Copertina
Autore Simona Vinci
Titolo Brother and Sister
EdizioneEinaudi, Torino, 2003, Tascabili Stile libero 1185 , pag. 114, cop.fle., dim. 120x195x8 mm , Isbn 978-88-06-16742-4
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa italiana
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Pagina 5 [ inizio libro ]

C'è luna piena. Una luce azzurra intorno alla casa, sopra i dorsi degli animali selvatici in rapida corsa attraverso i campi, sui piloni della luce, i tralicci dell'alta tensione che scavalcano le colline con le loro gambe di ferro, i tetti rettangolari e piatti delle fabbriche a valle che scintillano acquosi come fantastiche piscine di mercurio liquido, le rotaie della ferrovia che collega i paesini di montagna e mezza montagna alla città. Un mondo azzurro e ondeggiante simile a quello dei documentari subacquei. E in fondo, proprio dritto davanti alla casa, oltre la gobba nera di una collina, il riverbero colar latte di Bologna. Una cappa luminosa, quasi fosforescente. Ma nessun palazzo emerge, neanche le torri antiche, né quelle giapponesi degli uffici della Regione, niente. Solo la luce.

Mat è affacciato alla finestra. Gioca a spostare la mano avanti e indietro. A farla uscire dal quadrato luminoso che la luce elettrica disegna su un pezzo di buio là fuori. Volta la testa di pochi gradi verso l'interno della stanza.

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Pagina 10

Fratello e sorella sono molto diversi. Lei, Cate, assomiglia a Billo, il fratellino, e alla mamma: tutti e tre con gli occhi chiari, le lentiggini sulle guance e sul naso, le clavicole sporgenti da biafra. Mat invece ha la stessa pelle del padre: olivastra, liscia. Gli occhi lunghi e neri da meridionale, calabrese, per la precisione. Terrone. Cosi lo chiamavano a scuola, il terrone. O il marocchino. Ma da quando li ha minacciati con il coltello, il suo piccolo coltello a serramanico che nasconde una lama lucente di dieci centimetri, non si azzardano piú. Lo rispettano. Poi nella sua classe è arrivato un coreano con le gambe tozze e arcuate come zampe di cane e il muso rincagnato all'indentro. È lui quello da sfottere, adesso.


Mat distoglie gli occhi da quelli verdi e fissi della sorella. Buca come acido muriatico quello sguardo, a volte.

Dà una boccata alla sigaretta, trattiene il fumo dentro la bocca, e nei polmoni. Amara con punte dolci. Marlboro Light, quelle della mamma.

Può sempre servire... dài qua, se ci vengono a cercare, gli spariamo addosso.

Allunga un braccio verso la sorella, il palmo della mano rivolto verso l'alto, le dita aperte a ventaglio. Afferra il fucile, lo soppesa per un po'.

Che stai dicendo, sei impazzito? Ma perché poi dovrebbero venire proprio stanotte? Hanno detto domattina, no?

Mat apre il fucile, lo solleva verso l'alto, controluce controlla le canne per vedere se è carico. Le canne sono vuote, solo un po' impolverate, dovrà pulirlo. Altro che carico, è in letargo da un secolo. Lo chiude e i cani si armano. Controlla se i grilletti scattano. Funzionare, funziona. Alza lo sguardo verso la finestra.

C'è luna piena là fuori, hai visto?


Una palla perfetta. Un volto rotondo, materno, dal sorriso triste e gli occhi socchiusi. Oppure due amanti che si baciano, le palpebre serrate. Questo, a seconda di come la si guarda.


Cate però tiene gli occhi fermi sul fratello. Osserva le sue mani nodose e abbronzate, con strane pieghe da vecchio sulle nocche, che scivolano sulla canna del fucile, avanti e indietro.

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Pagina 49

Mat prende la chitarra. La tiene sempre al riparo in un angolo del salotto, dietro il vaso del cactus, sopra una mensola troppo alta perché Billo riesca ad arrivarci con facilità. È successo una volta ed è bastato: con le forbici da cucito della mamma, quel cretino ha tagliato tre corde, cosi, giusto per vedere che effetto faceva, se dopo suonavano meglio. Era tornato da scuola alle due e lo aveva trovato seduto per terra, le forbici nella destra e la corda di sol nella sinistra, pizzicata tra pollice e indice, le lame già quasi chiuse. Zac. L'aveva fatto in quel momento preciso, guardandolo dritto negli occhi e lui non aveva avuto il tempo di fermarlo. Un'espressione innocente su quella faccia d'angelo che a Mat aveva fatto andare il sangue alla testa. Per una frazione di secondo aveva pensato che l'avrebbe ucciso. Solo una frazione di secondo, ma in quel segmento infinitesimale di tempo lui era lucido, lucidissimo. Ricorda la rabbia furiosa che gli pompava nel sangue. E ricorda anche com'era defluita improvvisa, lasciandolo li in piedi, svuotato, a guardare suo fratello che tirava il moncherino della corda e finiva di sfilacciarlo.

La gente rimane sempre sconvolta dai delitti in famiglia: genitori che ammazzano i figli, figli che ammazzano i genitori, e i fratelli, gli zii, i nonni, magari anche il cane e il gatto e il canarino e i pesci rossi. Quando ne capita uno, alla televisione e sui giornali non si parla d'altro per mesi. Stanno tutti li attoniti, a farsi domande inutili e a costruire teorie complicatissime per attribuire le colpe a una qualche entità superiore, e nessuno che trovi mai una risposta. Mat, invece, rimane stupito per tutte le infinite volte che non succede proprio niente. Eppure, basterebbe una corda di chitarra tagliata in due. Un barattolo di crema lasciato aperto. Il volume di un disco troppo alto o troppo basso. Ripensa alle porte sbattute, ai piatti lanciati per aria da sua madre, alle parole orrende che rimbalzavano da un lato all'altro della tavola apparecchiata, all'espressione che deformava il volto di suo padre certe volte. Questo è pazzesco, che tutta quella violenza, anni e anni di giorno dopo giorno dopo giorno goccia dopo goccia dopo goccia, esploda cosi e si accontenti di qualche stoviglia rotta, di qualche vaffanculo urlato a pieni polmoni.


Si siede per terra, la vecchia chitarra in grembo. La accarezza, sopra c'è un velo di polvere: è da piu di un mese che non la tocca. Sarà di sicuro scordata, uno strazio. Le corde metalliche vibrano sotto le sue dita. Sfila il plettro giallo e se lo mette tra i denti. Prova qualche accordo, lo sbaglia, riprova. Ripete una sequenza due o tre volte, per essere sicuro che funzioni. Comincia a cantare molto piano, quasi sottovoce, poi aumenta il volume. La sua voce è strana e bella quando canta; di colpo, sembra la voce di un adulto, una voce finita, compiuta.


Quando Cate ritorna, Mat non se ne accorge e continua a cantare: gli occhi chiusi, la testa che oscilla lentamente da una parte all'altra.

Cate resta ferma al centro della stanza. Le braccia abbandonate lungo i fianchi, socchiude gli occhi e comincia a cantare insieme a Mat.

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Pagina 79

Mat pensa a suo padre. Lui lo amava questo fucile. È un sovrapposto Alciones calibro 12. Aveva fatto sacrifici un anno intero per poterselo comprare. Li aveva fatti fare a loro. Mat lo aveva osservato infilare qualche banconota ogni sera dentro una cassetta di legno con una fessura nel mezzo: la bocca tagliente e scheggiata ingoia i foglietti marroncini, azzurri e verdi; foglietti che potrebbero benissimo essere usati per un paio di scarpe nuove, dei pantaloni, uno zaino un po' meno rognoso di quello che ha dalle elementari. Non ci ha mai pensato a queste cose, suo padre. Non poteva permettersi di pensarle, forse. Prima veniva la casa: l'affitto, la luce, l'acqua, il riscaldamento. Poi il cibo. E infine il fucile.


Mat chiude gli occhi, abbandona la testa contro il tronco dell'albero. Le dita si aprono, il fucile scivola sulle sue gambe, la base del calcio tocca il terreno, si ferma contro una radice. Sta quasi per addormentarsi quando sente dei rumori. Uno schioccare di bastoncini spezzati, il frusciare frenetico di rami smossi. È una corsa. Sono passi rapidi che rimbombano sul terreno e poi una voce. È la voce di Cate. Urla.

Mat afferra il fucile e si alza in piedi di scatto. Punta gli occhi nel buio per cercare di vedere qualcosa. Niente. Solo un bagliore lontano che si accende tra i rami di un albero.

Cate! Dove sei! Cosa succede?

Billo è in piedi di fianco a lui, la bocca aperta, gli occhi spalancati.


Eccola. Sua sorella che corre verso di lui, le braccia strette attorno al corpo, sottile e piccola come una bambina, tutta piegata in avanti.

Non lo so, c'era qualcuno.

Balbetta. Sta tremando. L'osso della mascella e tutto il suo viso sembrano sul punto di esplodere.

Qualcuno? E dove?

Là, vicino alla riva, ho sentito una mano che mi sfiorava. C'era qualcuno.

Sarà stato il ramo di un cespuglio o magari una falena o qualche altro insetto.

No, ti dico che era una mano, erano dita.

È terrorizzata, e la sua voce adesso è contratta. Ha delle sfumature aspre che lui non aveva mai notato. Sembra la voce di una donna, non quella di una ragazza. Di sua sorella. Ed è cosi che gli appare: due figure saldate in una, una bambina molto piccola e una donna impaurita.

Billo si avvicina a Mat, gli stringe un fianco con le mani, si aggrappa alla cintura dei suoi pantaloni, le dita scivolano sotto il bordo, premono contro la carne.

Ho paura, andiamo via.

Piagnucola.

Mat lo scansa con il gomito, cerca di allontanarlo.

Si, adesso torniamo a casa, comunque sta' tranquillo, state tranquilli, tutti e due, non ci può essere nessuno a quest'ora. E poi, chi.

Non fa in tempo a finire la frase.

Un rumore. Secco e violento. Rapido, che finisce immediatamente e non ha nessuna eco.


Adesso l'ho sentito. Cos'era?

Dice Mat sottovoce, le labbra quasi chiuse.

Non lo so, ma andiamo via, ti prego, facciamo presto, andiamo a casa.

Cate sta piangendo, la voce spezzata. E anche Billo piange.

Voglio andare a casa.

State calmi, adesso andiamo. E comunque ho il fucile con me.

La prima parte della frase la dice con la voce irritata, poi il tono si addolcisce e diventa paterno, protettivo.

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