Autore Miguel Benasayag
CoautoreAngélique del Rey
Titolo Oltre le passioni tristi
SottotitoloDalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2016, Campi del sapere , pag. 160, cop.fle., dim. 14x22x1,4 cm , Isbn 978-88-07-10517-3
OriginaleClinique du mal-être. La "psy" face aux nouvelles souffrances psychiques
EdizioneLa Découverte, Paris, 2015
TraduttoreEleonora Missana
LettoreSara Allodi, 2016
Classe psicoanalisi , psicologia , psichiatria , sociologia , salute












 

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Indice


  7 Introduzione
    Inventare il nuovo "cavallo azzurro" della nostra epoca


    Parte prima
    A proposito delle sofferenze "psi"...

 13 1. Cosa c'è di nuovo nelle attuali sofferenze "psi"?
       "Soffro di solitudine", 14;
       "Non essere come sei", 17;
       "La tua sofferenza non ha senso", 21;
       La scomparsa del sentimento del tragico, 23

 26 2. Sofferenze che si radicano nell'epoca contemporanea
       La sfida alla clinica psi:
            dal paziente di una volta al "nuovo paziente", 27;
       Henri, testimone della distruzione
            dell'interiorità dell'uomo della modernità, 31;
       Dall'umano alle "risorse umane", 35

 38 3. Il dominio dell'artefatto sulla vita
       In cosa consiste tale dominio: un riduzionismo... , 38;
       ...che conduce all'esilio da sé del vivente, 40;
       Desoggettivazione e delineamento dell'umano, 43


    Parte seconda
    Le terapie psichiche a disposizione dell'individuo postmoderno

 49 4. Il declino della psicoanalisi
       Psicoanalisi e sentimento del tragico, 50;
       La mancata partecipazione della psicoanalisi alla
            decostruzione del fondamento epistemologico
            dell'Occidente moderno, 52;
       La trappola del dogmatismo, 57;
       Quando la psicoanalisi fabbrica l'individuo, 59;
       Pratiche "magiche", 62;
       Due appuntamenti mancati, 64

 68 5. Impasse e pericoli delle terapie comportamentali e "alternative"
       Da un riduzionismo all'altro, 68;
       La disgiunzione dell'umano inscritta nel dispositivo
            normativo del Dsm, 71;
       L'efficacia e le faglie delle terapie molecolari, 77;
       Comportamentismo: l'illusione dell'"uomo trasparente", 81;
       Le terapie "alternative" e il rischio della deriva settaria, 83


    Parte terza
    Verso una terapia situazionale

 91 6. Crisi della modernità e nuove sfide per le discipline psi
       La fine del mondo, al di là dell'umanismo?, 92;
       La "situazione" come nuovo soggetto della pratica psi, 94;
       Le illusioni dell'uomo "potenziato", 97

100 7. Le sfide della terapia situazionale
       Una terapia incentrata sul presente, 101;
       L'utilità del "non-sapere": le lezioni di due casi, 104;
       L'importanza di contestualizzare i problemi psi, 109;
       Aiutare il paziente a "conoscere attraverso le cause", 113;
       Individuare la "geografia interiore" del paziente, 115;
       La questione dell'emancipazione:
            l'agire per superare la "vita personale", 118;
       Il ruolo decisivo del corpo:
            anziché le parole per dirlo, i gesti per farlo... , 121;
       Rivedere l'antica questione dei rapporti corpo/mente, 124;
       Che fare del negativo?, 126

130 8. La "cucina" del terapeuta
       Un nuovo paziente arriva in consultazione... , 131;
       La questione della verità di fatto, 133;
       Cosa vuole dire guarire?, 137;
       La "verità" non è nella sofferenza,
            ma nella potenza di vivere, 140;
       A cosa serve la presa di coscienza?, 143;
       Come aiutare il paziente a "stabilizzarsi"?, 144


149 Una conclusione (molto) provvisoria
    L'alternativa: esplorare i possibili

153 Note


 

 

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Pagina 9

Nel marzo 1973, in Italia, usciva dall'ospedale psichiatrico di Trieste un incredibile cavallo azzurro di cartapesta, costruito da pazienti e artisti su iniziativa del direttore dell'ospedale, Franco Basaglia. Il messaggio, che verrà poi raccolto, lanciato dalla sua sfilata nelle strade di Trieste, era: rompiamo le "mura del manicomio", apriamo tutte le porte degli ospedali psichiatrici e liberiamo i folli. Oggi ho la convinzione che quel cavallo azzurro - forse un altro Ronzinante - debba riprendere servizio per tentare questa volta di liberare i normali dalla norma. Il lavoro della psicoterapia non può ridursi all'adozione di una serie di metodi per disciplinare e favorire l'adattamento dei nostri pazienti. La terapia che chiamo "situazionale" ha come unica pretesa di essere un primo sprone per quel nuovo cavallo azzurro. E ciò che ho tentato di spiegare in questo libro.

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Pagina 13

1. Cosa c'è di nuovo nelle attuali sofferenze "psi"?


Dopo il mal di schiena, definito il "male del secolo", la sofferenza psichica si colloca in buona posizione tra le maggiori sofferenze contemporanee. È noto ad esempio che in Francia milioni di persone "sopravvivono" grazie all'assunzione di farmaci psicotropi, antidepressivi, sonniferi o altri ansiolitici... L'alcolismo e la tossicomania hanno a loro volta superato da tempo la cerchia dei drogati classici per diffondersi tra la gente "perbene", agenti di Borsa, quadri medi e superiori delle imprese, vedette dello show biz... Senza dimenticare un fenomeno di massa, lo sviluppo delle nuove forme di dipendenza legate alle nuove tecnologie, dai videogiochi ai film porno online, passando per la sudditanza alle chiamate o agli sms dei cellulari.

È evidente che i nostri contemporanei soffrono. Ma in che senso si può parlare di una nuova forma di sofferenza? In cosa consiste la novità? La sofferenza non fa parte della vita, ogni epoca non ne ha la sua quantità? Per rispondere a queste domande, non ci si può limitare a constatare che i servizi di medicina, e quelli di psichiatria in particolare, si vedono sommersi dalle richieste di aiuto per alleviare un profondo mal di vivere. Non ci si può nemmeno fermare all'evidenza del fatto che il lavoro fa male, che la vita all'interno delle aziende è spesso stressante e gravosa, perennemente sotto la minaccia della precarizzazione, e che d'altronde la vita senza lavoro (anche quando si riesce a far fronte ai problemi di sopravvivenza) è ugualmente patogena. Occorre indagare tale sofferenza partendo dalle fondamenta: cosa emerge di nuovo al loro interno che prima non esisteva?




"Soffro di solitudine"


Un lamento ricorrente nell'espressione della sofferenza quotidiana è legato alla solitudine.

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Pagina 21

"La tua sofferenza non ha senso"


Un caso esemplare è quello dei bambini cosiddetti "iperattivi", curati innanzitutto con il Ritalin. Un tempo definiti "turbolenti", questi bambini potevano esserlo per diverse ragioni, non si pretendeva di spiegare il loro comportamento "con a + b". Essere turbolento era considerato come un modo particolare di essere al mondo, sicuramente passeggero, con il quale occorreva venire a patti. Ma, da quando il riduzionismo fisicalista ha creduto di aver trovato la "causa" dell'iperattività - un deficit nella produzione di dopamina -, il modo di essere nella sua molteplicità conflittuale è scomparso a favore di una concezione lineare semplificatrice. Una volta posta l'etichetta, si è creduto di sapere tutto sul bambino.

Il fenomeno in questione rimanda alla medicalizzazione della vita. Medicalizzare la vita è agire come se modelli completi e coerenti potessero sussumere i funzionamenti intricati e complessi della vita. L'inscrizione della sofferenza in un modo di essere lascia allora il posto a una comprensione del vivente in termini di patologia/e. In questa prospettiva, siamo spinti a soffrire non solo del male che ci affligge, ma anche dell'inammissibilità di quel male inteso come un elemento della nostra vita. Il malato è assimilato a una sorta di deviante sociale. La norma diventa un diktat imperioso: se siete obesi o anoressiche, malate di cuore o diabetici, o soffrite di una malattia psichica, questo diventa un affare che riguarda i tecnici della salute, quelli che possiedono la griglia di valutazione della norma, e non avete che da essere un "beneficiario delle cure" passivo e obbediente. Questo modo di intendere la sofferenza la raddoppia imponendo una passività spesso dolorosa. La sofferenza non ha nulla a che vedere con voi. Il vostro corpo - o il vostro cervello - ha seguito una strada deviata: è inutile cercare un senso a tale deviazione, non dovete far altro che lasciarvi portare sulla retta via dalle tecniche e dalle molecole ad hoc.

Ora, questa de-soggettivazione della sofferenza, spogliata di ogni senso, implica una perdita di cultura. Che poeta avrebbe perso l'umanità se delle molecole ben selezionate avessero fatto di Antonin Artaud un ligio impiegato a uno sportello! Artaud ha sofferto, enormemente; ma la sua sofferenza è inseparabile da quella creatrice e immortale. Lui non subisce la sua follia, ma la trasforma a difesa di sé in un "trampolino" della sua potenza. All'opposto, il riduzionismo fa in modo che tutto nelle nostre vite venga inquadrato in una serie di attività, più o meno sane, più o meno terapeutiche. Io non faccio teatro, non suono uno strumento se non "perché...": se faccio teatro è perché mi rilassa, mi toglie delle angosce... Non nuoto per il piacere di farlo, ma per evitare il mal di schiena... Cerco di formare una coppia per interesse o a fini terapeutici... Perfino il riso, che Aristotele considerava come tratto specifico dell'essere umano, è diventato un'attività terapeutica!

Si potrebbe sintetizzare in questo modo: la sofferenza esistenziale è oggi colonizzata dalla sofferenza patologica. Chiamo "sofferenza esistenziale" il modo in cui l'umano sperimenta il fatto di essere limitato: limitato come individuo, come gruppo, come specie vivente. Anche se è controintuitivo, i limiti sono essenziali alla vita, la condizione per quella "stabilità lontana dall'equilibrio" che la caratterizza (per riprendere la celebre formula di Claude Bernard); è la ragione per cui morte, malattia, impotenza, sofferenza, lungi dal rappresentare un insieme di debolezze, sono parte integrante di quella dinamica di fragilità senza la quale non ci potrebbe essere vita, salute, gioia. Ora il credo postmoderno, scientista ed economicista, si fonda sull'idea di una potenza che non conoscerebbe processi antagonisti e considera ogni limite come un'ingiustizia proveniente dall'esterno. Attraverso un immaginario più o meno fumoso, che mescola in un tritatutto ricerca genetica, cellule staminali, robotica, nanotecnologie ecc., non si smette di ripetere all'individuo postmoderno che "tutto è possibile" - dimenticando di menzionare la condizione: "Basta che tu obbedisca". Non si prevede che io possa sperimentarmi limitato e vivente, ma solo che io soffra passivamente dei miei limiti come di altrettante patologie. Ciò che veniva considerato sofferenza "esistenziale" (sperimentarci potenti e limitati) diventa quindi problema tecnico, "sofferenza patologica".

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Pagina 24

Sappiamo per esempio che la Shoah ha segnato un momento estremo del tragico. Ciò che è accaduto nelle camere a gas naziste tocca direttamente la maggior parte degli esseri umani: dopo Auschwitz, ogni uomo, ogni donna sa che l'umanità che è in lui o in lei ha prodotto il mostro. Ma per altri genocidi, come quello dell'Armenia, della Cambogia o del Ruanda, anche se tutti concordano nel dire che si tratta di eventi molto gravi, sono pochissimi coloro che, pur non avendo un legame più o meno diretto con quegli eventi, se ne sentano toccati profondamente. Gli esempi che evocano un mondo in cui gli individui serializzati vivono senza poter essere toccati da qualcosa al di là del loro io saturato dall'immediatezza si potrebbero moltiplicare a volontà. È scoraggiante ad esempio constatare come molti nostri contemporanei, pur dicendosi molto preoccupati di fronte alla prospettiva del disastro ecologico, non cerchino affatto di regolare le loro vite in modo da tentare di porvi rimedio. Scissa dal passato, scissa dal futuro, privata di ogni dimensione tragica, la loro vita tende a ridursi alla duplice scrittura del loro percorso terapeutico e degli alti e bassi del loro conto in banca. Le notizie che ricevono passivamente dal mondo li annegano nell'impotenza. Questo vissuto d'impotenza è un elemento determinante della sofferenza psichica contemporanea. E, anche se l'ignoranza dei nostri legami non significa che non ne abbiamo, il fatto di non sperimentarli e di non averne coscienza ha come conseguenza il viverli come un puro patire: non poter resistere alla loro permanente erosione, non poter più costruire e, quindi, non provare più gioia...

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Pagina 29

Niente di tutto ciò nelle nuove richieste di terapia psi. Il nuovo paziente è arrivato: se una fobia, un'impotenza o una depressione gli impediscono di essere "performante", viene a consultarvi con uno sguardo nel quale riconoscerete con inquietudine che, come nei negozi Darty, dovrete rimborsarlo se troverà un'offerta meno cara, o semplicemente più efficace, altrove, insomma con un miglior rapporto qualità/prezzo. "Dottore, sono depresso, dormo male, mi sento in colpa per aver lasciato la mia anziana madre nella casa di cura più lontano possibile da me. E ora, che si fa?" Voi, poveri piccoli psi, vedete bene che in questo paziente-cliente la diffidenza è grande. Non avete la sicurezza di Freud, né la leggerezza che conferisce il delirio di Melanie Klein, né tantomeno la superbia dominatrice di Lacan. Al minimo passo falso, il paziente vola verso un comportamentista, un neurologo, un agopunturista, un osteopata, un terapeuta del corpo, un guru o un coach. Vi sforzate di rievocare altri tempi, quasi mitici, in cui Lacan concludeva i due minuti e mezzo di seduta assestando al suo paziente uno schiaffo di cui questi avrebbe parlato con fierezza per anni. (Conosco almeno tre psicoanalisti, di cui due argentini, che raccontavano degli schiaffi dati da Lacan come se si trattasse di interpretazioni...)

Ma oggi il vostro paziente vi guarda spesso come se foste un venditore di auto d'occasione - anche se, bisogna dire, le cose non sono cambiate fino al punto che sia lui a darvi uno schiaffo... Ciò non toglie che il cambiamento sia senza dubbio troppo profondo per essere interpretabile come il semplice avvento di un nuovo rapporto tra il paziente e il suo psi. Nell'autorità perduta di quest'ultimo, occorre piuttosto riconoscere la crisi di un paradigma con le sue certezze, le sue gerarchie e il suo senso. Il cambiamento radicale che stiamo vivendo si manifesta in tal senso, in modo particolare, nell'apparente intimità dello studio dello psi...

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Pagina 35

Dall'umano alle "risorse umane"


Questa disarticolazione dell'individuo della modernità potrebbe apparire come una pura dispersione. In effetti, il modo in cui la medicina modulare tratta la sofferenza contemporanea sembra corroborare la realtà di questa disintegrazione: una molecola per la depressione, un'altra per l'iperattività e via di seguito. Tutto sembra indicare che la decostruzione del modello specifico di individuo della modernità ci mette di fronte a funzionamenti sparsi, trattati in modo isolato, al punto che l'articolazione della totalità appare come una dimensione separata dal funzionamento. Unificato attorno alla figura psichica e corporea, l'individuo moderno era studiato e compreso come una serie di meccanismi convergenti, dinamici ed evolutivi. La medicalizzazione della vita non si rivolge ormai più a quel tipo di unità, ma si preoccupa di meccanismi e di processi trans-individuali: tutto è questione di statistiche, rischi, profitti, costi, percentuali e possibilità, che determineranno la diagnosi e la cura, venendo a confermare il fatto che nessun punto di vista totalizzante (o per lo meno centralizzatore) può comprendere il fenomeno del vivente.

Ma ciò non è che apparenza. In realtà, quando i nostri contemporanei si lamentano (a giusto titolo) di non essere considerati come unità singolari, ma trattati come degli aggregati e dei meccanismi, non denunciano che una metà del dispositivo. Questa disgiunzione dell'unità biologica e dell'unità psichica è in effetti riordinata, ristrutturata attraverso l'appropriazione di quei moduli da parte dei macro-organismi economici e produttivi (che sono le grandi multinazionali e le organizzazioni sovragovernative che costituiscono il cuore della globalizzazione, come l'Ocse, il Fmi o l'Unione europea). L'essere umano, che a forza di scomporre e rendere trasparente la natura ha finito per scomporre se stesso, è oggi catturato, "a pezzi", dalla macroeconomia come "risorsa umana". Un termine che esprime molto chiaramente l'accostamento razionale all'essere vivente attraverso "moduli" utili all'economia. Per esempio, solo alcuni funzionamenti utili del cervello interesseranno una certa impresa che catturerà solo quelle parti, evitando l'interferenza di altre parti del corpo e della singolarità della persona. Si può credere che l'operaio alla catena di montaggio taylorista rappresentasse già l'attuale modello delle "risorse umane". In realtà, il contesto epocale rendeva possibile il fatto che all'alienazione della forza-lavoro corrispondesse una riunificazione della persona come proletario e membro di una classe sociale. La macroeconomia accelera invece quella disgiunzione per utilizzare, in ogni ecosistema, ciò di cui ha bisogno rifiutando tutto il resto. La produzione dell'"uomo delle competenze" (che accumula competenze) implica il passaggio da uno che, grazie alla sua storia personale, possiede certe capacità, a un "uomo senza qualità", superficie vuota che deve fare continuamente tabula rasa della sua singolarità per diventare un "processore di informazioni", ovvero una quantità di energia amorfa, che può e deve conformarsi agli esoscheletri disposti dalla macroeconomia.

Occorre comprendere questa "de-territorializzazione" della vita nella sua profonda e inquietante radicalità. Un'infinità di esempi pone in evidenza il fatto che i bisogni della macroeconomia producono degli "stampi" per l'energia "risorse umane", una produzione non sostenibile né per l'uomo né per il resto dell'ecosistema. Noi tutti lo sappiamo, ma non siamo disposti a riconoscerlo: in questo modo, il vivente perisce senza che nessun meccanismo di autoregolazione incentrato sulla difesa del vivente possa proteggerlo dalla nuova strutturazione del mondo secondo i diktat delle nuove capricciose divinità dell'Olimpo economico.

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Pagina 43

Desoggettivazione e delineamento dell'umano


Da un punto di vista psicologico, questa artificializzazione della vita ha come conseguenza la desoggettivazione dell'uomo. Senza giungere alla radicalità hegeliana - eliminare la soggettività di qualcuno distrugge la persona -, la delega delle funzioni del vivente all'artefatto svuota l'individuo della modernità della sua interiorità. I processi di delega delle funzioni non hanno nulla di nuovo. Sono ciò che caratterizza l'evoluzione della vita da quando è apparsa sulla Terra. Nella coevoluzione delle specie e degli ecosistemi, alcune specie delegano certe funzioni ad altre per far evolvere il proprio organismo sviluppando nuove funzioni: è l'esempio della coevoluzione dell'antenato del cane e i primi umanoidi. Il futuro uomo delega (e perde) delle funzioni e capacità olfattive, uditive ecc., perché "se ne occupa" il cane. E quest'ultimo delega funzioni di controllo e comprensione perché se ne fa carico l'uomo. Tale delega consente a ciascuna delle due specie di sviluppare nuove funzioni - con la conseguenza, almeno una delle conseguenze, che non c'è cane senza uomo, né uomo senza cane. Allo stesso modo, funzioni proprie dell'uomo saranno delegate alla macchina, che a sua volta scolpirà quest'ultimo a sua immagine.

Attingiamo un esempio dall'ambito della clinica psi. Jean, giovane paziente di una ventina d'anni, concorda con la sua terapeuta una seduta alla settimana a un'ora precisa. Questa terapeuta mi comunica, in una seduta di supervisione, delle ripetute e impreviste assenze di Jean all'appuntamento settimanale. Quando la terapeuta lo contatta per chieder conto delle sue assenze, Jean le risponde confuso dicendo che la funzione calendario del suo cellulare da un po' di tempo fa le bizze. L'età di Jean è qui fondamentale: è di quella generazione per la quale appuntamenti, sveglie, orari sono funzioni di cui, da sempre, si è incaricato l'artefatto. È la ragione per cui con la mia collega non abbiamo potuto "interpretare" quelle assenze come cariche di un senso nascosto o rimosso che esprime qualcosa del funzionamento soggettivo di Jean. In un paziente di cinquant'anni, tali assenze rimanderebbero senz'altro ancora a un'incrinatura soggettiva attraverso cui si esprimerebbe la sua singolarità. Nel caso di Jean, la perdita di soggettività trasforma quest'ultima in uno spiacevole malfunzionamento della macchina. Perdita di soggettività perché perdita di senso. Pensiamo ancora, per fare un altro esempio, alla diffusione delle calcolatrici che fa sì che nessuno studente conosca più i meccanismi di produzione di una radice quadrata o di un logaritmo. La possibilità di risoluzione di queste semplici operazioni non contribuisce solo a creare una soggettività interiore, ma formatta l'anatomia stessa delle connessioni cerebrali. Questa è la ragione per cui lo studente che ottiene risultati attraverso l'artefatto è a sua volta fisiologicamente trasformato dall'artefatto.

Il fenomeno postmoderno del "dispiegamento" della persona produce in tal senso una specie di "falso sé" che fa dell'individuo un "processore d'informazione" non modellato da questa stessa informazione (che gli rimane dunque esterna). Si può identificare tale fenomeno con il processo che conduce dall'individuo della modernità al "profilo" della postmodernità. Si conosce l'immensa impresa di raccolta dei cosiddetti "metadati", grazie ai quali si costruiscono i profili di gruppi-tipo. I metadati sono tutte le informazioni che, sotto forma di tracce numeriche non volontarie, lasciamo per il solo fatto di vivere nella nostra società. In tal senso, tutte le ricerche su Google, tutte le parole chiave e le informazioni che pubblicate "volontariamente" su Facebook o altri social network, così come le tracce dei vostri acquisti con la carta di credito, i percorsi e i luoghi che frequentate (noti grazie alla geolocalizzazione) configurano le tracce attraverso le quali è costruito il profilo che determina non la vostra individualità, ma il gruppo in cui siete "incasellato" dai robot informatici.

Come scrivono Hélène Molinari e Gregory Pascon, due degli animatori della rivista belga "C4", noi non siamo più nel Big Brother, ma siamo passati al "Big Data": "Ciò che si nasconde dietro a questo concetto è il fatto che questo tipo di governo non si fonda sull'individuo e la sorveglianza, ma sulla tracciabilità e il profilo". Attraverso il prelievo, algoritmicamente regolato, dei dati, sono tracciati dei profili che fanno di ciascuno di noi un nodo statistico. Ma una volta che questo profilo è definito, noi saremo trattati, sollecitati e motivati in funzione di questo. Nella modellizzazione mediante "arrotondamento digitale", tutto avviene come se a ciascuna persona venissero rubati degli elementi di singolarità...

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Pagina 49

4. Il declino della psicoanalisi


La psicoanalisi ha oggi cattiva fama, come attesta il successo del Libro nero della psicoanalisi, pubblicato nel 2005. Vi si criticava, un po' alla rinfusa, l'inefficacia della psicoanalisi, la sua assenza di fondamenti scientifici reali, il dogmatismo dei suoi seguaci, o addirittura la loro "religiosità"... In eco a queste critiche, la psicoanalisi appare di fatto sempre più fuori moda, dal momento che il "nuovo paziente" si prende gioco del senso che sarebbe nascosto dietro alla sua sofferenza cercando piuttosto risultati rapidi, una terapia "performante" che possa aiutarlo a realizzare i suoi "obiettivi". E, anche se preferirà malgrado tutto consultare uno psicoanalista, parlerà della sua vita personale senza alcun sentimento del tragico, senza alcun legame con la grande storia (ammesso che ne abbia una qualche nozione...).

In realtà, tale declino della psicoanalisi è per lo meno ambiguo. È dovuto al fatto che, come si è visto, l'individuo perde progressivamente tutti i legami, si svuota della sua interiorità e diventa quella "risorsa" per l'economia che la sofferenza renderebbe "inutilizzabile"? Detto altrimenti, è dovuto alla natura delle nuove sofferenze psichiche? O è dovuto al fatto che la psicoanalisi non ha saputo cogliere le sfide poste da queste sofferenze? E, in quest'ultimo caso, come spiegare che, suo malgrado, non ne sia stata capace?

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Pagina 57

La trappola del dogmatismo


Se la psicoanalisi non fosse caduta nella trappola del dogmatismo, non avrebbe fallito a tal punto la decostruzione. I "marchingegni" psi, per quanto siano differenti gli uni dagli altri, potrebbero essere operativi se avessero scelto di ispirarsi al famoso "come se" kantiano. Se Freud si fosse attenuto alla dimensione ipotetica dell'inconscio, all'idea che "tutto accade come se" i nostri atti coscienti rimandassero a cause psichiche inconsce. Se, di fronte alla sofferenza psichica, lo psicoanalista dicesse: "Tutto avviene come se delle pulsioni rimosse riemergessero nei sintomi...". Se, applicando il suo modello dell'apparato psichico, dicesse: "Quando utilizzo quel modello, funziona più o meno...".

Ma no! La nomenclatura freudiana ha costituito sin dall'origine una trappola per la potenzialità critica peraltro contenuta nell'ipotesi dell'inconscio: lo stesso Freud si è affrettato a credere all'esistenza (peraltro indimostrabile) di quelle cause, che lui stesso aveva identificato - "Es", "Super-io", "pulsione di morte" ecc. E oggi si constata il dogmatismo quasi religioso delle scuole psicoanalitiche che insegnano, con un lusso di dettagli barocco, le sofisticazioni della pulsione, o il delicato rapporto dell'Io con la propria immagine ecc. Per quel che concerne la religione, nessuno immagina il credente cattolico dire: "Tutto accade come se Dio esistesse", o ancora: "Prendiamo l'ipotesi metaforica secondo la quale Maria sarebbe stata vergine". Lui dice: "Dio esiste, Maria era vergine". Allo stesso modo i miei colleghi dicono: "L'inconscio esiste, la pulsione esiste, l'oggetto 'piccolo a' esiste" e via di seguito. Da qui, evidentemente, le dispute di cappella tra le varie scuole psicoanalitiche... Invece di funzionare come ricercatori che condividono le loro ipotesi per poter avanzare nella ricerca, gli psi funzionano come credenti che rifiutano i dogmi delle altre religioni.

Miseria di una teorizzazione che aspira a formare una gerarchia ontologica indiscutibile... Non soltanto tralascia in tal modo la dimensione della ricerca che ne costituiva tutto l'interesse, ma non può fare altro che rinviare, al di là delle differenze di contenuto tra i dogmi, all'esistenza metafisica di un modello universale, sostanzializzato, di apparato psichico. In concreto, gli psicoanalisti pensano come se avessero scoperto un territorio chiamato "le Americhe", ignorato dalla cartografia precedente, ma che era là da sempre: l'inconscio era là da sempre, esiste in forma universale, obbedisce a dinamiche presenti ovunque, anche se le rappresentazioni e i dogmi delle differenti cappelle psi possono presentare delle varianti. Se, un tempo, la credenza umanista in un uomo universale è stato il fondamento che ha giustificato la legittimità del colonialismo, si può dire che la psicoanalisi non è da meno...

C'è un aneddoto molto significativo al riguardo. È la storia di Marie-Cécile e Edmond Ortigues, lei psicoanalista e lui filosofo, che, convinti della verità della loro fede, partirono per l'Africa all'inizio degli anni sessanta. La donna e l'uomo bianchi volevano dimostrare che, nonostante le evidenti differenze tra le culture animiste, non moderne e tribali, e quella di un borghese austriaco del 1900, tutti condividevano un'essenza inalterabile: l'"Edipo". La conclusione del loro studio su una decina di casi di psicoterapia con ragazzi di Dakar fu di un rigore scientifico totale: gli infelici Ortigues confessarono di non aver trovato traccia né di rapporti né di comportamenti edipici, ma nondimeno ne dedussero l'esistenza di un "Edipo africano". Dando prova in questo di un sofisma degno di un curato di campagna: l'Edipo aveva luogo con lo zio da parte materna!

[...]

L'anti-Edipo propone la critica senza dubbio più giusta, fondata e insieme radicale, del concetto di "complesso di Edipo" come "fabbricazione di individui": in sostanza, funziona come un imbuto che "familiarizza" ogni conflitto, ogni desiderio, ogni tropismo. Per esempio, se lottate contro il vostro padrone e per la giustizia sociale, l'odiato padrone diventa papà e la giustizia sociale desiderata, mamma. In questo modello, spiegano Deleuze e Guattari, le classi sociali, le tribù, i mari e le montagne diventano metafore di papà, mamma e zio. È senz'ombra di dubbio il punto massimo del riduzionismo psicoanalitico: l'universo, la letteratura, l'arte non possono non porsi in relazione con il nostro "piccolo sporco segreto" evocato da Deleuze...

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Pagina 68

5. Impasse e pericoli delle terapie comportamentali e "alternative"


Il declino della psicoanalisi è stato com'è logico accompagnato dallo sviluppo esponenziale di nuovi metodi psicoterapeutici invocati per attenuare il disagio psichico crescente. Tra questi spiccano in primo piano - ne esistono altri, su cui tornerò più avanti - le famose Tcc (Terapie cognitivo-comportamentali). Il loro stupefacente successo non è dovuto a scoperte che consentono di affrontare meglio problematiche classiche, ma al fatto che offrono i trattamenti appropriati all'uomo e alla donna "modulari" di oggi. L'"uomo modulare" è un modo per denominare il nuovo dispositivo umano che non si pensa né si struttura come un tutto organico, ma come un aggregato, una costruzione che si pretende votata a una vita senza limiti. In realtà le nuove terapie sono appropriate a questa illusione di incremento dell'umano, miscuglio paradossale tra l'incredibile potenza della tecnica e l'impotenza crescente dell'uomo, della cultura e del vivente in generale. In tal senso, le ho chiamate "terapie modulari" - o "molecolari" per quelle che privilegiano il ricorso alle molecole chimiche.


Da un riduzionismo all'altro


Ho evocato il riduzionismo psicoanalitico che consiste nel ridurre la complessità umana a piccoli conflitti psicologici per lo più frutto dell'invenzione di clinici poco rigorosi. Ora, anche se le terapie modulari abbandonano completamente questo tipo di pratiche, non è per andare verso un punto di vista organico e complesso del fenomeno umano, ma verso un riduzionismo fisicalista che nega l'esistenza di forme organiche non riconducibili alla semplice somma delle sue parti. In particolare, la biologia ormai non parla più di "vita" e si accontenta di analizzare dei "meccanismi" propri agli esseri viventi, come se fossero riconducibili a forme modellizzabili delle loro parti fisiche. Su questo tipo di biologia si fondano le Tcc, associate all'assunzione di farmaci psicotropi.

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L'"essere umano" è concepito quindi come una superficie liscia, dove si potrebbero eliminare certi brutti ricordi per lasciare il posto a nuovi apprendimenti. Si riconosce qui il modello descritto da Angélique del Rey a proposito della pedagogia delle competenze: si tratta in questo caso di imparare a imparare, così come a dimenticare ciò che si è imparato, per essere il più reattivi possibili al mondo esterno. L'"uomo delle competenze" - "uomo senza qualità" o "uomo modulare" - non ha interiorità, non ha storia, la sua personalità non è forgiata da esperienze proprie. Egli ha, deve avere le qualità di un hard disk. E, nel caso in cui non fosse come dovrebbe essere, le nuove terapie promettono di cercare di cancellare tutti i tropismi che, provenienti da una interiorità molto sospetta, gli impedirebbero di adattarsi, di essere flessibile, di eliminare il suo endoscheletro per meglio plasmarsi nell'esoscheletro che obbedisce alle leggi del mercato.

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Ciò che la psicoterapia modulare nega è il fatto che ogni uomo - in effetti ogni organismo - possegga un' interiorità derivata dalla trasmissione, dalla lunga durata, dall'evoluzione e un' intenzionalità con comportamenti propri, non adattivi, ma che partecipano ai processi di coevoluzione.

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Il sogno di una somma che contiene tutte le parti, l'enciclopedia di tutte le enciclopedie, altrimenti detta Dsm, che conterrebbe anche i sintomi dello psichiatra che utilizza il Dsm, è esso stesso il sintomo di ciò che un tempo si chiamava "paura della vita" o "desiderio morboso di controllo"...

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Per esplicitare questo punto, si può per esempio rilevare che in questa stessa logica i seguaci della "teoria emergentista" amano pensare che l'interazione casuale, i moti browniani delle parti semplici che compongono lo sfondo di un fenomeno facciano emergere livelli complessi "non programmati". La replica a tale ipotesi è data dalla favola di Borges in cui lo scrittore argentino racconta che, se si potesse dare una macchina da scrivere a una scimmia immortale, anche trascorsa un'eternità non avrà scritto un solo capitolo del Don Chisciotte. Perché in questo caso si tratta di due livelli di organizzazione differenti: Don Chisciotte non ci illumina sulla natura dell'alfabeto, così come le lettere non spiegano la genialità del Don Chisciotte. Tra ogni livello di organizzazione esiste ciò che si può chiamare una "barriera stocastica transduttiva".

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È fin troppo nota quella pericolosa stupidità dei clinici psi che interpretano un'ulcera come un messaggio pieno di senso che proviene da - e si rivolge a - istanze psichiche. Un'ulcera è un'ulcera, punto. La psyche non spiega il soma, e inversamente: il rapporto tra i due livelli è transduttivo. Tale barriera non è d'altra parte soltanto transduttiva, è anche "stocastica" (non determinista): a uno stesso stimolo del sistema A, sono possibili differenti reazioni del sistema B. C'è in questo caso un elemento non predicibile e aleatorio.

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È per questa ragione che la terapia molecolare - che è, lo ripetiamo, un progresso fantastico per la medicina - diventa potenzialmente iatrogena (quindi pericolosa) quando è associata a uno sguardo che rende meccanici gli stati psichici del paziente. Non vorrei essere frainteso: il compito della tecnica - e la farmacologia non è da meno - è studiare i possibili e agire su di essi. Il problema della terapia molecolare "esclusiva" è che agisce unicamente sul registro meccanico dei possibili, cancellando la complessità dell'atto, che non è riducibile al movimento. Esempio di ciò che i partigiani del Dsm e della terapia molecolare, pronti a vedere patologie nel minimo scarto rispetto al "normale", hanno difficoltà a comprendere: in un contesto complesso e individuale, un lutto interminabile, come quello che può risultare dalla morte di una persona cara per suicidio o per un atto violento, può essere in realtà un atto libero che attesta al contrario la buona "salute mentale" del soggetto.

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Il problema è che, se tutto è determinato meccanicamente, tutto è movimento, nulla è atto, nulla ha senso. La dimensione del senso emerge e dipende dall'esistenza di un organismo individuale, auto-organizzato, capace di determinare i propri comportamenti e che agisce in relazione a una storia che, pur essendo personale, lo articola alla sua specie e alle altre in modo peculiare. Nel caso dell'uomo, occorre aggiungere l'evoluzione e lo sviluppo della cultura, che sono varianti pressoché infinite. L'atto appartiene più alla dimensione del senso che al movimento meccanico. Per tale ragione, il principale rimprovero che in conclusione si potrebbe fare all'insieme delle terapie modulari (molecolari, cognitiviste o comportamentali) è quello di eliminare il senso. Ricapitolando, se per la psicoanalisi non c'è movimento nell'uomo - perché, nell'interpretazione metafisica dei fatti e dei gesti del funzionamento somatico del paziente da parte dello psicoanalista, tutto ha senso -, per le terapie positivistiche, specularmente, niente ha davvero senso (tutto è movimento).

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La "situazione" come nuovo soggetto della pratica psi


Per tentare di pensare una nuova unità organica che, pur resistendo alla dispersione postmoderna, non guardi l'avvenire attraverso il retrovisore dell'umanismo, bisogna porsi la questione di sapere cos'abbia cominciato ad autoprodursi. Dal momento che lo sbriciolamento e la disgiunzione sono una realtà, la sfida consiste nel non cadere nel nichilismo neoplatonico di un "puro molteplice", ovvero nell'idea di una molteplicità senza alcuna unità intrinseca - Leibniz spiegava a tal proposito che un essere per aggregazione sarebbe un non-essere.

Le ontologie definite da Philippe Descola aiutano a identificare due tendenze integratrici oggi all'opera. La prima, di tipo nichilista, presenta una struttura molto vicina a un nuovo animismo: è questa la tendenza di gran lunga dominante fino a questo momento e consiste nel prestare un'interiorità e un'intenzionalità agli artefatti e ai macro-organismi dell'epoca (multinazionali o istituzioni interstatali). La seconda, più promettente, tende a un'organicità intensiva e si avvicina molto all'"analogismo" di Descola: in tale dispositivo, elementi di natura molto differente si strutturano formando parti estensive di un dispositivo organico, la cui unità è dovuta ai caratteri intensivi che obbediscono al medesimo principio d'analogia organica, in cui tutto ciò che è organico coesiste in modo conflittuale. Tale struttura analogica può essere concepita come il principio che anima ogni situazione concreta. L'elemento organico è nel contempo storico, dinamico, territorializzato in, per e attraverso ogni situazione.

Io intendo per "situazione" quell'unità spazio-temporale nella quale la dinamica intensiva (storica) cattura elementi estensivi (sincronici) per manifestarsi come un'unità con un proprio asse di gravitazione. Ciò che ordina e dà vita alla situazione non si definisce quindi né attraverso gli elementi diacronici né attraverso gli elementi sincronici estensivi, ma attraverso la loro congiunzione spazio-temporale, che determina un' unità integrata. Una situazione è quell'unità attraverso cui esistono delle asimmetrie concrete che convocano coloro che vi partecipano. Nell'epoca in cui alcune ricerche di punta consentono di immaginare la possibilità, in un prossimo avvenire, di modificare i contenuti della memoria, cancellando certi ricordi e iniettandone di nuovi, il racconto di Philip K. Dick (1966) che ha ispirato il film di Paul Verhoeven Atto di forza (1990) può illustrare bene questo punto: l'eroe si ritrova in una riunione con il capo della resistenza e arrivano le forze della repressione. Lui però non sa chi è: un poliziotto al quale hanno iniettato ricordi della resistenza, o un resistente a cui hanno manipolato la memoria? In realtà la situazione non si definisce attraverso questo tipo di "informazioni". Essa comporta un proprio asse di gravità che determina asimmetrie. Per usare un linguaggio spinoziano, in tale situazione c'è un'asimmetria tra gioia e tristezza, potenza e impotenza. L'eroe è convocato perché catturato dalla situazione. Propenderà da una parte o dall'altra, non in virtù del solo asse diacronico, ma dell'articolazione conflittuale di tutti i dati attuali.

Per ritornare alla questione psi, nel caso delle storie "personali", la nevrosi e la tristezza tendono patologicamente a ignorare gli elementi della situazione attuale, perché questi sono eclissati dalle informazioni che provengono dalla storia diacronica. Non lasciarsi catturare dalla situazione attuale è all'origine di ogni processo patologico: è questa la ragione per cui io qualifico come situazionale la terapia - inscritta nella corrente fenomenologica del pensiero - che mi sembra quella più in grado di consentire ai tecnici psi di rispondere alle aspettative dei loro pazienti che soffrono del malessere contemporaneo. Nella terapia situazionale, l'asse della realtà situazionale conta tanto quanto la realtà psichica individuale: si tratta di occuparsi delle situazioni concrete alle quali i pazienti partecipano - o si rifiutano di partecipare -, dalle quali sono catturati e convocati. A mio parere, il terapeuta deve in effetti sforzarsi di aiutare ciascuno dei suoi pazienti a inscriversi meglio nelle situazioni attuali che costituiscono la sua vita, per poterne essere un attore attivo e cosciente - ciò che nel mio piccolo tento di fare.




Le illusioni dell'uomo "potenziato"


Nell'epoca della postmodernità, questa prospettiva "situazionale" deve evidentemente saper raccogliere le nuove sfide. Infatti, come mostra il successo delle terapie modulari, la modernità è evoluta e la sua visione di un uomo "padrone della natura" grazie ai progressi della tecnica ha lasciato il posto a una visione un po' differente, quella del postumano , nella quale l'uomo potrebbe essere "potenziato" grazie alla sua ibridazione con una tecnica che gli consentirebbe di essere modificato all'infinito. Alcuni ricercatori nel campo dell'intelligenza artificiale e della robotica si rallegrano in tal senso all'idea che avranno tra breve amici robot con cui condividere la loro vita, o anche che il loro corpo sarà ben presto ibridato con artefatti sofisticati...

Tale immaginario futurista cyborg o dell'uomo potenziato - che corrisponderebbe a un fenotipo radicalmente differente - tende in ogni caso a occultare il fatto che l'ibridazione uomo-artefatto, in cui il circuito del vivente si concatena con il circuito tecnico ed entra con lui in un processo di coevoluzione, è già una realtà. Questa determina meccanismi a doppio senso di delega di funzioni e di reciproca modifica, una coproduzione che però è ambigua: corrisponde a un "potenziamento" o a una perdita di dimensioni dell'umano? Se si tiene conto dei dati che riguardano la plasticità del cervello, è evidente che, come scrive il filosofo Jean-Michel Besnier, l'uomo "potenziato" è piuttosto un uomo "semplificato". Si è già evocato (vedi il capitolo 3) il caso dello scolaro che, invece di imparare a calcolare una radice quadrata o un logaritmo, si accontenta di premere i tasti della sua calcolatrice per ottenere il risultato: questo scolaro non è fisiologicamente lo stesso di quello che sa risolvere tali operazioni senza calcolatrice, in una temporalità completamente differente. Il primo, corrispondente all'ideale postmoderrio, diventa a poco a poco un processore di informazioni. Il secondo è scolpito dall'esperienza matematica in questione. Il termine "scultura" va inteso in senso forte e significa che nel suo cervello si saranno sviluppati circuiti neuronali specifici. La trasformazione di ogni operazione di conoscenza (tempo lento e scultura del vivente) in operazioni di informazione (tempo veloce e reattivo) rappresenta così un'autentica evoluzione della nostra cultura e del vivente. E tale evoluzione ha la tendenza ad andare verso la dispersione e la disgiunzione delle funzioni organiche, che bloccano l'emergere di nuove forme e unità.

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La "verità" non è nella sofferenza, ma nella potenza di vivere


Nelle società occidentali, molto influenzate dalle religioni monoteiste, la sofferenza è molto valorizzata - basta guardare quell'ebreo che, da più di duemila anni, soffre inchiodato a una croce... La gioia e il buonumore sono posti dalla parte dell'ebetudine. Mentre il dolore e la sofferenza sono cose serie che meritano rispetto e compassione. E, in un mondo scombussolato, la sofferenza assume ancor più le pose della verità: "Soffro quindi sono". Di tale sofferenza esiste un'idea quasi giudiziaria: farsi risarcire per la sofferenza subita. Qualcuno, da qualche parte, deve essere responsabile per ciò che subisco, e potrà spiegarmi il segreto profondo del perché ho sofferto. La psicoanalisi ha attinto molto da questa fonte. La vostra angoscia, la vostra tristezza, il vostro durone al piede... hanno ragioni profonde che occorre conoscere, far conoscere e far rispettare. In tale direzione, attualmente in Europa è diventato frequente che un paziente evochi le sofferenze dei nonni durante la Seconda guerra mondiale per cercare una sorta di punto ontologico che non inganna. Molti pazienti arrivano in tal modo convinti di dover costantemente tornare sulle sofferenze per trovare un senso alla loro vita.

La psicoterapia situazionale aspira invece alla gioia e all'atto. La tristezza, spiegava Deleuze, è ciò che accomuna oppressi e oppressori. I tiranni hanno bisogno di uomini tristi per insediare la loro oppressione e gli uomini tristi del tiranno per giustificare la loro tristezza. Che milioni di uomini e donne soffrano senza trovare né i mezzi né la forza di ribellarsi è la triste realtà; l'unica notizia degna di nota è che una minoranza di loro si ribella. L'amore, la rivolta, il pensiero, la creazione artistica: ecco ciò che è da ricercare. Nella terapia situazionale, si tratta di potersi dire: "Dato quel che è, cosa si può fare?". Come si è visto, indipendentemente dalle caratteristiche del "mazzo di carte" che capita al paziente, la sola cosa importante sono le carte che ha in mano. Ecco perché il punto di partenza della "cura" è costituito da un presente denso e profondo all'interno del quale ci sarà possibile analizzarlo.

Si potrà legittimamente obiettare che la persona, dato ciò che è, preferisce spesso rimanere nel godimento della ripetizione. Tuttavia un credo del terapeuta situazionale è che la potenza di vivere di cui parlava Spinoza non è altro che ciò che si sottrae alla ripetizione e che è sempre presente. Anche quando tale potenza è molto ridotta, il lavoro consiste quindi nel cercare insieme al paziente con chi o con cosa lui possa associarsi perché questa debole potenza divenga capace di partecipare a qualcosa di diverso dal suo sintomo egocentrato. Per questo la terapia situazionale si incentra sulla ricerca di tangenti possibili: "Eccetto ripetere, cosa può fare d'altro il paziente?". E la risposta è che può, come si è visto, lasciarsi "rapire" dalla combinatoria della vita (vedi il capitolo precedente).

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