Autore James Suzman
Titolo Lavoro
SottotitoloUna storia culturale e sociale
Edizioneil Saggiatore, Milano, 2021, La Cultura 1451 , pag. 378, ill., cop.fle., dim. 14,5x21,5x3 cm , Isbn 978-88-428-2956-0
OriginaleWork: A History of How We Spend Our Time [2020]
TraduttoreMarco Cupellaro
LettoreGiorgia Pezzali, 2022
Classe lavoro , economia , economia politica , storia sociale , antropologia , evoluzione , scienze sociali












 

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Indice


    Introduzione: Il problema economico      11


    PARTE PRIMA In principio

 1. Vivere è lavorare                        23
 2. Mani in ozio e becchi affaccendati       41
 3. Strumenti e abilità                      61
 4. I molti doni del fuoco                   89


    PARTE SECONDA Il provvido ambiente

 5. «L'originaria società opulenta»         113
 6. Fantasmi nella foresta                  129


    PARTE TERZA Faticare nei campi

 7. Il grande balzo                         153
 8. Banchetti e carestie                    175
 9. Il tempo è denaro                       197
10. Le prime macchine                       217


    PARTE QUARTA Creature della città

11. Luci della città                        239
12. Desideri illimitati                     255
13. La corsa ai «talenti»                   277
14. Morte di un impiegato                   303
15. Una nuova malattia                      327

    Conclusioni                             343


    Note                                    347
    Ringraziamenti                          365
    Indice                                  367


 

 

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Introduzione: Il problema economico


La prima Rivoluzione industriale fu sputata dalle ciminiere nere di fuliggine delle macchine a vapore che bruciavano carbone, la seconda saltò fuori dalle prese elettriche e la terza ha assunto la forma del microprocessore elettronico. Oggi siamo nel pieno di una quarta Rivoluzione industriale, che nasce dalla convergenza di un'armata di nuove tecnologie digitali, biologiche e fisiche e, dicono, avrà effetti trasformativi esponenziali rispetto ai cambiamenti precedenti. In ogni caso, nessuno ha ancora un'idea precisa di come avverrà questa rivoluzione: sappiamo solo che nelle nostre fabbriche, imprese e abitazioni un numero sempre maggiore di compiti sarà affidato a sistemi ciberfisici automatizzati, governati da algoritmi capaci di apprendere da soli.

Per alcuni la prospettiva di un futuro automatizzato annuncia un'era di vantaggi robotici. Per altri è un altro fatidico passo sulla via che conduce a una distopia cibernetica. Ma nella mente di molti la prospettiva di un futuro automatizzato solleva, nell'immediato, un'unica domanda: che cosa farò se un robot mi porterà via il lavoro?

Per chi ha una professione che non è stata ancora resa ridondante dalla tecnologia, l'avvento dei robot che divorano posti di lavoro si manifesta, nella vita di tutti i giorni, nel coro di saluti e rimproveri automatici provenienti dalle file dei terminali informatizzati dei supermercati o nei goffi algoritmi che guidano, e al tempo stesso frustrano, le nostre avventure nell'universo digitale.

Per le centinaia di milioni di disoccupati che sbarcano faticosamente il lunario nelle periferie di lamiera ondulata di paesi in via di sviluppo, la cui crescita economica è trainata sempre più dalle nozze tra tecnologia di frontiera e capitale e crea ben pochi nuovi posti di lavoro, l'automazione è una preoccupazione molto più immediata. Lo stesso vale per le schiere di operai semiqualificati delle economie industriali, la cui unica opzione è scioperare per salvare il proprio posto di lavoro da sistemi automatizzati la cui principale virtù è di non scioperare. E lo stesso destino appare ormai scritto, sebbene i diretti interessati ancora non se ne rendano conto, per alcuni di coloro che lavorano nelle professioni ad alta specializzazione. L'intelligenza artificiale ormai è più brava delle persone in carne e ossa nel progettare altra intelligenza artificiale: si direbbe proprio che siamo vittima del nostro stesso ingegno, che ci ha spinto con l'inganno a trasformare le nostre fabbriche, i nostri uffici e i nostri posti di lavoro in officine del diavolo che finiranno per lasciarci con le mani in mano, senza nulla da fare e senza uno scopo di vita.

Se le cose stanno così, abbiamo tutte le ragioni per preoccuparci. In fin dei conti, lavoriamo per vivere e viviamo per lavorare. E sappiamo trovare senso, soddisfazione e orgoglio in qualsiasi lavoro o quasi: dal lavare pavimenti con gesti ritmati e monotoni fino all'andare in cerca di scappatoie fiscali. Č il nostro lavoro a definire chi siamo: a decidere le nostre prospettive future; a dettare dove e con chi trascorreremo la maggior parte del nostro tempo; a mediare la nostra autostima; a plasmare molti dei nostri valori e a orientare le nostre affiliazioni politiche. Ed eccoci così a tessere le lodi di chi lavora sodo, a prendercela con la pigrizia dei lavativi e a elevare a mantra politico l'obiettivo dell'occupazione universale.

Alla base di tutto ciò c'è la convinzione di essere geneticamente fatti per lavorare, appartenenti a una specie il cui destino è stato forgiato da una peculiare convergenza di progettualità, intelligenza e industriosità, che ci ha permesso di costruire società che sono molto di più della somma delle loro parti.

Le nostre ansie sul futuro automatizzato contrastano con l'ottimismo di tanti pensatori e sognatori che, fin dai primi vagiti della Rivoluzione industriale, videro nell'automazione la chiave per dischiudere un'utopia economica - di persone come il padre della scienza economica, Adam Smith , che nel 1776 tesseva le lodi del «gran numero di macchine» che con il tempo avrebbero «facilita[to] e abbrevia[to] il lavoro», o Oscar Wilde che, cent'anni dopo Smith, fantasticava di un futuro in cui «la macchina si occuperà di tutte le mansioni necessarie e spiacevoli»? Ma nessuno ha mai formulato questa tesi in modo più compiuto dell'economista più influente del Novecento, John Maynard Keynes. Nel 1930 Keynes predisse che all'inizio del XXI Secolo lo sviluppo del capitale, l'aumento di produttività e i progressi tecnologici ci avrebbero condotto alle soglie di una «terra promessa» economica in cui ognuno avrebbe facilmente soddisfatto i propri bisogni fondamentali e nessuno avrebbe lavorato più di quindici ore la settimana.

Ormai abbiamo varcato le soglie di crescita della produttività e del capitale che ci avrebbero consentito di tagliare il traguardo prefigurato decenni fa da Keynes: eppure, è evidente che l'umanità non è ancora pronta a presentare questo assegno all'incasso. La maggior parte di noi continua a lavorare quanto i nostri nonni e bisnonni, e lo sguardo dei nostri governi rimane fisso sulla crescita economica e sulla creazione di occupazione, come sempre nella nostra storia recente. E, cosa ancor più importante, mentre i fondi pensione privati e pubblici scricchiolano sotto il peso degli impegni verso una popolazione sempre più anziana, a molti di noi si chiede di lavorare quasi dieci anni di più rispetto a mezzo secolo fa; e, nonostante i progressi senza precedenti della tecnologia e della produttività, in alcuni dei paesi economicamente più avanzati del mondo, come il Giappone o la Corea del Sud, centinaia di decessi l'anno sicuramente evitabili vengono attribuiti dalle statistiche ufficiali a un superlavoro che arriva a ritmi drammatici.

Il genere umano non sembra ancora pronto ad andare collettivamente in pensione. Per capire perché, dobbiamo comprendere il nostro rapporto con il lavoro, che è molto più stretto e interessante di quanto la maggior parte degli economisti tradizionali vorrebbe farci credere.


Per Keynes raggiungere la terra promessa economica sarebbe stata la conquista più grande della nostra specie: avremmo risolto nientemeno che «il problema [...] più pressante per la razza umana [...] dalle origini della vita nelle sue forme primitive».

Il «problema più pressante» a cui pensava Keynes era quello che gli economisti classici chiamano «il problema economico» o della «scarsità». Secondo questa visione, noi siamo esseri razionali dominati da appetiti insaziabili; e poiché non ci sono abbastanza risorse per soddisfare i desideri di tutti, regna su tutto la scarsità. L'idea che i nostri desideri siano infiniti e le risorse limitate è il cuore pulsante della definizione della scienza economica come studio del modo in cui le persone allocano risorse scarse per soddisfare i propri bisogni e desideri. Ed è il punto di riferimento dei nostri mercati e sistemi finanziari, lavorativi e monetari. Per gli economisti, dunque, ciò che ci costringe a lavorare è la scarsità: solamente lavorando - creando, producendo e scambiando risorse scarse - potremo iniziare a ridurre il divario tra i nostri desideri apparentemente infiniti e i nostri mezzi limitati.

Ma il problema della scarsità si basa su una valutazione negativa della nostra specie. Presuppone che l'evoluzione ci abbia reso esseri egoisti, perennemente schiacciati da desideri che non potremo mai soddisfare. Eppure, questo assunto sulla natura umana, per quanto scontato ed evidente possa apparire a tanti abitanti del mondo industrializzato, non suona affatto vero alle orecchie di tutti coloro che ancora alla fine del XX secolo vivevano come cacciatori-raccoglitori, come gli ju|'hoan, una delle popolazioni di bushmen (boscimani) del Kalahari, nell'Africa australe.

Fin dall'inizio degli anni novanta ho descritto l'incontro, spesso traumatico, tra questa popolazione e una economia globale che si espande inesorabilmente: una storia spesso brutale, sulla linea di confine tra due modi di vivere diversi, radicati in due filosofie sociali ed economiche diverse e riconducibili ad assunti diversi sulla scarsità. Per gli ju|'hoan l'economia di mercato e la visione dell'uomo che ne è alla base sono sconcertanti e frustranti. E non sono certo gli unici a pensarla così. Altre società che hanno continuato fino al XX secolo a vivere di caccia e raccolta - dagli hadzabe nell'Africa orientale fino agli inuit nell'Artico - hanno avuto le stesse difficoltà a dar senso e adattarsi alle regole di un sistema economico fondato sull'assioma di una perenne scarsità.

Quando Keynes presentò per la prima volta la propria utopia economica, lo studio delle società di cacciatori-raccoglitori era poco più di un fenomeno da baraccone nell'ambito della nascente disciplina dell'antropologia sociale. E se anche Keynes avesse voluto sapere di più di quelle società, non avrebbe trovato molto che ponesse in dubbio l'idea, allora prevalente, secondo cui la vita nelle società primitive era una battaglia incessante contro la fame. Né vi avrebbe trovato nulla che potesse dissuaderlo dall'idea che, nonostante qualche sporadica battuta d'arresto, il viaggio dell'uomo fosse soprattutto una storia di progresso, e che il motore di questo progresso fosse il nostro impulso a lavorare, produrre, costruire e scambiare, spronati dal nostro innato bisogno di risolvere il problema economico.

Ma oggi sappiamo che non è affatto vero che i cacciatori-raccoglitori come gli ju|'hoan fossero perennemente sull'orlo della fame. Al contrario, erano quasi sempre ben nutriti, vivevano più a lungo dei membri della maggior parte delle società agricole, non lavoravano quasi mai più di quindici ore alla settimana e dedicavano gran parte del proprio tempo al riposo e allo svago. Sappiamo anche che potevano agire così perché non erano abituati a conservare il cibo, davano poca importanza all'accumulazione di ricchezza o di status e lavoravano quasi solo per far fronte alle proprie esigenze materiali a breve termine. Mentre il punto di vista economico è concentrato sull'idea che siamo tutti condannati a vivere nel purgatorio che si estende tra le nostre esigenze infinite e i nostri mezzi limitati, i cacciatori-raccoglitori avevano pochi desideri materiali, che potevano essere soddisfatti con uno sforzo di poche ore. La loro vita economica era organizzata sul postulato dell'abbondanza, invece che sull'ossessione della scarsità. E se le cose stanno così, ci sono buoni motivi per credere che, poiché i nostri antenati hanno cacciato e raccolto cibo per oltre il 95 per cento dei 300 000 anni di storia dell' Homo sapiens, le radici degli assunti sulla natura umana e il problema della scarsità, e dei nostri atteggiamenti verso il lavoro, risalgano alla nascita dell'agricoltura.


Riconoscere che i nostri progenitori, per la maggior parte della storia umana, si sono preoccupati molto meno di noi della scarsità ci ricorda che il lavoro è molto di più dei nostri sforzi di risolvere il problema economico. Possiamo rendercene conto tutti: per noi è normale usare il termine «lavoro» per descrivere - al di là del mestiere che facciamo - qualsiasi tipo di attività dettata da un'intenzione. «Lavoriamo» su una relazione, sul nostro corpo, perfino sul modo di divertirci.

Nel definire il lavoro come il tempo e lo sforzo dedicato alla soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, gli economisti eludono due problemi evidenti. Il primo è che l'unica cosa che distingue il lavoro dal tempo libero è il contesto: il fatto che qualcuno ci paghi per fare una certa cosa, o che, viceversa, siamo a noi a pagare per farla. Se per un raccoglitore primitivo dare la caccia agli alci era lavoro, per molti cacciatori del Primo mondo è uno svago appassionante e, spesso, molto costoso. Se per un artista che vende le sue opere disegnare è lavoro, per milioni di artisti amatoriali è un'attività piacevole e rilassante. E se per un lobbista coltivare relazioni con chi ha potere e influenza è lavoro, per la maggior parte di noi avere degli amici è una gioia. Il secondo problema è che, al di là dell'energia che spendiamo per soddisfare i nostri bisogni più elementari - di cibo, bevande, aria, calore, compagnia e sicurezza -, la nostra definizione di ciò che rappresenta un bisogno ha ben poco di universale. E poi, il punto è che spesso la necessità si fonde impercettibilmente con il desiderio e le due cose finiscono per essere indistinguibili. Alcuni diranno che fare colazione con un croissant accompagnato da un buon caffè è una necessità, mentre altri la definiranno un lusso.

La cosa che più si avvicina a una definizione universale di «lavoro» - una definizione in cui si riconoscano cacciatori-raccoglitori, trader vestiti di scuro che comprano e vendono titoli, contadini che vivono di ciò che coltivano e chiunque altro - è che «lavoro» è qualsiasi impiego intenzionale di energia o sforzo per conseguire uno scopo o a realizzare un fine. Gli esseri umani hanno quasi certamente una qualche nozione di lavoro fin da quando hanno iniziato a utilizzare concetti, parole e idee per suddividere e strutturare la propria esperienza del mondo circostante. Come l'amore, la procreazione, la musica e il lutto, il lavoro è uno dei pochi concetti cui antropologi e viaggiatori riescono ad aggrapparsi ogni volta che si avventurano in terra straniera. Là dove la lingua o le usanze sconcertanti rappresentano un ostacolo, il semplice atto di aiutare qualcuno a fare un lavoro abbatte spesso le barriere molto più in fretta di qualsiasi goffa dichiarazione: è un segno di buona volontà, e crea una comunione di intenti e un'armonia di esperienze, come una danza o una canzone.

Accantonare l'idea che il problema economico sia l'eterna condizione umana significa molto più che estendere la definizione di lavoro al di là dei modi per guadagnarsi da vivere: ci offre una nuova lente attraverso cui esaminare la stretta relazione con il lavoro che abbiamo sviluppato nel corso della nostra storia, dagli inizi stessi della vita fino al nostro indaffarato presente. E solleva una serie di domande nuove. Perché per noi oggi il lavoro è molto più importante di quanto non fosse per i nostri progenitori che cacciavano e raccoglievano cibo? Perché, in un'era di abbondanza senza precedenti, siamo ancora tanto preoccupati dalla scarsità?

Rispondere a queste domande ci costringe a spingerci ben oltre i confini della scienza economica tradizionale, per avventurarci nel mondo della fisica, della biologia evolutiva e della zoologia. Ma - forse la cosa più importante di tutte - ci chiede di assumere, per orientarci, una prospettiva di antropologia sociale. Solo studiando in questa chiave le società che ancora nel XX secolo continuavano a cacciare e a procacciarsi il cibo possiamo ridar vita alle selci, all'arte rupestre e alle ossa scheggiate che sono le uniche testimonianze abbondantemente presenti sui modi di vivere e lavorare dei nostri antenati che andavano in giro in cerca di cibo. Solo assumendo l'approccio dell'antropologia sociale possiamo iniziare a comprendere il modo in cui i diversi tipi di lavoro plasmano la nostra esperienza del mondo. Questo punto di vista più ampio ci apre squarci sorprendenti sulle radici remote di quelle che vengono spesso viste come sfide tipiche della modernità. Ci rivela, per esempio, fino a che punto nelle nostre relazioni con le macchine da lavoro risuoni ancora l'eco dell'antico rapporto tra i contadini e i cavalli da tiro, i buoi e gli altri animali da fatica di cui ci si serviva per lavorare, e quanto le nostre ansie sull'automazione ricordino le preoccupazioni che toglievano il sonno a chi viveva in società basate sulla schiavitù e nascano dalle stesse motivazioni.

Nel ricostruire la storia del nostro rapporto con il lavoro sono due gli itinerari - intrecciati tra loro - che si propongono alla nostra attenzione.

Il primo ripercorre la storia del nostro rapporto con l'energia. Il lavoro, nella sua essenza ultima, è sempre scambio di energia. E la capacità di svolgere determinati tipi di lavoro è ciò che distingue gli organismi viventi dalla materia morta, inanimata. Solo ciò che è vivo si dedica attivamente alla ricerca e alla caccia dell'energia di cui ha bisogno per vivere, crescere e riprodursi. Questo itinerario ci aiuta a capire che non siamo l'unica specie che spende abitualmente molta energia, e che non siamo i soli a scivolare nell'apatia, a deprimerci e demoralizzarci quando veniamo privati di uno scopo e non abbiamo un lavoro da fare. Ciò solleva a sua volta tutta una serie di altre domande sulla natura del lavoro e sul nostro rapporto con esso. Gli altri organismi - i batteri, le piante o i cavalli da tiro - lavorano? E se sì, in che cosa il loro lavoro differisce da quello degli esseri umani e delle macchine che gli umani costruiscono? E che cosa ci dice, tutto ciò, del nostro modo di lavorare?

Questo itinerario parte da quando una fonte di energia aggregò per la prima volta un caos di molecole differenti in modo da formare degli organismi viventi. E si allarga sempre più, e sempre più rapidamente, ripercorrendo i modi in cui la vita si diffuse progressivamente sulla superficie terrestre, evolvendo per catturare nuove fonti di energia, tra cui la luce solare, l'ossigeno, la carne, il fuoco e infine i combustibili fossili di cui ci serviamo per compiere un lavoro.

Il secondo itinerario segue la traiettoria evolutiva e culturale dell'uomo. Le sue prime tappe sono di tipo materiale, assumono la forma di strumenti di pietra, focolari primitivi, perline. Le tappe successive sono fatte di potenti motori, città gigantesche, borse valori, colture su scala industriale. Di stati nazionali e vaste reti di macchinari divoratori di energia. Ma questo percorso è anche costellato di pietre miliari invisibili che assumono la forma di idee, concetti, ambizioni, speranze, abitudini, riti, pratiche, istituzioni e narrazioni: sono i mattoni costitutivi della cultura e della storia. Questo tragitto rivela come, mano a mano che i nostri progenitori acquisivano padronanza di tante abilità nuove e diverse, la nostra progettualità si sia ulteriormente affinata fino a metterci in grado di trovare significato, gioia e profonda soddisfazione nell'erigere piramidi, scavare buche o fare scarabocchi. E mostra in che modo il lavoro svolto dai nostri antenati e le abilità da loro acquisite abbiano progressivamente modellato la loro esperienza e le loro interazioni con il mondo circostante.

Ma per comprendere il nostro attuale rapporto con il lavoro, i punti più importanti sono quelli in cui i due percorsi convergono. Il primo di questi punti di convergenza fu raggiunto quando gli uomini acquisirono la padronanza del fuoco: probabilmente un milione di anni fa. Nel momento in cui impararono a subappaltare una parte dei propri bisogni energetici alle fiamme, gli uomini ottennero alcuni doni preziosi: più tempo senza dover cercare cibo; un modo per stare al caldo anche quando faceva freddo; e la possibilità di ampliare enormemente la propria dieta, alimentando così la crescita di un cervello che richiedeva sempre più energia e poteva lavorare sempre di più.

Il secondo, cruciale punto di convergenza si colloca in tempi molto più vicini a noi, e condusse molto probabilmente a una trasformazione ancora più profonda: circa 12 000 anni fa, alcuni dei nostri antenati iniziarono a immagazzinare cibo e a sperimentare la coltivazione, modificando così il proprio rapporto con l'ambiente, con gli altri, con la scarsità e con il lavoro. Soffermarci su questo passaggio ci rivela anche quanta parte dell'architettura economica formale su cui è organizzata oggi la nostra vita lavorativa abbia avuto origine nell'agricoltura e quanto le nostre idee sull'uguaglianza e sullo status siano intimamente legate ai nostri atteggiamenti verso il lavoro.

Un terzo punto di convergenza coincide con il momento in cui gli esseri umani iniziarono a concentrarsi in città più o meno grandi. Accadde circa 8000 anni fa: quando alcune società fondate sull'agricoltura iniziarono a generare surplus alimentari sufficientemente grandi da sostentare vaste popolazioni urbane. Anche questo coincide con un nuovo, grande capitolo nella storia del lavoro - definito stavolta non dalla necessità di catturare energia lavorando nei campi, ma piuttosto dalle esigenze di spenderla. La nascita delle prime grandi città portò alla genesi di una vasta gamma di nuove abilità, professioni, lavori e attività economiche, inconcepibili in società fondate sull'agricoltura di sussistenza o sulla ricerca di cibo.

Lo sviluppo dei villaggi, trasformatisi in cittadine e poi in metropoli vere e proprie, ebbe un ruolo decisivo nel ridefinire le dinamiche del problema economico e della scarsità. I bisogni materiali della popolazione urbana erano in gran parte soddisfatti dai coltivatori che producevano cibo nelle campagne, perciò le città poterono concentrare tutta la loro irrefrenabile energia nella ricerca di status, ricchezza, piacere, svago e potere. Esse divennero ben presto delle fucine di disuguaglianze, in un processo accelerato dal fatto che gli abitanti delle città non erano uniti dagli stessi intimi legami familiari e sociali tipici delle piccole comunità rurali. Per effetto di ciò, chi viveva nelle città iniziò a collegare sempre più strettamente la propria identità sociale al lavoro e a ciò che lo accomunava ad altri che facevano lo stesso suo mestiere.

Il quarto punto di convergenza è segnato dalla nascita di fabbriche e impianti con grandi ciminiere che emettevano fumo, mentre le popolazioni dell'Europa occidentale imparavano a sfruttare le antiche riserve di energia racchiuse nei combustibili fossili e a ricavarne una prosperità materiale fino allora inimmaginabile. Da qui, dall'inizio del XVIII secolo, parte il repentino sviluppo di entrambi i percorsi, che si fanno inoltre sempre più affollati, per effetto della rapida crescita in numero e dimensioni delle città e dell'aumento della popolazione sia umana sia delle specie animali e vegetali domesticate dai nostri antenati. Inoltre, i due processi sono intensificati anche dall'accelerazione della nostra attenzione collettiva alla scarsità e al lavoro, che è il paradossale risultato del fatto che oggi ci sono più cose che mai. E, sebbene sia ancora presto per dirlo, è difficile sfuggire al sospetto che i futuri storici smettano di distinguere tra prima, seconda, terza e quarta Rivoluzione industriale per considerare invece questo lungo periodo come una unica, cruciale fase del rapporto tra la nostra specie e il lavoro.

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Tutte le società di caccia e raccolta e quelle del primo Neolitico possedevano una ricca cultura visiva e comunicavano attraverso una serie di simboli carichi di significati; ma fu solo con la nascita delle città che si sviluppò un sistema di rappresentazione visiva versatile come la scrittura.

Come l'agricoltura, anche i sistemi di scrittura si svilupparono in modo indipendente presso varie popolazioni, prive di rapporti tra loro, in diverse parti del mondo, in un arco di tempo relativamente breve. Nel Medio Oriente, nel Sudest asiatico e nella Mesoamerica nacquero almeno tre sistemi di scrittura completamente indipendenti, a partire dai quali si è sviluppata poi la maggior parte di quelle contemporanee che oggi ci sono familiari. Le origini e il significato dei voluttuosi glifi e simboli usati dagli olmechi, nel golfo del Messico, tra il 600 e il 500 a.C., e confluiti un millennio più tardi nel sistema di scrittura dei maya, sono incerti, e lo stesso vale per i segni e simboli standardizzati, già molto sofisticati, che compaiono sui più antichi documenti scritti provenienti dalla Cina, sotto forma di iscrizioni su ossa di animali e gusci di tartaruga, risalenti alla dinastia Shang, tre millenni e mezzo fa.

Più facile è stato ricostruire le origini del più antico sistema di scrittura a noi noto, quello sviluppato dai sumeri a Uruk. Nell'evoluzione della loro caratteristica scrittura cuneiforme si distinguono tre fasi. Nella più antica, durata 4500 anni e iniziata forse 10 000 anni fa, le transazioni venivano contabilizzate con gettoni di argilla che simboleggiavano unità di merci. Nella seconda fase questi segni tridimensionali si trasformarono in pittogrammi su tavolette di argilla, utilizzati anch'essi per finalità contabili. La fase finale, che precorre la scrittura alfabetica, iniziò circa 5000 anni fa, con l'uso di pittogrammi per rappresentare sistematicamente la lingua parlata.

Le specifiche implicazioni cognitive dell'alfabetizzazione rimangono dibattute. Come ogni altra abilità complessa acquisita e padroneggiata fin dalla gioventù e cognitivamente plastica, anche l'alfabetizzazione influisce chiaramente sull'organizzazione del nostro cervello e sul nostro modo di pensare e percepire il mondo. Il dibattito non verte tanto sul «se» sia così, ma sulla profondità delle conseguenze che comporta. Alcuni insistono sul carattere fondamentale dei cambiamenti cognitivi e psicologici provocati dall'alfabetizzazione, sostenendo che essa abbia privilegiato la vista sugli altri sensi e incentivato lo sviluppo di un modo di vedere il mondo più scientifico, visivamente ordinato e «razionale». Altri, invece, sono molto più scettici al riguardo, e ritengono che l'architettura intellettuale essenziale necessaria per leggere e scrivere non sia diversa da quella che occorre per tradurre i suoni che emettiamo in un discorso significativo o per interpretare le impronte lasciate dagli animali nella sabbia e altri segni visivi.

Indiscusso è però il fatto che, anche se la capacità di rappresentare fedelmente il linguaggio parlato e le idee complesse sotto forma di simboli scritti non avesse radicalmente cambiato la percezione del mondo circostante, senza quella capacità saremmo privi non solo di gran parte della storia, della filosofia e della poesia, ma anche degli strumenti necessari per sviluppare i complessi modelli astratti che hanno reso possibili scoperte fondamentali in campo matematico, scientifico e ingegneristico. Altrettanto assodato è che l'invenzione della scrittura produsse un intero universo di nuovi lavori e professioni da scrivania fino allora inimmaginabili - dagli scribi agli architetti -, il cui status elevato derivava spesso anche dall'energia e dagli sforzi investiti per padroneggiare adeguatamente la scrittura. «Metti la scrittura nel tuo cuore per proteggerti dal duro lavoro di qualsiasi tipo» è la celebre raccomandazione fatta nel III millennio a.C. da un padre egizio al figlio che va a scuola, accompagnata dal commento: «lo scriba è affrancato da incombenze manuali» ed è «colui che comanda».

Č evidente che l'alfabetizzazione trasformò radicalmente anche la natura e l'esercizio del potere. Lo fece innanzitutto fornendo agli stati antichi gli strumenti per creare burocrazie funzionanti e sistemi legali formalizzati, che permisero loro di organizzare e gestire popolazioni molto più ampie e di affrontare progetti molto più ambiziosi; e, in secondo luogo, offrendo a chi padroneggiava la lettura e la scrittura la possibilità di rivendicare l'accesso privilegiato alle parole e alla volontà degli dèi.

Non c'è dubbio che l'alfabetizzazione abbia trasformato il mondo dei commerci, creando la possibilità di istituire una valuta formalizzata, di tenere una contabilità complessa, di creare istituzioni finanziarie e bancarie e di accumulare una ricchezza che spesso esisteva solo in forma di registri contabili.

Gli archeologi hanno recuperato più di centomila campioni di scrittura cuneiforme sumera, tra cui lettere, ricette, documenti legali, storie, poesie e mappe, oltre a molti documenti attinenti al commercio; tra questi anche: una busta paga di 5000 anni fa, da cui si evince che agli assetati abitanti di Uruk, come agli operai che costruirono le piramidi egizie, andava benissimo essere remunerati in birra; ricevute di 4000 anni fa, che attestano scambi riguardanti vari tipi di merci, dal foraggio per animali ai tessuti; e la più antica lettera di reclamo a noi nota, scritta da un cliente infuriato che intorno al 1750 a.C. si lamentava con un mercante che gli aveva consegnato delle merci scadenti.

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La maggior parte degli economisti non ama riflettere sugli specifici bisogni o desideri da cui dipende in gran parte la sensazione che le cose scarseggino. Essi preferiscono liquidare la questione dei motivi per cui alcune cose non essenziali (come i diamanti) siano più preziose di cose essenziali (come l'acqua) con la formula «paradosso del valore», e si limitano a dire che non è il caso di arrovellarsi per capire come si spieghi l'esistenza di bisogni diversi, perché sono i mercati a definire il valore relativo di quei bisogni.

Su questo punto John Maynard Keynes si distaccava nettamente da molti suoi colleghi, affermando che il problema economico sarebbe stato risolto dall'automazione. Il suo ragionamento era che il problema economico aveva due componenti distinte e che l'automazione poteva risolvere solo la prima, l'aspetto collegato all'impulso a soddisfare quelli che chiamava «bisogni assoluti». I bisogni di cibo, acqua, calore, comodità, compagnia e incolumità erano universali, assoluti e vissuti allo stesso modo da tutti: dal prigioniero in catene al monarca nel suo palazzo. E questi bisogni, pur essendo critici, non erano infiniti. Quando sei già abbastanza al caldo, se metti altra legna sul fuoco rischi di sudare; e quando hai già mangiato a sufficienza, continuare a mangiare non ti farà bene. La seconda componente del problema economico era per Keynes il nostro desiderio di soddisfare quelli che chiamava «bisogni relativi». Questi bisogni, diceva Keynes, erano davvero infiniti: non appena uno di essi verrà soddisfatto, al suo posto ne subentrerà rapidamente un altro, di solito ancora più ambizioso. Il bisogno di «stare al passo con i Jones», di avere una promozione sul lavoro, di acquistare una casa più grande, di guidare un'auto più bella, di gustare cibi più raffinati e di avere più potere: questi sono i bisogni che ci spingono a continuare a lavorare anche dopo che i nostri bisogni assoluti sono stati soddisfatti.

In tutto questo discorso, Keynes non specificava se il suo bisogno di bere vini perfettamente abbinati ai piatti, di avere una casa di campagna dove andare nei weekend e di fumare un buon tabacco turco da pipa fosse assoluto o no. Resta il fatto che, distinguendo tra bisogni assoluti e relativi, riconosceva che i desideri sono influenzati dal contesto sociale e dallo status. Su questo punto ragionava in modo simile agli antropologi sociali, cui - a differenza degli economisti - interessa capire come mai in alcuni contesti, come le città, i diamanti siano più preziosi dell'acqua, mentre in altri, come le comunità tradizionali di raccoglitori e cacciatori del deserto del Kalahari - che oggi ospita le due miniere di diamanti più ricche mai scoperte - i diamanti non hanno alcun valore, mentre l'acqua non ha prezzo.


L'idea che la disuguaglianza sia naturale e inevitabile viene costantemente evocata sia negli insegnamenti della filosofia vedica, confuciana, islamica e classica europea, sia nella retorica di tanti politici. Si può dire che da quando gli uomini vivono nelle città e registrano i propri pensieri per iscritto c'è chi, come Aristotele, proclama che la disuguaglianza è un dato ineluttabile della vita. Naturalmente non mancano le voci dissenzienti, il cui messaggio di uguaglianza, nel momento in cui entra in sintonia con chi è in fondo alla scala economica, sociale o politica, viene periodicamente lanciato dalle barricate estemporanee che spuntano nelle strade nei periodi di turbolenza, di ribellione o di rivoluzione.

I raccoglitori come gli ju|'hoan ci ricordano che siamo capaci di organizzare noi stessi tanto in società fieramente egualitarie quanto in rigide gerarchie. Di conseguenza, molti storici hanno affermato che la disuguaglianza non è insita nella natura umana, ma probabilmente è stata, come le malattie zoonotiche, il dispotismo o la guerra, una conseguenza diretta e immediata del passaggio all'agricoltura. Il loro ragionamento è che, non appena gli uomini hanno avuto vaste eccedenze da accumulare, scambiare o distribuire, i demoni più miserabili della nostra natura hanno preso il sopravvento.

D'altra parte, la disuguaglianza estrema non era una conseguenza diretta e ineluttabile della transizione dei nostri antenati all'agricoltura. Molte delle prime società agricole erano assai più egualitarie di quelle urbane moderne, e negli antichi villaggi e borghi rurali gli uomini spesso lavoravano insieme, condividevano alla pari il prodotto del proprio lavoro e accumulavano eccedenze solo a vantaggio della collettività. Moltissimi elementi indicano inoltre che questa arcaica forma di egualitarismo stile «kibbutz» sopravvisse come modo efficace per gestire i ricorrenti episodi di scarsità materiale di cui popolazioni agricole in rapida crescita abitualmente soffrivano. Alcuni archeologi ritengono, per esempio, che i coltivatori su piccola scala che nel corso del I millennio a.C. si insediarono in gran parte della penisola iberica siano stati «assertivamente egualitari» fino al momento in cui all'orizzonte comparvero, nel I secolo a.C., le legioni romane.

[...]

La più antica testimonianza scritta su una città ha la forma di un poema epico e descrive le imprese di Gilgameš, uno dei primi sovrani di Uruk, passato alla storia per la costruzione delle mura cittadine e poi venerato come un dio. Redatta in alfabeto cuneiforme, la prima delle tante versioni a oggi note della storia delle gesta di Gilgameš risale a circa 4100 anni fa ed era quasi certamente un'iscrizione con un racconto orale tramandato, e debitamente arricchito, da una generazione all'altra. L'epopea di Gilgameš è ovviamente più mito che storia, ed è fatto più di piaggeria che di fatti. Ma se letta accanto ad altri documenti cuneiformi della stessa epoca che descrivono dettagliatamente i diritti e i requisiti dei cittadini comuni previsti dalle riforme introdotte 4500 anni fa dal re sumero Urukagina, essa offre una visione incredibilmente dettagliata della vita nel centro urbano più antico di sempre.

Da queste fonti si evincono i numerosi mestieri esercitati a Uruk e in altre città-stato dell'antica Mesopotamia, ma si comprende anche che Uruk, come le odierne metropoli, da New York a Londra a Shanghai, non era affatto egualitaria e che i commercianti e gli usurai potevano approfittare del proprio controllo sull'offerta e distribuzione delle eccedenze per conquistare uno status paragonabile a quello di nobili e sacerdoti.

I cittadini di Uruk 4500 anni fa erano divisi in cinque classi sociali distinte. In cima a tutte le classi c'erano i monarchi e l'aristocrazia, il cui status privilegiato si basava sulla discendenza dagli antichi re come Gilgameš e sulla consanguineità con gli dèi. Immediatamente sotto c'erano i sacerdoti e le sacerdotesse, il cui potere derivava dalla vicinanza ai re e dal loro ruolo di intermediari tra uomini e dèi, custodi di luoghi e oggetti sacri e, più prosaicamente, burocrati cui erano affidati gli spazi urbani più importanti. In fondo a tutti (a parte gli schiavi, che non erano neppure considerati persone) c'erano quelle che oggi chiameremmo le «classi lavoratrici», ovvero i contadini, che vivevano perlopiù fuori dalle mura cittadine e, all'interno della città, gli addetti a vari mestieri, sia maschili sia femminili, che lavoravano alle dipendenze di altri o gestivano piccole attività autonome: macellai, pescatori, coppieri, muratori, birrai, tavernieri, muratori, falegnami, profumieri, vasai, orafi e carrettieri. Tra questo strato e l'ordine sacerdotale c'erano soldati, contabili, architetti, astrologi, insegnanti, prostitute di alto bordo e ricchi mercanti.

In posti come Uruk, la gente comune aveva un solo modo per colmare l'abisso che la separava dalla nobiltà (a meno di provocare una rivoluzione): arricchirsi con i commerci. Accumulare ricchezza offriva un'opportunità di mobilità verso l'alto a chi lavorava più degli altri o aveva più fortuna o più astuzia.

L'archeologia delle città sumere ci dice una cosa tutt'altro che sorprendente: che uno dei mestieri più promettenti, per chi ambiva a scalare posizioni nella società, era la fabbricazione e vendita di birra. La birra era anche una sorta di valuta, come il grano o l'argento: anche perché le birrerie facevano prestiti ai contadini al verde, che probabilmente accettavano tassi di interesse e sanzioni in caso d'insolvenza che da sobri non si sarebbero mai sognati di sottoscrivere. Non sappiamo per certo se i proprietari di taverna avessero molte occasioni di mobilità verso l'alto, ma c'è un particolare eloquente: l'unica donna che compare tra i monarchi sumeri, la regina Kubaba, era stata un'umile taverniera prima di assumere il potere nella città di Kish, su cui avrebbe regnato, secondo le fonti, per cento anni.

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I primissimi, rudimentali motori a vapore erano stati costruiti molto prima che gli scienziati illuministi iniziassero a pensare a come misurare il lavoro che quelle macchine erano in grado di fare. Nel I secolo d.C. Erone di Alessandria , un ingegnere che viveva nell'Egitto sotto la dominazione romana, costruì un motore a vapore semplice ma funzionante, che chiamò aeolipile. Ma, come per un'altra sua invenzione - l'organo musicale alimentato a vento - l'unico uso che seppe immaginare consisté nell'accenderla, farla girare e fischiare durante le feste dei dignitari. Questa semplice turbina a vapore pressurizzato viene riprodotta ancor oggi, in numerose versioni, in migliaia di aule scolastiche.

Anche nella Turchia ottomana, e poi nella Francia rinascimentale, gli ingegneri sperimentarono, più di 1000 anni dopo Erone, la costruzione di rudimentali motori, ma fu solo nel 1698, quando l'ingegnere militare inglese Thomas Savery depositò il brevetto di «una nuova invenzione per sollevare l'acqua con la forza del fuoco e provocare il movimento di qualsiasi tipo di mulino», che qualcuno pensò di utilizzare seriamente il vapore. Questo nuovo motore, detto anche «l'amico del minatore», era un semplice condensatore, senza parti in movimento, che faceva risalire l'acqua creando dei vuoti parziali quando il vapore caldo veniva raffreddato in camere sigillate. Aveva anche il fastidioso vizio di esplodere e sottoporre chi lo utilizzava a una pioggia di schegge roventi; ma era sufficientemente potente da aspirare l'acqua dai pozzi delle miniere, aiutando così i minatori a estrarre una quantità di carbone superiore alle tonnellate necessarie per tenere in funzione questa macchina così terribilmente inefficiente.

I grandi motori immobili di Savery hanno guadagnato al loro inventore un posto nei libri di storia. Ma ben presto altri - forse spronati proprio dal fatto che Savery era riuscito a convincere il Parlamento britannico a prolungare la validità del suo brevetto esclusivo - inventarono nuove macchine, di differente concezione e più efficaci.

Il principale progetto fu ideato nel 1712 da Thomas Newcomen, un fabbro specializzato nella produzione di attrezzature per le miniere di carbone e di stagno. Il suo motore azionava un pistone separato, il che lo rendeva molto più efficiente e potente di quello di Savery. Ma anche i motori di Newcomen continuarono a essere utilizzati soprattutto per prosciugare le miniere di carbone o per alimentare di acqua a ciclo continuo le ruote idrauliche.

Il motore di Newcomen, nelle sue varie versioni, rimase d'uso comune fino al 1776, quando James Watt, che aveva dedicato vent'anni a sperimentare nuovi progetti di motore, si rese conto che, tenendo separati il condensatore e il pistone, avrebbe potuto costruire macchine ancora più efficienti e versatili. Per fortuna di chi doveva alimentare i fuochi di questi motori, nel corso del Settecento la diffusione del carbone nelle fonderie accrebbe la quantità e qualità della produzione di ferro, consentendo di fabbricare motori sempre più sofisticati e robusti, che potevano funzionare a pressioni più elevate senza esplodere. Grazie a ciò, il secolo successivo vide emergere e diffondersi a macchia d'olio tutta una serie di nuove versioni del motore di Watt, sempre più flessibili ed efficienti. Dal 1780 i motori stazionari erano installati nelle fabbriche di tutta Europa, dove venivano utilizzati per azionare sistemi a volte incredibilmente complessi di pulegge, leve, ingranaggi e argani che occupavano spazi enormi negli stabilimenti, mentre i motori mobili davano vita a un'infrastruttura di trasporto sempre più celere che consentiva di spostare grandi carichi a una velocità che cent'anni prima sarebbe parsa vertiginosa.

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Pagina 295

Per gran parte del XX secolo, negli Stati Uniti e in altri paesi industrializzati, il nesso tra produttività del lavoro e salari è stato relativamente stabile. Ciò significava che, se l'economia cresceva e la produttività del lavoro aumentava, anche il denaro che le persone portavano a casa con il loro pacchetto retributivo cresceva a un ritmo analogo. I ricchi portavano a casa una quota netta crescente dei profitti, ma ognuno era convinto che, se l'azienda per cui lavorava si arricchiva, lo stesso valeva per lui.

Negli anni ottanta, però, quel legame si spezzò. Con il Grande disaccoppiamento la produttività, la produzione e il prodotto interno lordo continuarono a crescere, ma i salari si fermarono per tutti, a eccezione di chi guadagnava più di tutti. Con il passare del tempo molte persone iniziarono a notare che il loro stipendio mensile non aumentava più come prima, sebbene facessero lo stesso lavoro di prima, in un'azienda che guadagnava come prima.

Il Grande disaccoppiamento ha eliminato qualsiasi pressione duratura a favore della riduzione della settimana lavorativa. La maggior parte delle persone semplicemente non poteva più permettersi di mantenere il proprio stile di vita lavorando meno ore. Molti si sono indebitati ulteriormente, a livello individuale e familiare, poiché all'epoca era abbastanza conveniente. Tra i segmenti meglio retribuiti della forza lavoro è stato incoraggiato un netto aumento delle ore lavorate, in quanto i premi potenziali per chi otteneva «risultati eccellenti» sono improvvisamente saliti alle stelle.

Non è ancora chiaro quale sia stata la causa del Grande disaccoppiamento. Alcuni economisti ne contestano l'esistenza, sostenendo che i grafici impietosi che indicano una chiara divergenza tra produttività e salari reali medi sono inesatti, in quanto non tengono conto dei costi crescenti dei benefici accessori pagati ai dipendenti negli Stati Uniti, principalmente sotto forma di spese di assicurazione sanitaria, e in quanto i metodi standard utilizzati per misurare l'inflazione non colgono la realtà effettiva.

Tuttavia, secondo molti altri economisti il Grande disaccoppiamento è stato la prima chiara prova di come l'espansione tecnologica stia cannibalizzando la forza lavoro e concentrando la ricchezza in poche mani. Questi osservatori fanno notare che nel 1964 il gigante delle telecomunicazioni At&t valeva 267 miliardi di dollari attuali e dava lavoro a 758 611 persone, il che equivale all'incirca a un dipendente per ogni 350 000 dollari di valore aziendale. Il gigante delle comunicazioni di oggi, Google, invece, vale 370 miliardi di dollari e ha soltanto 55 000 dipendenti, il che equivale a circa 6 milioni di dollari di valore per dipendente.

Il processo è stato facilitato da una serie di importanti sviluppi politici. Ci sono stati la deregolamentazione dei mercati e l'«economia del trickle down» sostenuta a spada tratta da Thatcher e Reagan, poi il crollo del comunismo e il passaggio al capitalismo oligarchico nelle repubbliche ex sovietiche e l'ascesa delle «tigri del Sudest asiatico» spronate dall'adozione del capitalismo di stato in Cina.

[...]

Quando, nel corso del 2008 e del 2009, le borse crollarono, i prezzi delle materie prime industriali precipitarono e le banche centrali in preda al panico iniziarono a stampare freneticamente trilioni di dollari per ricapitalizzare le economie in bilico, per un breve momento si ebbe l'impressione che gli stipendi gonfiati e i sontuosi bonus degli alti dirigenti delle grandi aziende non fossero stati nient'altro che l'ennesima bolla in attesa di scoppiare in modo spettacolare, e che il pubblico avesse perso fiducia nel genio dei «migliori talenti» non appena la crisi finanziaria aveva rivelato che il loro tocco di Mida aveva prodotto soltanto montagne di illusioni.

Ma la bolla non scoppiò. La narrazione sui talenti era ormai radicata così profondamente nel tessuto istituzionale delle imprese più esposte alla crisi che, quando queste iniziarono a ridurre il personale e a smantellare interi reparti per ridurre i costi, molte attinsero alle magre riserve di liquidità per distribuire lauti premi e trattenere i dirigenti di vertice, partendo dal presupposto che fossero gli unici in grado di navigare in quelle acque ormai insidiosissime.

Anche se molte delle figure di vertice sono riuscite a escogitare un modo per elargirsi premi maggiori, il crollo ha fatto precipitare la fiducia del pubblico nei confronti degli economisti. Se i cosiddetti esperti non avevano visto arrivare la crisi, c'erano ottime ragioni per dubitare della loro competenza. Il problema era che, poiché l'economia si era a lungo spacciata per scienza, le persone hanno ragionevolmente cominciato a guardare con scetticismo alle competenze in generale, anche in scienze con basi molto più solide dell'economia, come la fisica e la medicina. Il risultato è stato che, tra le vittime più inaspettate della crisi finanziaria, c'è stata anche la fiducia, un tempo pressoché universale, in categorie come i climatologi, che ammoniscono sui pericoli del cambiamento climatico antropogenico, o gli epidemiologi, che cercano di spiegare i benefici dell'immunizzazione.

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Le fratture da stress e l'ispessimento di ossa consumate dal lavoro delle campagne confermano che la morte per superlavoro esiste fin da quando alcuni dei nostri antenati abbandonarono l'arco e il bastone da scavo a favore dell'aratro e della zappa. Ai tanti che nel corso della storia sono morti per «salvare la fattoria» si aggiungono le innumerevoli anime uccise dal lavoro imposto loro con la frusta da qualcun altro: gli schiavi che gli antichi romani spedivano nelle miniere e nelle cave; i discendenti degli uomini e delle donne portati via dall'Africa e condannati a una vita dura, breve e brutale nelle piantagioni americane di cotone e di canna da zucchero; le decine di milioni di persone scomparse nel corso del XX secolo nei gulag, nelle colonie penali, nelle prigioni e nei campi di concentramento per aver commesso dei crimini o per essersi trovate dalla parte sbagliata di qualche «ismo», «crazia» e così via; e coloro che, come i raccoglitori di caucciù nel Congo di re Leopoldo, o lungo il fiume Putumayo in Colombia, erano visti, all'inizio del XX secolo, semplicemente come manovalanza «usa e getta» a buon mercato.

[...]

La convergenza tra l'odierna ricerca di ricchezza e un'etica confuciana di responsabilità, lealtà e onore può spiegare l'elevato numero di morti da superlavoro in città come Seul, Shanghai o Tokyo, ma questo fenomeno non è certo esclusivo dell'Estremo Oriente a cavallo tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo. Semmai, ciò che contraddistingue le economie della fascia confuciana non è una maggior frequenza delle morti per superlavoro, ma il fatto che le persone siano più disposte a discutere del problema.

Nell'Europa occidentale e nel Nord America le morti per superlavoro vengono di solito attribuite a carenze individuali, più che ad azioni o omissioni di un datore di lavoro o di un governo. Il risultato è che restano fuori dal discorso collettivo, non fanno notizia, né spingono dei familiari in lutto a pretendere che un datare di lavoro chieda umilmente scusa o che il governo intervenga. Tuttavia, anche qui il problema ha generato qualche attenzione occasionale. Nell'ultimo decennio, per esempio, l'amministratore delegato di France Télécom è stato costretto a dimettersi e vari alti dirigenti sono stati rinviati a processo con l'accusa di «molestie morali», in relazione alla cultura lavorativa tossica che avrebbero favorito nell'azienda, contribuendo secondo i pubblici ministeri a causare tra il 2008 e il 2009 ben trentacinque suicidi tra i dipendenti.

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Pagina 317

Il famoso grafico di Clark sull'evoluzione nel tempo delle proporzioni tra i tre settori è una rappresentazione accurata di ciò che è accaduto nelle economie dell'Europa occidentale, del Giappone e degli Stati Uniti. Anche altre economie, come la Cina, sembrano seguire il percorso previsto da Clark: i servizi aumentano costantemente, in proporzione al declino dell'agricoltura, e le attività manifatturiere perdono progressivamente importanza. D'altra parte, è arduo spiegare il massiccio aumento verificatosi nelle professioni dei servizi come risposta a un bisogno profondo e reale, e agli stessi sforzi di inserzionisti e influencer per convincerci della loro importanza.

Il secondo problema del modello di Clark è che la maggioranza della popolazione di un paese sia occupata nel settore dei servizi è chiaramente un fenomeno nuovo, ma il settore è antico quanto le primissime città (sebbene allora i servizi fossero concentrati quasi esclusivamente tra le mura cittadine). Anche nelle più grandi metropoli dell'antichità, come Roma, le attività manifatturiere erano relativamente poco sviluppate e il consumo vistoso era riservato esclusivamente ai patrizi e ai mercanti più ricchi. Quasi certamente era così anche in città come Uruk, dove la maggioranza della popolazione era composta da sacerdoti, amministratori, contabili, soldati e, a quanto pare, tavernieri. Č difficile, insomma, spiegare la preponderanza dell'occupazione nel settore dei servizi che si riscontra in città antiche come Uruk, Menfi, Luoyang o Roma con un aumento della domanda di servizi sospinto dalla maggiore produttività delle attività manifatturiere.

Guardare al nostro rapporto con il lavoro su un orizzonte temporale assai più lungo suggerisce che forse esistono altri modi per interpretare la rapida espansione del settore dei servizi nel quadro della progressiva transizione a economie «postindustriali».

Uno di questi è riconoscere che molti servizi (anche se non tutti!) rispondono a bisogni umani fondamentali che fanno parte del nostro patrimonio evolutivo e non sono facili da soddisfare nelle città, quando gli uomini hanno smesso di vivere in piccole comunità sociali affiatate. I medici esistono perché vogliamo vivere più a lungo possibile e detestiamo il dolore; gli artisti e gli intrattenitori esistono per darci piacere; i parrucchieri esistono perché alcuni di noi tengono molto al proprio aspetto o hanno bisogno di qualcuno che li ascolti con partecipazione; i dj esistono perché ci piace ballare; e i burocrati esistono perché anche gli anarchici più convinti vogliono che gli autobus passino puntuali. Non sono stati i progressi nella produzione a far aumentare la domanda di questo tipo di servizi: essi sono sempre esistiti come bisogni fondamentali, che tuttavia sono stati amplificati nel momento in cui la produttività dell'agricoltura e dell'industria ha affrancato molte persone dalla necessità di concentrare gran parte del proprio tempo e delle proprie energie sulla produzione o sulla fabbricazione di cose.

Un altro modo per leggere l'espansione del settore dei servizi si basa sulla cultura del lavoro profondamente radicatasi in noi a partire dalla rivoluzione dell'agricoltura: una cultura che ci rende intolleranti verso i parassiti ed eleva il lavoro retribuito a fondamento del nostro contratto sociale, sebbene tante occupazioni non abbiano quasi altro scopo che tenere occupate le persone. Ciò chiama in causa a sua volta la relazione di fondo tra vita, energia, ordine ed entropia. Più o meno allo stesso modo in cui i tessitori mascherati o gli uccelli giardinieri spendono la propria energia in eccesso per costruire strutture complicate e spesso non necessarie, anche gli esseri umani, ogni volta che hanno a disposizione surplus energetici significativi, indirizzano puntualmente quelle energie in nuove direzioni intenzionali. Da questo punto di vista, l'emergere di molte antiche professioni del settore dei servizi è stato semplicemente il risultato del fatto che ogni volta che gli uomini (come altri organismi) hanno a disposizione ampi e continui surplus energetici, essi trovano sempre e ovunque dei modi creativi di spenderli in lavoro. Nel caso degli esseri umani, ciò ha comportato lo sviluppo di una miriade di capacità significative e variegate, il cui apprendimento e utilizzo ci procura spesso grande soddisfazione. Ecco perché le città sono sempre state dei crogioli di maestria, senso artistico, intrigo, curiosità e scoperta.

[...]

Graeber non è stato certo il primo a notare la proliferazione di posti di lavoro inutili nel settore in espansione dei servizi, tipico delle società postindustriali. La tendenza a crescere a dismisura, tipica delle burocrazie organizzative, viene a volte chiamata anche «Legge di Parkinson», dal titolo di un impertinente articolo pubblicato nel 1955 sull' Economist da Cyril Northcote Parkinson. Forte dell'esperienza diretta nella notoriamente flaccida amministrazione coloniale britannica, Parkinson scriveva che «il lavoro si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile», e che, di conseguenza, le burocrazie genereranno sempre abbastanza lavoro interno da apparire indaffarate e importanti e da riuscire a garantirsi la sopravvivenza o la crescita senza necessariamente produrre maggiori risultati. Anche se non era questa l'intenzione di Parkinson scrivendo questo articolo, il linguaggio usato ricorda molto quello con cui scienziati come Schrödinger hanno descritto là relazione tra lavoro, energia e vita. Per la Legge di Parkinson le burocrazie, per sopravvivere e crescere, devono costantemente assorbire energia, sotto forma di denaro, e compiere lavoro, anche quando quel lavoro - come quello dei tessitori mascherati traboccanti di energia - non serve a nient'altro che a spendere quell'energia.

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Nel 1968 un gruppo di industriali, diplomatici e accademici si riunirono per dar vita a quello che in seguito battezzarono il Club di Roma. Preoccupati dalla distribuzione non uniforme dei benefici della crescita economica, e allarmati da alcuni evidenti costi ambientali della industrializzazione accelerata, essi decisero di analizzare meglio le implicazioni a lungo termine di una crescita economica senza freni. E per dare risposta a una serie di domande commissionarono una ricerca a Dennis Meadows , uno specialista di management del Massachusetts Institute of Technology che, grazie al munifico budget messo a disposizione dalla Fondazione Volkswagen, coinvolse per prima cosa una brillante biofisica di Harvard, che incidentalmente era anche sua moglie, Donella Meadows. La coppia reclutò un team multidisciplinare di esperti in dinamica dei sistemi, agronomi, economisti e demografi. Formata la squadra, Meadows comunicò al Club di Roma che in un paio d'anni, se tutto fosse andato bene, il gruppo avrebbe presentato i risultati.

Sfruttando la capacità di calcolo dei computer mainframe appena installati al Mit, Meadows e il suo team definirono una serie di algoritmi per modellizzare la relazione dinamica tra industrializzazione, crescita della popolazione, produzione alimentare, uso di risorse non rinnovabili e degrado ambientale. Poi utilizzarono quegli algoritmi per compiere una serie di simulazioni basate su diversi scenari, al fine di rappresentare sotto forma di modelli i possibili futuri effetti delle nostre azioni a breve termine.

I risultati di questo ambizioso esercizio furono presentati in privato al Club di Roma, poi pubblicati nel 1972 in un volume, I limiti dello sviluppo. Meadows e il suo team erano giunti a conclusioni molto diverse dal sogno utopico di Keynes. E anche da ciò che il Club di Roma e chiunque altro avrebbero voluto sentire.

Nel loro insieme i risultati dei vari scenari inseriti dal team nei computer del Mit mostravano inequivocabilmente che proseguendo come se niente fosse - ossia senza interventi significativi sui trend storici di crescita economica e demografica - il mondo entro cento anni sarebbe andato incontro a un «improvviso e incontrollabile declino della popolazione e del sistema industriale». In altre parole, quei dati mostravano che il nostro costante sforzo di risolvere il problema economico era il problema più grave che l'umanità doveva affrontare, e che continuando in quel modo l'esito più probabile sarebbe stato una catastrofe.

Ma il messaggio di fondo del rapporto non era del tutto deprimente. Gli autori erano convinti che non solo ci fosse ancora tempo per agire, ma anche che ciò fosse nelle nostre capacità. Occorreva solo comprendere la necessità di abbandonare la nostra spasmodica attenzione per la crescita economica perenne. Nonostante qualche riserva di minor conto sulla metodologia seguita e sul fatto che il modello concedeva poco spazio alla possibilità di introdurre miracolose terapie innovative che potessero allontanare il problema, il Club di Roma trovò più che convincenti i risultati del team diretto da Meadows.

«Č nostra convinzione unanime che, al momento attuale, la situazione mondiale sia già così pericolosamente squilibrata da imporre con assoluta urgenza un tempestivo, radicale riassestamento»: così suonava l'allarmante avvertimento degli autori, che facevano anche notare come la finestra di opportunità per intervenire si stesse chiudendo con preoccupante rapidità e il problema non potesse essere semplicemente scaricato sulle generazioni future.

Il mondo non era pronto ad accettare una visione tanto pessimista del futuro, e nessuno era disposto a prendere minimamente in considerazione le pesanti responsabilità che, se vera, quella visione gli avrebbe imposto, né a contemplare l'idea che le stesse virtù alla base del progresso umano - produttività, ambizione, energia e duro lavoro - potessero condurci alla perdizione. «Spazzatura dentro, spazzatura fuori» bofonchiò il New York Times in una durissima recensione, definendo I limiti dello sviluppo «un lavoro vacuo e fuorviante».

Il commento del New York Times diede il tono a un quarto di secolo di critiche feroci. Gli economisti fecero a gara nel bollare il rapporto come «una sciocchezza o una truffa». Proclamarono che sottovalutava l'ingegno umano e che andava liquidato come un attacco alle basi stesse della loro nobile professione. I demografi lo paragonarono con disprezzo alle spaventose profezie di catastrofe globale lanciate a suo tempo da Robert Malthus. Per un po' fu come se quasi chiunque si sentisse in diritto di affondare il coltello. Quando perfino la Chiesa cattolica definì il rapporto del Club di Roma un attacco a Dio, e i movimenti di sinistra europei e americani, nonostante i loro interminabili bisticci, furono concordi nel liquidarlo come opera propagandistica al servizio di una congiura delle élite che intendeva negare un futuro di abbondanza materiale alle classi lavoratrici e agli abitanti impoveriti dei paesi del Terzo mondo, Meadows capì che aveva tutte le ragioni per sentirsi avvilito.

Con un sostegno istituzionale tanto debole, i governi, le imprese e le organizzazioni internazionali scelsero semplicemente di ignorare il rapporto, sostenendo che gli autori non avevano tenuto conto delle cose che dovevano ancora essere scoperte, come nuovi giacimenti petroliferi.

Nel 2002 i coniugi Meadows e un altro membro del team hanno rivisitato le proiezioni iniziali del rapporto ed effettuato una serie di nuove simulazioni partendo dai dati dei trent'anni trascorsi da allora. Ne è emerso che, nonostante i mezzi informatici assai rudimentali utilizzati nel 1972, i loro algoritmi avevano saputo anticipare con straordinaria efficacia i cambiamenti che si sarebbero verificati negli anni successivi. Gli autori hanno mostrato chiaramente come le simulazioni aggiornate con i nuovi dati non avessero fatto altro che confermare le loro conclusioni iniziali, secondo cui la nostra preminente attenzione per la crescita rischia di condurci all'oblio. L'unica vera novità, aggiungevano, era che nel periodo intercorso dal 1972 era stata superata una soglia critica. Rallentare la crescita economica non era più sufficiente: occorreva fare marcia indietro.

L'aggiornamento era molto più pessimistico del primo studio. Ormai un corpus di studi scientifici in rapida crescita aveva evidenziato tutta una serie di problemi ambientali estremamente allarmanti, che nelle proiezioni originali non erano stati presi in considerazione. Nel rappresentare sotto forma di modello i potenziali impatti delle sostanze inquinanti, per esempio, il team originario non aveva tenuto conto delle plastiche che oggi, in tutto il mondo, invadono i mari e rendono sterili i siti di smaltimento. Lo studio originario aveva vagamente accennato a un possibile legame tra le emissioni di anidride carbonica e un eventuale riscaldamento dell'atmosfera, ma non aveva segnalato che il pianeta era già entrato in una fase particolarmente rapida di cambiamenti climatici, dovuti all'accumulo di gas serra scaricati nell'atmosfera nel corso di due secoli di rapida espansione della produzione industriale e agricola.

Dopo il 2002 i modelli sviluppati dal team sono stati ripresi e aggiornati in varie occasioni, perlopiù da altri studiosi. Ciononostante, questo studio, che a suo tempo è stato fondamentale, oggi appare superato da un diluvio di ricerche più recenti che documentano l'impatto dell'uomo sull'ambiente e le prevedibili conseguenze. Oggi i dati a conferma sono molto più numerosi che nel 1972 e nel 2002, e i computer sono in grado di produrre simulazioni di parecchi ordini di grandezza più vaste e complesse. Le prove sono ormai talmente schiaccianti che il dibattito della comunità scientifica sull'entità dell'impatto umano sul pianeta è giunto a chiedersi se l'attuale era geologica non meriti di essere ribattezzata Antropocene - l'era dell'uomo.

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Conclusioni


Quando, negli anni sessanta, gli antropologi iniziarono a studiare delle società superstiti di cacciatori e raccoglitori, come gli ju|'hoan, i baMbuti o gli hadzabe, speravano che il loro lavoro aiutasse a far luce sul modo in cui erano vissuti, in un passato remotissimo, i nostri antenati. Oggi questo stesso corpus di studi sembra poterci offrire alcune indicazioni sul modo in cui potremmo organizzarci in un futuro automatizzato con forti vincoli ambientali.

Oggi sappiamo, per esempio, che gli ju|'hoan e altri raccoglitori del Kalahari discendono da un unico gruppo di popolazione vissuto ininterrottamente nell'Africa meridionale a partire dalla prima comparsa dell' Homo sapiens moderno, risalente forse a 300 000 anni fa. Abbiamo anche buone ragioni per credere che l'organizzazione economica di queste popolazioni fosse simile a quella degli ju|'hoan negli anni sessanta. Se la misura ultima della sostenibilità è la capacità di resistere nel tempo, la caccia e raccolta è da considerarsi l'approccio economico di gran lunga più sostenibile di tutta la storia umana, e i più perfetti esponenti di questo approccio sono i khoisan. Ovviamente oggi la caccia e raccolta non è per noi un'opzione proponibile; ma queste società ci offrono una serie di indizi su come potrebbe essere una società non più ancorata al problema della scarsità. Esse ci ricordano non soltanto che i nostri attuali atteggiamenti verso il lavoro sono figli della nostra transizione all'agricoltura e della nostra migrazione nelle città, ma anche che la chiave per vivere bene consiste nel moderare le nostre personali aspirazioni materiali affrontando il problema della disuguaglianza in modo che, come scrisse Keynes, possiamo «rivalutar[e] di nuovo i fini sui mezzi e preferir[e] il bene all'utile».

Un riflesso della crescente incertezza sul nostro futuro automatizzato e sulla sostenibilità dei nostri ambienti è stato la recente fioritura di manifesti e libri che propongono come dovremmo o potremmo organizzare le cose in futuro. Alcuni di essi hanno cercato di delineare un percorso definito in termini essenzialmente economici. Tra i più influenti ci sono stati i molti che propongono vari modelli di «postcapitalismo», o quelli che insistono nel trascinare giù dal suo sacro piedistallo la crescita economica e riconoscere che il mercato è nella migliore delle ipotesi un arbitro mediocre del valore, e quando sono in gioco cose come l'ambiente in cui viviamo finisce addirittura per distruggerle. Gli interventi più interessanti in tal senso sono quelli che puntano a ridimensionare l'importanza che diamo all'accumulazione della ricchezza privata. Tra questi vi sono proposte come la distribuzione di un reddito di base universale (che si traduce nel distribuire gratuitamente denaro a tutti, indipendentemente dal fatto che lavorino) e la tassazione della ricchezza anziché del reddito. Altri approcci interessanti propongono di estendere i diritti fondamentali riconosciuti oggi a persone e imprese anche agli ecosistemi, ai fiumi e agli habitat.

Altri ancora adottano un approccio più ottimista, basato in gran parte sull'idea che l'automazione e l'intelligenza artificiale introdurranno naturalmente un livello di lusso materiale talmente elevato che troveremo il modo per superare qualsiasi ostacolo possa ostruire il nostro cammino verso un'utopia economica. Queste voci fanno eco al futuro idilliaco immaginato da Oscar Wilde, in cui saremo liberi di impiegare il nostro tempo nella ricerca di un ozio colto, magari «facendo cose belle, o leggendo cose belle, o semplicemente contemplando il mondo con ammirazione e gioia».

C'è stata anche una rinascita dell'interesse per modelli di organizzazione del nostro futuro basati su dogmi o su fantasie riguardanti un passato idilliaco. Questi approcci, pur non avendo molto in comune con le visioni utopistiche più orientate alla tecnica, influenzano a loro volta fortemente gli atteggiamenti e le opinioni di una parte significativa della popolazione globale. Ne è un riflesso la recente ascesa, in molti paesi, di quel velenoso nazionalismo che i creatori delle Nazioni Unite, dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, speravano di vedere ormai bandito. Lo stesso vale per l'attuale diffuso ritorno al conservatorismo teologico e per la disponibilità di molti a demandare scelte complicate ai presunti insegnamenti di antiche divinità.

Oltre a incanalare gli spiriti delle migliaia di generazioni di creatori e realizzatori che, fedeli servitori dell'entropia del dio imbroglione, hanno trovato soddisfazione nel dare alle proprie mani inattive e alla propria mente irrequieta del lavoro da fare, questo libro si prefigge anche uno scopo meno prescrittivo. Uno dei suoi obiettivi è mostrare come il nostro rapporto con il lavoro - nel senso più generale del termine - sia di gran lunga più essenziale di quanto avessero immaginato Keynes e altri. Il nesso tra energia, vita e lavoro è parte di un legame che ci accomuna a tutti gli altri organismi viventi; al tempo stesso la nostra intenzionalità, la nostra infinita abilità e la nostra capacità di trovare soddisfazione anche nel prosaico sono parte di un'eredità evolutiva perfezionatasi a partire dai primissimi segni della presenza di vita su questo pianeta.

Lo scopo principale di questo libro, tuttavia, era quello di allentare la stretta dell'economia della scarsità sulla nostra vita lavorativa e, di conseguenza, ridimensionare la conseguente, insostenibile attenzione per la crescita economica. Comprendere come molti degli assunti fondamentali su cui poggiano le nostre istituzioni economiche siano in realtà semplici prodotti della rivoluzione agricola, amplificati dalla nostra migrazione nelle città, ci offre la libertà d'immaginare per noi stessi tutta una gamma di nuovi futuri possibili, e di raccogliere la sfida di far leva sulla nostra inesauribile energia, intenzionalità e creatività per plasmare il nostro destino.

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