Copertina
Autore Spencer Wells
Titolo Il seme di Pandora
SottotitoloLe conseguenze non previste della civilizzazione
EdizioneCodice, Torino, 2011 , pag. 242, ill., cop.fle., dim. 14,2x21,6x1,5 cm , Isbn 978-88-7578-260-3
OriginalePandora's Seed. The Unforeseen Cost of Civilization [2010]
TraduttoreAllegra Panini
LettoreCorrado Leonardo, 2012
Classe evoluzione , medicina , salute , storia sociale , natura-cultura
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Indice


 XI  Premessa

     Capitolo 1
  3  Un mistero nella mappa

     Capitolo 2
 27  Sviluppare una nuova cultura

     Capitolo 3
 67  Malattie

     Capitolo 4
 99  Pazzia

     Capitolo 5
131  Avanti veloce

     Capitolo 6
161  Un tema scottante

     Capitolo 7
195  Verso un nuovo mythos

223  Ringraziamenti
225  Bibliografia
235  Indice analitico


 

 

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Pagina XI

Premessa


A onor del vero dal punto di vista materiale le società occidentali stanno molto meglio oggi rispetto a quarant'anni fa, ma allora perché in giro ci sono così tanti crimini, atti vandalici e graffiti? Perché i tassi di divorzio sono tanto alti? Perché assistiamo al declino dell'impegno civico e della fiducia? Perché l'obesità e la depressione hanno raggiunto proporzioni epidemiche, anche tra i bambini? Perché la gente considera quella in cui viviamo l'età dell'ansia? Perché gli studi condotti nella maggior parte dei paesi sviluppati indicano che la gente sta diventando sempre più infelice? Richard Tomkins, "Financial Times", 17 ottobre 2003


Al momento mi trovo a 11 000 metri di altezza sopra il mar Arabico, sto sorseggiando un bicchiere di vino e scrivendo sul mio portatile. Un aereo mi sta riportando a casa da Mumbai, in India, dove ho tenuto una conferenza al Festival della Scienza e della Tecnologia organizzato dall'Istituto Indiano di Tecnologia. Ho trascorso più tempo in volo per andare e tornare di quanto sia stato a terra e il cambio di fuso orario di dieci ore e mezzo mi ha un po' disorientato mentre mi trovavo là. Tuttavia l'India resta uno dei miei paesi preferiti e di certo merita un lungo weekend con annesso jet lag mentre si rimbalza da una parte all'altra del mondo.

Gli studenti dell'istituto che mi ha invitato volevano sentirmi parlare del mio lavoro sulla genetica e sulle migrazioni umane, un tema a cui mi sono dedicato per buona parte degli ultimi vent'anni. Il lavoro che i miei collaboratori e io abbiamo svolto ha dimostrato in modo inequivocabile che tutti gli esseri umani hanno una comune e recente origine africana risalente a 200 000 anni fa. I nostri dati indicano anche che abbiamo incominciato a uscire dall'Africa e a popolare il resto del mondo soltanto negli ultimi 60 000 anni. Ho impiegato un'ora per illustrare alcuni dei nuovi dati raccolti sul campo spiegando le più recenti scoperte non ancora pubblicate e ricostruendo nel complesso la storia genetica della nostra specie.

[...]


Gli straordinari progressi tecnologici, però, sono stati accompagnati anche da una grande quantità di effetti collaterali. L'incremento senza precedenti delle malattie croniche nelle società occidentalizzate è forse l'esempio più ovvio. Ho usato volutamente il termine "occidentalizzate" e non "occidentali" a causa della crescente incidenza di disturbi cardiaci, diabete e della classica obesità nei paesi emergenti, soprattutto in luoghi come l'India e la Cina. Via via che queste società diventano più simili alla nostra, acquisiscono anche le nostre caratteristiche peggiori. In questi paesi sono in aumento anche disturbi psicologici come la depressione e l'ansia e oggi i farmaci per curare queste malattie sono quelli più comunemente prescritti negli Stati Uniti. Proprio questa inesorabile marcia verso peggiori condizioni di salute mi ha spinto, per cominciare, a chiedermi perché ci troviamo in questa situazione. Esiste forse una fatale disarmonia tra la cultura occidentale e la nostra biologia a causa della quale tendiamo ad ammalarci sempre di più? E, se davvero questa disarmonia esiste, come ha fatto la nostra attuale cultura a diventare dominante? Certamente noí siamo padroni del nostro destino e produciamo la cultura a noi più adatta, ma non potrebbe invece essere la cultura a guidare i nostri passi?

Per rispondere a questa domanda ho avuto bisogno di molto tempo, con grande dispiacere dei miei editori, davvero pazienti, della Random House e della Penguin. Ho dovuto infatti compiere una ricerca globale alla scoperta delle similitudini tra quanto è accaduto migliaia di anni fa e ciò che accade ora, alle soglie di un altro probabile cambiamento cruciale nella nostra evoluzione. Mentre svolgevo ricerche per il mio primo libro, Il lungo viaggio dell'uomo, sono rimasto colpito dagli effetti che la nascita dell'agricoltura ha avuto sugli esseri umani 10 000 anni fa in Medio Oriente. Così ho scoperto, come vedrete nel Capitolo 1, che i primi agricoltori erano davvero meno sani dei cacciatori-raccoglitori delle popolazioni vicine. Come si spiega la clamorosa "vittoria" degli agricoltori, a causa della quale oggi praticamente nessuno adotta ancora lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori? Ho così cercato di scavare nella documentazione "archeologica" attuale per individuare le forze che hanno messo in moto la transizione verso l'economia agricola e per capire come questa scelta abbia generato il complesso mondo in cui viviamo oggi. Se Il lungo viaggio dell'uomo analizzava il modo in cui gli esseri umani hanno popolato il pianeta, questo nuovo libro esamina come ci siamo adattati, in termini psicologici e biologici, a vivere nel mondo in una fase di straordinario cambiamento. I due libri rappresentano i due estremi di un'ampia ricostruzione della storia umana, dai primi giorni della nostra specie fino al XXI secolo in cui ci siamo appena buttati a capofitto.

Aveva ragione Stewart Brand, quando parafrasò l'incipit di Edmund Leach al primo Whole Earth Catalog del 1968: «Noi siamo come dei; ed è tempo che diventiamo bravi a farlo». La più grande rivoluzione degli ultimi 50 000 anni della storia umana non è rappresentata da internet, o dalla Rivoluzione industriale nata dai semi dell'Illuminismo, né dallo sviluppo di nuove modalità per spostarsi da una parte all'altra del globo. La vera rivoluzione è stata la scelta di poche persone in diverse località del mondo che hanno deciso di smettere di raccogliere cibo e di sottostare ai limiti imposti dalla natura, incominciando invece a produrre il proprio nutrimento. Quella scelta per la nostra specie ha avuto conseguenze di portata più vasta di qualsiasi altra, e ha messo in moto tutti gli eventi che esamineremo nei capitoli di questo libro. Tuttavia, oltre al potere che abbiamo acquisito in virtù di tali cambiamenti, sarebbe altresì opportuno apprendere anche un po' di umiltà.

Nel mondo attuale, piccoli gruppi di terroristi possono infliggere danni durevoli alla psiche di nazioni intere, decisioni apparentemente semplici possono influenzare l'ereditarietà biologica delle generazioni di un lontano futuro e, come risultato delle nostre azioni, probabilmente si estinguerà un numero di specie maggiore di quanto sia mai accaduto negli ultimi 60 milioni di anni: è giunto quindi il tempo di riflettere, e di capire che grandi desideri portano a grandi conseguenze.

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Pagina 5

L'articolo in questione pubblicato nella rivista "PLOS Biology" (PLOS sta per Public Library of Science, un prestigioso gruppo di riviste scientifiche disponibili sul web) descriveva il nuovo metodo che Pritchard aveva sviluppato con i suoi collaboratori per esaminare la selezione agente sul genoma umano. La selezione è la forza darwiniana che ha prodotto straordinari adattamenti come l'occhio e l'orecchio, e la maggior parte degli altri caratteri davvero utili di cui siamo dotati. Come ci ha insegnato Darwin, i piccoli cambiamenti che si rivelano in qualche modo vantaggiosi conferiscono all'organismo una probabilità maggiore di sopravvivenza e un più alto successo riproduttivo nell'eterna competizione che è la vita. Tutte le caratteristiche selezionate dipendono, in ultima analisi, dal modo in cui è assemblato il nostro DNA, perciò è logico studiare i geni per scoprire come mai siamo ciò che siamo.

Lo studio del modo in cui la selezione agisce a livello genetico ha una lunga tradizione, che risale a quando ancora non si conosceva la struttura del DNA (scoperta da Watson e Crick all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento). Uno degli studiosi pionieri in questo campo fu Theodosius Dobzhansky, immigrato dalla Russia agli Stati Uniti, che negli anni Venti contribuì a fondare la moderna scienza della genetica delle popolazioni e che era letteralmente ossessionato dalla ricerca dei cambiamenti genetici spiegabili invocando la sola forza, quasi magica, della selezione naturale scoperta da Darwin. In quei giorni in cui le sequenze di DNA non potevano ancora essere analizzate direttamente, tuttavia, i ricercatori dovevano limitarsi a osservare i cambiamenti su larga scala che interessavano la struttura dei cromosomi delle drosofile (questi moscerini diventarono gli organismi modello favoriti dai genetisti principalmente grazie ai grandi cromosomi delle loro ghiandole salivari, che resero possibile lo studio dei modelli di variazione genetica quando ancora non si poteva sequenziare il DNA). Gli studiosi erano quindi riusciti a ricostruire qualche traccia della selezione nell'evoluzione delle drosofile, ma la causa ultima dei modelli osservati continuava a essere oscura.

Quando si capì che la variazione genetica partiva dal DNA e vennero scoperti la struttura di questa macromolecola e i metodi per determinare l'effettiva sequenza delle unità chimiche strutturali della doppia elica (qui sto ripercorrendo in velocità circa cinquant'anni di ricerche pionieristiche), gli studiosi di genetica delle popolazioni incominciarono a esaminare direttamente il DNA di singoli individui. Nei primi tempi (circa venticinque anni fa), a causa dei limiti tecnici, era possibile esaminare soltanto piccole porzioni del genoma (cioè della somma complessiva delle unità strutturali genetiche di un individuo) e la ricerca di prove della selezione naturale di solito risultava infruttuosa. Soltanto alla fine degli anni Novanta, con il completamento del progetto Genoma umano e grazie agli eccezionali passi avanti che ne scaturirono in ambito tecnologico, gli scienziati finalmente incominciarono a comprendere il significato di ciò che aveva ossessionato Dobzhansky e i suoi collaboratori quasi un secolo prima: è possibile trovare le prove della selezione a livello del DNA e, forse ancora più interessante, possiamo capire perché si è verificata?

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Io volevo parlare del suo lavoro. O, meglio, volevo che mi spiegasse qual era la sua opinione sulle scoperte delineate nel suo importante articolo per "PLOS Biology". Pritchard e collaboratori avevano infatti descritto un nuovo metodo per riconoscere la selezione in atto nel genoma umano, basato sull'impiego di uno strumento chiamato HapMap (mappa degli aplotipi umani) costituito da una raccolta di dati sulla cosiddetta struttura aplotipica del genoma umano. Ma per capire di che cosa si tratta dobbiamo addentrarci un po' nei meandri della scienza.

Il lungo filamento di DNA che costituisce il nostro intero genoma è spezzato in filamenti più piccoli chiamati cromosomi (noi ne abbiamo 23 coppie), contenenti circa 23000 geni. Questi geni dicono al corpo che cosa deve fare. Esistono, per esempio, geni codificanti per gli enzimi in grado di digerire gli zuccheri nel nostro intestino; altri codificano per le proteine da cui dipende la coagulazione del sangue; altri ancora decidono qual è il nostro tipo di cerume: i geni stabiliscono i tratti fisici che fanno di noi quello che siamo. I cromosomi sono sequenze lineari di DNA formate da quattro unità chimiche fondamentali, i nucleotidi (A, C, G e T). La sequenza di questi nucleotidi (AGCCTAGG e così via) costituente un intero cromosoma racchiude, codificata, tutta l'informazione presente nel nostro genoma e stabilisce il compito di ogni gene del corpo. I nucleotidi sono inseriti lungo i cromosomi come perline in un filo, un'orchestra allineata di musicisti, ognuno impegnato a suonare la propria parte nella grande sinfonia rappresentata da noi stessi. Ogni coppia dei nostri cromosomi è formata da un cromosoma che proviene dalla madre e da un altro derivante dal padre.

Quando queste perline musicali sono trasmesse dai genitori ai figli accade però qualcosa di curioso. Le perline si mescolano, come le carte in un mazzo, in parte modificando la sequenza originale presente nei nostri genitori. Proprio così: i cromosomi dei nostri genitori si scambiano letteralmente informazioni genetiche rompendosi e rimettendo insieme i loro frammenti originari in un ordine diverso. In tal modo si forma una versione completamente nuova di ciascun cromosoma, che viene quindi trasmessa ai figli. Questo è, in parte, il motivo per cui non siamo assolutamente identici agli altri membri della nostra famiglia, anche se non sappiamo con certezza perché le cose stiano così. Secondo la teoria più convincente tra quelle proposte finora, produrre ad ogni generazione nuovi arrangiamenti cromosomici delle perline musicali è un fatto positivo perché l'orchestra rappresentata dal DNA dei figli, in caso di mutamenti ambientali, può suonare una melodia diversa (pensiamo, per esempio, alla necessità di evolvere rapidamente in una condizione di radicale cambiamento climatico). Poiché si tratta di un fenomeno piuttosto diffuso tra tutti gli animali e le piante, è quasi certo che sia dovuto a una buona ragione.

A questo punto, probabilmente, alcuni lettori si domanderanno: "Ma se i cromosomi sono appaiati perché un loro mescolamento dovrebbe produrre un cambiamento?", vale a dire "Se i due cromosomi contengono copie delle stesse perline, il rimescolamento non dovrebbe produrre le stesse combinazioni in ciascuno dei due nuovi cromosomi?". Le nuove combinazioni dei geni compaiono perché i due cromosomi appaiati sono leggermente diversi uno dall'altro. Quando vengono trasmessi da una generazione all'altra i cromosomi devono essere duplicati tramite particolari meccanismi cellulari perché ogni nuovo organismo ne riceva una copia. La duplicazione viene effettuata con estrema cura ed esistono anche meccanismi simili alla correzione di bozze, per assicurarsi che le copie corrispondano esattamente alla sequenza genica originaria, ciononostante qualche volta si verifica un errore. Può, per esempio, accadere che una perlina di un colore sia sostituita da una di un altro colore (una rossa al posto di una verde, supponiamo). Questi errori non sono molto frequenti (forse si verificano un paio di volte per ogni cromosoma in ciascuna generazione), ma, quando avvengono, simili cambiamenti (chiamati mutazíoní dai genetisti) vengono trasmessi alle generazioni successive. Le mutazioni sono il mezzo che garantisce la comparsa di nuove variazioni nel pool genico (cioè nel complesso di geni di una popolazione). Con il passare del tempo i cambiamenti si accumulano a tal punto che, in media, una perlina ogni mille risulta diversa tra le coppie di cromosomi. Per questo motivo ciascun cromosoma trasmesso è una versione rimescolata dei cromosomi di nostra madre e di nostro padre. Il rimescolamento è riconoscibile esaminando le sequenze variate delle perline. Anche se tutto ciò può sembrare molto complesso, l'analogia con le perline allineate in un filo dovrebbe rendere l'argomento più chiaro.

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Le analisi rivelarono la presenza di centinaia di regioni del genoma che avevano subito una forte selezione, sparpagliate in tutte le nostre 23 coppie di cromosomi. Come se ovunque ci fossero pistole fumanti, indizi di eventi legati all'evoluzione della nostra specie. Ma la più straordinaria di tutte le scoperte emerse dallo studio, quella che mi indusse a contattare Pritchard, fu il fatto che tali cambiamenti si fossero verificati in tempi sorprendentemente recenti. Tutti, infatti, risalivano agli ultimi 10 000 anni.

Di solito siamo abituati a pensare alla selezione naturale come a un processo lungo e lento. Lo stesso Darwin e gli altri biologi evoluzionisti in genere parlano di selezione in termini di milioni di anni: un lungo periodo in cui il piccolo vantaggio fornito da un nuovo tratto lentamente trionfa sui rivali di minore successo. La "sopravvivenza del più adatto" (l'espressione è stata coniata nel XIX secolo dallo studioso di scienze sociali Herbert Spencer) si riferiva al graduale accumulo di varianti genetiche che finiscono per rendere una specie più adatta al proprio ambiente. Negli studi condotti sui modelli sperimentali di organismi come batteri e drosofile, il vantaggio selettivo calcolato di solito corrisponde a una frazione percentuale, ciò significa che gli organismi con il tratto in questione impiegavano migliaia di generazioni per mostrare tracce evidenti di selezione (o, tornando alla nostra analogia, a indossare quel tipo di perline). Pritchard invece scopri centinaia di episodi di selezione negli ultimi 10 000 anni (corrispondenti indicativamente a 350 generazioni umane) e ciò implica che la nostra specie in quell'intervallo di tempo sia stata oggetto di una pressione selettiva molto intensa.

Che cosa può avere causato questo importante cambiamento nel nostro genoma? Pritchard è pronto ad ammettere che il suo metodo possa essere stato in qualche modo indotto a dare questi risultati, tuttavia le sue continue analisi sembrano confermare che la selezione sulla nostra specie in quel periodo sia stata più forte che in ogni altro periodo precedente. Da allora altri ricercatori hanno inoltre confermato i risultati di Pritchard, suggerendo che quell'intervallo di tempo ha prodotto un numero significativo di cambiamenti nel nostro genoma. Per comprendere la cronologia di questi eventi, abbiamo bisogno di cercare altrove, al di fuori del nostro DNA, nelle rocce e nelle ossa studiate dai paleoantropologi.


L'importanza dei flessi

La nostra specie è comparsa sulla scena biologica in tempi relativamente recenti. Mentre il limulo e gli squali sono riconoscibili nella documentazione fossile da oltre 100 milioni di anni, la linea evolutiva degli ominidi (formata da scimmie antropomorfe che camminano erette come noi) risale a 5 milioni di anni fa. Il nostro genere, Homo, si è fatto strada ancora più tardi, più o meno 2,3 milioni di anni fa, con i primi ominidi dal cervello voluminoso, capaci di produrre utensili, classificati come Homo habilis, e con i loro discendenti appartenenti alla specie Homo erectus. Ominidi con un cervello ancora più grande e di aspetto simile al nostro sono comparsi appena 500 000 anni fa, ma ancora non facevano parte della nostra specie. Insomma noi siamo davvero gli ultimi arrivati sulla scena evolutiva. In base a un recente riesame dei fossili scoperti nel 1967 da Richard Leakey nella Formazione di Kibish nella valle del fiume Orno (Etiopia meridionale), la nostra specie, Homo sapiens, sarebbe comparsa per la prima volta come un'entità biologica riconoscibile intorno a 195 000 anni fa. I fossili in questione erano stati fatti risalire in origine a 130 000 anni fa, ma i nuovi metodi di datazione ci hanno rivelato che avevano circa 65 000 anni in più. Nel campo notevolmente litigioso della paleoantropologia, dove una singola scoperta può riscrivere la storia, tali datazioni sembrano piuttosto certe. Resti umani più antichi potrebbero essere scoperti in futuro ma, per quanto ne sappiamo ora, quelli della valle dell'Orno sono stati i primi esseri umani anatomicamente moderni a camminare sulla Terra.

Tra i fossili umani, al secondo posto per antichità, troviamo resti risalenti a circa 40 000 anni fa scoperti a Herto in Etiopia e a Jebel Irhoud in Marocco. Un numero significativo di Homo sapiens incomincia a mostrarsi nella documentazione fossile soltanto 12 000 anni fa. I fossili più noti di questo periodo sono quelli delle grotte di Qafzeh e di Skhul nell'attuale Israele e lungo il fiume Klasies in Sudafrica. La scarsità di fossili di Homo sapiens in un arco di tempo di 75 000 anni potrebbe essere dovuta a una bassa densità della popolazione o forse semplicemente è una conseguenza degli studi limitati della documentazione fossile disponibile. In ogni caso gli esseri umani sono stati a lungo una specie relativamente rara e limitata all'Africa e al Medio Oriente.

Basandoci sul numero di siti archeologici noti e sugli indizi derivati dallo studio del genoma umano, possiamo avanzare una stima dell'antica condizione demografica della nostra specie a partire da quel periodo. Se riportiamo su un grafico questi dati ne emerge uno schema interessante (Figura 1.2). La dimensione della popolazione della nostra specie allora è sconosciuta ma probabilmente il numero di unità si è mantenuto stabile nel tempo a partire da circa 200 000 anni fa (età della nostra comparsa) fino a circa 80 000 anni fa. A giudicare dalla diradata documentazione fossile dei resti umani, la dimensione della popolazione doveva essere ridotta e la specie era probabilmente sparpagliata in tutta l'Africa settentrionale e orientale. Circa 120 000 anni fa, quando siamo comparsi nel Medio Oriente e nell'Africa meridionale, ancora non c'erano prove di un cambiamento significativo nel numero di esseri umani. Anzi, quei piccoli gruppi dispersi devono avere vagato spostandosi in nuovi territori. All'epoca il Medio Oriente era in sostanza un'estensione geografica dell'Africa settentrionale con un clima, una fauna e una flora simili, così quei primi esseri umani non hanno avuto bisogno di avventurarsi molto lontano dalla loro casa africana. Non abbiamo prove di una presenza umana altrove, in Asia o in Europa, a quel tempo.

Tra 80 000 e 50 000 anni fa, tuttavia, è accaduto qualcosa di molto significativo. La documentazione fossile e quella archeologica quasi si esauriscono e ovunque restano poche tracce degli esseri umani, Africa inclusa. Gli insediamenti del Medio Oriente e dell'Africa meridionale risultano abbandonati, come se le popolazioni fossero fuggite di fronte a una catastrofica minaccia. Partendo da questi dati possiamo dedurre che la popolazione umana ha subito un crollo. E, secondo le recenti analisi genetiche, è precisamente ciò che è avvenuto.

Considerando il livello di diversità genetica nell'attuale popolazione umana, che risulta essere chiaramente basso rispetto a quello dei nostri cugini più prossimi, le grandi scimmie antropomorfe, è possibile calcolare che la popolazione umana doveva comprendere non più di 2000 individui intorno a 70 000 anni fa. La nostra specie, in altre parole, era letteralmente sull'orlo dell'estinzione, e si trovava nel punto più basso della nostra curva evolutiva, iniziata 200 000 anni fa. Poi, circa 60 000 anni fa, è accaduto qualcos'altro, un cambiamento nell'orientamento della curva, un "punto di flesso" come dicono i matematici.

La popolazione umana ha effettivamente incominciato a crescere e tale incremento sembra essere correlato con la prima comparsa degli esseri umani al di fuori dell'Africa e del Medio Oriente. Nell'arco di 45 000 anni ci siamo diffusi in ogni continente (a parte l'Antartide), passando da due migliaia (il numero stimato di persone sopravvissute al crollo) fino a qualche milione di cacciatori-raccoglitori, sparpagliati nel mondo intero. Esamineremo le cause di questa espansione nel Capitolo 4.

Circa 10 000 anni fa, infine, è accaduto qualcosa di altrettanto significativo: un altro cambiamento nella curva indica una straordinaria accelerazione del tasso di crescita della popolazione. Questo episodio, che ci ha portati da qualche milione agli oltre sei miliardi attuali, rappresenta una vera e propria esplosione della nostra specie (il Big Bang dopo il quale gli esseri umani hanno dominato la platea mondiale). Che cosa ha innescato questa improvvisa crescita? Se siete archeologi non avrete difficoltà a individuare subito la risposta. La nostra scelta di diventare stanziali e di modificare il nostro rapporto con la natura risale infatti proprio a quel periodo: circa 10 000 anni fa abbiamo cioè sviluppato l'agricoltura. Mentre i cacciatori-raccoglitori dipendevano dalla ricerca del cibo presente in natura, gli agricoltori hanno incominciato a produrre le proprie fonti di sostentamento.

Questo mutamento apparentemente semplice del modo in cui ci procuriamo da mangiare ha messo in moto un cambiamento epocale nella storia dell'umanità. Invece di essere legati ai luoghi in cui trovavamo con maggiore facilità vegetali e animali di cui nutrirci, abbiamo acquisito il controllo del nostro approvvigionamento. Come risultato, il cibo non ha più svolto il ruolo di fattore limitante nella scelta del luogo in cui vivere. Vedremo nel prossimo capitolo come tutto ciò è avvenuto, per ora ci basti dire che, controllando l'approvvigionamento del cibo, abbiamo guadagnato la capacità di decidere quante persone potevano vivere in una particolare località. Se la popolazione aumentava, senza troppi problemi si poteva produrre più cibo. Questo cambiamento sostanziale nella modalità di vita ha messo in moto il Big Bang della curva di crescita della popolazione umana.

E adesso che cosa sta accadendo? Curiosamente, le nostre previsioni su che cosa accadrà nel XXI secolo ci indicano un graduale livellamento della curva di crescita, grazie al quale per la fine del secolo raggiungeremo una certa stabilità. Le ragioni che spiegano questa previsione sono molte e spaziano dalla medicina all'economia; il risultato in ogni caso rappresenterà un nuovo radicale cambiamento nel nostro modo di vivere. La nostra specie è stata caratterizzata da una crescita accelerata a partire da 60 000 anni fa e, per la prima volta da quando abbiamo incominciato a diffonderci dalla nostra antica patria africana, dovremmo affrontare una fase di stagnazione della popolazione.

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Perché l'abbiamo fatto?

Secondo uno dei grandi miti riguardanti lo sviluppo della cultura umana negli ultimi 10 000 anni, le cose sarebbero andate progressivamente meglio dopo il nostro passaggio da un'esistenza di cacciatori-raccoglitori allo stadio di sviluppo straordinariamente elevato in cui ci troviamo oggi. La maggior parte delle persone ritiene che la vita dei nostri lontani antenati fosse, per usare le parole di Thomas Hobbes, «solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve». Quando siamo stati in grado di coltivare le piante e governare i nostri simili (due traguardi inseparabili di cui parleremo nel prossimo capitolo), l'evidente superiorità di tali pratiche è risultata subito ovvia e, dopo quell'evento, la vita delle persone è migliorata in modo incredibile. L'esplosione demografica della popolazione umana a partire da 10 000 anni fa era considerata semplicemente la manifestazione numerica dell'impatto positivo della nostra capacità di produrre cibo, il beneficio del nuovo stile di vita, dimostrato dal numero crescente di felici agricoltori. In realtà nulla poteva essere più lontano dalla verità.

In un articolo divenuto ormai un classico pubblicato nel 1984, l'antropologo J. Lawrence Angel descrisse i resti scheletrici delle persone vissute prima e dopo l'avvento dell'agricoltura nel Mediterraneo orientale. Lo studioso considerò diverse parti dello scheletro di molti individui vissuti nei due distinti periodi concentrandosi sui denti (che permettono di stimare l'età di un individuo quando è morto), sulla statura e sul cosiddetto pelvic inlet depth index (indice della profondità del canale pelvico), tutti fattori che potevano indicare lo stato di salute di una persona. Quando esaminò i dati raccolti, Angel si trovò di fronte a un modello sorprendente, che potete vedere nella tabella riportata a p. 24.

L'età media raggiunta da un maschio cacciatore-raccoglitore del Paleolitico era di 35,4 anni, mentre le femmine vivevano circa 30,0 anni. La durata più breve della vita delle donne era il risultato delle complicazioni legate al parto; questo modello in cui i maschi vivono più delle femmine si è ribaltato soltanto nell'ultimo secolo, quando i progressi della medicina hanno reso meno problematiche le gravidanze e i parti. Si noti però che, con il passaggio della popolazione a una vita agricola nel periodo neolitico, in particolare nel Neolitico superiore quando la transizione era ormai completa, la longevità dei maschi e delle femmine è diminuita in modo significativo raggiungendo 33,1 anni per i maschi e 29,2 per le femmine. Gli indici di salute, fatto ancora più sorprendente, hanno subito una drastica diminuzione. La statura dei maschi, per esempio, è scesa da 1,82 nel Paleolitico a circa 1,63 nel Neolitico superiore, mentre l'indice della profondità del canale pelvico è diminuito del 22%. La gente insomma non moriva soltanto prima, ma era anche meno sana. Questo risultato potrebbe essere influenzato dal tipo di popolazione studiata da Angel, tuttavia schemi simili sono stati osservati anche nelle Americhe. Complessivamente i dati dimostrano che la transizione a uno stile di vita agricolo ha reso la popolazione meno sana.

Tuttavia, siamo certi che questa transizione abbia avuto come risultato una straordinaria espansione della popolazione umana e pertanto l'agricoltura deve aver arrecato un notevole beneficio all'umanità. Come possiamo spiegare, quindi, il grande incremento della popolazione umana e il ruolo dominante dell'agricoltura, che ha quasi completamente sostituito lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori in qualsiasi angolo abitato della Terra, se in fin dei conti la vita delle persone non è migliorata? Soltanto nel XX secolo assistiamo infatti a un significativo aumento della durata della vita e anche allora l'indice della profondità pelvica risulta inferiore rispetto a quello osservato nei nostri antenati paleolitici. Esaminando in modo critico i dati riportati nella Tabella 1.1, un biologo evoluzionista potrebbe affermare che i cacciatori-raccoglitori avessero complessivamente un vantaggio del 22% rispetto agli agricoltori del Neolitico per quanto riguarda lo stato di salute. Questo particolare avrebbe potuto permettere ai cacciatori-raccoglitori di vincere la partita nel gioco della selezione naturale: perché allora hanno perso?

Come vedremo nel prossimo capitolo non è semplice raccontare la storia di come l'agricoltura abbia vinto questa antica competizione. Si tratta infatti di una vicenda che ha a che fare con un profondo cambiamento nel nostro modo di vivere, non soltanto perché ha determinato un aumento del numero di persone ma anche in quanto ha segnato un tipo di rottura con il passato che mai è stato osservato nell'evoluzione di qualsivoglia organismo. Come cacciatori-raccoglitori eravamo una specie che viveva come ogni altra, basandosi sui capricci della natura per procurarci acqua e cibo. Quando abbiamo sviluppato l'agricoltura abbiamo compiuto una decisione consapevole, volta a modificare il nostro ambiente perché si adattasse a noi. Invece di restare passeggeri, ci siamo seduti al posto di guida. La prima persona che ha piantato un seme nella Mezzaluna fertile 10 000 anni fa ha messo in moto eventi che sono andati ben oltre la sua più fervida immaginazione. Il nostro prossimo passo è quello di cercare di capire come e perché quei semi abbiano conquistato il mondo.

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Genotipi frugali e gusti smodati

Il medico e genetista James Neel lavorò per la maggior parte della propria carriera tra gli indios Yanomami della parte brasiliana dell'Amazzonia. Dopo aver incominciato a studiare l'evoluzione delle drosofile, Neel decise di dedicarsi alla medicina, iscrivendosi all'Università di Dartmouth nel 1939 e specializzandosi in genetica umana. Per diversi anni dopo la Seconda guerra mondiale, Neel studiò gli effetti delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki sulla popolazione (sorprendentemente, non rilevò un aumento del tasso di mutazioni genetiche nelle persone esposte alle radiazioni nucleari dopo il bombardamento), in seguito decise di riprendere i suoi interessi iniziali applicando i metodi della genetica al campo dell'antropologia.

Gli Yanomami affascinarono Neel perché avevano avuto pochi e recenti contatti con il mondo esterno e dunque dovevano presumibilmente vivere in una condizione naturale (simile a quella in cui vivevano, con buona probabilità, i nostri antenati). Studiando popolazioni di questo tipo, gli scienziati avrebbero potuto acquisire informazioni sulle pressioni selettive che agirono nel passato sul nostro genoma. Come abbiamo visto nel Capitolo 1, queste pressioni devono infatti essersi modificate radicalmente in seguito alla transizione verso uno stile di vita basato sull'agricoltura. Una delle più grandi trasformazioni in termini ambientali, pensava Neel, doveva essere connessa con un aumento della disponibilità di cibo nelle società agricole. Anche se oggi sappiamo che i cacciatori-raccoglitori paleolitici non vivevano, se non di rado, tra gli stenti e potevano contare su un più facile accesso a un'ampia varietà di cibo rispetto ai vicini agricoltori, è pur vero che la dieta dei popoli di agricoltori è profondamente diversa da quella dei tipici popoli di cacciatori-raccoglitori. In genere le persone che vivono di agricoltura consumano una più alta percentuale di carboidrati (zuccheri e amidi). In Cina, per esempio, le grandi quantità di riso consumato portano a una dieta costituita per il 75% circa di carboidrati. Gli elevati livelli di attività fisica nelle aree prevalentemente rurali della Cina, tuttavia, fanno sì che l'obesità in quelle località non sia affatto un problema, mentre lo è, insieme al diabete, nelle città.

Neel ha suggerito che il diabete, raro tra i cacciatori-raccoglitori, sia una reazione fisiologica all'aumento improvviso della quantità di calorie facilmente disponibili. Ciò che poteva rappresentare un carattere fortemente adattativo per un cacciatore-raccoglitore (la capacità di mantenere le funzioni fisiologiche in condizioni di scarse entrate caloriche) poteva ora risultare non adattativo in presenza di una dieta più ricca. Neel ha così coniato il termine genotipo frugale per indicare questa condizione, formulando un'ipotesi oggi ampiamente accettata per spiegare la diffusione assai ampia del diabete (una patologia che, altrimenti, a causa dell'azione della selezione naturale, sarebbe estremamente rara).

Esistono due forme di diabete. Il tipo 1 di solito fa la sua comparsa in età infantile ed è la forma trattata mediante iniezioni di insulina. Questo tipo di diabete è causato da una complessa interazione tra fattori ereditari di suscettibilità (cioè varianti del DNA) e l'ambiente in cui il bambino cresce. Il diabete di tipo 2 è ancora più complesso e di solito compare in età adulta (ma oggi è diagnosticato anche tra gli adolescenti e perfino nei bambini). Questa forma della malattia è causata in parte da fattori genetici, però è anche significativamente influenzata dall'ambiente, in particolare dalla dieta. Oltre l'80% delle persone con il diabete di tipo 2 è sovrappeso.

Il miglior esempio degli effetti negativi del genotipo frugale si può osservare tra gli abitanti delle isole del Pacifico e tra i nativi americani. I samoani per esempio hanno occupato le loro isole circa 3000 anni fa, durante la cosiddetta espansione polinesiana dall'Asia sudorientale al Pacifico. Queste straordinarie migrazioni attraverso l'oceano devono aver sottoposto i viaggiatori a un intenso stress fisiologico per settimane intere, è possibile quindi che su questo popolo abbia agito una forte selezione a favore di individui in grado di ridurre la velocità di consumo delle calorie. Il genotipo frugale deve essersi rivelato molto utile per affrontare il viaggio, ma divenne forse un problema quando il gruppo arrivò a destinazione. Tuttavia, come è accaduto in tutte le società che praticavano l'agricoltura di sussistenza, l'intensa attività fisica necessaria nella vita di tutti i giorni fino a tempi piuttosto recenti riuscì a lungo a prevenire un'epidemia di obesità.

Con l'arrivo della civiltà moderna, però, i samoani smisero di curare i campi e di pescare usando canoe con bilanciere spinte a remi, e oggi trascorrono la maggior parte del proprio tempo senza fare niente. Nelle Samoa americane, in particolare, la dieta degli abitanti, un tempo ricca di pesce e di vegetali, è diventata più simile a quella di un tipico abitante dell'America continentale ed è principalmente composta da cibo importato, come la carne in scatola Spam (entrata nella dieta samoana tramite l'esercito degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale) e altre preparazioni molto elaborate. Il risultato? Più o meno i due terzi dei samoani inurbati sono oggi clinicamente obesi e anche le loro controparti rurali presentano tassi di obesità del 50% circa. Questo stato di cose ha prodotto fantastici lottatori di sumo (uno dei massimi lottatori degli anni Novanta del Novecento, Musashimaru Koyo, era samoano), ma attribuisce anche alle Samoa il primato di nazione con la più alta incidenza di casi di diabete al mondo (25% negli uomini e 15% nelle donne). Qualche volta la frugalità (del genotipo) può uccidere.

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Ci troviamo così di fronte a uno schema interessante: dai tempi del Paleolitico fino a oggi si sono susseguite tre diverse ondate di mortalità. La prima, associata ai traumi, fu la più comune causa di morte dalla comparsa dei nostri più antichi antenati ominidi fino all'inizio del periodo neolitico. Via via che le persone divennero stanziali e incominciarono ad addomesticare i propri animali invece di cacciarli, le malattie infettive divennero più importanti dei traumi come cause di mortalità. E continuarono a esserlo fino allo sviluppo degli antibiotici a metà del XX secolo. La terza ondata è incominciata dalla metà del XX secolo, nei paesi sviluppati, dove le vaccinazioni e l'esteso impiego di antibiotici hanno ridotto di molto la precedente minaccia costituita dalle malattie infettive. Ora che abbiamo superato entrambe le minacce rappresentate da traumi e infezioni, le malattie croniche sono diventate ancora più temibili. La maggior parte della gente prima del XX secolo era destinata a morire relativamente giovane, prima che queste malattie (in particolare il diabete, l'ipertensione, l'infarto e il cancro) avessero una possibilità di svilupparsi. Con la moderna medicina abbiamo sostituito il flagello dei traumi e delle infezioni con una minaccia che viene dall'interno dei nostri corpi.

Questo passaggio da un tipo di malattia a un'altra sembra essere una delle leggi dello sviluppo umano e ci permette di avanzare previsioni su ciò che succederà quando i paesi meno sviluppati del mondo abbandoneranno l'agricoltura di sussistenza, caratterizzata da uno stile di vita non diverso da quello dei nostri antenati neolitici, per godere delle meraviglie del mondo moderno. Al momento tuttavia le malattie infettive rappresentano ancora la principale minaccia di quello che un tempo veniva chiamato Terzo mondo. Una malattia, in particolare, uccide più persone di ogni altra (oltre due milioni di individui all'anno, dei quali il 90% è rappresentato da bambini africani sotto i cinque anni d'età): la malaria. Peraltro proprio questa grave malattia, diversamente dalla maggior parte delle altre malattie infettive che ci affliggono, non deriva originariamente da uno dei nostri animali domestici e probabilmente esisteva già, pur con una diffusione molto limitata, nel Paleolitico. La sua pessima fama è però dovuta a un altro effetto della Rivoluzione neolitica e dimostra in che modo la nascita di insediamenti e di città pianificate possa avere inattese e disastrose conseguenze. In questo caso, tuttavia, le prove non derivano dalla documentazione archeologica, ma dallo studio del DNA.

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Gli aghi nel pagliaio del XXI secolo


Il genoma umano comprende circa 23000 geni. Questa cifra mi suona incredibilmente bassa dato che nel corso di tutta la mia carriera universitaria e durante il dottorato di ricerca ho sempre sentito dire che doveva essere vicino a 100 000. Quando la prima bozza del genoma umano venne resa nota nel 2000, tuttavia, si capì che siamo molto meno complessi a livello genetico di quanto avessimo immaginato. Ma forse, a ben vedere, non è così.

Il nostro genoma (tra parentesi, le drosofile hanno più o meno il nostro stesso numero di geni ma come dimensioni il loro genoma è circa un ventesimo di quello umano) ci ha rivelato che non è soltanto il numero di geni a determinare la complessità umana; quello che conta è il modo in cui i geni sono accesi o spenti per regolare la formazione delle nostre cellule, dei tessuti e delle altre caratteristiche. In altri termini, non contano le dimensioni ma l'uso che se ne fa. Chiaramente il cervello umano è assai più complesso rispetto a quello di un insetto; la differenza non dipende però dall'avere mucchi di geni specifici nel cervello (geni della memoria, del linguaggio, geni che ci fanno amare il jazz e così via), ma, piuttosto, dall'usare i geni presenti in un modo straordinariamente complesso per produrre tutti quei tratti. La complessità di queste interazioni tra geni ci dà un'idea della pleiotropia, un fenomeno genetico molto importante.

Il termine pleiotropia si riferisce ai molti effetti che un gene ha sul fenotipo dell'organismo, effetti che vanno al di là di quelli attesi per la funzione principale del gene. Per esempio, il cambiamento di una singola lettera (corrispondente a una base) nella sequenza del gene dell'emoglobina che codifica per la proteina trasportatrice dell'ossigeno nei nostri globuli rossi può determinare i sintomi dell'anemia falciforme, una malattia con una frequenza dell'8% circa nella popolazione di discendenza africana. Questi sintomi includono malfunzionamento renale, infarto e danno epatico. Sintomi tanto diversi sono il prodotto di un singolo cambiamento nucleotidico, a causa del quale la molecola dell'emoglobina, in particolari circostanze, presenta una forma diversa e genera strutture cristalline nei globuli rossi rendendoli rigidi e incapaci di trasportare il sangue nei più sottili capillari del corpo. Un cambiamento apparentemente piccolo, ma con effetti assai significativi.

Questo stesso cambiamento, ecco un aspetto interessante, rende i portatori di tali mutazioni meno suscettibili all'infezione del parassita che determina la malaria, un po' come le mutazioni del gene G6PD di cui abbiamo parlato nel Capitolo 3. In una di queste strane svolte del fato evolutivo, i portatori di anemia falciforme (coloro cioè che hanno soltanto una copia mutata del gene invece delle due copie necessarie per presentare i sintomi della malattia) sono di fatto avvantaggiati nelle foreste pluviali infestate dalla malaria dell'Africa centrale. Questo fenomeno spiega la frequenza relativamente alta (intorno al 25%) di portatori di tale disturbo nelle popolazioni locali, dato che migliaia di anni di esposizione alla malaria hanno determinato la selezione di questa variante nella popolazione. Un fattore negativo in un contesto può essere positivo in un altro.

In un processo simile, la trisomia 21 (la presenza di tre copie del cromosoma 21 nel genoma) determina il disturbo congenito noto come sindrome di Down. Per quanto sappiamo finora, i geni del cromosoma in più sono identici a quelli presenti in uno degli altri due (il cromosoma è un duplicato di uno di questi). Non sappiamo perché questa duplicazione determini l'insieme di sintomi tipici della sindrome di Down (ritardo mentale, disfunzioni motorie, anomalie facciali), ma quasi certamente tali sintomi hanno qualcosa a che fare con il numero di copie di alcuni geni chiave, in grado di influenzare il modo in cui i geni in questione funzionano. Questi geni, situati nella "regione critica di Down", sono sufficienti a causare il disturbo, anche se sono le uniche parti duplicate del cromosoma, poi copiate e inserite in un cromosoma altrimenti normale. Perché questi geni siano così precisamente regolati da richiedere esattamente due copie (ma non tre) per poter funzionare correttamente, non lo sappiamo. Sembra in ogni caso che cambiamenti genetici apparentemente minori possano avere ampi effetti inattesi. In questi casi probabilmente abbiamo a che fare con un cambiamento nella regolazione genica; il livello con cui uno o più geni codifica per una specifica proteina è troppo alto in questa regione con tre copie, ecco perché si verificano problemi nello sviluppo.

Disturbi come l'anemia falciforme o la sindrome di Down, a dispetto della complessità delle differenze funzionali per cui piccole "lesioni" genetiche sono tradotte in profondi cambiamenti nel fenotipo finale, risultano ancora relativamente semplici rispetto alla maggior parte delle malattie degli esseri umani. I grandi killer di cui abbiamo parlato nel Capitolo 3 hanno anche una componente genetica, ma, invece di coinvolgere un solo gene o una singola regione cromosomica, hanno a che fare con tanti minuscoli cambiamenti in tutto il genoma, simili a piccoli aghi nascosti in un gigantesco pagliaio.

Le malattie cardiache, per esempio, sono state associate a decine di mutazioni genetiche nella letteratura scientifica negli ultimi vent'anni. Alcune associazioni sono state sottoposte a verifica mentre altre non sono state confermate da gruppi di ricerca diversi e rimangono quindi incerte. Anche per le associazioni confermate, però, le probabilità relative sono di solito piuttosto basse dato che aumentano il rischio di ipertensione o di attacco cardiaco del 50% circa. In altre parole, se una persona che non porta la variante genetica associata presenta un rischio di avere un infarto, per esempio, del 10%, chi porta la mutazione associata avrà un rischio del 15%. Ciò significa che esiste ancora un 85% di probabilità di non avere alcun attacco cardiaco, e questo rende l'interpretazione degli effetti genetici piuttosto difficile.

L'ambiente rappresenta un altro fattore in grado di complicare il discorso. Come abbiamo visto con gli indiani pima, le persone molto simili geneticamente possono presentare tassi di malattia notevolmente diversi in base al loro stile di vita. Anche se avete geni che vi predispongono a sviluppare il diabete, per esempio, vivendo una vita sana e attiva, consumando pochi cibi ad alto contenuto calorico (come zuccheri e grassi) risulterete alla fine meno portati a sviluppare la malattia. Questi effetti ambientali complicano ulteriormente l'analisi delle cosiddette malattie multifattoriali, come ipertensione, diabete, infarto e gli altri grandi killer del mondo sviluppato. È davvero difficile distinguere i fattori genetici dai fattori ambientali condivisi. Supponiamo per esempio che siate un ricercatore e abbiate notato l'elevata incidenza delle malattie cardiache negli abitanti di origine scandinava di una parte del Nebraska. Una simile incidenza dipende dal fatto che queste persone condividono alcuni fattori genetici (dopo tutto, provengono tutti dalla stessa parte dell'Europa) o dalla condivisione di fattori ambientali come dieta e stile di vita? Gli studi genetici devono essere progettati con estrema cura, in modo da separare queste diverse influenze; è infatti necessario sottoporre ad analisi un gran numero di persone per stabilire un'associazione genetica statisticamente significativa.

Possiamo in conclusione affermare che da soli i geni non ci raccontano l'intera storia. In fin dei conti il DNA influenza il nostro stato di salute ma non lo determina. Il vero vantaggio dei test genetici, almeno di quelli condotti in età precoce, è la possibilità di darci un'idea dei nostri fattori di rischio, proprio come può farlo l'analisi della nostra dieta e del nostro stile di vita. Armati di più informazioni, potete compiere scelte più intelligenti riguardo il vostro modo di vivere. Siete portatori di fattori di rischio per le malattie cardiache? Probabilmente per voi sarà ancora più importante esercitarvi regolarmente, mangiare sano e non incominciare a fumare. Correte un rischio elevato di sviluppare un tumore alla prostata? Forse dovreste cominciare a quarant'anni a fare controlli regolari, senza aspettare i cinquanta come si fa di solito. Basso rischio di contrarre il diabete? Forse potete stare un po' meno attenti di altre persone quando mangiate cibi zuccherati (anche se dovreste sempre cercare di controllare che cosa mangiate).

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Scegli con cura ciò che desideri

Il grande sassofonista jazz Charlie Parker visse tra il 1945 e il 1960 in un periodo d'oro della storia della musica (comunemente indicato come "età del bebop"). Parker e i suoi compagni musicisti crearono una nuova forma rivoluzionaria di musica, caratterizzata da lunghe improvvisazioni inserite in mezzo a normali brani musicali. Tali agili performance rappresentano il segno distintivo dei grandi musicisti jazz di quel periodo, dei quali fanno parte leggende come Miles Davis, Thelonius Monk e John Coltrane. Parker, come molti dei suoi amici jazzisti, era molto orgoglioso del suo stile di vita "sesso, droga e rock 'n' roll" (come si sarebbe detto negli anni Settanta) e deve aver raggiunto livelli difficilmente superabili. Secondo lo psicologo Geoffrey Wills, come si legge in un articolo del 2003 pubblicato nel "British Journal of Psychiatry", Parker «consumava enormi quantità di cibo, usava eroina in dosi sempre maggiori, era noto perché riusciva a bere 16 whisky doppi nell'arco di 2 ore e ha avuto storie con centinaia di donne diverse». Art Pepper, un altro grande del jazz dello stesso periodo, ha spiegato in modo molto esplicito quello che amava: «Mi sono sempre vantato di essere capace di stare in piedi più a lungo di qualsiasi altro, di bere più di chiunque altro, prendere più pillole, iniettarmi più roba e cose del genere».

Questi uomini non rappresentavano un'anomalia. Secondo Wills la stragrande maggioranza dei grandi jazzisti di quel periodo divenne vittima dell'abuso di droghe e alcol, della schizofrenia, del disturbo bipolare (depressione maniacale) o di qualche altro serio problema mentale. Secondo Wills, il fattore comune a tutti questi problemi era la mancanza di inibizione, cioè l'assenza di un meccanismo comportamentale di "revisione", grazie al quale la maggior parte delle persone limita la propria attività a ciò che di solito è considerato sano e socialmente accettabile. Usando la risonanza magnetica allo scopo di spiare il cervello in attività, Charles Limb, Johns Hopkins e Allen Braun dei National Institutes of Health hanno rivelato in un recente studio un risultato che forse non sorprenderà: sembra infatti che nei musicisti, durante le improvvisazioni, le aree cerebrali coinvolte nell'inibizione si disattivino. Forse proprio la capacità di disattivare questa parte del cervello è ciò che permette ai grandi di diventare così abili, ma questa caratteristica si estenderebbe però alle altre parti della loro vita, portando all'abuso di droga e alla promiscuità.

In effetti anche molti grandi pittori e scrittori sono stati alcolisti o soggetti a disturbi mentali. La depressione maniacale è stata associata a elevati livelli di creatività, come ha sottolineato Arnold Ludwig nel suo libro The Price of Greatness. Nel complesso sembra esistere una correlazione tra malattia mentale e creatività che va oltre il semplice aneddoto. È come se qualcosa che caratterizza l'atto della creazione predisponga una persona a questi problemi o, forse, l'avere una simile predisposizione porta a una maggiore creatività. Proprio come accade per l'anemia falciforme, in cui una variante genetica è negativa in un contesto e positiva in un altro, è forse possibile che varianti genetiche in grado di predisporre una persona al disturbo mentale possano anche incoraggiare il tipo di pensiero non lineare grazie al quale si riescono a raggiungere eccezionali risultati artistici.

Lo psicologo David Horrobin, nel suo libro The Madness of Adam and Eve, sostiene proprio che i geni per la schizofrenia siano gli stessi a cui si deve la creatività. Questo collegamento non è stato ampiamente accettato, Horrobin tuttavia offre un esempio convincente considerando l'incidenza della schizofrenia nella popolazione mondiale. Circa l'1% delle persone, a prescindere dall'origine etnica o geografica, è schizofrenica, mentre l'incidenza della maggior parte delle altre malattie umane varia ampiamente nelle diverse popolazioni. Per Horrobin questa uniformità dipende dal fatto che la schizofrenia è dovuta alla presenza di troppe copie dei "geni della creatività", i quali, in numero ridotto, sono utili e sono selezionati nelle popolazioni umane in quanto hanno effetti benefici. In altri termini, se avete una o due copie delle varianti genetiche che predispongono alla schizofrenia, potreste anche essere portati a diventare un grande compositore o matematico (o, per tornare al contesto dei nostri antenati paleolitici, avreste potuto essere più bravi a inventare nuovi strumenti o a prevedere dove scovare il cibo); se tuttavia le copie sono tre o quattro potreste essere portati a sviluppare la schizofrenia. Questo modello è altamente speculativo, certo, ma potrebbe spiegare sia la relazione tra malattia mentale e processo creativo e anche perché tutte le popolazioni umane esibiscono forme di schizofrenia. Il dottor Navratil, dello Haus der Kunstler, certamente sarebbe stato d'accordo con Horrobin.

Ma che cosa potrebbe accadere in un futuro in cui simili varianti siano sistematicamente eliminate grazie alla selezione genetica? Dopo tutto la maggior parte dei genitori non desidererebbe una malattia debilitante come il disturbo bipolare o la schizofrenia per il proprio figlio. Così facendo, tuttavia, è possibile che i figli siano soggetti a una selezione che ostacola la loro creatività? Anche se questo rapporto diretto tra predisposizione genetica ed esito finale semplifica enormemente la complessità del comportamento umano e dei disturbi psichiatrici, è probabile che una creatività estrema abbia, in fin dei conti, anche una base genetica. Forse la creatività è come un filo su cui restiamo in bilico con il rischio di cadere nella direzione della malattia oppure del talento (tra l'altro molte persone creative passano da una condizione all'altra). Nel tentativo di evitare la prima condizione corriamo anche il rischio di scoraggiare la seconda? Dopo tutto la creatività consiste nell'immaginare cose che non ci sono per renderle reali. Anche la schizofrenia è spesso definita sulla base di questa vivida capacità di immaginazione, anche se spinta al punto da risultare deleteria per l'individuo.

La psicologia non è però l'unico campo che potremmo riuscire a influenzare. Come abbiamo visto analizzando l'ipotesi di James Neel del "genotipo frugale", se potessimo selezionare le varianti genetiche in grado di proteggerci dal diabete, potremmo forse trasformarci in esseri umani svelti, brucia-calorie, con metabolismo perfettamente adattato all'eccessiva quantità di cibo che mangiamo e al basso livello di esercizio proprio della moderna società industriale? Se fosse così, non rischieremmo di diventare come piante di serra, incapaci di far fronte a un qualunque mutamento ambientale e disastro potenziale che potrebbe interessarci nel prossimo futuro? Se i nostri rifornimenti di cibo saranno sempre più costituiti da una monocoltura di ceppi genetici clonati, che cosa accadrà se dovesse verificarsi tra qualche secolo una carestia come quella che colpì l'Irlanda a causa della perdita dei raccolti di patate? I nostri pronipoti ci ringrazieranno per averli adattati perfettamente alla biologia del XXI secolo, con il rischio di far patire loro la fame in un periodo di scarse risorse?

Per essere accertata, la reale minaccia di queste scelte in termini genetici richiederà naturalmente molte generazioni. Il mondo potrebbe cambiare così profondamente nei prossimi secoli che questa autoselezione potrebbe risultare meno rilevante. Forse la carestia diventerà davvero un ricordo lontano e i computer saranno più creativi degli esseri umani. Ma un'altra possibilità, lo studio dei cambiamenti genetici rilevabili nell'arco della nostra stessa vita, si sta ora cercando di applicare alle persone nate con malattie terminali. Si tratta della possibilità di modificare direttamente la genetica, allo scopo di eliminare gravi malattie non attraverso la selezione di varianti genetiche nella prossima generazione ma sostituendo un gene cattivo con uno buono in una persona in vita. Questi trattamenti e le loro conseguenze potenziali sollevano, come è ovvio, molti interrogativi.

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