior parte del corpo accademico gli sia devota. Giacché è a capo della plutocrazia, diventa naturalmente il leader di tutti coloro che vivono dominati dal terrore del comunismo. Giacché ha nelle mani il potere economico, può distribuire la prosperità o la miseria come gli pare e piace. Dubito però che queste armi sarebbero sufficienti senza l'aiuto della superstizione. Cosa strana, l'economia pur essendo importantissima per ogni uomo, donna o bambino, è un argomento che non si insegna mai nelle scuole, e anche alle università viene studiata da una minoranza. Peggio ancora, questa minoranza non studia l'economia come andrebbe studiata se non ci fossero in ballo interessi politici. Esistono, sì, delle cattedre dalle quali si insegna l'economia senza travisamenti plutocratici, ma sono rarissime: di regola si tende a glorificare lo statu quo economico. Tutto ciò accade, immagino, perché superstizione e mistero sono utili per chi ha in mano le redini del potere.

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