Copertina
Autore Roberto Savio
Coautoreal.
Titolo I giornalisti che ribaltarono il mondo
SottotitoloLe voci di un'altra informazione
EdizioneNuovi Mondi, Modena, 2011 , pag. 536, cop.fle., dim. 14x21x3,6 cm , Isbn 978-88-8909-188-3
CuratoreJason Nardi
TraduttoreIlaria Belliti, al.
LettoreGiangiacomo Pisa, 2012
Classe media , comunicazione
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Indice


Nota del curatore                                    13
JASON NARDI, FIRENZE

Profilo della IPS                                    15

Scheda sul NOMIC                                     19
CLAUDIA PADOVANI

Prefazione - La storia di un credo                   23
CEES J. HAMELINK, AMSTERDAM

Cinquant'anni di un'altra informazione               27
ROBERTO SAVIO, ROMA


Chi ha lavorato nella IPS

Il mestiere di un equilibrista                       77
DALIA ACOSTA, L'AVANA

Un giornalismo differente è possibile                81
JOSÉ LUIS ALCAZAR, LA PAZ

Colmare il divario                                   87
ANITA ANAND, NUOVA DELHI

Dare voce alle donne d'Africa                        91
RUTH ANSAH AYISI, NAIROBI

Giappone: uniti in una visione                       95
KATSUHIRO ASAGIRI, TOKYO

L'influenza di tutta una vita                        99
ESSMA BEN HAMIDA, TUNISI

La IPS: un'esperienza da condividere                103
MARIA BLACQUE-BELAIR, NEW YORK

In contatto con la realtà digitale                  107
CARLOS CASTILHO, RIO DE JANEIRO

Connettere gli esuli alla loro terra                111
JOAQUIN CONSTANZO, MONTEVIDEO

[...]

Chi ha creduto nella IPS

[...]

La Inter Press Service e le Nazioni Unite           463
JYOTI SHANKAR SINGH, NEW YORK

Popolazioni, migrazioni e continenti                467
PETER SCHATZER, GINEVRA

La IPS e le agenzie del Terzo Mondo                 471
ANfBAL SILVA, CITTÀ DEL MESSICO

Perché credo nella IPS                              475
MARIO SOARES, LISBONA

Dittature, democrazia e il cambiamento che vince    477
JUAN SOMAVIA, GINEVRA

Al centro di una ragnatela informativa              487
MAHMOUD TRIKI, TUNISI

Uomini e donne della IPS, continuate a sognare!     491
GABRIEL VALDÉS SUBERCASEAUX, SANTIAGO DEL CILE

Dialogo tra il passato e il futuro                  495
PABLO PIACENTINI, MARIO LUBETKIN

Cos'è tutto questo polverone sulla Inter Press?     517
PETER HALL, COLUMBIA JOURNALISM REVIEW

Memo Dipartimento di Stato USA                      523
DALIA ACOSTA, L'AVANA

Acronimi                                            527

Ringraziamenti                                      533
ROBERTO SAVIO

 

 

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Pagina 27

Cinquant'anni di un'altra informazione


ROBERTO SAVIO
ROMA



La IPS è figlia del suo tempo. Un tempo in cui si respirava ottimismo e fiducia. L'economia cresceva, ma il genio della finanza incontrollata non era ancora uscito dalla bottiglia dove la politica lo aveva rinchiuso e noi giovani sapevamo di avere un futuro. Oggi avviene il contrario: stiamo attraversando una crisi che ci accompagnerà, secondo le previsioni, almeno nel prossimo decennio. Il mondo è sempre meno capace di trovare una sua governabilità. Mentre scrivo, nelle mani di 51 persone è concentrato lo stesso capitale che possiedono complessivamente 1,2 miliardi di persone. I giovani disoccupati sono in media 3-4 volte superiori al totale dei disoccupati. L'80% dei lavoratori nel mondo non usufruisce dello stato sociale.

Non c'è mai stata tanta ricchezza, mai tanta povertà, e la forbice si va allargando. Abbiamo tutti i dati e tutte le soluzioni per far fronte ai problemi che ci piombano addosso ogni giorno. Ma l'idea che la sicurezza globale vada perseguita con strumenti civili, e non militari, è assente dalle scelte politiche, nazionali e internazionali. La politica sta attraversando una crisi di partecipazione e di legittimità ed è ormai in balia del mondo della finanza, che si va sempre più affrancando dall'economia. I motori di una globalizzazione con poche regole, guidata dai vincenti, sono due: il commercio e la finanza. Le Nazioni Unite, mai riformate dopo la fine della guerra fredda, hanno cessato di occuparsi di questioni legate al commercio, che sono passate all'Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO), nata fuori dall'ONU per volere dei paesi forti. E la finanza, che oggi sposta quotidianamente 40 trilioni di dollari, oltre 3 volte il bilancio annuale degli Stati Uniti, non è mai stata sotto l'egida delle Nazioni Unite, e manca di qualsiasi strumento di regolamentazione.


VALORI FONDANTI DELLE NAZIONI UNITE

Eppure, per alcuni decenni il mondo ha vissuto all'insegna dell'ottimismo e del dialogo, con la convinzione che fosse possibile una governabilità mondiale, fondata su valori quali giustizia sociale, partecipazione e sviluppo, nel quadro di una piena intesa fra Nord e Sud. Erano questi i valori fondanti delle Nazioni Unite, insieme all'imperativo fondamentale di evitare che si ripetesse il flagello della guerra. E il processo di decolonizzazione, che in pochi anni aveva visto nascere nuove nazioni in Africa, Asia e America Latina, imponeva di stabilire quanto prima rapporti nuovi tra le ex colonie e le ex potenze coloniali all'insegna del reciproco rispetto e della cooperazione.

Il processo di decolonizzazione, che si svolse nei due decenni posteriori alla Seconda Guerra mondiale, venne sfruttato con conseguenze nefaste dai protagonisti della Guerra Fredda, che vedevano nelle nuove realtà emergenti niente di più che un'arena nella quale cercare di stringere sempre più alleanze (incondizionate).

Il cammino verso la creazione di nuove democrazie nei Paesi che uscivano dallo stauts di colonie o da una condizione di dipendenza, venne comunque deviato dal quadro internazionale, che era molto più rilevante di quello nazionale. I governanti ricevevano legittimità e appoggio economico, nonché l'impunità, dall'uno o l'altro dei due blocchi, piuttosto che dal proprio elettorato, nuovo all'esercizio democratico. I due blocchi intervenivano spesso nei vari Paesi, per assicurarsi che i governanti che appoggiavano avessero la meglio sulle opposizioni interne, anche se queste ultime rappresentavano il sentire popolare. Rimase famosa l'espressione del Presidente Roosevelt a proposito del dittatore Somoza: "He is a son of a bitch, but he is our son of a bitch" ("È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana").

Le Nazioni Unite, anche se in buona misura paralizzate dalla Guerra Fredda, costituivano l'arena nella quale si misuravano i contendenti. I Paesi membri passarono rapidamente da una quarantina a oltre 140, e i nuovi arrivati, già a metà degli anni '50, si resero conto che non era accettabile vivere solo come appendici dei contendenti del Nord, anche perché, al di là delle scelte ideologiche, a Paesi della grandezza dell'India e della Cina questo ruolo andava decisamente stretto.


BANDUNG E I PAESI NON ALLINEATI

Fu così che nel 1955 nella città indonesiana di Bandung, il presidente dell'Indonesia Sukarno, il capo della Repubblica Popolare Cinese Zhou Enlai e il primo ministro indiano Nehru invitarono i rappresentanti di altri 25 Paesi (23 asiatici e 6 africani), a stringere un'alleanza tra Nazioni accomunate da una situazione di povertà e arretratezza, fino a redigere una dichiarazione finale che propugnava il sostegno ai movimenti impegnati nella lotta contro il colonialismo, il rifiuto delle alleanze militari create dalle superpotenze, e un'agenda di cooperazione politica internazionale, che aprisse la strada a politiche indipendenti, non allineate con i due Paesi egemoni.

Il clima che si respirava a Bandung, per me apprendista giornalista, era elettrizzante (eravamo in tutto sei europei, e non c'era nessun americano, se si escludono i corrispondenti esteri di stanza a Giacarta). Un clima di grande speranza e ottimismo, di fiducia nella creazione di un nuovo mondo, basato sulla scomparsa della minaccia nucleare, sullo sviluppo delle nuove Nazioni e sulla dignità di tutti i cittadini, sul rispetto delle reciproche differenze e sull'impegno a non intervenire negli affari interni di un altro Paese. In quell'occasione ho scoperto che noi giornalisti occidentali eravamo considerati spettatori prevenuti, incapaci di capire quello che vedevamo, perché imprigionati in una cultura di superiorità e di egemonia.

Devo dire che mi trovavo a Bandung per caso. A quel tempo militavo nel movimento studentesco e avevo partecipato a un incontro con l'Unione degli studenti indonesiani. Poiché stavo muovendo i primi passi come free-lance, decisi di cogliere l'opportunità di scrivere su qualcosa di esotico e nuovo. Ma avvertivo come un'ingiustizia l'atteggiamento distaccato nei miei confronti, non tanto da parte dei delegati, ma dei colleghi giornalisti asiatici. Peraltro, l'interesse dei media occidentali verso questa nuova realtà era vicino allo zero. Solo pochi anni prima, nel 1952, il demografo francese Alfred Sauvy, in un articolo sull' Observateur, aveva coniato l'espressione "Terzo Mondo", che non aveva una valenza politica ma identificava "l'insieme dei Paesi definiti sottosviluppati (nel linguaggio dell'ONU), questo Terzo Mondo, ignorato, sfruttato e disprezzato come lo fu il terzo Stato nella Rivoluzione francese (gli altri due erano il clero e la nobiltà). Nel 1958 Tibor Mende pubblicava un libro che per me fu quasi un vademecum, Le frontiere di domani, che credo vendette meno di 12.000 copie.

[...]


LA ROMAN PRESS SERVICE

Nel 1962, cominciai a scrivere una serie di articoli sulla necessità di ridurre il baratro in termini di conoscenza e comprensione che separava il Nord e il Sud, finché mi venne a trovare uno studente argentino che stava facendo un corso di specializzazione, Pablo Piacentini per propormi di realizzare quanto proponevo, una nuova agenzia internazionale di informazione. Non aveva capitali ma mi portava in dote una rete di studenti latinoamericani in Europa, disposti a scrivere articoli gratuitamente, per favorire una maggiore comprensione dell'America Latina. Vivevano in Europa ed erano stanchi di sentir parlare del loro Paese sulla stampa locale solo ogni qualvolta si verificavano colpi di stato o disastri naturali. E poi avevo il mio appartamento da scapolo, dove si poteva convertire una stanza da letto in ufficio. Secondo Piacentini, sarebbe bastato distribuire articoli provenienti da Paesi lontani (a quel tempo non esisteva nemmeno il telex), per avere un sicuro successo.

Si creò così la Roman Press Service, di cui ero direttore e proprietario e che funzionava per posta. I corrispondenti identificati dai membri dell'Associazione (nessuno dei quali era giornalista), inviavano articoli per posta. Dopo averli editati e tradotti, li distribuivamo. Quando i giornali li pubblicavano, ci pagavano mediamente tre mesi dopo. Trattenevamo il 50%, e inviavamo il restante 50% all'autore, che riceveva il suo compenso quattro o cinque mesi dopo.

Dubito che molti si siano accorti di questo tentativo e, se se ne accorsero, nessuno gli diede peso. Ma il mondo continuava a cambiare e decisi che era giunto il momento di creare una vera agenzia stampa del Terzo Mondo, partendo dall'America Latina. Avevamo fatto esperienza e una scelta del genere avrebbe suscitato meno resistenze nei media europei. Pubblicare un articolo scritto da un latinoamericano era qualcosa di esotico ma pubblicare un articolo scritto da un africano, da un asiatico o da un arabo, era qualcosa che andava contro la professionalità , che in quelle regioni non poteva esistere. Si trattava necessariamente di propaganda.


LA CREAZIONE DELLA IPS

Fu così che, utilizzando un programma della Repubblica Federale Tedesca, che ogni anno invitava numerosi giornalisti nel quadro della guerra fredda per mostrare la forza della propria democrazia, convinsi Peter Molt, funzionario della Konrad Adenauer Stiftung (una fondazione tedesca democristiana), a invitare una trentina di giornalisti da me indicati, perché alla fine della visita potessimo riunirci in una conferenza di due giorni e fondare una nuova agenzia, che si sarebbe occupata di far conoscere meglio l'America Latina in Europa. Un progetto simile andava nella stessa direzione degli sforzi dei partiti democristiani d'Europa e America Latina volti a creare una internazionale democristiana, in grado di competere con quella comunista e socialista. Curiosamente, la mia campagna di sensibilizzazione nei confronti del terzo Mondo cominciò a riportare qualche successo proprio tra le fila della Democrazia Cristiana. Il Partito Comunista aveva la sua struttura internazionale, che vedeva i vari Paesi, e i rapporti con i loro Partiti Comunisti, nell'ottica della guerra fredda arrivando a distorcere la realtà con esiti spesso stupefacenti. L'Internazionale Socialista aveva una sua struttura che spesso non era esente da tali difetti. La Democrazia Cristiana si era sviluppata in uno scenario esclusivamente europeo, e scoprire che in Cile e in Venezuela, ad esempio, vi fossero partiti democristiani, e in Africa movimenti di ispirazione socialcristiana, mi riempì di entusiasmo. Entrai nell'ufficio esteri della DC (con il titolo fumoso di incaricato delle relazioni con i Paesi sottosviluppati), e venni assunto come giornalista dal Popolo, il giornale della DC, che in quegli anni era di fatto il quotidiano del governo. Grazie a questi contatti, la DC divenne il principale cliente della Roman Press Service e del nostro erratico servizio.

La conferenza di fondazione della Inter Press Service si tenne nel Febbraio del 1964 a Eicholz, un piccolo villaggio vicino a Bonn, dove la Konrad Adenauer Stiftung aveva un centro di conferenze. Era la prima volta che dei giornalisti del Terzo Mondo si incontravano in Europa, per creare un servizio di informazioni redatto da latinoamericani per gli europei. Nascevamo come cooperativa, senza fini di lucro. Ero contrario all'idea di detenere la proprietà di un sistema che vedevo come un ideale, e con questa formula tutti dovevano eleggere le cariche direttive. Era anche la prima volta che si creava una cooperativa giornalistica internazionale. Erano già stati fatti alcuni esperimenti di proprietà cooperativa, come quello di Le Monde, ma sempre su scala nazionale. Perché la IPS restasse fedele alla sua missione di dare la voce a chi non l'aveva, si decise che si sarebbero usati preferibilmente giornalisti del proprio Paese come corrispondenti, e solo in casi eccezionali, giornalisti della regione, ma mai giornalisti di altre regioni. Per statuto, almeno due terzi dei soci avrebbero dovuto essere del Sud del Mondo. Ogni giornalista avrebbe avuto diritto a un voto e gli scopi e gli ideali della IPS erano stabiliti nello statuto. Il voto non portava dividendi, poiché eventuali profitti sarebbero stati reinvestiti nello sviluppo dell'agenzia.

Ma ad Eicholz venne alla luce un conflitto strisciante, che ero riuscito a controllare con la Roman Press Service, solo perché era una struttura molto meno ambiziosa, con me come proprietario e direttore, e quindi senza molte voci. Se la IPS era la continuazione della RPS, i dirigenti DC che avevano a che fare con noi si aspettavano che la nuova creatura, che aveva utilizzato l'appoggio della Democrazia Cristiana per riunirsi a Eicholz e costituirsi, nascesse come parte della galassia democristiana. Il mio progetto era invece creare un'agenzia professionale volta a testimoniare tutti i processi democratici del Terzo Mondo, e non solo quelli di matrice democristiana. Per processo democratico intendevo qualsiasi formula aprisse a una maggiore partecipazione popolare, sulla base di realtà nazionali molto diverse e anche se non passava per le formule della democrazia inglese. Il secondo obiettivo era dar voce alle forze e ai processi di cambiamento, che portassero a una maggiore giustizia sociale e a un ammodernamento nazionale. La cartina di tornasole era Cuba, che non era ancora saldamente schierata nel campo socialista, un Paese in cui venivano messi in atto modelli di partecipazione e di giustizia sociale dagli indubbi risvolti positivi. Per chi vedeva tutto attraverso le lenti della Guerra Fredda, Cuba non era altro che un nemico. Anche se la DC avesse risolto il grande problema dei finanziamenti, non ritenevo utile che la IPS nascesse legata agli schemi della Guerra Fredda.

Dopo due giorni di dibattito, fui eletto Direttore Generale e la mia linea venne approvata. Ma era una vittoria di Pirro, perché la DC ci augurò buona fortuna e di godere della nostra indipendenza, ma ci informò che il partito non avrebbe mai più usufruito del nostro servizio giornalistico, né ci avrebbero dato alcun appoggio.

[...]


IL SUMMIT DI CANCUN

Intanto, alle Nazioni Unite, tutti i Paesi proseguivano il dialogo sulle modalità per mettere in atto il Nuovo Ordine Economico Internazionale. Una nuova agenzia delle Nazioni Unite, la UNIDO (United Nations Industrial Development Organization) venne stabilita a Vienna nel 1976, con il completo appoggio di Washington, per assistere i Paesi in via di sviluppo nel settore industriale. L'idea che si dovesse arrivare a una governabilità mondiale che riconoscesse il diritto di tutti i popoli e il dovere di tutti gli Stati a uno sviluppo armonico e pacifico, basato sulla giustizia sociale internazionale e sulla partecipazione, non era minimamente in discussione, anche se veniva accolta con diversi gradi di entusiasmo e impegno. Fu con questo spirito che il presidente messicano Lopez Portillo e il primo ministro canadese Pierre Trudeau convocarono sull'isola di Cancun un summit dei più importanti capi di Stato, per proseguire il dialogo Nord-Sud, come deciso da una conferenza precedente a Parigi. La IPS aveva stretti rapporti con il governo messicano, con il quale aveva stipulato un contratto di distribuzione per l'agenzia di stampa statale Notimex. Il ministro dell'Informazione, Luis Javier Solanas, era deciso a giocare un ruolo positivo nelle relazioni internazionali e a ridurre gli attriti fra i diversi campi. Ci chiese di preparare un dossier sui temi del Summit, che venne distribuito a tutti i convenuti a Cancun, e io fui convolto nell'organizzazione della sala stampa.

In questa riunione apparve per la prima volta Ronald Reagan, eletto Presidente degli Stati Uniti dieci mesi prima, il quale fece immediatamente squadra con Margaret Thatcher, che era in carica già da due anni e che in un certo senso lo prese sotto la sua ala. Ma mentre la Thatcher fu abbastanza diplomatica, Reagan procedette a gran fendenti, e con grande fervore, dicendo che non era d'accordo su nulla e che bisognava cambiare radicalmente strada. Dopo essere incappato in una gaffe che irritò il Presidente messicano (disse che conosceva perfettamente il Terzo Mondo, perché, al tempo in cui era governatore della California, nello stato c'erano molti messicani), si dichiarò contrario alla tesi secondo cui lo sviluppo del Terzo Mondo dipendeva dalla cooperazione internazionale. I governi bloccano lo sviluppo e soffocano i cittadini, disse, e bisogna lasciare tutto alle imprese private. Gli Stati Uniti erano diventati la nazione leader del mondo non grazie allo Stato, ma al commercio. Quindi, da quel momento in poi si doveva puntare sul commercio, non sugli aiuti (trade, not aid). Si poteva fare magari qualcosa nel campo dell'istruzione, perché, come dice il proverbio cinese, "è meglio insegnare a pescare a qualcuno, che dargli un pesce".

Il presidente della Tanzania Nyerere, con una certa ironia, gli rispose che aveva accolto diverse missioni della Fao e di paesi marittimi come la Norvegia, per aumentare la produttività dei suoi pescatori. Ma che queste avevano constatato che, date le risorse di cui disponevano, la loro produttività era altissima. "Il nostro problema, signor Presidente, è che non abbiamo infrastrutture. Ad esempio, il pescato della costa non si può distribuire facilmente, perché mancano le strade e non si può mantenere la catena del freddo. Lei conosce, signor Presidente, imprese americane che vogliano commerciare con noi e siano disposte a creare le infrastrutture? O questo è compito dello Stato?" Reagan rispose con aria annoiata che gli Stati Uniti avevano molto pesce, per cui il problema della Tanzania non li riguardava, ma che sarebbe stato lieto di commerciare con loro se vi erano interessi concreti da ambedue le parti. Gli Stati Uniti erano una grande potenza ed erano liberi di mettere in atto politiche che difendessero i propri interessi, ma non si sarebbero mai più legati ad accordi internazionali che limitassero la loro libertà d'azione. Osservò inoltre che le Nazioni Unite erano un'idea assurda, fuori della realtà, perché tutti avevano un voto, e che gli Stati Uniti non potevano accettare di valere quanto Montecarlo (che peraltro non esiste, e si chiama invece Principato di Monaco).


GLI ALBERI INQUINANO, NON LE FABBRICHE

Fu chiaro a tutti che eravamo innanzi a una svolta epocale e che senza gli Stati Uniti il dialogo e la cooperazione per un nuovo mondo giusto e solidale non sarebbero andati da nessuna parte. Parlando con il presidente del Messico Lopez Portillo e il primo ministro Trudeau dissi che eravamo tornati a prima di Suez, facendo un balzo indietro di 30 anni. Nyerere disse che si trattava di un fenomeno antistorico e che il popolo americano lo avrebbe corretto. Non faceva i conti con il sentimento di eccezionalità dei cittadini americani, che odiano sentirsi costretti in accordi internazionali: lo scontro tra Nord e Sud, fomentato anche dalla stampa, aveva ormai radicalizzato tutta la destra europea (a questo aveva contribuito anche l'infantilismo del Terzo Mondo). In tutto ciò aveva un peso notevole la straordinaria personalità di Reagan: un grande comunicatore, capace di dare risposte semplici e chiare a problemi complessi, spesso superficiali o sbagliate, ma efficaci per buona parte dei cittadini americani, che di colpo si sentivano legittimati a rimanere a un basso livello di cultura e di coscienza politica. Anche se Reagan ritirò la minaccia di chiudere vari ministeri, tra cui quello dell'istruzione, la sua indifferenza verso i problemi sociali, verso l'inquinamento ("trees pollute, not factories"), il suo appoggio alle imprese e ai ricchi ("wealth produces wealth: poverty sucks"), cambiarono totalmente il linguaggio politico.

Le Nazioni Unite vennero poi sottoposte a una martellante campagna denigratoria. Ed è Reagan il padre della deregulation finanziaria, avendo lasciato campo libero alla speculazione in borsa, eliminato il quadro normativo e di controllo introdotto da Roosevelt dopo la Grande Crisi del 1929 (Clinton ha poi completato l'opera con l'abrogazione del Glass-Steagall Act, che impediva alle banche di depositi di investire il denaro dei clienti in borsa). Reagan ha creato un mostro: una finanza senza controlli, separata dall'economia reale e spesso ad essa avversa, che sta provocando una crisi permanente, senza che i governi siano capaci di ricreare il quadro normativo pre-Reagan. La scomparsa della minaccia comunista ha tolto ogni freno al capitalismo, che diventa inesorabilmente selvaggio.


IL CONSENSO DI WASHINGTON

L'alleanza con la Thatcher, fiorita a Cancun, creò una solida tenaglia ai due lati dell'oceano permettendo a tutti i settori economici dell'Occidente (che accettavano obtorto collo il dibattito per un ordine economico e sociale più giusto), di rialzare la testa, e sotto l'ombrello protettivo del governo americano spingere i governi europei a un cambio di rotta più o meno radicale. Nacque così il Consenso di Washington, un accordo fra gli organismi di Bretton Woods (Banca Mondiale, Fondo Monetario, Banche regionali) e il Tesoro Americano, che faceva dello smantellamento del sistema pubblico, la privatizzazione, l'eliminazione delle barriere nazionali, il taglio delle spese sociali, le condizioni alla base dei rapporti con il Terzo Mondo.

Questo pensiero unico, come lo chiamò Ignacio Ramonet , imposto come base delle relazioni internazionali, si vide rafforzato dalla caduta dell'Unione Sovietica, negli ultimi anni della presidenza Reagan. Si arrivò a parlare di fine della storia, poiché il mondo sarebbe stato uniformemente capitalista. Mi ricordo di una conferenza a Milano nel 1985 in cui il presidente dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, Renato Ruggiero, disse che il mondo sarebbe stato diviso ancora per poco in blocchi commerciali. Ben presto si sarebbero tutti uniti in un mercato unico e il mondo avrebbe avuto una sola moneta, il dollaro. Non vi sarebbero state più guerre e i benefici della globalizzazione sarebbero caduti a pioggia in tutto il mondo, fino all'ultimo cittadino, realizzando lo scopo che la vecchia teoria dello sviluppo non era mai riuscita a raggiungere. I vincitori della guerra fredda interpretarono la vittoria non in chiave militare e politica, ma in termini più spiccatamente ideologici. Il capitalismo aveva vinto perciò era necessario lasciarlo libero e senza controlli, perché proseguisse la sua corsa vittoriosa. A cosa abbia portato questa corsa, è sotto gli occhi di tutti.

[...]


Comunque, ci vollero due decenni perché la IPS fosse accettata come un'organizzazione professionale e venissero meno le campagne di diffamazione che ci colpivano a ondate alterne. In che misura questo risultato sia dipeso dai nostri sforzi e dalla nostra immaginazione, o dalla stanchezza degli avversari, è difficile da stabilire. Ironicamente, questo cambiamento si verificò proprio durante il decennio di Reagan, quando tutte le forze più ideologiche dell'informazione tradizionale erano pienamente legittimate dal pensiero dominante del momento. In quel decennio, tutto il sistema di informazione dei Paesi del Terzo Mondo venne smantellato. Quasi tutti i Paesi chiusero la propria agenzia di informazione, così come le radio e le tv di Stato, o le ridimensionarono drasticamente. A uno a uno anche i Ministeri dell'Informazione vennero chiusi. Il grande sforzo per la creazione di Piani Nazionali di Comunicazione, che l'UNESCO aveva proposto come strumenti importanti per l'identità nazionale, venne accantonato. Lo stesso accadde per la cultura, il cinema e l'editoria. Divenne parte del pensiero unico l'idea che l'informazione, la comunicazione e la cultura, dovessero sostenersi grazie al mercato, unico strumento obiettivo, che i governi non potevano manipolare. In questo modo si gettò via il bambino insieme all'acqua sporca, e il processo volto a creare esperienze nazionali e locali, necessariamente diverse da quelle globali, si arrestò per sempre. Da questo processo, col tempo, sarebbero emerse voci e culture che avrebbero arricchito il mondo, una volta affrancate dal controllo dei governi. Oggi, analizzando sul piano dei contenuti l'informazione prodotta dal Sud del mondo, le differenze che si riscontrano con quella del Nord sono minime. In altre parole, stiamo costruendo frigoriferi uguali nel Nord e nel Sud, e l'egemonia è rimasta dove era.


IL PUNTO DI VISTA DEL MERCATO

Il mercato, come formula egemonica, è più potente della politica. Quando nel 1973 si tenne in Messico la Conferenza dei Ministri degli Esteri dell'Organizzazione degli Stati Americani, uno studio sul servizio dell'AP dimostrò che oltre il 70% dello spazio era dedicato al ministro americano, Kissinger. Il ministro del paese ospitante aveva un 20%; seguivano poi, in ordine decrescente, tutti gli altri ministri, alcuni dei quali non erano mai nominati. Gli ideologi del NOMIC videro in questo la prova dell'imperialismo americano. Io riscontrai, più semplicemente, un dato economico strutturale. Le vendite dell'AP sono dirette al mercato americano. L'AP traeva dal Terzo Mondo l'un per cento dei suoi ricavi. E per i giornali americani, Kissinger era certamente l'attore più interessante. E certamente contava almeno quanto tutti gli altri ministri messi insieme. Ma in quella conferenza, il ministro del Perù, Mercado Jarrin, giocò un ruolo importante. Non ha forse diritto un cittadino peruviano, quando compra un giornale, di sapere cosa ha fatto il suo ministro in nome del Paese? O deve sapere solo quello che ha fatto il ministro americano?

Il mercato, per risolvere questi problemi, non può fare nulla. Il giornale peruviano non ha i fondi per inviare corrispondenti alla Conferenza. E i giornali peruviani, anche se si consorziassero, non potrebbero aprire un'agenzia di stampa, con uffici o inviati all'estero. La teoria del mercato funziona ancora meno in Africa. Il Messico ha più giornali di tutta l'Africa. La Pana, l'agenzia di informazione africana, non hai mai avuto i mezzi per crescere (oltre a essere ostacolata dalla cecità dei governi africani, interessati a manipolare e controllare le realtà esistenti piuttosto che a spingere per nuove voci). La Afp, l'Ansa, la Efe, la Dpa, non vivono forse dei contributi del governo, per agire come reti mondiali? Il problema quindi non è riconducibile alla proprietà, ma allo sviluppo civile e democratico di un Paese, il che fa sì che la Afp sia relativamente indipendente, e la Pana estremamente soggetta alla sensibilità dei governi. Ma la distruzione del NOMIC, fra le altre cose, ha certamente arrestato o drasticamente rallentato lo sviluppo endogeno dell'informazione nel Terzo Mondo. E i media continuano a dipendere dalle agenzie transnazionali, ora ridotte a tre dato che la Upi è quasi scomparsa. Va segnalato che a prendere il posto di quest'ultima sarà probabilmente l'agenzia cinese Xinhua: sarebbe la prima volta che una agenzia trasnazionale viene dal Sud.

[...]


LA IPS E IL GIORNALISMO DI OGGI

La IPS continua a portare avanti la formazione di quadri specializzandoli in materia di temi globali: l'ambiente, la cultura, i diritti umani, l'osservazione della deriva finanziaria, la ricerca di una governabilità della globalizzazione e in particolare il tema dei diritti di genere. Quando alla fine del XX secolo ho lasciato la IPS, come ogni altro incarico di tipo esecutivo nelle altre organizzazioni nelle quali ero impegnato per gli stessi fini per cui avevo fondato la IPS, ho avuto il piacere di promuovere la direttrice africana, Pat Made, come mio successore. Per la prima volta nel mondo delle agenzie internazionali, era una donna — in più non bianca — a diventare direttrice. A Pat Made è poi succeduto il direttore per l'America Latina, Mario Lubetkin, che è riuscito a rafforzare lo spirito originale della IPS, e ad aumentarne il peso nella società civile. La loro testimonianza è parte essenziale di questo libro.

La situazione dell'informazione oggi, nonostante le nuove tecnologie e un mondo sempre più istruito e informato, è peggiore di quella in cui nacque la IPS. La stampa si va concentrando nelle mani di proprietari molto ricchi e certamente interessati a usarla per la loro agenda personale. La figura dell'editore professionale o puro si sta estinguendo. Oltre alla concentrazione dei media, stiamo assistendo a un'omogeneizzazione in termini di stile e contenuti, che aumenta ogni giorno di più. I telegiornali si assomigliano tutti, specie nella copertura delle notizie dal mondo. A tutto questo si aggiunge un calo del numero di lettori, specialmente tra i giovani, che usano la rete per trovare ciò che vogliono. L'idea dei media come finestra sul mondo per il cittadino, perde ogni anno più forza. Infine, il giornalismo è finito negli ingranaggi del mercato. Oggi è diventato imperativo scrivere quello che si vende, nel modo più semplice, piatto e con il minore sforzo possibile. Frasi brevi e senza aggettivi compongono articoli che, se superano le 850 parole, sono considerati non pubblicabili. Lo stile inaugurato da Reagan — liquidare tutto con una battuta — è oggi la regola del giornalismo, specie televisivo. Il sogno di ogni intervistatore è che la risposta sia più breve della domanda. Per la maggioranza dei cittadini l'unica finestra sul mondo è di fatto rappresentata dalla TV, che offre pochissime analisi e un'informazione sempre più spettacolarizzata e d'impatto. Siamo riusciti a formare dei cittadini che sanno ascoltare, ma pochi di loro sanno "vedere". E fenomeni come Murdoch e Berlusconi all'epoca della Commissione MacBride sarebbero stati visti come aberrazioni dai paladini dell'Occidente. Certamente tutti credevano nel pluralismo e nella qualità dell'informazione.

La teoria del mercato come base del giornalismo, se da un lato ha cancellato tutto il sistema di informazione pubblica (radio, televisione, giornali) del Terzo Mondo, sta colpendo duramente l'informazione nel Nord. I giovani giornalisti che oggi si affacciano alla professione, non avranno mai lo stipendio, il riconoscimento e la libertà che avevo io negli anni '60. È un mondo di precari, sfruttati, costretti a seguire qualunque indicazione ricevano. Va scomparendo la figura del corrispondente estero, e i giornalisti si basano tutti sullo stesso servizio, che viene dalle poche agenzie internazionali. Mentre il mondo si va integrando sempre di più e tutti siamo collegati alla stessa economia, i media dedicano sempre meno spazio alla politica estera. E i lettori dei giornali sono sempre meno e sempre più anziani. Vedo il futuro dell'informazione diviso fra pochi giornali di qualità e molti giornali locali, spesso gratuiti. Sarebbe possibile oggi per Hemingway essere un inviato speciale?


DA UTOPIA A REALTÀ

Non è possibile qui approfondire il tema dell'informazione, della comunicazione e i nuovi fenomeni come i social network. Ho dedicato una vita a questo dibattito, ma dovrei scrivere un altro libro... Basterà dire che le nuove tecnologie permettono per la prima volta nella storia una comunicazione globale e senza costi. Centinaia di milioni di giovani usano la rete per stringere alleanze e dar vita a iniziative su scala locale, nazionale e internazionale. Oggi queste reti si basano su valori comuni, su scelte ideali, su temi globali, dall'ambiente ai diritti umani, dal ruolo dei generi a quello della partecipazione democratica. Sono i nuovi attori per un mondo diverso. La mia speranza è che questa nuova realtà determini una rinascita dell'informazione, in cui la crescita di quella che oggi si chiama società civile produca un nuovo NOMIC, basato non sul mercato, ma sulla voglia di essere, di partecipare e di crescere dei cittadini, e sui loro valori. Questo, inesorabilmente, porterà alla nascita di strumenti di informazione nuovi e moderni. E la IPS, rimasta fedele alla sua missione originaria, missione che oggi è più che mai attuale, sarà al servizio di questo processo e dei cambiamenti che verranno. E ora lascio la parola ai veri protagonisti della storia della IPS: quelli che l'hanno trasformata da utopia in realtà.

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A chi importa della IPS?


BAHER KAMAL
MADRID



La IPS è nata all'improvviso, un decennio e mezzo prima che il mondo cominciasse a distorcersi vistosamente e a frantumarsi — perlomeno nella forma, poiché nella sostanza non è mai stato ben formato: si pensi a quanto è successo ad Adamo ed Eva, il primo caso di espulsione ed esilio nella storia dell'umanità, e ai loro due figli, Caino e Abele, protagonisti del primo caso di omicidio.

Il vero motivo della gestazione della IPS risiede solo nella mente di chi l'ha concepita. Molte sono le spiegazioni possibili, logiche e sensate, come il bisogno di un flusso efficace di informazioni tra il "primo" e il "terzo mondo". Tuttavia, all'origine di una tale entità deve esserci stato un impulso alquanto sano, istintivo e intimo. In ogni caso, la nascita della IPS è avvenuta in un periodo di transizione tra la seconda guerra mondiale e la conseguente ascesa di tendenze politiche conservatrici, che hanno portato all'affermazione di una Lady di Ferro a Londra e di un "grande comunicatore" a Washington: un attore hollywoodiano che per volontà del fato si è ritrovato a capo di un potere muscolare senza precedenti.


IL PLANETARIUM DESK DELLA IPS

Così negli anni '80, il decennio all'insegna del ferro della Lady e delle rughe e del taglio di capelli dell'attore, la IPS compì un enorme balzo in avanti in campo tecnologico: l'acquisto di quattro computer privi di intelligenza e l'ingresso di nuovi responsabili e reporter nello staff. Uno di questi, un giornalista egiziano, fu assunto per gestire quello che allora andava sotto il nome di Planetarium Desk. Col Planetarium, si intendeva concentrare la copertura della IPS su questioni reali relative allo sviluppo sociale e umano, fino ad allora (e ora più che mai) ignorate dal cosiddetto giornalismo mainstream. Questo succedeva non molto tempo prima che la IPS si imbarcasse nel progetto dell'UNESCO volto a creare un nuovo ordine internazionale o globale dell'informazione, come condizione essenziale per riequilibrare il peso mediatico del Nord e dell'Occidente.

Tutti gli sforzi della IPS di coprire le problematiche reali che toccavano la vita delle persone coincisero per un certo periodo con un serio impegno da parte dell'ONU con le sue varie agenzie, ancora mentalmente e finanziariamente in buona salute, e di moltissimi finanziatori animati da buone intenzioni. Tutto questo contribuì alla sopravvivenza e allo sviluppo della IPS.

Negli anni '80, la Lady di Ferro e l'attore regalarono al mondo un fenomeno dal nome ambiguo: il liberalismo, un concetto che presto si sarebbe tradotto in una "libertà" pressoché senza limiti dei mercati, che sfocerà in una totale "lascivia". Fu allora che entrarono in scena i Signori del Mercato. Signori che provenivano dal "primo mondo" per cacciare il cacciabile nel "terzo mondo". Questa tendenza spinse la IPS a concentrarsi sempre più sulle questioni chiave dello sviluppo sociale e umano.

Poi vennero gli anni '90, con le Camere occupate da due dinastie: la prima era quella di Bush padre che seguì le orme dell'attore, dei liberali e dei Signori del Mercato, spianando la strada a una nuova e fiorente classe di Signori della Guerra. Poi fu la volta di Clinton marito che si adoperò per consolidare l'economia statunitense e dare al nuovo approccio militare il tempo di prepararsi alla sua nuova era. Intanto, la IPS andava a gonfie vele, al punto da inaugurare una nuova fase di consolidamento, aprendosi ad altre zone chiave, come Africa e Asia.

L'avvento di Bush figlio all'inizio del 21° secolo segnò una svolta decisiva per il mondo intero e i media, inclusa la IPS. La nuova amministrazione si specializzò fin da subito in quel genere di operazioni contro le quali l'agenzia aveva lottato sin dalla sua nascita: dichiarazioni di guerra senza indugi, campagne di invasione e occupazioni militari, e una lotta senza quartiere al terrorismo — imprese che furono definite "crociate" dal Capo della Casa Bianca, George Bush figlio. Il termine "crociata" deriva da "croce" ed era inteso come lotta contro l'Islam, il nuovo nemico che aveva preso il posto del comunismo. Questo era — ed è tuttora — il segnale più evidente che i "signori della guerra" hanno preso il sopravvento. Un approccio simile ebbe un enorme impatto sui media (occidentali) mainstream. Fedeli al principio "se c'è sangue, allora vende", i media occidentali hanno adottato l'approccio e il linguaggio militare.

In questo modo, il recente sbarco (aprile-marzo 2011) di cinquemila profughi tunisini sull'isola di Lampedusa sarà presentato come un'"Allarmante invasione", giustificando l'impellente bisogno di riunire capi di stato e di governo di 27 paesi europei per discutere su quale disperata "controffensiva" sia opportuno sferrare. Un altro esempio della militarizzazione della politica così come dei media riguarda la rivolta popolare in Libia: la repressione sanguinosa portò la NATO — la grande alleanza militare — a mobilitarsi attraverso summit e preparativi bellici, mentre il Pentagono ventilava l'ipotesi di operazioni militari. I media mainstream adottarono pedissequamente un approccio e un linguaggio analoghi.

In tali occasioni la IPS ha mostrato la propria debolezza sul mercato. O, per meglio dire, la sua voce è stata schiacciata dall'insostenibile peso dei media mainstream sempre più "militarizzati". La sua colpa è stata continuare a parlare umanamente. È persino riuscita a farsi conoscere a un numero più elevato di media arabi, che non sapevano neppure della sua esistenza, tanto erano abituati a considerare i media mainstream occidentali alla stregua di oracoli.

Ma, ancor prima delle rivolte popolari arabe, la IPS aveva pesantemen- te risentito della "crisi finanziaria globale", di cui erano responsabili i signori del mercato e l'approccio liberale e neo-liberale alle vite della gente. La "crisi", già in gestazione sotto l'amministrazione di Bush figlio, portò ben presto i finanziatori e l'ONU a tagliare drasticamente i fondi destinati alle iniziative della IPS che si concentravano sullo sviluppo umano. In altre parole, tale sviluppo "umano" venne immediatamente sacrificato per salvare le banche e le società finanziarie che avevano provocato la crisi e danneggiato le economie nazionali, tra l'altro investendo massicciamente nel commercio di armi. Solo gli Stati Uniti sono riusciti a vendere all'Arabia Saudita fino a 60 miliardi di dollari in armi in una sola transazione. Armi e guerre si sono rivelate altamente remunerative.

Ora, l'enorme e instancabile sforzo della IPS volto a offrire informazioni autentiche e alternative e a promuovere un vero sviluppo dell'umanità potrebbe essere a rischio. Non si tratta della possibilità che un'altra agenzia mediatica fallisca a causa della "crisi". Si tratta di un intero concetto, un approccio globale ai veri interessi umani che dovremmo sostenere e preservare. Chissà... forse un giorno o l'altro risaliremo dal baratro della follia in cui il mondo sembra rapidamente precipitato. La mia speranza è che la IPS ci sia, che continui a dare voce agli oppressi, perché sono loro ad averne davvero bisogno e ad avere a cuore il futuro del mondo. L'utopia, dopo tutto, può davvero essere una realtà prematura.

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Pagina 447

L'impegno della verità


IGNACIO RAMONET
PARIGI



In questa situazione economica così sfavorevole, in cui la stampa scritta vive forse uno dei suoi momenti più difficili, il giornalismo attraversa una profonda crisi d'identità.

Lo affermo senza nessuna nostalgia perché, effettivamente, non credo sia mai esistita un'età dell'oro del giornalismo. Fare giornalismo di qualità non è mai stato facile; ha sempre comportato rischi e minacce. Il potere politico, o il potere del denaro — spesso entrambi — hanno cercato, storicamente, di limitare le libertà del giornalista.

Paradossalmente, a questi poteri tradizionali si è sommato ultimamente anche quello di alcuni grandi centri di comunicazione di dimensioni continentali e addirittura mondiali, che desiderano trasformare il giornalismo in un mero intrattenimento addomesticato, puntando su un'infantilizzazione del pubblico e procedendo a un'odiosa semplificazione della realtà.

In questo contesto, un'agenzia di stampa come la IPS rappresenta un'oasi di qualità e diversità, grazie alla sua rete di oltre 350 corrispondenti locali, residenti in circa 150 Paesi tra America Latina, Asia, Africa, Europa e Stati Uniti, che sono fonte di notizie diverse e rompono la monotonia circolare dell'informazione dominante.

Oggi, molti mezzi di comunicazione si riproducono a vicenda, come uno specchio che riflette un altro specchio, in una prospettiva dalla profondità abissale. Internet e i social network non fanno che accelerare il fenomeno, disegnando così una realtà in cui, frequentemente, ciò che è importante si diluisce nel banale, in cui il vero e il falso si confondono, la logica manichea trionfa e il sensazionalismo sostituisce la spiegazione.

Di fronte a tutto questo, le notizie trasmesse dalla IPS apportano informazione su temi che riguardano il mondo in via di sviluppo, la globalizzazione, le migrazioni, la situazione delle minoranze, l'ambiente e lo sviluppo sostenibile, senza trascurare temi culturali e sociali, con il proposito di favorire l'interculturalità e la comprensione tra le culture.

In questo senso, l'agenzia costituisce una voce originale e di valore in mezzo al forte rumore mediatico attuale. E questo dimostra che, perfino nel nuovo contesto dell'informazione nell'era digitale, possono sorgere resistenze insperate.

Come ha dimostrato la IPS, ad esempio, con le sue audaci rivelazioni sui crimini occulti delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Questa agenzia costituirà forse l'eccezione alla regola, ma l'interesse di massa suscitato dal suo coraggio dimostra due cose:

1) che, contrariamente a ciò che affermano i media dominanti, non viviamo in un mondo trasparente, e la quantità di informazione occulta supera in alcuni campi l'immaginabile;

2) che, in democrazia, la battaglia per la libertà di espressione non è mai definitivamente terminata, e che la missione di ogni nuova generazione di giornalisti consiste nel proteggere questa libertà ampliandone la portata.

In questo complesso periodo di transizioni multiple, la IPS ci insegna che il giornalista deve riaffermare la sua rabbiosa volontà di sapere e di comprendere per trasmettere meglio. In tutti i campi, deve diffidare delle "verità assolute", basate spesso su docili consensi e non sullo scomodo confronto con i fatti. Mentre tutti i mezzi di comunicazione si lasciano oggi trascinare dalla velocità e dall'istantaneità, il giornalista deve considerare che l'importante è rallentare, frenare, concedersi tempo per il dubbio, l'analisi e la riflessione. L'informazione è qualcosa di molto serio: dalla sua qualità dipende la qualità della democrazia.

Disgraziatamente, nel mondo si verificano ancora troppi abusi, disuguaglianze e ingiustizie, che continuano a giustificare una concezione impegnata del giornalismo contemporaneo a favore di maggiore uguaglianza, tolleranza, libertà e democrazia. Alcuni accusano la IPS di concepire il giornalismo come un nuovo Umanesimo. Non si sbagliano. Perché l'essere umano, con la sua solitudine, la sua fragilità e le sue speranze, è sempre al centro delle sue preoccupazioni.

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Dialogo tra il passato e il futuro


PARLO PIACENTINI, MARIO LUBETKIN



Pablo Piacentini (PP). Cercheremo di tracciare il percorso dell'ultimo mezzo secolo di storia della Inter Press Service, dalla sua nascita fino all'ultimo decennio: una fase caratterizzata da sfide e difficoltà che dovremo superare per poter proseguire il nostro cammino.

Un itinerario che ripercorreremo su diversi piani, da quello tecnologico a quello politico, passando per i generi giornalistici e i contenuti che la IPS ha trattato per riuscire a occupare uno spazio nei mezzi di comunicazione.

Abbiamo cominciato negli anni '60 con Roberto Savio. Lui era di ritorno da un viaggio in America Latina e io ero uno studente, avevo vinto una borsa di studio per una specializzazione post-laurea in scienze politiche a Roma. Entrambi abbiamo constatato, Savio da europeo che aveva conosciuto la realtà di quella regione e io in quanto argentino e latinoamericano, che i cambiamenti e i conflitti in atto in America Latina erano pressoché ignorati dalla stampa del vecchio continente.

La IPS segna la sua prima tappa in questa dimensione euro-latinoamericana. Nasce con una totale mancanza di risorse e senza canali di comunicazione; comincia con la distribuzione per corrispondenza di articoli di analisi e approfondimento sulle realtà delle due regioni e le loro relazioni. Successivamente, cresce e si espande fino ad acquisire una dimensione universale Nord-Sud, che mantiene ancora oggi, distinguendosi per le sue analisi dei processi globali piuttosto che per la semplice cronaca.

Per quanto riguarda il genere giornalistico, dimostra una competenza specifica nel redigere analisi e articoli di opinione e sul piano dei contenuti, un modo diverso di guardare il mondo, dal punto di vista del Sud, con le sue economie dipendenti e le sue società impoverite. La nostra politica editoriale si incentra da sempre sui temi dello sviluppo, dei diritti umani, delle minoranze, del binomio globalizzazione-inclusione, e dell'equilibrio tra Nord e Sud, ossia tra paesi sviluppati e sottosviluppati.


Mario Lubetkin (ML). Credo che proprio qui risiedano gli elementi di continuità storica di questi 50 anni: nell'attenzione ai processi e nel modo in cui vengono affrontati, nelle analisi e nelle tendenze, non solo nelle notizie in sé; quindi, nei cambiamenti in atto. Oggi tutti parlano di processi. Ma credo che la IPS sia stata la prima agenzia di informazione a parlare di processi in modo da spiegare e inquadrare l'informazione. Nei 30 anni passati nell'agenzia, ho sentito spesso ribadire da Savio, l'ideatore di questa magnifica sfida, che seguire i processi, più che i fatti puntuali, è l'unico modo per comprendere i grandi eventi.

Ovviamente, la continuità storica di questi cinquant'anni ha visto diversi avvenimenti e attori cambiare nel tempo. Sin dall'inizio, per noi ci sono sempre stati più protagonisti, al di là delle élite — i presidenti, i ministri, la politica dei governi. Il nostro sguardo ha sempre privilegiato la società civile, non solo i vertici economici e politici ma la più ampia base sociale. Anche in questo senso, il nostro modo di vedere il mondo non è verticale ma orizzontale: non si tratta solo di una semplice relazione tra chi trasmette il messaggio e chi lo riceve, ma di una circolazione orizzontale e interattiva della comunicazione; cosa che adesso, nell'era di Internet, è più immediata.

Inoltre, la natura globale delle nostre analisi, soprattutto per quanto riguarda le notizie provenienti dal mondo in via di sviluppo, offre al lettore una visione d'insieme degli elementi necessari per capire un fatto e le sue conseguenze nella loro dimensione complessiva, e poi trarre le conclusioni.

Ma se vogliamo guardare agli elementi di continuità storica, credo che i tre punti menzionati ci permettano di affermare che in questo mezzo secolo la IPS è stata assolutamente coerente e che le nuove generazioni — chi è stato alla guida di IPS dopo Roberto Savio e i tanti colleghi che hanno diretto su diversi livelli il lavoro dell'agenzia — hanno cercato di mantenere certi valori che nel tempo hanno dimostrato tutta la loro validità... Ovviamente, quello che è cambiato è il mondo. Perciò, il nostro lavoro giornalistico ha dovuto modificarsi e adattarsi ai nuovi tempi.

Come Savio e altri colleghi ricordano nelle loro testimonianze di vita alla IPS, la nostra agenzia è passata da una dimensione inizialmente euro-latinoamericana, a una struttura terzomondista, per poi perseguire una maggiore penetrazione dell'informazione del Sud nel Nord, fino ai nostri giorni, in cui i paesi del Sud emergente occupano un ruolo centrale nel contesto internazionale. Osservando queste diverse tappe in prospettiva, si percepisce una forte coerenza nella nostra visione e azione, al di là dell'avvicendarsi delle generazioni.


PP. Sì, io credo che in questi 50 anni si sia registrato un grande cambiamento che ha richiesto un adattamento, che abbiamo attuato e continuiamo ad attuare. In questo periodo storico ci siamo lasciati alle spalle un Sud che in sostanza non contava sullo scenario internazionale; Asia e Africa erano appena entrate nell'ultima fase del processo di decolonizzazione, conseguendo un'indipendenza politica ma non economica, mentre l'America Latina, politicamente indipendente già dal secolo precedente, manteneva una netta dipendenza economica.

Oggi la differenza è abissale, e questo si riflette nell'evoluzione della IPS. Da molto tempo ormai non siamo più un'agenzia latinoamericana, siamo entrati in una dimensione internazionale, ma sempre partendo dalla prospettiva del Sud. Questo perché l'emergere dei principali e più dinamici Paesi del Sud ha costretto il Nord a riconosceli, o meglio ad arrendersi, accettando un G20 in cui la Cina e altri Paesi possono impedire iniziative che un tempo il Gruppo dei sette maggiori Paesi industrializzati imponeva in modo incontrovertibile prendendo ogni decisione in virtù di una maggioranza qualificata nel Fondo monetario internazionale e in altre istituzioni internazionali.

Questo, da una parte. Dall'altra parte è vero, come hai osservato, che non abbiamo quasi più l'esclusività delle analisi, del modo di focalizzare i processi, tra le agenzie di informazione. La IPS è stata all'avanguardia in questo campo perché ha adottato l'approccio analitico in modo integrale, come unico e proprio genere giornalistico.

È un cammino che hanno seguito molti altri dopo di noi, con le cosiddette pagine op-ed, e non c'è dubbio che oggi le altre agenzie producano un maggior numero di analisi e articoli d'opinione rispetto al passato. Ma anche così la politica editoriale della IPS mantiene un proprio tratto distintivo. Guardiamo all'esempio più lampante, il caso del G20, dove come sappiamo sono determinanti il peso e la partecipazione dei dodici paesi del Sud che sono entrati a far parte del gruppo verso la fine del secondo governo di George W. Bush. Eppure, la quasi totalità dei mezzi di comunicazione mondiali, seguendo la linea dei media del Nord, esamina gli incontri del G20 in base alle azioni e alle voci dei principali paesi del Nord, che diventano così i protagonisti dell'informazione, mentre le nazioni emergenti vengono relegate a un ruolo secondario o irrilevante. Questo approccio non riflette la realtà politica o economica, ma è una deformazione della realtà, dovuta all'attaccamento a un passato ormai superato. Al contrario, la politica editoriale della IPS sul fronte del G20 consiste nel dare il giusto rilievo all'azione delle nazioni emergenti e evidenziare la novità insita nella loro partecipazione.

Se oggi guardiamo ai mezzi di informazione di tutto il mondo, compresi i media del Sud, constatiamo che, con qualche rara eccezione, tutti parlano di processi come il rincaro delle materie prime esclusivamente dal punto di vista del Nord, e in linea con gli interessi dei produttori industriali e dei consumatori: un approccio secondo cui un qualsiasi aumento delle derrate alimentari è negativo ed è causa di inflazione, anche qualora i prezzi in precedenza siano stati storicamente bassi e causa del deterioramento dei termini di scambio sfavorevoli agli esportatori di materie prime senza valore aggiunto, che è la ragione principale del sottosviluppo del Terzo mondo. Questa visione parziale esclude i 2,3 miliardi di persone fondamentalmente povere, che producono le materie prime nel Sud e le esportano al Nord.

È innegabile che i forti aumenti dei prezzi delle materie prime e dell'energia danneggiano milioni di poveri dei paesi del Sud, importatori di alimenti e di energia. E ogni fenomeno globale deve prendere in considerazione tutti gli attori, altrimenti resta parziale, non globale. Per questo possiamo affermare che l'approccio della IPS, per l'importanza attribuita al punto di vista e agli interessi dei paesi del Sud, è il più corretto.

E questo ci porta al problema di sempre: la difficoltà di conquistare uno spazio maggiore attraverso un'informazione che, benché più universale e più ampia, è in contrasto con la tendenza dei media dominanti.


ML. In effetti, se consideriamo il contesto originario in cui è nata la IPS, le ragioni che vi hanno spinto a dargli vita, e lo guardiamo nell'ottica odierna, la conclusione è che la vostra prospettiva era quella giusta.

Noi, che apparteniamo alla seconda generazione, siamo gli eredi e l'elemento di continuità di quella prospettiva che si è rivelata giusta, alla luce degli elementi che sono alla base della nascita della IPS. Se guardiamo ad esempio, come dicevi, al modo di trasmettere l'informazione, è indubbio che la politica editoriale della IPS continua ad avere un valore aggiunto. Tu ti riferivi al tema delle materie prime. Ma possiamo anche analizzarlo dal punto di vista dei Paesi in crisi, dove i nostri giornalisti non si sono mai soffermati sul tema di quanti morti, quanti vivi o quante bombe, bensì sugli effetti economici, sociali, ambientali, ecc., che si ripercuotono sulle realtà di quei paesi.

Prendiamo il caso recente dell'Egitto, dove tutte le telecamere erano puntate su piazza Tahrir, mentre noi ci concentravamo su quello che stava succedendo nel Paese, ma non su ciò che avveniva in questa o quella manifestazione, bensì sugli effetti del cambiamento che si stavano producendo in quella realtà. Con la stessa ottica abbiamo parlato dei cambiamenti in Libia e in Tunisia, e ancora prima in Libano o in Afghanistan, dove la nostra attenzione non era focalizzata sulle ultime notizie, ma sul tentativo di capire i processi di cambiamento in atto in quei Paesi.

E ripensando a quegli avvenimenti (per esempio la guerra in Libia), sono più convinto che mai della necessità di uno strumento di comunicazione come la IPS per seguire gli eventi globali dal punto di vista del Sud. Infatti non esiste ancora un forte mezzo di comunicazione nel Sud che lavori dal punto di vista del Sud incidendo in modo decisivo sul sistema dell'informazione internazionale. Forse l'esempio che più si avvicina a questa esigenza è la rete televisiva del Qatar, Al Jazeera. Ma come commentavamo con i colleghi del canale arabo, con i quali abbiamo stretto un vitale accordo di collaborazione, occorre unire le forze per creare un grande pool di media del Sud che possa contribuire a riequilibrare il sistema dell'informazione mondiale.

Logicamente non si può chiedere ai mezzi di comunicazione nordamericani, francesi, tedeschi o italiani che cambino la prospettiva delle loro analisi, dal momento che rispondono ai propri interessi e mercati.

Anche noi analizziamo la realtà e i fatti dal nostro punto di vista; la differenza sta semplicemente nel fatto che noi non rappresentiamo un Paese. La nostra ottica è quella di oltre due terzi della popolazione mondiale. Un altro aspetto è che da sempre diamo voce a Paesi che oggi rivestono un ruolo centrale, e che negli anni '70 erano attori marginali. La stessa cosa che sto dicendo dei paesi del Sud vale anche per i settori sociali emarginati; e nella stessa prospettiva rientra anche la nostra copertura giornalistica delle tematiche di genere, di temi legati ai diritti e alla partecipazione delle donne sullo scenario internazionale. Una copertura che oggi è migliorata sensibilmente, anche grazie all'azione delle donne che in diversi Paesi hanno assunto ruoli importanti, raggiungendo addirittura la presidenza (Liberia, Finlandia, Argentina, Brasile, Costa Rica, ecc.).

E un altro approccio analogo della IPS riguarda la realtà dei popoli indigeni, dove oggi abbiamo addirittura dei presidenti indigeni. Credo sia importante ricordare questi aspetti, perché quando qualcuno scriveva dei popoli indigeni negli anni '70 o '80, come faceva la IPS, il valore di queste notizie era considerato nullo secondo i parametri dell'informazione internazionale. Ovviamente, se l'informazione ignora quei settori, se si limita a guardare i fatti in base a criteri convenzionali e ai margini dei processi storici, l'elezione di un presidente indigeno appare come un fenomeno inspiegabile agli occhi del lettore comune. Se non prendiamo le distanze dalla prospettiva di un'informazione che si limita ai fatti, non riusciremo mai a capire come si arriva a processi di questo tipo.

Consideriamo il caso del presidente boliviano Evo Morales. Come si fa a capire perché un semplice cittadino indigeno e sindacalista cocalero sia diventato il presidente di una nazione, se non si analizzano i temi dell'emarginazione indigena, dell'imposizione di valori neocoloniali e il contesto storico della Bolivia?

Questo è il valore aggiunto della IPS.

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